Conclusa la caccia post referendaria al responsabile di comodo su cui scaricare la sconfitta, passata anche la notte dei lunghi coltelli in casa Meloni e compagnia cantante, con epurazioni tardive che avrebbero dato imbarazzo a Giuseppe Stalin, ma che se adottate prima del voto forse avrebbero modificato un pochino il risultato, si torna ai problemi irrisolti del Paese, nel frattempo aggravati da una crisi politica, morale ed economica su scala globale che trova difficili paragoni nella storia e che sfocia in conflitti bellici permanenti e diffusi.
Ma godiamoci ancora un po’ di euforia e di leggerezza. Ero convinto del risultato e che la differenza l’avrebbero fatta i giovani, coloro ai quali è stato vietato dal Governo il diritto al voto dei fuori sede, la cui proposta di legge tra l’altro è ferma al Senato, mentre lo stesso diritto è garantito all’italiano in qualsiasi parte del mondo.
Nonostante tutto, i giovani si sono riappropriati del futuro attraverso l’espressione di voto, molti di essi sono liberi da schemi ideologici che non hanno conosciuto, forse indipendenti dagli attuali partiti dell’arco parlamentare e sicuramente da quelli di Governo, dai movimenti civici o antagonisti e oserei dire, staccati dal divano e dalla playstation. Quegli stessi giovani circoscritti nello stereotipo di una generazione senza valori e piena di problemi esistenziali ha dimostrato che i problemi sa riconoscerli e sa come difendere la libertà di espressione: c’è ancora speranza!
Comitati molto eterogenei e capillari, preparati e disposti al confronto, laboratori di democrazia in cui hanno convissuto partiti, sindacati, associazioni, studenti, professionisti e cittadini comuni, ma anche stampa locale e grandi testate, un’esperienza di valore che mancava nel panorama politico e sociale da molto tempo. Nessuna rabbia urlata, ma nemmeno motivazioni appena bisbigliate, tanta energia, speranza e determinazione: “fuori la rivoluzione ed io mi vesto di bianco”, canta Calcutta.
A questo punto sarebbe da dilettanti non pensare di potere approfittare della debolezza politica che affligge la destra, il cui potere è sormontabile e la cui leader è vincibile, così come sarebbe egoistico non interpretare i bisogni di una generazione attraverso una prospettiva politica, forse è questo il compito a cui i partiti di opposizione devono assurgere. E se di questo si tratta ben venga un confronto costruttivo e aperto alla comunità, a tutti coloro i quali possono dare un contributo di idee e di esperienze, valorizzando e mutuando l’entusiasmo dei comitati referendari per una visione nuova della società italiana. Tuttavia, alla riflessione più nobile, segue subito un pensiero triste a sentir parlare, un minuto dopo il risultato del referendum, di primarie e di disponibilità a candidarsi. Primo tra tutti Giuseppe Conte, il quale dopo la virata progressista del barcone che rischiava il naufragio, aspira legittimamente a condurre nel mare mangum la coalizione del cosiddetto “campo largo”. Stessi sentimenti, ma leggermente taciuti per stile e per non risvegliare ambizioni di renziana memoria, sono quelli della segretaria Schlein, legittimi anche i suoi. A questi si aggiunge Ernesto Maria Ruffini dell’associazione “Più Uno”, già dirigente dell’Agenzia delle Entrate, amico di Renzi e Civati ai tempi della prima Leopolda, parla in televisione con un tecnicismo comprensibile e umano quando si riferisce al fisco, non è empatico e neanche politico, ma è preparato. Dopo il temerario, la passionaria e il razionale, manca solo la bella, ma ha intelligentemente declinato l’invito, resta al suo posto, dove i cittadini di Genova l’hanno eletta sindaco. Certo l’assenza di Silvia Salis tranquillizza le due amazzoni della politica italiana, Meloni e Schlein, ma è solo un rinviare l’appuntamento, l’atleta sa attendere e investire nel suo tempo, se saprà parlare ai genovesi e amministrare con dedizione, saprà parlare agli italiani tutti e sarà in grado di assolvere ruoli di primo piano. Solo Fratoianni ha chiesto di anteporre il programma elettorale alla scelta del première femme o premier homme, sensibilità e visione di una politica che si vorrebbe bollare come demagogica e antiquata, dimenticando che l’elettorato del centrosinistra è esigente, informato e punisce se tradisci le promesse. Un elettorato che, a differenza della classe dirigente, distingue la radicalità delle scelte dall’etichetta di estremista, usata con comodità per annullare i concorrenti interni alle coalizioni. Quante volte ho sentito ripetere questa frase: “è bravo, ma è troppo di sinistra”. E allora, mi torna in mente un libro di Ruggero Guarini dal titolo “Compagni, ancora uno sforzo: dimenticare Togliatti”, in cui l’autore compie una revisione storica invitando a superare il togliattismo, ma in fondo…non sa con cosa.
