Conosco un autorevole magistrato che, con sincera passione civile, si sta spendendo per il “Sì”, denunciando storture del sistema della magistratura che, a suo dire, verrebbero sanate dalla riforma Nordio.
Ascoltandolo, però, avverto una dissonanza che non posso ignorare. Vorrei rivolgergli alcune domande dirette.
Inizierei chiedendogli: “Hai mai condannato o assolto un imputato perché influenzato da un pubblico ministero, collega magistrato con CSM in comune? Insomma, hai mai lasciato che una frequentazione, anche solo apparente, incidesse sul tuo giudizio?”
Se la risposta fosse sì, ne deriverebbero conseguenze immediate: abbandono della funzione e apertura di un’inchiesta a suo carico.
Se la risposta fosse no, allora starebbe confermando che il sistema già oggi garantisce l’imparzialità del giudice, riconoscendo peraltro l’importanza degli istituti già previsti come la ricusazione, astensione e incompatibilità.
E poi domanderei ancora: “Quanto alla nomina all’incarico direttivo da te attualmente ricoperto, puoi affermare che sia stata del tutto estranea a quelle dinamiche che oggi definisci «patologiche di consociativismo fra correnti»?”
Se la risposta fosse no, nel senso di averne beneficiato, ciò implicherebbe una grave responsabilità personale incompatibile con la funzione e una apertura di un’inchiesta a suo carico.
Se la risposta fosse sì, riconoscerebbe implicitamente che il sistema sa selezionare i magistrati nominati a incarichi direttivi e quindi la riforma sarebbe inutile.
E per finire, “se è vero che il magistrato deve “essere e apparire” terzo, ispirandosi a un equilibrio, alla misura, a un riserbo e una moderazione etica, non ritieni che un’esposizione pubblica, tanto intensa e costante nel dibattito pubblico connotata con toni sempre più aspri verso chi la pensa diversamente o verso la parte politica che sostiene il NO, sia compatibile con la funzione di magistrato?”
Se rispondesse sì, nel senso che è lecito e ne ha facoltà di farlo nell’esercizio della sua libertà di opinione, allora starebbe affermando che “l’apparenza” di imparzialità non costituisce un parametro essenziale. In tal caso, “l’apparire terzo” diventa un principio relativo e la riforma che invoca perde gran parte della sua giustificazione.
Se, al contrario, rispondesse no, ritiene che un simile livello di esposizione non sia del tutto coerente con la natura della funzione, allora la coerenza personale imporrebbe una scelta conseguente: dimettersi dalla magistratura e assumere consapevolmente il ruolo di opinionista televisivo o candidato politico. Non sono accuse. Sono alternative logiche.
Credo che si possano riscrivere tutte leggi, riscrivere totalmente la Costituzione e riformare tutte le strutture dello Stato. Ma nessun sistema si salva da solo. Alla fine, tutto dipende dalle persone. Senza di loro, non c’è riforma che tenga.
