ESPORTATORI DI REGIMI AUTORITARI,  CAOS E GUERRE INFINITE

di Michele BLANCO

Tutti gli interventi militari statunitensi ottengono risultati devastanti e assolutamente da condannare. La guerra in Afghanistan, ai raid su Teheran, passando dalla guerra per il petrolio del Kuwait in due tempi e l’eliminazione del regime di Gheddafi, hanno ottenuto effetti sempre peggiorativi della situazione di milioni di persone, senza contare milioni di morti, feriti e infinite sofferenze provocate.

La storia ci insegna, ma non ci è mai maestra purtroppo, che quando l’eliminazione del nemico viene venduta come inizio della libertà, del rispetto dei diritti umani o della democrazia imminente, apre la porta alla distruzione e al caos.

Si festeggiava nelle piazze occidentali per la morte di Osama Bin Laden (di Gheddafi o di Saddam Hussein). Si parlava di ritorno della giustizia, di missione compiuta per l’affermazione della democrazia, di sicurezza ristabilita. Poi sono arrivati vent’anni di Afghanistan (e di Libia divisa in due e di Iraq ormai un pantano, dove le elezioni le vincono sempre i partiti non filo occidentali). In Afghanistan cent’anni di occupazione militare per “garantire la democrazia”, ma poi la NATO e gli Stati Uniti d’America si sono dovuti ritirare di corsa come nel Vietnam. Oggi i talebani sono al potere incontrastati.

Ora si festeggia di nuovo, per fortuna solo sui mass media manipolatori della verità. Questa volta per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ricordiamo che si tratta del massimo leader religioso islamico sciita. Ma a parte la vergogna assoluta di bombardare in modo prestabilito e mirato l’abitazione di Khamenei e l’assassino di lui e della sua famiglia. Ci chiediamo a cosa ci porterà tutto questo?

L’assassino di un leader religioso e politico eliminato nel contesto di bombardamenti stranieri, illegittimi, illegali, disumani, criminali su un Paese sovrano.

Il punto centrale non è prendere le difese di Khamenei. Il punto fondamentale è interrogarsi sul metodo.

L’intervento, sempre illegittimo e illegale, militare viene spesso presentato come strumento per rimuovere regimi autoritari e aprire la strada alla libertà. È falsa e manipolatoria narrazione già usata e rivelatasi fallace: Iraq, Afghanistan, Libia. In ogni caso si parlava di stabilità futura, di transizione democratica, di nuovo equilibrio regionale.

L’Afghanistan è tornato ai talebani con le loro leggi.

La Libia è frammentata e divisa in fazioni in lotta tra loro.

L’Iraq è segnato da instabilità cronica.

Ogni volta si promette ordine democratico. Ogni volta si genera devastazione, guerra e totali disastri. 

Anche in questo caso si parla di “prospettiva di caos e vuoto di potere in una regione già turbolenta”.

Donald Trump ha autorizzato l’operazione militare insieme al governo di Benjamin Netanyahu mentre la via negoziale non era formalmente chiusa. Sul piano internazionale, non risulta alcun mandato, unico legalmente legittimo, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU. Sul piano interno statunitense, gli attacchi sono stati avviati senza una preventiva autorizzazione del Congresso, come richiesto dall’articolo I, sezione 8 della Costituzione americana. Diversi parlamentari – tra cui il senatore Tim Kaine e il leader democratico Chuck Schumer – hanno contestato pubblicamente la legittimità dell’azione, parlando di un atto di guerra deciso dall’esecutivo senza il voto dei rappresentanti eletti democraticamente dal popolo statunitense. Non è soltanto una scelta militare: è una gravissima forzatura istituzionale che concentra nelle mani del presidente un potere che la Costituzione affida solo al Congresso, scavalcando quei passaggi che, in teoria, dovrebbero impedire a un presidente di trascinare un Paese in un’escalation di guerra senza nessun controllo.

Sono questioni che raramente entrano nel falso e pericolo racconto celebrativo del “colpo riuscito”.

Eliminare illegalmente un leader di un Paese sovrano non equivale a costruire istituzioni democratiche e leggi a favore della libertà delle donne. Bombardare non equivale a democratizzare, ma si è chiaramente visto ha portato all’assassinio di 150 bambine che stavano in una scuola. La forza militare può abbattere un bersaglio, ma non crea automaticamente legittimità politica, anzi nasce certamente da illegittimità democratica e politica.

La vera domanda non è se Khamenei fosse un leader repressivo o autoritario. La domanda è se la rimozione violenta dall’esterno produca società più libere o soltanto distruzione, disordine, guerra civile.

Ogni volta che un’operazione viene dipinta come necessaria per “difendere la democrazia”, bisognerebbe guardare alle conseguenze distruttive di tutte le volte precedenti. Perché la storia recente insegna una cosa semplice: i vuoti di potere non restano vuoti, ma portato a lotte fratricide e distruzione.

Non dimentichiamo che israeliani e statunitensi vorrebbero insediare al potere il figlio dell’ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L’ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo “regno” ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall’uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l’opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.

Israele e gli stati Uniti non sono interessati primariamente ad un cambio di regime, ma al crollo e alla distruzione dello Stato iraniano, rendendolo probabilmente un altro Stato fallito come la Libia e la Siria. In questo modo potranno rubare facilmente le enormi ricchezze petrolifere.

Quindi tutti questo inutile massacro ha a che fare con l’obiettivo primario di Netanyahu e di Trump di distruggere l’indipendenza e la sovranità dell’Iran.

  • Michele BLANCO. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli. Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). "La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale" (2024). "Introduzione al percorsointellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana", Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). "Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali" (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri“Deliberative democracy in Habermas”, in Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, "Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro dellademocrazia", in G.Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, "Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze", in G.Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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