Nel panorama politico italiano il centro è onnipresente; infatti, gli schieramenti contrapposti sono comunemente detti di centro-destra e di centro-sinistra. Eppure, politicamente inteso, il centro non esiste. Esso discende dall’idea che il ventaglio delle posizioni valoriali ed ideologiche sia un continuum, che da un estremo all’altro cambia via via di colore, come l’arcobaleno. Invece, a partire dalla Rivoluzione Francese, sono emerse due opzioni politiche, destra e sinistra, che si distinguono per l’antagonismo inconciliabile delle rispettive coppie valoriali.
Per rendersi conto di ciò è sufficiente elencare le coppie valoriali di cui si è detto (inutile specificare quale sia il lato di sinistra e quale quello di destra): egualitarismo/inegualitarismo; internazionalismo/nazionalismo; pacifismo/bellicismo; cooperazione/competizione; fiscalità progressiva/piatta; economia indirizzata dallo Stato/dal mercato; lo Stato deve garantire i diritti sociali/la proprietà privata; le imprese sono responsabili verso i dipendenti e le comunità locali/la proprietà; le attività economiche vanno regolamentate/deregolamentate.
Qual è la posizione di mezzo tra queste coppie? Evidentemente non esiste. Allora come si spiega il dilagare dell’inesistente centro politico? Una ragione sta nella crisi profonda, di ideali e di idee, in cui sono caduti i partiti di sinistra dagli anni ’80 del secolo scorso. Esaurita la grande ondata di sinistra, emersa prepotente con il ’68, ma che si preparava da tempo, è montata la reazione neoliberista (alla guida Thatcher e Reagan), che i partiti di sinistra non sono stati capaci di contrastare, ma che hanno addirittura cercato di assecondare, facendo proprie istanze della parte opposta. Nuotare controcorrente è difficile e faticoso, ma se ti arrendi alla corrente non sai dove ti porta. Al dilagare del neoliberismo si è aggiunto nel 1991 il crollo dell’Unione sovietica. Non che Mosca fosse più un riferimento guida per i movimenti socialisti, ma qualche speranza di rilancio l’aveva data la presidenza Gorbaciov e, comunque, la chiusura traumatica della fase storica avviata con la Rivoluzione d’Ottobre ha rappresentato un trauma, quantomeno a livello simbolico.
Una seconda ragione – che deriva dalla prima – è che le contrapposizioni ideali e politiche sono state bandite. Si è teorizzata la fine della storia. Vince il pensiero unico, che condanna le ideologie, pur essendo esso stesso una ideologia. Così l’dea ritenuta vincente è attirare gli elettori che stanno al “centro”, cioè incerti e confusi tra due schieramenti le cui differenze sono sempre più sfumate. L’esempio principe è quello degli USA, dove da “sempre” esiste un bipartitismo finto, perché Democratici e Repubblicani condividono le medesime basi ideologiche; non c’è da stupirsi se partecipa al voto la metà o meno degli aventi diritto.
In un mondo dominato dal pensiero unico i partiti smettono di essere propugnatori di idee e di progetti di società, per diventare comitati elettorali dei politici di appartenenza. Non contano più le proposte politiche ma i capi dei partiti o delle coalizioni di partiti, che diventano tanto più importanti quanto più dietro di loro c’è il vuoto ideologico.
La politica italiana è ampiamente, benché non completamente, caduta in questo gorgo. Da noi il cosiddetto centro-sinistra si è ribattezzato campo progressista, in contrapposizione evidentemente ad un campo conservatore, proponendo una diade, progressismo/conservatorismo, meno impegnativa sul piano dei diritti sociali. Non è neanche chiaro quali siano i confini del campo progressista, se debbano includere tutte le attuali minoranze parlamentari, oppure escludere i minipartiti di finta opposizione, che nella corrente legislatura hanno spesso condiviso le posizioni della maggioranza. Il campo progressista (comunque lo si voglia delimitare), ripreso coraggio dopo la vittoria del no nel referendum costituzionale contro l’autonomia della magistratura, ha cominciato a guardare speranzoso alle elezioni politiche dell’autunno 2027, dibattendo però non sul programma di governo, ma su chi debba essere il/la leader della coalizione. Se continua così, si scava la fossa da solo.
C’è un tema valoriale e politico, uno solo, trasversale a destra e sinistra, di cui farò solo cenno, dato che è un aspetto enorme e merita un approfondimento a parte. Mi riferisco al tema della legittimazione e della gestione del potere politico, riconducibile alla contrapposizione tra democrazia ed oligarchia/autocrazia.
Il partito di Lenin si chiamava Partito socialista democratico ed allo Stato emerso dalla Rivoluzione d’Ottobre è stato dato il nome di Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, dove la parola russa “soviet” corrisponde all’italiano consiglio o assemblea. Nonostante questi presupposti, ne è scaturito un regime politico a partito unico, centralista, dove il partito coincide con lo Stato. Ideologicamente si è cercato di mettere una pezza teorizzando il partito come avanguardia del proletariato e, per la proprietà traslativa, comandando il partito comanderebbe il proletariato.
Le cose non vanno meglio per la destra. Benché il pensiero liberale si rifaccia a pensatori come Montesquieu, che già agli inizi del XVIII secolo teorizzava la separazione tra i tre poteri dello Stato – legislativo, esecutivo e giudiziario – o Max Weber, che più di un secolo fa propugnava il primato del parlamento e metteva in guardia dai poteri degli apparati burocratici, nonostante ciò, oggi la corrente liberale della destra è quasi scomparsa (come la sinistra), soppiantata da posizioni assolutiste e totalitariste.
Di nuovo il caso più evidente lo abbiamo negli USA, Paese guida del capitalismo, dove: a) la rappresentatività del Congresso (Camera dei rappresentanti e Senato) è inficiata dal sistema elettorale maggioritario (tranne che in Maine ed in Nebraska) e dalla disaffezione al voto di circa metà degli aventi diritto; b) l’esecutivo ha poteri molto ampi rispetto al Congresso ed addirittura dispotici sulla magistratura e sugli apparati burocratici (spoil system); c) le spese elettorali per eleggere il Presidente ed i membri del Congresso sono talmente elevate che qualunque candidato deve avere alle spalle un congruo pool di capitalisti finanziatori, che sono veri e propri oligarchi.
Il tema del potere e della democrazia è un tema cardine, irrisolto a destra come a sinistra, sul quale possono trovare un’intesa l’ala liberale della destra e l’ala democratica della sinistra.
