La diversità ha origini antiche, una tradizione caratterizzata dal pensiero di Hobbes e Schmitt, che vede l’uomo come lupo all’altro uomo, la politica solo come un duro e continuo conflitto, il potere visto come lo strumento assolutamente necessario principalmente per imporre l’ordine.
L’altra grande tradizione caratterizzata, semplificando molto, dal pensiero di Rousseau fino a Habermas che sostiene l’uomo come essere razionale, capace di ragione per raggiungere le soluzioni migliori possibili per tutti, attraverso le possibilità di dialogo e l’inclusione, la politica come costruzione del bene comune, sempre per tutti, il consenso come principale obiettivo auspicabile e possibile.
Le ricerche confermano la nostra umana capacità di empatia, cooperazione e ragionamento morale. Ma sono le stesse Istituzioni che scegliamo, che determinano la qualità della nostra vita.
Con il sistema elettorale uninominale secco, ad esempio, nel 1983, nel Regno Unito, il partito dei Liberal Democrats raccolsero il venticinque per cento dei voti nazionali. Conquistarono solo il 3,5% dei seggi in Parlamento. Ovviamente non si tratta di errori, sono le caratteristiche di un sistema, elettorale uninominale secco, progettato per trasformare una esigua maggioranza relativa, in grandi maggioranze parlamentari artificiali, per produrre governi capaci di agire anche a costo di silenziare milioni di persone che possono anche essere la maggioranza assoluta, più del 50 %, nel paese, ma che votano per partiti diversi.
In Svezia al contrario, tra il 1932 e il 1976, il Partito Socialdemocratico, con il sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5 %, governò quasi ininterrottamente. Non ci fu nessuna forma di autoritarismo, o clientelismo a altre disfunzioni del sistema democratico, ci fu una continua costruzione di consenso, ottenuto attraverso il continuo confronto, che coinvolse sindacati, datori di lavoro, partiti centristi. Il “modello socialdemocratico svedese” propose la solidarietà salariale in cambio di piena occupazione e welfare molto generoso. Le imprese ottennero stabilità e formazione della forza lavoro. I lavoratori ottennero alti salari e grande dignità.
Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, scese in Svezia da circa 0,44 nel 1945 a 0,20 nel 1975. Si trattò della riduzione più incredibile mai registrata delle disuguaglianze in una società moderna. Gli indicatori di qualità della vita, aspettativa di vita, mortalità infantile, livelli educativi, soddisfazione esistenziale, collocarono i paesi nordici, influenzati dalle politiche svedesi, ai vertici delle classifiche mondiali. Ancora oggi è cosi.
Questo ci dovrebbe far capire l’importanza e l’utilità delle spese sociali. L’Austria spende il 29,8% in Spesa Sociale (2022), la Germania il 29,6%, il Belgio il 29,1%, la Finlandia il 28,4%. Gli Stati Uniti il 18,7%, il Regno Unito il 20,6%.
Una differenza è particolarmente significativa: la Svezia destina il 35% della propria spesa sociale a servizi universali, assistenza all’infanzia, educazione, sanità. Gli Stati Uniti solo il 22%.
Ma negli Stati Uniti, la quota di ricchezza posseduta dall’ 1% dei più ricchi è aumentata dal 22% nel 1980 al 39% nel 2020. Solo l’0,1%, circa 18.000 famiglie, possiede l’11% della ricchezza nazionale. La ricchezza mediana delle famiglie americane è cresciuta solo del 27% in tre decenni, mentre quella dell’1% dei più ricchi è aumentata del 300%.
In Germania, l’1% dei più ricchi possiede il 29% della ricchezza. In Svezia il 25%, in Danimarca il 23%, in Norvegia il 21%. Non sono assolutamente delle differenze casuali, ma riflettono direttamente scelte politiche di tassazione progressiva ed investimenti pubblici fatti per il bene di tutti.
La decisione Citizens United della Corte Suprema americana nel 2010 ha eliminato molte restrizioni sulla spesa politica delle aziendale. I mega-donatori di soldi per le campagne elettorali statunitensi, individui che contribuiscono con milioni di dollari, hanno acquisito un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche. Nelle democrazie consensuali, come la Svezia, regolamentazioni più rigorose del finanziamento politico limitano questa influenza.
Negli Stati Uniti l’aspettativa di vita americana è di 76,4 anni, 46° posto mondiale. La mortalità infantile è di 5,8 per 1000 nati vivi, 33° posto OCSE.
La Svezia raggiunge un’aspettativa di vita di 82,8 anni, con mortalità infantile di 2,4 per mille. La Danimarca spende l’8% del PIL ottenendo risultati superiori ai Paesi che spendono il doppio. L’Italia, con il 9% del PIL, raggiunge 83,1 anni di aspettativa di vita, 5° posto mondiale.
Si può spiegare che negli Stati Uniti il 31% della spesa sanitaria è dedicata all’amministrazione ed ai profitti delle assicurazioni private. Gli Stati Uniti spendono 2.497 dollari pro-capite in costi amministrativi, la Germania 551, la Finlandia 204.
La mortalità prevenibile, le morti che si potrebbero evitare con prevenzione efficace e cure appropriate, racconta la storia con precisione impietosa: Svizzera 85 morti per 100.000 abitanti, Italia 90, Spagna 94, Stati Uniti 133.
La mortalità materna rivela disuguaglianze ancor più profonde: Norvegia 2 morti per 100.000 nascite, Finlandia 3, Svezia 4, Stati Uniti 23,8. Le donne afroamericane hanno un tasso di 55,3, più del doppio delle donne bianche.
Gli economisti Anne Case e Angus Deaton hanno documentato un fenomeno specificamente statunitense, le “morti per disperazione”, suicidi, overdose, malattie del fegato legate all’alcol, che colpiscono in particolare i bianchi senza istruzione universitaria delle aree deindustrializzate. Nel 2022, gli Stati Uniti hanno registrato 107.622 morti per overdose.
Le democrazie consensuali mostrano tendenze assolutamente diverse. La Germania registra 1,3 morti per overdose per centomila abitanti. Gli Stati Uniti 22,7. La Svizzera, che ha implementato programmi di riduzione del danno basati su evidenze scientifiche, mantiene un tasso di 0,8.
I dati sugli omicidi sono incredibili in Norvegia 0,5 per 100.000 abitanti, Danimarca 1,0, Germania 1,8, Stati Uniti 5,8.
I tassi di depressione legata al lavoro sono del 3,2% in Danimarca, del 3,8% in Svezia, dell’8,4% negli Stati Uniti. L’ansia lavorativa cronica affligge il 6% dei lavoratori nordici, il 19% degli americani.
L’International Burnout Index mostra tassi dell’8,2% in Danimarca, del 9,1% in Svezia, del 10,4% nei Paesi Bassi, del 28,6% negli Stati Uniti. Nei Paesi Nordici, l’89% dei genitori riferisce di avere tempo sufficiente da dedicare ai figli. Negli Stati Uniti il 67%.
I bambini nordici trascorrono in media 4,2 ore al giorno con i genitori in attività condivise. I bambini statunitensi solo 2,8 ore.
La partecipazione elettorale media nei paesi consensuali OCSE è dell’81%. Ma nei sistemi maggioritari del 68%. In Svizzera, con quattro-sei referendum nazionali l’anno e centinaia di votazioni locali, i cittadini partecipano direttamente alle decisioni.
Il volontariato rivela l’intensità del capitale sociale: in Norvegia il 52% degli adulti partecipa regolarmente ad attività volontarie, in Svezia il 46%, in Danimarca il 43%. Negli Stati Uniti il 25%.
Il COVID-19 ha rivelato con drammatica chiarezza le enormi differenze tra i sistemi. La mortalità per milione di abitanti: Norvegia 845, Danimarca 1.370, Finlandia 1.481, Germania 1.710, Paesi Bassi 1.264. Stati Uniti 3.178, Regno Unito 3.131, Italia 2.942.
Nel mondo il 97% degli scienziati climatici sono concordi sull’origine antropica del cambiamento climatico, il 70% degli articoli sui media americani presenta la questione come “bilanciata” tra due posizioni. Le posizioni anti-vacciniste, sostenute dallo 0,1% della comunità scientifica, ricevono il 30% della copertura mediatica.
La Finlandia ha integrato l’alfabetizzazione mediatica nel curriculum scolastico nazionale. Secondo l’Open Society Institute, è il paese meno influenzabile dalla disinformazione.
Gli studi di moltissimi politologi, sociologi ed economisti concordano su una superiorità sistematica delle democrazie consensuali, Paesi scandinavi, Germania e Nuova Zelanda in primis, in ogni ambito del benessere umano: salute fisica e mentale, aspettativa di vita, mortalità infantile e materna, equità sociale, mobilità sociale e intergenerazionale, fiducia nelle istituzioni, qualità della vita e ambientale, capacità di resilienza alle crisi.
Tutto questo non è una causalità. Riflette chiaramente la capacità dei sistemi consensuali di includere più voci nel processo decisionale, di costruire politiche che godono di maggiore legittimità e approvazione da parte della cittadinanza, di mantenere impegni di lungo termine, di proteggere i più vulnerabili.
Oggi la democrazia corre seri rischi perché manca, in molte nazioni, la volontà politica di trasformare la conoscenza in azione. E questa volontà politica può essere generata solo da cittadini che comprendono che la scelta tra sistemi maggioritari e consensuali-partecipativi-proporzionali nel voto, non è assolutamente una semplice questione tecnica per specialisti, ma una decisione fondamentale sul tipo di società in cui vogliamo vivere.
