Qualche giorno fa, durante un dibattito in classe, un alunno ha tirato fuori una parola che oggi va molto di moda nei salotti della nuova destra identitaria, sdoganata dalle tesi del Generale Vannacci e dei suoi sostenitori: “remigrazione”. Un termine dal suono quasi scientifico, pulito, che serve a nascondere dietro un paravento burocratico un’idea vecchia e spaventosa: “rimandiamoli a casa loro”.
Ascoltando quel ragazzo, ho capito che il vero problema della nostra epoca non è la cattiveria, ma l’amnesia. Abbiamo rimosso chi siamo, da dove veniamo e quanta polvere abbiamo mangiato prima di poterci permettere il lusso di essere intolleranti.
Se c’è una costante che definisce l’essere umano, è il movimento. Non esiste una “terra natia” immutabile. La storia dell’umanità è, per definizione, una storia di migrazioni.
Il genere umano è nato nomade, abbiamo abbandonato le pianure della savana africana centinaia di migliaia di anni fa non per turismo ma per sopravvivere. Se i nostri antenati fossero rimasti fermi dove si trovavano, oggi la specie umana semplicemente non esisterebbe.
Per non parlare dei popoli barbari che hanno ridisegnato l’Europa o delle rotte commerciali del Mediterraneo: l’identità di ogni popolo è il risultato di stratificazioni, incontri e incroci.
L’idea che un popolo sia “puro” e debba difendere i propri confini da contaminazioni esterne è una fandonia biologica e storica. I confini li ha tracciati l’uomo sulla mappa; la natura conosce solo la terra.
C’è un pezzo di storia che nei programmi scolastici rischia sempre di essere sacrificato, ma che dovremmo tatuarci sulla pelle: l’Italia è stata la più grande riserva di migranti del mondo occidentale.
Soprattutto nel secondo dopoguerra, milioni di italiani hanno riempito una valigia di cartone e hanno salutato parenti e fidanzate per andare a fare i lavori che all’estero nessuno voleva più fare. Siamo andati nelle miniere del Belgio, nei cantieri della Svizzera, nelle fabbriche della Germania.
E indovinate un po’? Non ci accoglievano a braccia aperte.
Eravamo i “clandestini”, i “meridionali”, quelli che puzzavano di aglio. All’ingresso di molti locali pubblici in Svizzera e in Germania campeggiavano cartelli con scritto “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Nelle Americhe, e poi nel resto del mondo, il nostro passaporto era automaticamente sinonimo di criminalità: l’equazione “italiano = mafioso” è stato lo stigma sociale più violento e duraturo del Novecento. Chi oggi chiede la “remigrazione” degli altri, dimentica che solo pochi decenni fa gli altri avrebbero voluto “remigrare” noi.
Oggi, chi cavalca la paura dell’immigrazione non fa politica: fa marketing della paura. Si punta alla pancia delle persone, alle loro insicurezze economiche e sociali, trovando il più classico dei capri espiatori. È la retorica tossica del “io non sono razzista, ma questi vengono qui a fregarci il lavoro”.
A questo esercito di finti difensori della patria andrebbe dedicata, come un promemoria terapeutico, una strofa fulminante di Willie Peyote, tratta dal pezzo che nel titolo racchiude già tutto il manifesto di questa ipocrisia, “Io non sono razzista, ma…”: “Ma pensa che se uno che non sa bene la lingua / E non ha nessuna conoscenza / Riesce a fotterti il lavoro con questa facilità / Ti servirebbe un esame di coscienza”.
Se un disperato che scappa dalla guerra o dalla fame, senza conoscere una parola di italiano e senza una rete di contatti, riesce a “rubarti” il posto, forse il problema non è la sua presenza, ma la tua competenza. O, più realisticamente, il fatto che quel disperato viene sfruttato per fare turni di sedici ore nei campi o nei cantieri a tre euro all’ora. Lavori che, chi urla “prima gli italiani”, non farebbe nemmeno sotto tortura.
Questa non è solo teoria. È carne, sangue e memoria familiare.
A metà degli anni Sessanta, mio nonno emigrò in Germania. C’era una povertà nera da cui scappare e una famiglia da sfamare. Trovò lavoro in una fabbrica tedesca. Un giorno, un macchinario industriale ebbe un guasto e gli tranciò di netto un braccio. In quel momento, in terra straniera, mio nonno non trovò dei mostri: trovò degli esseri umani. I colleghi e i datori di lavoro tedeschi chiamarono i soccorsi con una tempestività disperata. Fu portato d’urgenza in ospedale, operato, accudito. Gli salvarono la vita. Tornò a casa invalido, ma vivo, protetto da una civiltà che, pur tra mille contraddizioni, riconobbe la sua dignità di lavoratore e di uomo.
Esattamente cinque giorni prima che mio nonno morisse, cinquant’anni dopo quell’incidente, la cronaca italiana ha registrato un’altra storia.
La storia di Satnam Singh, un bracciante agricolo indiano di 31 anni che lavorava nelle campagne di Latina, nel Lazio. Anche a Satnam un macchinario ha tranciato il braccio. Ma Satnam non era in Germania negli anni Sessanta ma nell’Italia del 2024. Invece di chiamare i soccorsi, invece di correre in ospedale, il suo datore di lavoro italiano lo ha caricato su un furgone e lo ha abbandonato sul ciglio della strada vicino a casa, come se fosse un sacco di immondizia. Accanto a lui, dentro una cassetta per gli ortaggi, ha lasciato l’arto reciso. Satnam è morto dissanguato il 19 giugno 2024 all’ospedale San Camillo di Roma, ucciso dai ritardi criminali di chi voleva nascondere il proprio lavoro nero.
Mio nonno si è salvato grazie all’umanità di un Paese straniero. Satnam è morto per la disumanità del nostro Paese.
Questo siamo diventati? Questo è l’orgoglio del popolo di santi, poeti e navigatori? Siamo forse diventati figli razzisti di genitori immigrati?
È a questa domanda che dobbiamo rispondere, ed è per questo che il dibattito nell’aula di una scuola diventa un terreno cruciale. Guardando i miei alunni e le mie alunne, seduti tra quei banchi, mi rifiuto di pensare che il nostro destino sia il cinismo. I ragazzi ci danno speranza, ogni volta che mettono in dubbio un dogma, ogni volta che scelgono di ascoltare una storia invece di un tweet propagandistico.
A loro dobbiamo spiegare che la memoria non è un peso del passato, ma una bussola per il futuro. Dobbiamo ricordare, insieme a loro, che accogliere non significa cedere spazio, ma far crescere la nostra cultura; che integrazione non significa subire l’altro, ma costruire una società più forte, sicura e complementare.
La “remigrazione” è l’illusione di chi vuole fermare il mare con le mani. L’integrazione, invece, è l’unico modo che abbiamo per imparare a navigarlo insieme. La sfida comincia da quella cattedra, e non abbiamo nessuna intenzione di perderla.
