Il World Inequality Report 2026, che rappresenta l’analisi più importante e autorevole sulle disuguaglianze globali curata tutti gli anni dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, ritiene, nelle sue conclusioni, necessario e urgente diminuire le attuali insostenibili e ingiustificate disuguaglianze economiche.
In quasi tutte le nazioni del mondo la somma della ricchezza dell’1% più ricco è maggiore di quella del 90% più povero. Questa assurda sproporzione diventa insostenibile se si considera che meno di 60.000 degli “ultra-ricchi” presenti al mondo controllano una quantità di ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dalla metà della popolazione adulta globale, circa 2,8 miliardi di persone. Nella maggior parte delle economie di ogni singolo Paese,il 50% più povero della popolazione possiede meno del 5% della ricchezza nazionale.
Il primo punto da chiarire è che sono i Paesi ricchi a depredare delle loro ricchezze i Paesi più poveri. Ogni anno circa l’1% del PIL globale viene trasferito dai Paesi in via di sviluppo verso le economie avanzate. Si tratta di una cifra che corrisponde a tre volte agli aiuti allo sviluppo che viaggiano nella direzione contraria.
Infatti godendo dello status di “beni rifugio”, le valute dei Paesi ricchi (come dollaro ed euro) permettono a queste nazioni, in particolare Stati Uniti e Paesi dell’Europa occidentale, di indebitarsi a tassi d’interesse irrisori. Grazie a questa liquidità a basso costo, il Nord del mondo investe massicciamente nelle economie emergenti, acquistando titoli di Stato, azioni o attività che garantiscono rendimenti molto elevati.
I Paesi poveri, invece, per attirare i capitali delle “economie forti” devono pagare interessi altissimi per compensare il rischio percepito dai mercati. Questo per le nazioni più povere comprime i bilanci statali, togliendo risorse preziose che vengono così sottratte agli investimenti necessari per lo sviluppo, quindi meno soldi all’istruzione e alla sanità, come conferma anche l’analisi della Commissione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD).
Il sistema finanziario mondiale blocca le economie dei Paesi più poveri in una situazione di svantaggio strutturale. Invertire questa dinamica, avverte il rapporto, è la precondizione per qualsiasi strategia di equità che sia credibile. Il rapporto mostra come questa frattura economica si estenda a ogni ambito della vita sociale e crei un sistema di vasi comunicanti in cui disparità di genere, ingiustizia climatica e accesso ai servizi essenziali si rafforzano a vicenda.
In questo contesto una delle forme di disuguaglianza più evidente a livello mondiale riguarda le donne che percepiscono solo il 61% di quanto guadagnano gli uomini per ogni ora lavorata.
Nel quadro delineato dal World Inequality Report 2026, per quanto riguarda l’Italia in particolare la situazione patrimoniale mostra una polarizzazione crescente. Il 10% più ricco controlla il 56% della ricchezza nazionale; l’1% supera il 22%. La metà più povera si ferma al 2,5%, segno che la capacità di accumulare risparmio resta estremamente limitata per una parte significativa della popolazione. Sul fronte del reddito, il 10% superiore si attesta al 32% del totale, mentre la metà più povera intercetta il 21%. Nel decennio 2014-2024, la distanza tra questi due poli è aumentata da 14 a 15 punti, confermando una tendenza costante.
L’altro grande tema affrontato dal World Inequality Report 2026 è quello della disuguaglianza climatica la cui responsabilità non è condivisa da tutti. Se si considerano le emissioni legate non solo ai consumi, ma anche agli investimenti e ai capitali posseduti, le responsabilità risultano fortemente concentrate. Il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di circa il 77% delle emissioni globali. Al contrario, la metà più povera del pianeta, quasi 4 miliardi di persone, contribuisce per appena il 3%. Il paradosso è evidente: chi ha meno responsabilità nella crisi climatica è anche chi dispone di meno risorse per difendersi da ondate di calore, inondazioni e siccità sempre più dirompenti e frequenti.
Il messaggio fondamentale del report è chele disuguaglianze non sono il risultato di leggi immutabili dell’economia, ma di scelte politiche, legislative e fiscali ben precise che, come sono state costruite, possono essere modificate. Il report stima che una modesta imposta progressiva sui grandi patrimoni potrebbe generare risorse in grado di fare concretamente la differenza.
Nel mondo contemporaneo i pochi multimilionari pagano, in proporzione al loro reddito, moltissime meno tasse della classe media. Per cambiare questa insostenibile ingiustizia, si è ha pensato, da parte degli studiosi che curano il rapporto, all’introduzione di un’imposta minima sulla ricchezza percepita da una cerchia ristrettissima di persone, i circa 92.000 individui che possiedono più di 100 milioni di dollari (appena lo 0,002% dell’intera popolazione adulta mondiale). I risultati sono assolutamente significativi ed emblematici: un prelievo anche solo del 2% su questi patrimoni genererebbe 503 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, che sarebbe sufficiente a coprire interamente il debito pubblico complessivo di numerosi Paesi a basso reddito e a migliorare in modo sostanziale le prospettive economiche di milioni di persone.
Ben sappiamo come il denaro può essere utilizzato per sostenere modelli produttivi virtuosi, diventando uno strumento di trasformazione positiva, a sostegno di realtà che promuovono l’inclusione sociale, la tutela dell’ambiente e un’economia più equa; al contrario, lo stesso denaro, se impiegato come avviene oggigiorno nella maggioranza dei casi, può alimentare dinamiche dannose, favorire imprese che violano i diritti umani, finanziare attività che aggravano la crisi climatica in atto.
In conclusione una riforma coraggiosa della tassazione, che andrebbe fatta a livello mondiale, non è solo possibile, ma necessaria, significherebbe in poche parole una trasformare della ricchezza accumulata in un motore di equità, garantendo nuove e più giuste opportunità per tutti.
