LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?

di Fernando PETRIVELLI

Potenza emergente, potenza dominante e le periferie di crisi del XXI secolo

Quando, nel loro più recente faccia a faccia, Xi Jinping ha guardato Donald Trump e gli ha ricordato la Trappola di Tucidide, non si è trattato di un esercizio accademico. Era un messaggio strategico: Cina e Stati Uniti non sono condannati alla guerra, ma solo a condizione che Washington accetti il nuovo equilibrio.

Il concetto – formulato dallo storico di Harvard Graham Allison nel saggio: Destinati alla guerra – Fazi Editore – descrive il meccanismo ricorrente per cui, su sedici casi storici in cui una potenza emergente ha sfidato quella dominante, dodici si sono conclusi con un conflitto armato. Il precedente archetipico è Atene contro Sparta: la paura della potenza in ascesa spinge quella consolidata a reagire prima che sia troppo tardi, e la potenza emergente interpreta ogni resistenza come un tentativo di soffocamento.

Xi ha citato Tucidide per dire: noi conosciamo la trappola, evitiamola. Ma la domanda cruciale è se i fatti – al di là delle parole – non stiano già trascinando le due superpotenze verso quella soglia.

La trappola non scatta in un giorno. Si prepara attraverso l’accumulo di tensioni strutturali che, interagendo, riducono progressivamente lo spazio del compromesso.

La competizione non è più solo economica. È tecnologica (semiconduttori, IA, spazio), militare (Indo-Pacifico, Mar Cinese, Golfo Persico), normativa (standard globali, governance digitale). Ogni dominio alimenta l’altro: chi controlla i chip controlla le armi; chi controlla le rotte controlla i mercati.

Il predominio del biglietto verde non è più un dato di natura. L’uso sistematico delle sanzioni finanziarie come arma geopolitica ha spinto decine di Paesi – non solo rivali, ma anche partner – a cercare vie alternative: transazioni in yuan, accordi bilaterali in valute locali, piattaforme di pagamento parallele. La de-dollarizzazione è lenta, ma la sua direzione è chiara. E con essa si erode il “privilegio esorbitante” che consente a Washington di finanziare il proprio apparato militare globale a costi contenuti.

Gli Stati Uniti mantengono basi in oltre settanta Paesi, finanziano alleati su ogni continente e sostengono simultaneamente più teatri di crisi. Ma lo fanno con un debito pubblico che supera il 120% del PIL e un servizio del debito che assorbe quote crescenti del bilancio federale. Il margine fiscale si restringe; la polarizzazione interna rende ogni stanziamento militare una battaglia politica. La potenza dominante scopre che il costo dell’egemonia cresce più rapidamente delle risorse disponibili: è esattamente la dinamica che Tucidide osservava in Sparta.

Là dove l’egemone si ritrae – per stanchezza, distrazione o incapacità – altri si inseriscono. L’America Latina (Cuba oppure il Venezuela ante rapimento Maduro) vede una presenza cinese e russa impensabile vent’anni fa. Il Medio Oriente si riorganizza attorno a equilibri autonomi. L’Africa guarda a Pechino. Ogni alleato perduto è un segnale: la garanzia americana vale meno di ieri e le vicende belliche in corso nel Golfo Persico stanno a testimoniare la drammatica perdita di presa egemonica degli USA su quel quadrante geostrategico di primaria importanza.

Se la Trappola di Tucidide è un meccanismo strutturale, le aree di crisi ne sono i detonatori potenziali.

Taiwan è il caso più puro. Un’isola che Pechino considera propria, che Washington si è impegnata a difendere e che produce il 90% dei semiconduttori avanzati del pianeta. Qui il calcolo razionale può saltare: basta un incidente, un’elezione, un cambio di tono.

Ucraina – La guerra di Mosca contro Kiev è, nel quadro della Trappola, un effetto collaterale: la Russia agisce anche perché percepisce che il momento di massima forza relativa sta passando e che la NATO si allarga. Ma il conflitto assorbe risorse occidentali, distrae Washington e cementa l’asse Mosca – Pechino.

Palestina e Gaza – Non è un conflitto bilaterale: è un moltiplicatore di instabilità regionale che coinvolge Iran, Paesi del Golfo, rotte energetiche. Ogni escalation erode la credibilità americana come mediatore e apre spazi diplomatici a Pechino e Mosca.

Iran – Nodo tra energia, nucleare e rete di attori non statali. Teheran è ormai integrata nell’orbita sino-russa: un conflitto diretto con l’Iran equivarrebbe a un confronto indiretto con le due grandi potenze rivali.

Cuba e Venezuela – avamposti simbolici nel “cortile di casa” americano – oggi riforniti militarmente e sostenuti politicamente da Mosca e Pechino. Piccoli focolai, ma con una funzione strategica: dimostrare che l’egemone non controlla nemmeno il proprio vicinato.

La trappola è evitabile?

Tucidide non era un determinista. E nemmeno Allison. Quattro dei sedici casi storici studiati si sono risolti senza guerra. Ma in quei casi le potenze coinvolte hanno saputo costruire meccanismi di gestione della rivalità: regole condivise, canali di comunicazione permanenti, sfere di influenza riconosciute.

Oggi, invece, si osserva il contrario: 

1) le istituzioni multilaterali (ONU, WTO, FMI) sono paralizzate o delegittimate;

2) i canali di comunicazione militare diretti tra USA e Cina funzionano a intermittenza; 

3) la retorica interna – su entrambi i lati del Pacifico – premia la durezza, non la moderazione.

Xi ha citato Tucidide. Ma citare la trappola non equivale a evitarla.

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