L’autunno 2026 sancisce il definitivo e doloso fallimento del patto sociale tra lo Stato italiano e i suoi cittadini, inaugurando una stagione di impoverimento di massa che espone la scandalosa indifferenza delle istituzioni. Mentre milioni di famiglie si preparano a un rientro dalle vacanze drammatico, schiacciate da una morsa inflazionistica senza precedenti, il governo assiste immobile, dimostrando una totale assenza di volontà politica nel proteggere il tessuto sociale. I dati ufficiali della stampa economica tracciano un quadro desolante di questo abbandono istituzionale: secondo le stesse rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), la benzina self sulla rete ordinaria ha abbattuto il muro psicologico dei 2,005 euro al litro, segnando i massimi da tre anni, mentre il gasolio viaggia a una media stradale di 2,122 euro al litro. Sulle autostrade la speculazione è fuori controllo e tollerata, con la verde a 2,080 euro e il diesel che sfiora i 2,20 euro al litro. Si tratta di una vera e propria estorsione legalizzata sui movimenti di lavoratori e pendolari, aggravata dalla scelta dell’esecutivo di far scadere persino i decreti temporanei sui tagli delle accise.
Parallelamente, il diritto allo studio è stato ufficialmente declassato dal governo a bene di lusso, calpestando completamente i principi costituzionali. Secondo i monitoraggi delle associazioni dei consumatori come il Codacons, la spesa complessiva per il materiale scolastico e i libri di testo ha subito un incremento medio del 5% rispetto all’anno precedente. Tra diari, astucci, zaini e corredo di cancelleria, l’esborso complessivo per le famiglie supera abbondantemente i 1400 euro per singolo studente. Comprare libri nuovi in cartoleria senza ricorrere all’usato richiede ormai un budget isolato che va dai 300 ai 700 euro a seconda del grado di istruzione. Spendere tali cifre significa condannare i nuclei familiari al sovraindebitamento per garantire l’istruzione, mentre i ministeri competenti si trincerano dietro una colpevole inerzia, rifiutandosi di porre tetti ai prezzi o di varare sussidi universali.
La risposta del governo a questa emergenza sociale non è la protezione, ma il profitto e il cinismo contabile più spietato. Ogni litro di benzina erogato a prezzi folli e ogni diario scolastico acquistato a peso d’oro gonfiano le casse pubbliche attraverso un windfall fiscale miliardario di IVA e accise. Lo Stato si sta letteralmente arricchendo sulla disperazione economica dei propri cittadini, accumulando un tesoretto di entrate record derivanti proprio dalla stangata che sta svuotando i carrelli della spesa dei lavoratori. I dati storici dell’ISTAT confermano la gravità del contesto sociale in cui si innesta questa predazione fiscale: in Italia la povertà assoluta morde il Paese, privando della dignità ben 5,7 milioni di individui (il 9,8% della popolazione) e colpendo in modo drammatico 2,2 milioni di famiglie, con picchi vertiginosi nel Mezzogiorno (10,5%) e tra i minori (13,8%). A questo si aggiunge la piaga della povertà energetica, con il 9,1% dei nuclei familiari che non riesce a coprire i costi minimi delle utenze e del riscaldamento. Inoltre, l’inflazione degli ultimi anni ha causato una contrazione reale dei redditi medi dei lavoratori del 2,1%, costringendo, come denunciato da Federconsumatori, una famiglia su quattro a tagliare persino sulla qualità della spesa alimentare.
Il paradosso più intollerabile e moralmente ingiustificabile risiede tuttavia nella destinazione di questo extra-gettito: le risorse drenate dalle tasche dei contribuenti non tornano ai cittadini sotto forma di aiuti, ma vengono immediatamente dirottate per alimentare l’inutile macchina bellica. Mettendo a confronto le cifre, l’agenda militarista dell’esecutivo emerge in tutta la sua violenza. A fronte di una scuola pubblica definanziata, con strutture fatiscenti e famiglie abbandonate a coprire costi insostenibili, la spesa per il riarmo militare è stata fatta lievitare fino al picco storico di 33,9 miliardi di euro. È un travaso di denaro pubblico immediato e brutale: le risorse che avrebbero potuto azzerare il caro-scuola e calmierare i prezzi dell’energia vengono sacrificate deliberatamente sull’altare dell’industria delle armi e delle commesse militari.
Questo abisso tra i miliardi concessi agli armamenti e le briciole lasciate al welfare rappresenta un affronto etico senza precedenti. Mentre i rincari mettono in ginocchio il ceto medio e i dati ISTAT, registrano che l’incidenza della povertà sulle famiglie numerose con tre o più figli minori schizza al 22,3%, il governo sceglie di voltare le spalle all’Italia che lavora e fatica. Comprare missili e sistemi d’attacco invece di difendere il potere d’acquisto, la salute e il futuro delle nuove generazioni dimostra un totale, violento e imperdonabile scollamento dalla realtà. Questa sconsiderata linea politica rischia di spingere l’Italia verso una crisi sociale irreversibile, trasformando la disperazione delle famiglie in una rabbia di piazza senza ritorno.
