PARTITO DI AGGREGAZIONE E PARTITO DI MASSA NELL’ITALIA POST UNITARIA

di Nicola OCCHIONERO

L’intervista che segue, rivolta al Prof. Nicola d’Apolito sul saggio “I partiti politici in Italia e nel Mezzogiorno (1861-1946, Guida editori, 2025”, rappresenta l’occasione per tornare a parlare dei partiti politici secondo una lettura storica che consente al lettore una disamina e una comparazione con l’attuale sistema politico-partitico, ormai decadente. d’Apolito è un intellettuale di grande professionalità, infaticabile, nonostante gli anni abbondino sulle spalle, china il suo capo sui documenti da analizzare per circa otto ore al giorno, un operaio della cultura. I risultati sono evidenti, le case editrici si interessano al suo lavoro, gli studenti universitari trovano dei validi testi di studio, gli appassionati scoprono cosa significa davvero la ricerca e l’indagine storica con il guizzo del critico attento, ma mai di parte.

Il saggio è costituito da due parti distinte ma complementari, la prima relativa alla vita politica nazionale e alla formazione dei partiti dell’Italia unita, la seconda alla realtà politica delle comunità locali. Professore lei asserisce che nell’esaminare la realtà politico-partitica della Campania ha rilevato il ruolo dei prefetti, i quali riferivano al ministro dell’interno circa la rappresentanza politica regionale. Esattamente come agivano le prefetture?

Prima di rispondere a questa domanda necessita una riflessione sulla formazione dei partiti politici, sale della democrazia, necessari per l’amministrazione sia di uno stato che di una entità locale: comune, provincia e regione. Detto ciò, certifico storicamente che essi, dopo l’unità d’Italia il 17 marzo 1861, si sono avvicendati a governare il neo-stato con la rappresentanza politica di due movimenti: uno moderato o cosiddetta Destra storica, l’altro progressista o cosiddetta Sinistra storica. In questa prima fase del governo unitario italiano furono i moderati a governare fino al 1876, in seguito i progressisti fino all’ascesa al potere del fascismo 1922. Ma l’iter e la formazione di questi movimenti politici non crearono un partito moderno o di massa, con la partecipazione degli iscritti, con una direzione, con un segretario etc., ma un’aggregazione di notabili e borghesi che finalizzavano i loro interessi politici, al fine dell’elezione a deputato. Ma per vedere la rappresentanza politica italiana costituirsi in partito moderno o di “massa” bisogna attendere il 1892, quando si costituì il Partito Socialista. È, altresì, da sottolineare che la letteratura storiografica nazionale si è ampiamente interessata della formazione dei partiti nazionali, trascurando la realtà politica locale che ha contribuito, nonostante la rigida vigilanza dell’organo periferico, il prefetto, a formare i partiti locali che hanno contribuito alla strutturazione di quelli nazionali. Vengo alla sua domanda e le rispondo che la figura del prefetto, più di ogni altro funzionario, simboleggiava l’unità dello Stato, soprattutto nella prima fase dell’unità d’Italia. Lo Stato nazionale nasceva dalla rivoluzione moderato-liberale: la genesi, la formazione, l’ordinamento politico-amministrativo e soprattutto il modello costituzionale si rifacevano a quello francese, accentramento forte, ma con lo Statuto Albertino i “padri costituenti” per il neo-stato italiano delinearono un compromesso politico-amministrativo per un “centro debole”, di cui il prefetto rappresentava la “cellula governativa periferica”. Ai prefetti era data dal ministro dell’interno ampia libertà a controllare un’eventuale associazione di persone che aspiravano a formare un movimento o un partito politico locale avverso alle direttive ministeriali. Ciò si evince dal carteggio segreto, le cosiddette riservate tra il ministro e il prefetto, in cui esplicitamente “la cellula periferica” comunicava al ministro qualsiasi manifestazione di natura politica non corrispondente al credo politico governativo. Così il prefetto assumeva, non solo la funzione direttiva della provincia ma anche quella politica, sciogliendo, in maniera autoritaria, ogni tentativo di dissenso e di formazione di un partito. Ciò è stato dedotto dai documenti archivistici da me accuratamente consultati.

Qual è la distinzione tra partito di aggregazione e il moderno partito di massa? In particolare, quanto è stato funzionale all’organizzazione politica il rapporto tra partiti, società e corpi intermedi, come associazioni, leghe, ecc.?

È improprio definire un partito “l’aggregazione di persone” che, in occasione delle elezioni, si uniscono esclusivamente per eleggere il loro rappresentante al Parlamento in un collegio elettorale uninominale, in cui il deputato non sempre difendeva i diritti dell’elettore, anzi spesso li eludeva, grazie alla mancanza di una disciplina partitica. D’altra parte la rappresentanza politica dello Stato liberale era la mera espressione di una legge elettorale elitaria: il corpo elettorale era rappresentato dal 2% della popolazione maschile (il ceto femminile non votava), per cui la rappresentanza politica era l’espressione di pochi elettori appartenenti al ceto nobiliare o borghese. Invece il Partito di “massa” o moderno è sancito dal congresso del Partito socialista, tenutosi a Genova nel 1892, favorito dalla legge elettorale che estendeva il diritto di voto al 9,50%. Così da “aggregazioni personali”, i partiti si trasformarono gradualmente nei cosiddetti partiti di “massa” proprio allora l’elettore sarà chiamato a dare mandato alla borghesia per la formazione dei partiti moderni con regole, tesseramento, programmi, statuti, congressi, direzione elettiva e ideologie rispecchianti le esigenze degli aderenti al partito. E questa struttura mancava a quello di “aggregazione”. Per quanto concerne la seconda parte della domanda le rispondo che un partito non nasce “ipso facto”, ma ha nel suo percorso per strutturarsi un rapporto con la società e i corpi intermedi che vivificano il partito moderno: le Società di mutuo soccorso, le Leghe, le Cooperative, le Società operaie e i Sindacati hanno rivestito un’importanza fondamentale per il vero partito.

La nascita, o meglio, il passaggio al partito di massa, può considerarsi una forma ibrida tra il modello notabilare dell’Italia liberale e l’organizzazione moderna?

Nonostante la frammentarietà politico-partitica nobiliare del liberalismo post-unitario, si può affermare che anche alcuni nobili e intellettuali hanno contribuito alla formazione del partito moderno. A sostegno di questa mia affermazione riporto una riflessione di Ruggero Bonghi, il quale dice “non c’è dubbio che la formazione dei grandi partiti fosse la condizione e la premessa per la instaurazione del regime costituzionale parlamentare, però non è in tutti chiaro quello che nei parlamenti o negli Stati liberi un partito politico sia”. Quindi, in un certo modo, si può affermare che il partito di massa in Italia “può considerarsi una forma ibrida tra il modello notabilare e l’organizzazione moderna”.

Il Prof. Violi nella sua recensione afferma che “la base bibliografica del suo lavoro non poteva non riflettere un’incompiutezza del panorama delle ricerche di storia regionale dei partiti e le loro diversità” Lei concorda con questa osservazione?

Assolutamente sì, perché la tesi storiografica nuova che io sostengo è che mai la letteratura nazionale si è occupata di analizzare la formazione dei partiti, a livello regionale. Essa ha rivolto l’attenzione a quelli nazionali, di cui ci sono moltissimi lavori e contributi. Certamente, ho sempre argomentato questa tesi interpretativa, tenendo presente assiduamente la ricerca archivistica. E per raggiungere tale obiettivo (il percorso analitico delle varie realtà politiche locali), era necessaria la consultazione delle fonti archivistiche, degli atti del Parlamento e soprattutto della documentazione riservata fra i diversi apparati dello Stato: il ministro dell’Interno e i prefetti.

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