Da cittadino, prima ancora che da avvocato e da giornalista, sento il dovere di spiegare perché voterò No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Colpisce innanzitutto il metodo con cui la riforma è stata costruita: il governo ha predisposto il testo senza un reale confronto né con l’Associazione Nazionale Magistrati né con il mondo accademico. A questo si aggiunge l’assenza di una discussione parlamentare ampia e trasparente, segno di un Parlamento sempre meno centrale nelle decisioni che incidono sulle fondamenta della nostra democrazia.
Il cuore della riforma è l’istituzione di due Consigli Superiori distinti. Ed è proprio la creazione di un CSM autonomo per i PM l’aspetto più allarmante: il pubblico ministero diventerebbe più isolato, vulnerabile e facilmente condizionabile, perché perderebbe il senso di appartenenza a un unico ordine giudiziario. Come avverte anche il procuratore Nicola Gratteri, un CSM ristretto ai soli PM sarebbe inevitabilmente più esposto all’influenza dell’esecutivo, aprendo la strada a un potere politico in grado di orientare priorità investigative, indagini e iniziative penali. Non sarebbe una separazione delle carriere, ma un loro controllo.
Togliere il PM dall’alveo della giurisdizione significa anche snaturarne la funzione: il rischio è trasformarlo in un accusatore “di parte”, mentre il suo ruolo deve rimanere quello di cercare la verità anche a favore dell’indagato e non quello di “vincere il processo”, obiettivo che appartiene esclusivamente all’avvocato.
Gherardo Colombo, già magistrato del pool di Mani Pulite, ha definito la riforma “strumentale, accentratrice e pericolosa: limita l’indipendenza dei magistrati e lascia i cittadini con meno tutele”. Non meno netto è il noto giurista e costituzionalista Enrico Grosso “Il punto vero è che si tocca è il Csm sotto tre profili fondamentali: viene duplicato e depotenziato, sorteggiato nella componente togata e gli viene sottratta la funzione disciplinare. Questo serve a realizzare il disegno complessivo di indebolire il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello stato e in particolare da quello politico”.
Le loro parole mettono a fuoco ciò che davvero è in discussione: la capacità dello Stato di perseguire i reati senza condizionamenti politici.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore paradosso: la riforma non affronta neppure uno dei problemi concreti della giustizia italiana. Non riduce i tempi biblici dei processi, che possono arrivare a durare anche otto anni. Non aumenta il personale amministrativo, insufficiente in molti tribunali. Non semplifica procedure, non modernizza strutture, non investe nella digitalizzazione. Si interviene sull’architettura costituzionale senza toccare la macchina reale che ogni giorno appare inceppata. È come ridipingere la facciata di un edificio mentre all’interno i muri stanno cedendo.
Per tutte queste ragioni, il 29 marzo 2026 voterò No e mi attiverò affinché altri condividano questa scelta.
Non per difendere lo status quo, ma per difendere l’essenziale: l’indipendenza della magistratura, la tutela dei cittadini, l’equilibrio dei poteri.
La giustizia appartiene ai cittadini. Ed è ai cittadini che spetta difenderla.
