Il Primo Maggio torna ogni anno con il suo carico di memoria e di conflitto: da un lato si celebrano le lotte storiche dei lavoratori, dall’altro si misura lo stato di salute del lavoro nella società contemporanea. Non è solo una ricorrenza, ma un vero e proprio termometro sociale.
La crisi democratica che attraversa questa fase storica si riflette inevitabilmente anche nel mondo del lavoro. La precarietà giovanile è ormai una condizione strutturale: quasi il 50% degli under 35 è impiegato con contratti atipici e salari bassi, mentre le tutele contro i licenziamenti risultano sempre più deboli, spesso solo formali.
In questo contesto si è inserito il recente referendum promosso da Maurizio Landini, che mirava a rafforzare diritti e sicurezza nel lavoro. Il mancato raggiungimento del quorum ne ha impedito gli effetti giuridici, ma il significato politico resta rilevante: ha riportato al centro una frattura irrisolta tra la flessibilità introdotta dal Jobs Act e il sistema di tutele tradizionali, simbolicamente incarnato dall’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Eppure, l’allarme sul lavoro resta altissimo. Bastano alcune notizie recenti per comprenderlo. A Cassino, i 2.100 dipendenti dello stabilimento Stellantis vivono da mesi in una condizione di sospensione, tra produzione ridotta e ipotesi di cessione. A Melfi, lo stesso gruppo ha annunciato centinaia di esuberi incentivati. La gestione delle crisi industriali passa sempre più spesso attraverso la riduzione della forza lavoro, più che attraverso strategie di rilancio produttivo.
Nel frattempo, la situazione dell’Ilva resta segnata da un uso prolungato della cassa integrazione, senza certezze sul futuro. In Molise, i lavoratori del trasporto pubblico locale fanno i conti con stipendi che tardano ad arrivare perché attendono i trasferimenti pubblici alle aziende per ricevere ciò che è loro dovuto.
Ancora più drammatico è il tema della sicurezza. Nel settore edilizio si registrano ogni anno circa 200 morti e decine di migliaia di infortuni e gli strumenti come la “patente a punti” per le imprese restano poco applicati.
Poi ci sono le vicende individuali che rendono concreto ciò che altrimenti resterebbe astratto. Come quella di Paolo Michielotto a Mestre, licenziato dopo oltre vent’anni di lavoro per un danno di circa 200 euro. Un licenziamento che ha causato il suo suicidio. Qui il punto non è solo giuridico, ma riguarda il rapporto tra legge e dignità, tra impresa e persona.
Il lavoro è stato a lungo descritto come un fenomeno contrapposto alla libertà. Ma è ancora così? In realtà, il lavoro è un concetto che muta nel tempo e nello spazio. Associarlo alla “schiavitù” può essere corretto in alcuni contesti; in altri, lo sfruttamento assume forme più sottili, difficili da riconoscere, talvolta giustificate in nome dell’efficienza economica.
Negli anni Settanta, l’esperienza dell’Autonomia Operaia portò questa riflessione all’estremo, teorizzando il “rifiuto del lavoro” come strumento di liberazione. Nei fatti si rivelò fallimentare: la negazione del lavoro non produsse emancipazione, bensì isolamento e conflitto.
L’idea di un mondo senza lavoro appartiene più all’immaginario del “paese di Bengodi” che alla realtà. Pensare che il lavoro possa scomparire senza conseguenze implica una visione coloniale: presuppone che esista sempre qualcun altro disposto a lavorare al posto nostro. Questa contraddizione è oggi evidente nei fenomeni migratori e nelle forme di sfruttamento che colpiscono la manodopera più vulnerabile. Ecco perché sognare la “fine del lavoro”, magari in nome del trionfo della robotica e dell’AI, è un’idea suggestiva del capitalismo rapace. Come vivranno le persone senza lavorare?
Nel presente, lo sfruttamento non è scomparso: si è trasformato. Si manifesta nella precarietà diffusa, nella frammentazione dei rapporti, nelle catene di appalti e subappalti che diluiscono le responsabilità. Il lavoro più gravoso tende a scomparire nei contesti avanzati, ma sopravvive nelle periferie, affidato a lavoratori privi di tutele.
La vera sfida, allora, non è abolire il lavoro, ma trasformarlo senza smarrire ciò che lo rende umano: dignità, sicurezza, giustizia. È questo, in fondo, il senso più attuale del Primo Maggio: non ricordare il passato, ma decidere che lavoro vogliamo per il futuro. La stella polare, pur in un mondo dominato dall’economia e dalla tecnologia digitale, deve rimanere la Costituzione, che parla di pari dignità e pieno sviluppo della persona umana.
