Il sistema fiscale italiano non è solo iniquo: è strutturalmente progettato per tutelare le grandi fortune a spese di chi lavora e per condannare chi si trova in fondo alla piramide sociale. Mentre la Costituzione sancisce all’articolo 53 il dovere di una tassazione progressiva, la realtà sul campo fotografa un meccanismo capovolto e profondamente regressivo [si veda: “Tasse, disuguaglianze e il fisco italiano”, uno studio delle università Sant’Anna di Pisa e Bicocca di Milano, mostra la regressività del sistema per le fasce di reddito più alte].
Più un patrimonio è colossale, più le scappatoie legali e i privilegi normativi si moltiplicano, permettendo ai super-ricchi di subire una pressione fiscale reale nettamente inferiore rispetto a un qualunque impiegato, operaio o pensionato della classe media.
I dati macroeconomici sulla concentrazione della ricchezza certificano l’ampiezza di questa frattura sociale. Secondo i rapporti storici consolidati di Oxfam, il 5% più facoltoso delle famiglie italiane stringe tra le mani quasi la metà dell’intero patrimonio nazionale (49,4%) [si veda: Rapporto Oxfam sulla disuguaglianza]. Questo ristretto club oligarchico detiene circa il 17% di ricchezza in più rispetto al 90% della popolazione italiana complessiva.
Negli ultimi quattordici anni, le dinamiche di accumulazione hanno seguito una parabola spietata: ben il 91% della nuova ricchezza netta generata nel Paese è confluita nelle tasche di questo 5% dorato, lasciando un misero 2,7% da spartire tra la metà più povera della popolazione.
Mentre l’apice della piramide accumula risorse immense, la base sprofonda in una crisi umanitaria silenziosa. I dati ufficiali sulla povertà in Italia descrivono una realtà drammatica: la povertà assoluta colpisce ormai stabilmente oltre 5,7 milioni di persone (pari a circa l’8,5% della popolazione). All’interno di questa platea di esclusi, un’emergenza nell’emergenza è rappresentata dalla povertà energetica. Secondo le ultime rilevazioni dell’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE), il fenomeno ha raggiunto il suo massimo storico coinvolgendo 2,4 milioni di famiglie italiane (pari al 9,1% del totale nazionale). Si tratta di oltre 5,3 milioni di cittadini che non possono permettersi i servizi energetici essenziali, costretti a scegliere tra mettere in tavola un pasto o pagare le bollette di luce e gas, una situazione ulteriormente esacerbata dalle speculazioni e dai rincari tariffari.
Il divario italiano non si esprime solo nelle tasche dei singoli, ma assume i contorni di una vera e propria povertà geografica, alimentando una frattura insanabile tra il Nord e il Sud del Paese. I rapporti sullo stato del welfare evidenziano come oltre il 23% della popolazione sia a rischio povertà o esclusione, ma questa percentuale esplode oltre il 40% nelle regioni del Mezzogiorno, a fronte di valori inferiori al 15% in quasi tutto il Settentrione. Il divario è scandaloso nell’accesso ai servizi assistenziali e territoriali: i dati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) certificano che per l’assistenza sociale agli anziani i Comuni del Nord-Est spendono in media 174 euro pro capite, mentre al Sud la cifra crolla a miseri 40 euro. Questa carenza si riflette specularmente sulle infrastrutture sanitarie, dove la disponibilità di posti letto ospedalieri nel Mezzogiorno è drammaticamente inferiore alla media nazionale, traducendosi in liste d’attesa infinite che negano, di fatto, il diritto alla salute ai cittadini meridionali meno abbienti.
Il collasso dello Stato sociale e la privazione dei diritti più elementari, come quello all’abitare, trovano la loro causa diretta nell’emorragia dell’infedeltà fiscale dei più abbienti. Il tax gap complessivo stimato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sottrae ogni anno alle casse pubbliche tra i 100 e i 110 miliardi di euro. Esiste un legame indissolubile tra questo oceano di denaro evaso e il totale abbandono dell’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). In Italia ci sono oltre 650.000 famiglie in lista d’attesa per una casa popolare, mentre decine di migliaia di alloggi Erp rimangono vuoti o fatiscenti perché i Comuni e gli istituti autonomi non dispongono dei fondi cospicui necessari alla manutenzione straordinaria e alla ristrutturazione. I miliardari e i grandi speculatori sottraggono risorse attraverso sofisticati schemi di elusione e, mentre i bonus edilizi miliardari dello Stato venivano drenati per quasi la metà a beneficio del 5% dei contribuenti più ricchi, alle case popolari è stato destinato appena lo 0,8% dei fondi di efficientamento.
Il vero scandalo risiede nelle regole del gioco tributario, che favoriscono spudoratamente la rendita a discapito del salario e del welfare. Gli studi empirici pubblicati dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’Università di Milano-Bicocca svelano un verdetto impietoso: lo 0,1% più ricco dei contribuenti italiani – l’apice dei grandi patrimoni – è soggetto a un’aliquota effettiva reale di appena il 32,6%.
Per contro, un normale lavoratore dipendente della classe media vede svanire in tasse una quota reale che sfiora il 45% [il rapporto: Tasse, disuguaglianze e il fisco italiano: uno studio di Sant’Anna e Bicocca mostra la regressività del sistema per le fasce di reddito più alte]. Questa asimmetria è alimentata dalla dualità del fisco nostrano, che scherma i redditi finanziari e i dividendi societari dietro cedolari fisse al 26%, mentre applica l’IVA sui beni di prima necessità, una tassa che colpisce in modo spietato i poveri, i quali spendono il 100% del proprio magro reddito per la pura sussistenza.
Di fronte a questo scenario di apartheid tributario, economisti globali come Thomas Piketty e Gabriel Zucman invocano un intervento drastico. Piketty evidenzia come l’accumulazione dinastica e l’iper-concentrazione dei patrimoni rappresentino una minaccia letale per la democrazia, proponendo una patrimoniale progressiva che smantelli le rendite improduttive per finanziare riforme redistributive strutturali [si veda: Sembra facile tassare la ricchezza* – Lavoce.info, Piketty e la tassa sulla ricchezza – Il Menabò di Etica ed Economia]. Gabriel Zucman, direttore del Global Inequality Lab, ha formalizzato sul tavolo del G20 la proposta di un’imposta minima globale del 2% sui miliardari e su chi possiede oltre 100 milioni di dollari [si veda articolo: Ecco come i ricchi pagheranno le tasse – la Repubblica, La tassa Zucman per chi ha più di 100 milioni di euro è disca in Francia]. Nei modelli di Zucman, questa tassa agisce come un backstop fiscale inderogabile per impedire ai paperoni di azzerare le tasse nascondendosi dietro holding di famiglia e schermi societari offshore.
Applicare questo severo paradigma all’Italia significa introdurre un’imposta di solidarietà mirata esclusivamente sullo 0,1% della popolazione (circa 50.000 super-ricchi con patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro).
Con l’adozione di un’ampia franchigia a tutela assoluta della prima casa e dei risparmi del ceto medio, questa misura estrarrebbe dalle grandi fortune improduttive tra i 13,2 e i 15,7 miliardi di euro all’anno. Questo gettito immenso non servirebbe solo ad abbattere il cuneo fiscale sui salari, ma offrirebbe le coperture per un piano straordinario di edilizia pubblica, per l’azzeramento della povertà energetica e per il finanziamento dei Livelli Essenziali di Assistenza al Sud.
L’alibi dell’impossibilità tecnica di snidare i capitali è oggi definitivamente crollato grazie al Common Reporting Standard (CRS) dell’OCSE e ai registri dei Titolari Effettivi (UBO). La resistenza a questa misura non è tecnica, ma puramente politica. Non a caso, i sondaggi dell’Istituto Demopolis rivelano che l’85% degli italiani considera insostenibile il fisco attuale e il 70% approva fermamente un prelievo straordinario e progressivo sulle grandi fortune.
Tassare severamente chi ha accumulato fortune sproporzionate è l’unico modo rimasto per sottrarre milioni di italiani alla miseria e garantire la tenuta del patto democratico del Paese.
