Il Report annuale degli economisti del World Inequality Lab, tra cui in prima fila Thomas Piketty, propone una profonda e più che radicale trasformazione dell’intero ordine economico mondiale per evitare l’inevitabile catastrofe sociale, economica, civile, umanitaria e ambientale, con la necessità non più rinviabile della riduzione delle enormi disuguaglianze.
Questi economisti illuminati vorrebbero un “mondo senza miliardari”, con tasse, pagate a livello mondiale, giuste che arriverebbero fino al 20%, ma solo per i super-ricchi. Inoltre con questa possibile riforma, proposta, del sistema economico mondiale si avrebbero settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil, ogni anno, consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione per tutti e sanità gratuita.
Secondo questi economisti non si tratta di cose irrealizzabili ma di un piano ponderato di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal possibile collasso climatico e garantire benessere diffuso e condiviso tra tutti i popoli del mondo.
Con il Global Justice Report, diffuso il 4 giugno con l’inizio della World Inequality Conference 2026, si prevede una necessità irrinunciabile per il bene dell’umanità ridurre le disuguaglianze come “condizione necessaria” per evitare il collasso.
Questa tesi, supportata da decenni di studi sul continuo allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti sono incompatibili con la stabilità climatica, oltre ad essere profondamente ingiusti. Quindi senza una drastica redistribuzione della ricchezza non sarà possibile evitare una catastrofe umanitaria e ambientale.
Si pensi che “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione. È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. In buona sostanza si ritiene che per garantirci la sopravvivenza sul nostro pianeta, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare solo su energie rinnovabili e auto elettriche. Serve assolutamente potere ridurre il peso economico, politico e sociale dei supericchi che detengono gran parte della ricchezza globale, produrre e consumare meno le cose inutili, redistribuire il lavoro e, soprattutto, riequilibrare i redditi, oltre che tra ultraricchi e poveri, anche tra il Nord e il Sud del mondo.
Fondamentale è la proposta di creare un Fondo globale per la giustizia, si tratterebbe di una nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, per farla funzionare bisogna destinare a questa istituzione l’equivalente del 10,3% del Pil globale. Certo una cifra enorme di circa venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe soprattutto la nuova tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote alte solo sui redditi elevatissimi. Una tassazione che oggi potrebbe apparire irrealizzabile ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti, dal presidente Franklin Delano Roosevelt durante la grande crisi economica e le politiche del new Deal
nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo come propongono alcuni grandi economisti, tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe degli ultra miliardari. In buona sostanza si cercherebbe di democratizzare il mondo tassando “la plutocrazia globale” che controlla e dirige le nostre ormai deboli democrazie, per spostare risorse dal vertice della piramide economica verso necessari e utili investimenti pubblici globali che prevedano la salvaguardia del clima, l’implemento sanità e dell’istruzione gratuite per tutti.
In questo contesto i Paesi poveri riceverebbero aiuti più sostanziosi per aiutarli ad avere, finalmente, uno sviluppo adeguato. Inoltre se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Gli autori del rapporto giustificano questi trasferimenti per compensare i danni cumulativi causati dal plurisecolare colonialismo.
Questi investimenti realizzati riuscirebbero a portare “alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America”. Si tratta di un reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita economica, sociale e civile del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza, che verrebbe sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe in prospettiva al 30%; fino ad arrivare, entro il 2100 con quasi il 90% dell’umanità che avrebbe raddoppiato il proprio reddito. Con i costi che sarebbero sopportati solo dai più ricchi di tutti i Paesi, che continueranno ad essere ricchi. Ma al contempo il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbero di questa crescita di reddito. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo molto relativo. Nelle stesse regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, per pochi, ma la maggioranza della popolazione vedrebbe di gran lunga e migliorare le proprie condizioni.
Questo piano è ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Si tratta evidentemente di un cambiamento totale del sistema economico e monetario internazionale, Gli Stati occidentali, un miliardo circa di abitanti contro 7 miliardi del resto del mondo, hanno nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro attuale quota di popolazione. La proposta è di cambiare democratizzando il sistema, passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods, 1944, per ridurre gli enormi squilibri commerciali e gli ingiustificati privilegi finanziari delle ricche economie occidentali.
Secondo Piketty non si tratta di cose irrealizzabili, ma “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista”. Ma ben sappiamo che tradurre in pratica il piano, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”, come spesso capita anche in Italia quando si parla di tasse ai supericchi, anche quella parte delle classi povere e medie del Nord del mondo non sono disponibili all’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione per tutti gli esseri umani.
Ma la storia dell’umanità ci dimostra che le trasformazioni sono possibili come il suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione della sanità e dell’istruzione, anche se oggi sono a rischio.
Ma “Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Quindi si tratta di una proposta realizzabile ma sono necessari consenso diffuso nelle società civili del mondo intero.
