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Pino D'ERMINIO

Pino D'ERMINIO

Giuseppe (Pino) D’Erminio è nato a Termoli il 26 aprile 1950; dal 1981 al 2004 ha vissuto tra Bologna, Pavia e Pescara; nel 2005 è tornato ad abitare a Termoli. È laureato in Economia e commercio. Ha lavorato nel marketing assicurativo: dal 1974 al 1995 presso direzioni di compagnie, successivamente e fino al 2016 come formatore e consulente libero professionista. Conclusa la carriera lavorativa, collabora con gruppi civici locali. Gestisce il blog “antennatermoli.blogspot.com”, dove scrive di questioni locali; su argomenti più generali pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

Politica

EVERSIONE DELL’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

di Pino D'ERMINIO 3 Febbraio 2026
Scritto da Pino D'ERMINIO

Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati al referendum confermativo della legge costituzionale di separazione delle carriere della magistratura penale giudicante da quella requirente. La gran parte del dibattito si è sviluppata appunto su tale separazione, che i fautori del “no” stigmatizzano come passo preliminare ad un successivo intervento legislativo, che assoggetti le Procure della Repubblica ed i pubblici ministeri al Ministero della giustizia, dunque all’esecutivo. Se ci fermiamo a questo aspetto, pur evidente ed importante, tale riforma costituzionale parrebbe non apportare nell’immediato modifiche sostanziali all’attuale ordinamento della giustizia penale e potrebbe considerarsi innocua, dato che la separazione delle funzioni requirente e giudicante esiste già ed è possibile passare dall’una all’altra solo una volta nella carriera, cosa che interessa ogni anno appena l’uno per cento dei magistrati. Purtroppo non è affatto così, la riforma – se prevarranno i “si” – sarà già eversiva dell’autonomia del potere giudiziario, che in una democrazia liberale dovrebbe dipende solo dalle leggi e non dagli altri due poteri: legislativo ed esecutivo.

La riforma prevede lo sdoppiamento del CSM (Consiglio superiore della magistratura) e modifiche sostanziali al meccanismo di formazione dell’organo di autogoverno. Attualmente fanno parte di diritto del CSM il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della Cassazione ed il Procuratore Generale della Cassazione; ad essi si aggiungono 16 componenti “togati”, eletti dai magistrati ordinari, penali e civili, ed 8 “laici”, eletti dal Parlamento in seduta comune, tra professori universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio della professione. Il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica, che in realtà interviene in casi eccezionali; la presidenza di fatto è gestita dal Vice Presidente, eletto dai componenti del CSM obbligatoriamente tra i “laici”.

Con il nuovo assetto, i due distinti CSM (dei magistrati giudicanti, penali e civili, e di quelli requirenti, penali) vedono entrambi ancora la presenza di diritto del Presidente della Repubblica, del Primo Presidente della Cassazione e del Procuratore Generale della Cassazione. Le cose cambiano radicalmente riguardo alla designazione degli altri componenti. I 16 “togati” non sono più eletti, ma estratti a sorte tra i magistrati, rispettivamente giudicanti e requirenti. Gli 8 “laici” vengono estratti a sorte, ma in «un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio» scelto dal Parlamento in seduta congiunta; pertanto, i “laici” papabili sono selezionati da accordi politici, mentre i “togati” sono scelti a caso. 

Il Governo sostiene che nominare a caso i “togati” servirebbe a “spoliticizzare” la magistratura, dove lo “stigma” politico risulterebbe dal fatto che all’elezione del Comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), che è l’associazione sindacale delle toghe, concorrono varie liste. Alle ultime elezioni dell’ANM, tenute il 28 gennaio 2025, hanno votato 6.855 magistrati su un totale di 8.404 (partecipazione 81,6%), e sono state presentate cinque liste, che hanno ottenuto le seguenti percentuali sui voti espressi: Magistratura indipendente 30,1%; Area democratica per la giustizia 26,3%; Unità per la Costituzione 22,8%; Magistratura democratica 15,8%; Articolo Centouno 4,4%. Come si vede gli orientamenti sindacali della magistratura presentano un panorama variegato, non sovrapponibile meccanicamente ai partiti politici presenti in Parlamento e forse è proprio questo che dispiace al Governo Meloni. Con l’estrazione a sorte dei componenti “togati” dei due CSM gli orientamenti dei giudici non spariscono, ma la rappresentanza e la rappresentatività delle varie posizioni è affidata al caso. Anche il 18,4% che non si è recato a votare ha una probabilità media di fornire 3 dei 16 “togati” del CSM, ma potrebbe essere sovrarappresentato o sottorappresentato. L’estrazione casuale di appena 16 persone sui quasi 2.000 pubblici ministeri ed, ancora peggio, sui circa 6.500 magistrati giudicanti, non genera un campione rappresentativo dei componenti delle due categorie di giudici; infine, i 16 “togati” sorteggiati rappresentano solo se stessi, non avendo ricevuto alcun mandato dalla categoria dalla quale sono stati estratti. Ne consegue una grave perdita di autorevolezza, responsabilità, rappresentatività e motivazione della componente “togata”, rispetto a quella “laica”, che invece è selezionata dal Parlamento.

Una modifica ancora più pesante riguarda la giurisdizione disciplinare sui magistrati, che ora è esercitata dalla Sezione disciplinare del CSM, composta da 6 membri: il Vice Presidente CSM (che è un “laico”), 4 “togati”, 1 “laico”. L’azione disciplinare può essere promossa dal Ministro della Giustizia o dal Procuratore Generale della Cassazione. Le decisioni della Sezione disciplinare possono essere impugnate di fronte alle Sezioni Unite della Cassazione.

La nuova legge prevede invece la costituzione di una Alta Corte disciplinare, unica per giudicanti e requirenti, «composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, […] compila mediante elezione, nonché da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità». Riepilogando, sei componenti sono di nomina politica e nove estratti a caso tra i magistrati. Si aggiunga che il Presidente dell’Alta Corte disciplinare è eletto tra i componenti di nomina politica. Non dovrebbe essere difficile trovare un paio di “togati” allineati con i “laici”. Le decisioni dell’Alta Corte possono essere appellate, ma di nuovo presso l’Alta Corte, benché con un diverso collegio giudicante.

La democrazia liberale non è piena democrazia, perché manca delle componenti sociali della democrazia: diritto al sapere, alla salute, alla casa, al lavoro sicuro ed adeguatamente retribuito, all’arte. In Italia da quasi mezzo secolo scontiamo un arretramento sempre più incalzante della democrazia, sia sociale che liberale. È ora di dire NO e di cominciare ad invertire le tendenze accentratrici ed autoritarie.

3 Febbraio 2026 0 Commenti
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Politica

L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA È SOTTO ATTACCO

di Pino D'ERMINIO 3 Febbraio 2026
Scritto da Pino D'ERMINIO

Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati al referendum confermativo della legge costituzionale di separazione della magistratura giudicante da quella requirente. La gran parte del dibattito si è sviluppata appunto su tale separazione, che i fautori del “no” stigmatizzano come passo preliminare ad un successivo intervento legislativo che assoggetti le Procure della Repubblica ed i pubblici ministeri al Ministero della giustizia, dunque all’esecutivo. Se ci fermiamo a questo aspetto, pur evidente ed importante, tale riforma costituzionale parrebbe non apportare nell’immediato modifiche sostanziali all’attuale ordinamento della giustizia e potrebbe considerarsi innocua, dato che la separazione delle funzioni requirente e giudicante esiste già ed è possibile passare dall’una all’altra solo una volta nella carriera, cosa che interessa ogni anno appena l’uno per cento dei magistrati. Purtroppo non è affatto così, la riforma – se prevarranno i “si” – assesterà immediatamente un grave colpo all’autonomia del potere giudiziario, che in una democrazia liberale dovrebbe dipende solo dalle leggi e non dagli altri due poteri: legislativo ed esecutivo.

La riforma prevede lo sdoppiamento del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e modifiche sostanziali al meccanismo di formazione dell’organo di autogoverno. Attualmente fanno parte di diritto del CSM il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della Cassazione ed il Procuratore Generale della Cassazione; ad essi si aggiungono 16 componenti “togati”, eletti dai magistrati ordinari, ed 8 “laici”, eletti dal Parlamento in seduta comune, tra professori universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio della professione. Il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica, che in realtà interviene in casi eccezionali; la presidenza di fatto è gestita dal Vice Presidente, eletto dai componenti del CSM tra i “laici”.

Con il nuovo assetto, i due distinti CSM (dei magistrati giudicanti e di quelli requirenti) vedono entrambi ancora la presenza di diritto del Presidente della Repubblica, del Primo Presidente della Cassazione e del Procuratore Generale della Cassazione. Le cose cambiano radicalmente riguardo alla designazione degli altri componenti. I 16 “togati” non sono più eletti, ma estratti a sorte tra i magistrati, rispettivamente giudicanti e requirenti. Gli 8 “laici” vengono estratti a sorte, ma in «un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio» scelto dal Parlamento in seduta congiunta; pertanto, i “laici” papabili sono selezionati da accordi politici, mentre i “togati” sono scelti a caso. 

Il Governo sostiene che nominare a caso i “togati” servirebbe a “spoliticizzare” la magistratura, dove lo “stigma” politico risulterebbe dal fatto che all’elezione del Comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), che è l’associazione sindacale delle toghe, concorrono varie liste. Alle ultime elezioni dell’ANM, tenute il 28 gennaio 2025, hanno votato 6.855 magistrati su un totale di 8.404 (partecipazione 81,6%), e sono state presentate cinque liste, che hanno ottenuto le seguenti percentuali sui votanti: Magistratura indipendente 30,1%; Area democratica per la giustizia 26,3%; Unità per la Costituzione 22,8%; Magistratura democratica 15,8%; Articolo Centouno 4,4%. Come si vede gli orientamenti della magistratura presentano un panorama variegato, non sovrapponibile meccanicamente ai partiti politici presenti in Parlamento e forse è proprio questo che dispiace al Governo Meloni. Con l’estrazione a sorte dei componenti “togati” dei due CSM gli orientamenti dei giudici non spariscono e la probabilità di estrarre magistrati di ciascuna componente sindacale è proporzionale al suo seguito, incluso il 18,4% che non si è recato a votare ed al quale la probabilità riserva intorno a 3 estratti dei 16 componenti “togati”. Ne consegue un indebolimento qualitativo e motivazionale della componente “togata”, rispetto a quella “laica”, selezionata dal Parlamento.

Una modifica ancora più pesante riguarda la giurisdizione disciplinare sui magistrati, che ora è esercitata dalla Sezione disciplinare del CSM, composta da 6 membri: il Vice Presidente CSM, 4 “togati”, 1 “laico”. L’azione disciplinare può essere promossa dal Ministro della Giustizia o dal Procuratore Generale della Cassazione. Le decisioni della Sezione disciplinare possono essere impugnate di fronte alle Sezioni Unite della Cassazione.

La nuova legge prevede invece la costituzione di una Alta Corte disciplinare, unica per giudicanti e requirenti, «composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, […] compila mediante elezione, nonché da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità». Riepilogando, sei componenti sono di nomina politica e nove estratti a sorte tra i magistrati. Si aggiunga che il Presidente dell’Alta Corte disciplinare è eletto tra i componenti di nomina politica. Non dovrebbe essere difficile trovare un paio di “togati” allineati con i “laici”. Le decisioni dell’Alta Corte possono essere appellate, ma di nuovo presso l’Alta Corte, benché con un diverso collegio giudicante.

La democrazia liberale non è piena democrazia, perché manca delle componenti sociali della democrazia: diritto al sapere, alla salute, alla casa, al lavoro sicuro ed adeguatamente retribuito, all’arte. In Italia da quasi mezzo secolo scontiamo un arretramento della democrazia, sia sociale che liberale, che si è mosso prima lentamente e via via sempre più velocemente. È ora di dire NO e di cominciare ad invertire le tendenze accentratrici ed autoritarie.

3 Febbraio 2026 0 Commenti
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Politica

L’UTOPIA DEMOCRATICA

di Pino D'ERMINIO 14 Gennaio 2026
Scritto da Pino D'ERMINIO

Nel linguaggio politico corrente “democrazia” è parola abusata, brandita ad ogni piè sospinto da tutti, ma compresa ed utilizzata nel suo vero significato da pochi. 

Un’idea semplicistica di democrazia è che essa si riduca al diritto di voto. Nel XIX e nel XX secolo si è sviluppato un movimento mondiale di lotta per il riconoscimento a tutti i cittadini del diritto di votare e di essere votati alle elezioni locali, nazionali ed eventualmente federali. Si è trattato di un movimento coraggioso e testardo, che ha raggiunto quasi ovunque l’obiettivo del suffragio universale: si è passati così dal diritto di voto in base al censo ed al livello di istruzione, al voto a tutti gli uomini maggiorenni ed infine anche alle donne. In Italia il voto alle donne è stato riconosciuto il 1° febbraio 1945 ed esercitato la prima volta il 2 giugno 1946, per il referendum repubblica-monarchia e per eleggere l’Assemblea Costituente. In Svizzera le donne hanno ottenuto il diritto di voto alle elezioni federali solo nel 1971 ed a quelle cantonali addirittura nel 1990. 

Il suffragio universale da solo non è sufficiente a garantire la democrazia, ma ne è un aspetto necessario e per questo le classi dominanti hanno cercato di disinnescarne gli effetti con meccanismi elettorali iniqui, dove possono votare tutti, ma non tutti i voti valgono uguale. Si è intaccato il principio proporzionale nell’assegnazione dei seggi, introducendo sistemi maggioritari, più o meno marcati (dal maggioritario puro a combinazioni di maggioritario e proporzionale), con l’argomento che va salvaguardata la governabilità, considerata evidentemente di maggiore pregio della rappresentatività delle assemblee elettive. Con il maggioritario la lista o la coalizione che prende più voti vince tutto ed i voti ottenuti dalle altre forze politiche, che messi insieme potrebbero anche essere maggiori di quelli ottenuti dal vincitore, non valgono niente. Un ulteriore meccanismo per drogare la volontà popolare è l’attribuzione di un “premio di maggioranza” alla minoranza più forte, sempre per garantire la stabilità del governo. Così i parlamenti smettono di rappresentare il corpo elettorale e diventano l’espressione dei contendenti più forti, impoverendo il panorama politico e creando un’enorme barriera all’ingresso nelle istituzioni di nuovi gruppi politici. Questi ultimi sono ulteriormente penalizzati da soglie di sbarramento più o meno elevate. L’attuale legge italiana relativa alle elezioni politiche (Rosatellum) attribuisce i 3/8 dei seggi con il sistema maggioritario (75 senatori e 150 deputati) ed i 5/8 con quello proporzionale (125 senatori e 250 deputati), senza premio di maggioranza, con soglia di sbarramento al 3% per le singole liste ed al 10% per le coalizioni.

Oltre alla perdita di rappresentatività, un’ulteriore direttrice di attacco ai parlamenti è il depotenziamento della loro stessa sovranità. I poteri dei parlamenti sono due: legislativo e di nomina/revoca del governo, il quale esercita il potere esecutivo. In Italia, ma non solo, la funzione legislativa del parlamento è fortemente scaduta. Anche quando non esiste nessun motivo di urgenza, si legifera per decreti-legge governativi, che il parlamento deve convertire in legge entro 60 giorni, con oggettiva strozzatura dei modi e dei tempi del confronto di merito. Si ricorre ampiamente anche alle leggi-delega, con le quali il parlamento stabilisce i criteri generali ai quali deve attenersi il governo nell’emanare i relativi decreti legislativi di attuazione, trasferendo di fatto il potere legislativo dal parlamento al governo. Le leggi di iniziativa parlamentare sono sempre meno e poche riescono a concludere il loro iter prima che si chiuda la legislatura.

Sotto attacco è anche la dipendenza del governo dal parlamento attraverso l’elezione diretta del capo dello Stato, che ha il potere di nominare/revocare il governo (ad esempio il presidente francese), oppure è direttamente capo del governo (ad esempio il presidente degli USA). Il governo Meloni vuole introdurre una riforma costituzionale presidenzialista (chiamata “premierato” per confondere le acque), dove il capo del governo è eletto dal popolo, tagliando fuori sia il parlamento che il presidente della Repubblica (quest’ultimo assumerebbe un ruolo da “re costituzionale”). Con tale controriforma costituzionale il potere politico verrebbe concentrato in una sola persona, si creerebbe cioè una dittatura, sia pure per volontà di una maggioranza elettorale, neanche rappresentativa della maggioranza popolare, vista la crescente disaffezione al voto.

Sfavorire la partecipazione popolare al voto è un altro sistema adottato per depotenziare il suffragio universale. I bizantinismi dei sistemi elettorali, lo scadimento del ruolo del parlamento e di quello dei partiti – sempre più comitati elettorali orientati alla ricerca del consenso su liste bloccate, piuttosto che alla promozione di un progetto di società – tutto ciò ha creato una crescente disaffezione dei cittadini al voto. Tutti possono votare, ma sempre meno cittadini lo fanno. In Italia l’affluenza alle urne nelle elezioni politiche è stata praticamente totale dal 1948 al 1976, con una percentuale di non votanti fisiologica del 7-8%; dalle elezioni del 1979 è iniziato il declino, prima lento e via via crescente, salvo una “ripresina” nel 2006, che ha portato l’affluenza nel 2022 al 64%. Alle elezioni amministrative (regionali e comunali) è ormai frequente che l’affluenza alle urne scenda addirittura sotto il 50%. Il non voto favorisce i mercanti del consenso, i detentori di pacchetti di voti, acquisiti con il clientelismo, la compravendita e addirittura con le minacce.

Altro fattore distorsivo dei risultati elettorali è il costo crescente della propaganda, che favorisce le forze politiche espressione delle classi agiate. Per contenere tale effetto bisognerebbe plafonare le spese elettorali, il che non riuscirebbe tuttavia a contenere la propaganda camuffata da informazione indipendente da parte dei mezzi di informazione di massa, né ad impedire i filtri e le censure occulte, operanti sulle piattaforme social. La questione dell’informazione, che sia onesta e completa, va oltre le scadenze elettorali e riguarda la formazione e la manipolazione della pubblica opinione, tramite la censura delle informazioni sgradite a chi controlla i mezzi di informazione e le piattaforme social e addirittura la creazione di notizie false. Quello dell’informazione è un terreno decisivo sul quale si combatte la battaglia per la democrazia; un terreno estremamente difficile: non si tratta solo di scovare e smentire le notizie false, ma anche e specialmente di rivelare le omissioni, i silenzi complici, scontrandosi con corazzate della comunicazione, spesso di dimensione planetaria.

La concezione democratica liberale, risalente a Montesquieu, si fonda sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dello Stato, contro l’assolutismo. In Italia, come si è detto, il potere esecutivo ha già di fatto assorbito quello legislativo e con il “premierato” vorrebbe addirittura concentrare il potere esecutivo in un autocrate. Per completare l’opera, resta da subordinare all’esecutivo anche il potere giudiziario. Il progetto non è nuovo. Per il momento la “casta” ha ottenuto di limitare le possibilità di scovare e perseguire i reati dei politici, abolendo il reato di abuso d’ufficio (già depotenziato in passato) e limitando l’uso di sistemi elettronici di indagine nei reati di concussione e corruzione. Il governo Meloni sta tentando di attuare la separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e di quelli requirenti (che svolgono le indagini), che il 22 e 23 marzo sarà sottoposta a referendum confermativo. Se prevarranno i sì, il passo successivo sarà porre i pubblici ministeri sotto l’autorità del Ministero della giustizia, dunque dell’esecutivo, cosicché le indagini penali si faranno se e come detterà il governo di turno. 

L’attacco non è portato solo alla magistratura penale, ma anche a quella amministrativa e contabile. Sul piano amministrativo, si emanano leggi che riducono sempre più gli adempimenti ed i controlli nei procedimenti amministrativi, gabellandoli per snellimenti e sburocratizzazioni. Sul piano contabile, il governo Meloni ha varato il 7 gennaio 2026 la legge n. 1, che: restringe le ipotesi di colpa grave degli amministratori e dei tecnici pubblici; limita la restituzione del danno erariale al 30% del suo importo e comunque a non più del doppio degli emolumenti percepiti dal reo nell’anno in cui ha commesso il reato; nega l’estensione della responsabilità dei tecnici agli amministratori competenti; fa decorrere la decorrenza quinquennale dei termini per giudicare il reato non da quando questo viene scoperto, ma da quando è stato commesso.

Ridare valore al suffragio universale, tutelare la veridicità e la completezza dell’informazione, salvaguardare la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dello Stato, sono requisiti necessari della democrazia, ma ne manca ancora uno, il più importante e difficile da raggiungere, l’uguaglianza sociale dei cittadini, cioè garantire a tutti il medesimo diritto all’istruzione, alla salute, all’abitare, al lavoro, al bello; garantire insomma i diritti sociali, che rendono ciascuno padrone di se stesso e del suo rapporto con la società.

L’umanità fino ad ora non ha mai conosciuto un sistema sociale realmente e completamente democratico. La democrazia è ancora un’utopia, verso la quale tuttavia storicamente sono stati fatti dei passi in avanti, sia pure in modo non lineare e con fasi di regresso, dopo quelle di progresso. Non esiste la garanzia che l’utopia divenga realtà, ma non c’è scopo più alto che lottare per una società di liberi ed uguali.

14 Gennaio 2026 0 Commenti
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Glocal

BUON ANNO DI PACE

di Pino D'ERMINIO 30 Dicembre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Il COSIB (Consorzio per lo sviluppo industriale della Valle del Biferno) è stato costituito con D.P.R. n. 1019 il 17 ottobre 1967, con lo scopo di favorire lo sviluppo di un nucleo industriale, su aree in gran parte nel Comune di Termoli. L’insediamento “storico” di maggiore rilievo è stato quello FIAT, che nel 1973 iniziò la produzione di motori e cambi. Dopo quasi 60 anni dalla sua costituzione, quali sono lo stato e le prospettive del COSIB? Sta assolvendo al suo compito propulsivo dell’economia locale? Se esaminiamo i bilanci del decennio 2015-2024, lo stato e le prospettive del COSIB sono sconfortanti.

In dieci anni, i risultati di esercizio sono stati cinque volte in utile e cinque in perdita, ma quando in utile per importi modesti e quando in perdita per valori pesanti (fig. 1).

Fig. 1 – Risultati di esercizio COSIB 2015-2024

Di conseguenza, il patrimonio netto in 10 anni ha perso 4.144.647 euro, pari ad un terzo del suo valore nel 2015 (fig. 2).

Fig. 2 – Patrimonio netto COSIB 2015-2024

Il 2025 sarà un’altra annataccia, a causa di Netenergy Service srl, di cui si parlerà più avanti.

Depurazione delle acque reflue consortili

La fonte principale di ricavi del COSIB è costituita da una serie di servizi forniti alle aziende insediate nel nucleo, i quali nel decennio 2015-2024 hanno generato una media annua di 4,1 milioni di ricavi. Tra questi servizi primeggia ampiamente la depurazione delle acque reflue consortili, che nel decennio anzidetto ha prodotto 2,4 milioni di ricavi medi annui, pari al il 59% del totale dei ricavi da servizi. Nel 2019 il Consorzio ha inoltre incassato 1,1 milioni di recupero crediti da depurazione reflui, relativi al periodo 2014-2018.

L’esistente depuratore necessita di importanti interventi di manutenzione straordinaria, se non di vero e proprio rifacimento, nonostante che il 22 febbraio 2023 siano stati aggiudicati i lavori di “completamento funzionale” del depuratore, finanziati con 2 milioni di euro del Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020. Nel 2022 il Consorzio ha ottenuto un nuovo finanziamento di 8,75 milioni da PNRR, per il potenziamento della viabilità interna e del sistema di depurazione consortile; intervento quest’ultimo che va piuttosto a rilento, visto che l’incarico per la verifica di assoggettabilità a VIA (Valutazione di impatto ambientale) ed a VIncA (Valutazione di incidenza ambientale) è stato affidato solo l’8 settembre 2025. 

È stata adombrata l’ipotesi di adibire l’impianto di depurazione potenziato al trattamento anche di reflui provenienti dall’esterno del nucleo. Una tale scelta non può essere condivisa, perché la depurazione comporta comunque lo scarico a mare di acque non potabili e la produzione di fanghi e gas nocivi o maleodoranti, accettabili finché funzionali alle imprese insediate nel nucleo; inoltre, non appare coerente con la missione del Consorzio, che è quella di incentivare l’arrivo nel nucleo di imprese, non di inquinanti “alieni” da trattare, anche meno controllabili di quelli “autoctoni”. 

Vendita di lotti industriali

Altra fonte di ricavi è la vendita di lotti industriali, con risultati economici ondivaghi (fig. 3).

Fig. 3 – Proventi dalla vendita di lotti industriali 2015-2024

Nel 2024 sono stati acquistati lotti per 693.961 euro; pertanto, al netto di tali acquisti, l’apporto al conto economico delle vendite di lotti industriali è stato di 905.609 euro.

Le prospettive di incremento di questa fonte di proventi sono modeste ed incerte, in quanto sono incerti nuovi insediamenti industriali o l’ampliamento di quelli esistenti. Nel 2016 le aziende insediate nel nucleo erano 127, nel 2024 sono scese a 121 e pesa la crisi di Stellantis e la probabile cancellazione della sua sostituzione con la ACC, per la produzione di batterie per auto elettriche. In pochi anni lo stabilimento Stellantis di Termoli è passato da 3.500 dipendenti a 1.823, tutti in regime di contratto di solidarietà dal 1° settembre 2025 al 31 agosto 2026. Se pure non si arriverà alla chiusura totale, la presenza di Stellantis a Termoli sarà fortemente ridimensionata, con ricadute, che già si sentono, anche sull’indotto. Naturalmente ne soffriranno anche i ricavi da servizi del COSIB. Nel 2023 il Consorzio ha incassato 3 milioni di “proventi non caratteristici” per un non meglio precisato «contratto di delega pagamento Stellantis/ACC/Cosib».

Il macigno dei costi del personale e le pretese degli amministratori e dei revisori

Dal lato dei costi predominano ampiamente quelli del personale, che nel decennio 2015-2024 hanno rappresentato in media annua il 43% dei costi della produzione. I servizi erogati alle imprese insediate nel nucleo consistono, oltre al citato trattamento delle acque reflue, nella fornitura di acqua industriale e potabile, nello smaltimento dell’acqua piovana, nella messa a disposizione delle reti consortili della fibra ottica, delle strade, del metanodotto ed infine di un laboratorio di analisi. Tali servizi non sembrano richiedere elevati livelli quantitativi e qualitativi di personale, che mediamente nel periodo 2015-2024 è stato pari a 36 unità, di cui ben 4 dirigenti e 6 o 7 quadri, i restanti 26 o 25 dipendenti sono equamente divisi tra amministrativi ed operai. Nel 2024, rispetto al 2015, l’ammontare delle retribuzioni onnicomprensive è aumentato del 38% e la retribuzione media per addetto del 46% (fig. 4).

Fig. 4 – Costo del personale COSIB totale e medio 2015-2024

Altra anomalia riguarda il costo spropositato degli amministratori – 5 componenti del Comitato direttivo e 10 del Consiglio generale (questo si riunisce 2 volte l’anno), di cui uno con funzioni di presidente di entrambi gli organi – e dei revisori dei conti – presidente e due componenti – che nel 2024 sono costati rispettivamente 180.253 euro e 109.202 euro.

Perdite su crediti e sopravvenienze passive

Generano preoccupazione le ricorrenti perdite su crediti (tab. A), mentre le sopravvenienze passive sono risultate pesanti solo nel 2019, a causa in particolare della definizione giudiziaria per 617.171 euro del contenzioso ICI 2004-2009 a favore del Comune di Termoli.

Tab. A – Perdite su crediti e sopravvenienze passive 2015-2024 in migliaia di euro

Le principali perdite su crediti hanno riguardato: nel 2016 il Nuovo Zuccherificio del Molise, per 808.959 euro; nel 2019 G&B Investments Srl, per 1.057.235 euro; nel 2021 un contenzioso con CREA Gestioni, per 600.571 euro; nel 2022 Del Giudice srl, per 244.024; nel 2023 ancora Del Giudice srl, per 693.030 euro. 

Probabile è l’imminente arrivo di una perdita di 2.106.698 euro, su un credito presunto per forniture di acqua potabile al Comune di Termoli, rigettato dalla Corte di appello di CB, per il quale il COSIB ha deliberato il ricorso in Cassazione il 20 dicembre 2023.

Il disastro economico di Netenergy Service srl

Netenergy Service srl, controllata al 100% dal COSIB, è stata costituita il 25 settembre 2003 con il solo compito di gestire l’erogazione del metano, attraverso la rete di proprietà del COSIB. Per fare questo serviva una società ad hoc? Nel 2024 Netenergy si è avvalsa: di un consiglio di amministrazione, composto da un presidente e tre componenti, costati 45.403 euro; di una società di revisione contabile (la BDO), costata 17.850 euro; di due impiegati amministrativi ed un operaio, costati 162.932 euro. Costi tutti o quasi evitabili, se svolti direttamente dagli amministratori, dai revisori e dal personale del COSIB.

Ma veniamo al disastro economico di Netenergy, che ha sconvolto il bilancio 2024, a seguito della sentenza della Corte di appello di Milano, n. 519 del 28 febbraio 2025, che ha confermato la condanna a pagare a SNAM Rete Gas 1.305.446 euro (IVA compresa), oltre interessi e spese tecniche e legali, per un totale di 2.123.362 euro. Il conto economico 2024, che senza questa batosta avrebbe chiuso con un utile di 162.215 euro, è finito in perdita per 1.961.147 euro; di conseguenza il patrimonio netto, che nel 2023 ammontava a 842.278 euro, è crollato a MENO 1.118.369 euro. Naturalmente la perdita di 842.278 si è riverberata sui conti 2024 del COSIB.

Il Consorzio poteva avere due alternative: liquidare Netenergy e farsi carico direttamente del debito verso SNAM, oppure mantenerla in piedi ricapitalizzandola. Poteva essere l’occasione buona per dismettere una controllata priva di senso economico ed invece si è deciso di ricapitalizzarla, prima con delibera del presidente (11/06/2025), poi del Comitato direttivo (23/06/2025) ed infine dell’Assemblea dei soci (27/06/2025). La ricapitalizzazione non è prevista con apporto in denaro, ma con il conferimento a Netenergy del metanodotto consortile, del valore stimato di 1.600.000 euro. Ne consegue che nel 2025 il patrimonio netto di Netenergy risale a 319.416 euro, naturalmente con ricadute negative sullo stato patrimoniale e sul conto economico 2025 del COSIB. Dato che la rivalutazione di Netenergy è avvenuta in natura, questa dovrà reperire le risorse finanziarie per soddisfare il credito di SNAM Rete Gas.

Spunti

Una potenziale fonte di rilancio del nucleo industriale di Termoli è la ZFD (zona franca doganale), istituita su una superficie di quasi 5 ettari, con il finanziamento da PNRR di 15,6 milioni. In questa luce diventa importante realizzare uno scalo merci ferroviario, collegato alla vicinissima linea adriatica, che fra un paio d’anni sarà tutta su doppio binario, con notevole incremento del traffico.

Quello che più manca al COSIB è un indirizzo strategico, che attiri gli insediamenti industriali puntando alla creazione di uno specifico comprensorio, ad esempio, nell’elettromeccanica e nell’elettronica, così da favorire sinergie ed economie esterne tra le imprese presenti.

La struttura organizzativa e di governo del COSIB va rivista in termini di efficienza economica: riducendo il numero dei dirigenti e dei quadri; dimezzando i compensi agli amministratori ed ai sindaci revisori; liquidando Netenergy ed assorbendone l’attività.

30 Dicembre 2025 0 Commenti
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Economia e Finanza

MENO IRPEF A CHI E DI QUANTO?

di Pino D'ERMINIO 18 Novembre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Uno dei provvedimenti bandiera della legge di bilancio 2026, in discussione alle Camere, è la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota Irpef dello scaglione di reddito imponibile annuo oltre 28 milioni e fino a 50. Il provvedimento, che comporta nel 2026 una perdita stimata di gettito fiscale di 2,9 miliardi, è presentato come a favore dei cosiddetti ceti medi, ma la realtà è diversa.

Facciamo qualche esempio. Un contribuente con 30 milioni di reddito imponibile annuo ottiene uno sconto fiscale di 40 euro, corrispondenti al 2% dei 2 milioni di reddito oltre i primi 28 milioni; se il reddito è di 40 milioni, il vantaggio è di 240 euro (2% di 12 milioni); a 50 milioni di reddito il vantaggio sale a 440 euro (2% di 22 milioni), che è il massimo. I contribuenti con redditi imponibili annui superiori a 50 milioni ottengono per intero lo sconto fiscale di 440 euro, relativo allo scaglione 28-50 milioni.

Al governo è venuto il dubbio che il provvedimento favorisca benestanti, ricchi e ricchissimi, piuttosto che i ceti medi, così ha aggiunto un codicillo: per quelli con reddito imponibile oltre i 200 milioni, le detrazioni fiscali sono soggette ad una franchigia di 440 euro, con esclusione dalla franchigia delle detrazioni per spese sanitarie. Secondo le stime dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), nonostante il correttivo della franchigia, ben l’86% dei ricchi con redditi oltre i 200 milioni otterrebbe lo sconto fiscale, nella misura media di 379 euro.

L’UPB ha anche sviluppato una stima per categorie lavorative, dalla quale emerge che: il 96% dei dirigenti ottiene in media 408 euro; il 53% degli impiegati 123 euro; il 37% dei lavoratori autonomi 124 euro; il 27% dei pensionati 55 euro; il 16% degli operai 23 euro.

L’Istat ha sviluppato un’altra stima, dividendo l’insieme delle famiglie in cinque parti (quintili), in base al livello di reddito disponibile. Nel I quintile, quello a reddito più basso, solo il 2,8% delle famiglie ottiene il beneficio fiscale, mediamente di 102 euro; nel II quintile le famiglie beneficiarie sono il 16,3% ed ottengono in media 149 euro; nel III quintile i beneficiari salgono al 39,4% ed il vantaggio medio a 158 euro; nel IV quintile i beneficiari ammontano al 67,6% ed ottengono 200 euro in media; finalmente nel V quintile, i beneficiari diventano addirittura il 90,8%, con un risparmio medio di 411 euro. 

Dalle simulazioni dell’UPB e dell’Istat si ricava che sono i ricchi ad avvantaggiarsi più di tutti della riduzione di due punti percentuali dell’aliquota dello scaglione 28-50 milioni; un vantaggio che per loro è una minuzia, visto che sono ricchi.

Al suo insediamento, il 22 ottobre 2022, il Governo Meloni ha promesso meno tasse per tutti, invece la pressione tributaria, che nel 2022 è stata pari al 28,6% del PIL, è salita al 28,7% nel 2023 ed al 29,8% nel 2024. Altro cavallo di battaglia delle destre è stata la critica delle accise sui carburanti e sui tabacchi; ebbene, nel bilancio 2026 è previsto un aumento delle prime di 694 milioni e delle seconde di 213 milioni. La parola “coerenza” manca nel vocabolario del Governo Meloni.

18 Novembre 2025 0 Commenti
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Economia e Finanza

L’AUTOGOAL DEL PRELIEVO FISCALE SUGLI “EXTRAPROFITTI” DELLE BANCHE

di Pino D'ERMINIO 1 Novembre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

In economia la parola “extraprofitti” non ha alcun senso. Essa presuppone l’esistenza di una misura limite oltre la quale il profitto diventi “extra”. Come si determinerebbe tale misura? Esiste una misura entro la quale il profitto può dirsi “equo”? In un’economia capitalista il profitto è sempre equo, in base al principio che deve essere sciolto da vincoli tecnici e giuridici. Nella vicenda relativa al tentativo fallito del Governo Meloni di incrementare il prelievo fiscale del 2024 sulle banche, il “bersaglio” dell’intervento non è neanche il profitto, ma il margine di interesse. Si sarebbe dovuto parlare semmai di “extrainteressi”, non di “extraprofitti”. L’uso di un linguaggio impreciso e fumoso è funzionale alla cattiva propaganda ed a disinformare i cittadini.

Venendo al merito, nel 2023 il Governo Meloni ha emanato il decreto-legge n. 104, convertito con modificazioni dalla legge n. 136, che all’art. 26 prevede di gravare con un’aliquota del 40%, contro quella ordinaria per le banche del 27,5%, la quota del margine di interesse 2023 che va oltre il margine di interesse del 2021 aumentato del 10%. In soldi: nel 2021 il margine di interesse è stato pari a 38,4 miliardi, che aumentati del 10% fanno 42,3 miliardi; il margine di interesse 2023 ha raggiunto 62,2 miliardi; pertanto gli “extrainteressi” da tassare al 40% sono pari a 19,9 miliardi, che, nelle speranze governative, avrebbero dovuto generare nel 2024 un gettito di 8 miliardi. L’extragettito tuttavia sarebbe stato al massimo di 2,5 miliardi, visto che con l’aliquota ordinaria sugli “extrainteressi” si sarebbero incassati 5,5 miliardi.

Invece non si è racimolato neanche un centesimo, perché alle banche è stata data la facoltà di portare i 19,9 miliardi di “extrainteressi” a riserva non distribuibile, cosa che hanno fatto tutte. I capitali messi a riserva non distribuibile hanno ridotto di pari importo gli utili delle banche, che così nel 2024 hanno pagato 5,5 miliardi in meno di tasse. Un solenne autogoal. La scelta delle banche, pur limitativa della distribuzione dei dividendi, non ha penalizzato azionisti o soci, in quanto l’incremento delle riserve patrimoniali si traduce in un aumento di valore dei titoli o delle quote sociali, che l’azionista o socio, se crede, può liquidare e dunque trasformare in reddito

Veniamo all’ideona contenuta nella bozza del 22 ottobre della legge di bilancio 2026, ora in discussione alle Camere. All’art. 20, rubricato “Revisione del contributo straordinario e affrancamento della riserva”, si propone alle banche di “affrancare”, cioè di rendere distribuibili, i 19,9 miliardi di riserve congelate nel 2024, pagando nel 2026 non più il 40%, ma l’aliquota ordinaria del 27,5%. Per stimolare un’adesione massiccia, l’articolo stabilisce che le riserve affrancate successivamente al 2026 saranno tassate al 33% e che comunque dal 2029 le riserve non distribuibili non ancora affrancate dovranno esserlo obbligatoriamente, se si vogliono pagare dividendi. Se tutte le riserve congelate nel 2024 venissero affrancate nel 2026, l’erario incasserebbe 5,5 miliardi di euro, che altro non sarebbero se non le imposte incassate in meno nel 2024. Ecco la natura dei 5 miliardi di “contributo straordinario” che Giorgia Meloni, con piglio duro, ha dichiarato di volere imporre alle banche nel 2026.

1 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

PER UNA PALESTINA LIBERA E PACIFICA

di Pino D'ERMINIO 28 Ottobre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO
  1. La quasi tregua nella Striscia di Gaza non è la pace

L’accordo di Sharm el-Sheikh del 13 ottobre 2025 non è la pace nella Striscia di Gaza e, men che meno, in tutta la Palestina. Nella Striscia si è instaurata una quasi tregua, con il ritiro delle forze armate israeliane da circa metà del territorio occupato, dietro la “linea gialla”, e “solo” qualche morto al giorno tra i palestinesi che superano o soltanto si avvicinano a tale linea. Per la popolazione della Striscia non c’è invece alcuna tregua alla fame ed alla sete, alla carenza di medicine e di presidi sanitari, alla perdita delle case e dei servizi più elementari. I cosiddetti aiuti umanitari vengono centellinati con esasperante lentezza ed in misura insufficiente ad una popolazione di oltre due milioni di abitanti, escludendo dalla loro distribuzione addirittura l’Agenzia dell’ONU per la Palestina (UNRWA) [1].

La situazione è drammatica anche in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, dove sono quotidiane le azioni squadristiche dei cosiddetti coloni, appoggiati e protetti dai militari israeliani, contro le persone ed i beni dei palestinesi. Omicidi, pestaggi, espropri, demolizione di case, abbattimento di oliveti ed altre colture, furto di acqua, limitazioni agli spostamenti, intimidazioni: questa è la quotidianità in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est.

  1. Qual è lo scopo del progetto sionista

Il progetto sionista – nato ufficialmente con il primo congresso sionista, tenuto a Basilea nel 1897, allo scopo di creare uno stato ebraico in Palestina [2] – prevede la creazione in Palestina di una colonia di insediamento ebraica e la sostituzione etnica e culturale della popolazione autoctona, cioè il genocidio dei palestinesi. All’inizio del XX secolo la popolazione della Palestina era composta all’80% da mussulmani, al 10% da cristiani ed al 10% da ebrei, i quali si consideravano tutti indistintamente palestinesi, benché di diversa fede religiosa, e convivevano pacificamente. C’è anche stata unacorrente minoritaria del sionismo che proponeva parità di diritti per tutti gli abitanti del nuovo stato di Israele, indipendentemente dal credo religioso e dalla matrice culturale. Tale corrente è stata soffocata dal sionismo storicamente realizzato, che ormai non cerca neanche di nascondere l’intento genocidario dei palestinesi, il cui destino sarebbe di venire uccisi, con le armi e di stenti, o “sfollati”, cioè deportati, o di sopravvivere come subumani in regime di apartheid.

  1. Isolare e battere il progetto sionista è possibile

Isolare e battere il progetto sionista non sarà facile e richiederà decenni di caparbio impegno, affinché la Palestina torni ad essere una terra multietnica e multiculturale, una terra di libertà e di pace. Ciò può avvenire se lo stato di Israele viene isolato politicamente, economicamente, culturalmente e diplomaticamente, se l’intento genocidario ai danni dei palestinesi è denunciato e condannato, moralmente dai popoli, giudizialmente dalla Corte penale internazionale e fattivamente dalle istituzioni pubbliche. Due iniziative di contenuto economico e politico che andrebbero assunte immediatamente: l’Unione europea dovrebbe sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, il cui articolo 2 prevede l’obbligo per le parti di rispettare i diritti civili e democratici; l’Italia dovrebbe interrompere qualunque interscambio di armi con Israele.

Vittime del sionismo non sono solo i palestinesi, ma anche gli ebrei in generale, di cui Israele vorrebbe assumere la rappresentanza mondiale. L’identificazione degli ebrei con i sionisti non solo non corrisponde alla realtà, ma può stimolare pericolose spinte antisemite. Nella diaspora ed anche tra una coraggiosa minoranza di ebrei israeliani, esiste un movimento antisionista che rifiuta l’identificazione di tutti gli ebrei con i sionisti e che considera il sionismo un’aberrazione dell’ebraismo. Tale movimento va aiutato e valorizzato. La Palestina libera e pacifica sarà possibile se i palestinesi e gli ebrei antisionisti sapranno unirsi, affinché gli abitanti della Palestina siano tutti indistintamente palestinesi, senza discriminazioni confessionali, come è stato per secoli, prima che nel XX secolo cominciasse l’infiltrazione sionista.

[1] United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Near East, in italiano: Agenzia delle nazioni Unite per il soccorso ed il lavoro dei profughi palestinesi in Medio Oriente.

[2] Inizialmente il focus era sulla creazione di uno stato ebraico, non necessariamente in Palestina; infatti Theodor Herzl, “padre” del sionismo, aveva pensato anche all’Argentina ed altri addirittura all’Uganda.

28 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

PALESTINA LIBERA E PACIFICA: UTOPIA POSSIBILE 

di Pino D'ERMINIO 8 Ottobre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

L’intento genocidario, essenza dell’ideologia sionista, ha avuto negli ultimi due anni la più limpida e tragica manifestazione. Dopo il 7 ottobre 2023, nella Striscia di Gaza sono stati rasi al suolo l’80% degli edifici – inclusi ospedali, scuole ed università – distrutte le reti idriche e fognarie, divelti gli oliveti, più di due milioni di abitanti sono stati ridotti alla fame ed alla sete, ne sono stati uccisi almeno 70.000 e feriti 170.000. In Cisgiordania, nello stesso periodo, si stimano 1.300 palestinesi uccisi ed almeno 10.000 feriti, gli sfollati sono stati centinaia di migliaia e migliaia gli arresti indiscriminati, senza accuse né processi. 

Tutto ciò non è “soltanto” una reazione sproporzionata all’attacco terroristico di Hamas, che ha ucciso 1.138 israeliani e ne ha sequestrati più di 200. Tutto ciò non è neanche la conseguenza del desiderio di autodifesa di un popolo che nei campi di sterminio nazifascisti ha patito sei milioni di vittime, perché la colonizzazione sionista della Palestina era già in atto da tempo, con tanto di approvazione formale del governo del Regno Unito, con la dichiarazione Balfour del 2017, a favore di «un focolare nazionale per il popolo ebraico» in Palestina. Tutto ciò è l’esito di un programma di annientamento fisico, culturale ed economico dei palestinesi e di appropriazione della loro terra. Un programma che nasce da molto lontano, ufficialmente nel 1897, con il primo congresso sionista tenuto a Basilea.

Qual è la legittimazione dello stato di Israele; chi o cosa gli dà il diritto di perpetrare tali e tanti crimini contro l’umanità? Nell’ideologia sionista è dio stesso, che ha assegnato al suo popolo prediletto le terre dal fiume Giordano al mare Mediterraneo. Quale più alta e incontrovertibile legittimazione? Non nuova nella storia delle infamie umane. Gott mit uns (dio è con noi) era scritto sulle fibbie delle cinture dei soldati del III Reich. Deus vult (dio lo vuole) era il richiamo delle crociate. Sfrondato dalle superfetazioni ideologico-bibliche, Israele non è altro che una colonia di popolamento di occidentali, in prevalenza europei, in Medio Oriente. Una colonia anomala, perché non creata da uno stato, ma da una parte di un popolo disperso in più stati. Esso è comunque una colonia, che si regge grazie al decisivo sostegno economico, militare, politico e diplomatico degli USA, con la benevola connivenza degli stati satelliti di Washington.

Ora i dirigenti israeliani ed i sionisti di tutto il mondo credono matura la soluzione finale, credono di potere finire quello che loro stessi chiamano il “lavoro sporco”: annientare fisicamente i palestinesi, oppure espellerli, e ridurre i rimanenti in condizioni subumane, secondo lo schema dell’apartheid, che nega non solo i diritti civili, ma anche quelli umani. Ormai i palestinesi non hanno più territorio, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, e quel tanto di tessuto amministrativo e di servizi che vi erano presenti sono cancellati. In Palestina restano però circa 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania e 2,1 milioni nella Striscia di Gaza, più 1,8 milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana, presenti per lo più nel Golan; in totale si arriva a circa sei milioni di palestinesi, contro otto milioni di israeliani ebrei. Nonostante tanto orrore e dolore, il popolo palestinese resiste ed è ancora possibile l’utopia di una Palestina libera e in pace. Non penso a due popoli e due stati, che può anche mettersi in conto come fase di passaggio, ma ad un solo paese, multiculturale e multietnico, dove ciascuno sia libero di professare qualunque religione oppure nessuna, e di convivere sulla medesima terra.

Affinché questa utopia si realizzi è necessario molto tempo ed un paziente ed ostinato lavoro su due direttrici strategiche. 

La prima direttrice strategica consiste nell’appoggiare e mobilitare gli ebrei antisionisti e nel contrastare qualunque rigurgito antisemita, basato sulla falsa uguaglianza ebreo=sionista. Lo sforzo propagandistico dei sionisti è proprio quello di identificare sionismo con ebraismo e tutto il popolo ebraico con lo stato di Israele. Si tratta di una mistificazione che danneggia e insulta gli ebrei in generale, che vengono impropriamente tutti responsabilizzati del genocidio dei palestinesi. Già molti intellettuali ebrei si sono ribellati a tale sovrapposizione: come il linguista e filosofo Noam Chomsky e lo storico Ilan Pappé; anche in Italia si sono spesi la storica Anna Foa e l’attore, musicista e scrittore Moni Ovadia. Occorre che i gentili (non ebrei) si impegnino a sostegno degli ebrei antisionisti e contro qualsiasi rigurgito antisemita. Può sembrare strano, ma la difesa del popolo palestinese è strettamente intrecciata alla difesa del popolo ebraico dalla deriva sionista.

La seconda direttrice strategica è isolare Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente. La colonia sionista può contare sul pesantissimo sostegno politico, diplomatico, economico e militare degli USA, ma anche l’Europa, se volesse, potrebbe condizionare fortemente Israele. Tra UE ed Israele è in vigore dal 1° giugno del 2000 un Accordo di associazione, che abolisce quasi tutte le barriere doganali reciproche (con qualche eccezione per gli alimentari) e consente alle imprese manifatturiere e di servizi di ciascuna parte di operare con l’altra parte come imprese domestiche. L’art. 2 dell’Accordo di associazione prevede l’obbligo per le parti di rispettare i diritti civili e democratici; pertanto, esiste una precisa disposizione che imporrebbe all’UE di sospendere da subito l’efficacia dell’accordo. Anche senza attendere la sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, i singoli stati europei possono assumere provvedimenti economici restrittivi, quantomeno a livello del mercato bellico, che non riguarda solo le armi in senso stretto, ma sempre più i sistemi informatici di gestione dello spionaggio e delle azioni belliche. Non è importante bloccare solo le esportazioni belliche verso Israele, ma anche le importazioni, che costituiscono un sostegno all’industria bellica israeliana. Nel 2024 Israele ha importato armamenti per 2/3 dagli USA e per 1/3 dalla Germania; ma le esportazioni di armi di Israele nel 2024, che ammontano a quasi 15 miliardi di dollari (13 miliardi di euro), sono state assorbite per il 54% da stati europei, per un valore economico di 8 miliardi di dollari (7 miliardi di euro). Sempre nel 2024, l’Italia ha importato armi da Israele per 133 milioni di euro, corrispondenti al 21% dell’import militare italiano.

La recente coraggiosa impresa della Flotilla, se non ha rotto l’assedio militare di Gaza, ha aperto varchi sui silenzi complici degli stati e dell’informazione mainstream; essa ci ha anche insegnato la parola araba “sumud”, che vuol dire “resistenza testarda”. SUMUD fino alla realizzazione di una Palestina libera e pacifica!

8 Ottobre 2025 0 Commenti
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Economia e Finanza

COSA PREVEDE L’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE UE-ISRAELE

di Pino D'ERMINIO 1 Agosto 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

PREAMBOLO

Sotto la spinta dei drammatici eventi genocidari che stanno martoriando il popolo palestinese in Cisgiordania e con maggiore ed inimmaginabile ferocia nella Striscia di Gaza, anche la Francia, il Regno Unito ed altri Paesi hanno dichiarato di volere riconoscere lo Stato di Palestina, come hanno già fatto 143 Paesi membri dell’ONU su 193. Tale riconoscimento, benché necessario, rischia di restare puramente simbolico, se non si specifica che lo Stato di Palestina deve avere il diritto di controllare le sue frontiere, di gestire il prelievo fiscale, di detenere forze armate ed apparati di sicurezza. Al riconoscimento dello Stato di Palestina occorre pertanto associare altri interventi, in grado di incidere profondamente ed immediatamente sui governi israeliani. Uno di questi interventi è la sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, firmato a Bruxelles il 20 novembre 1995 ed entrato in vigore il 1° giugno 2000, che riguarda aspetti economici, scientifici, tecnologici, culturali, umanitari e sociali. Nel seguito si dà una sintesi dei contenuti dell’Accordo.

SINTESI DELL’ACCORDO

Nelle premesse, tra gli altri punti, è particolarmente rilevante il seguente: «CONSIDERANDO l’importanza che le parti attribuiscono al principio della libertà economica e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, in particolare al rispetto dei diritti umani e della democrazia, che costituiscono il fondamento stesso dell’associazione.»

L’art. 2 così recita: «Le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale e che costituisce elemento essenziale dell’accordo.»

Tra le “Dichiarazioni comuni”, ad integrazione di alcuni articoli, è particolarmente importante la «Dichiarazione comune relativa all’articolo 2 – Le parti ribadiscono l’importanza che annettono al rispetto dei diritti umani nei termini previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, ivi compresa la lotta contro la xenofobia, l’antisemitismo e il razzismo.»

Titolo I – Dialogo politico

Il titolo è composto da tre articoli, piuttosto generici, per la promozione del dialogo tra i rispettivi organi politici e di governo.

Titolo II – Libera circolazione delle merci

Questo titolo è più concreto e prevede l’azzeramento reciproco dei dazi doganali, fatta eccezione per alcuni tipi di prodotti, in particolare agricoli, nel quadro generale del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e del WTO (World Trade Organization).

Per i prodotti industriali, all’art. 8 si dice: «Negli scambi tra la Comunità e Israele non sono ammessi dazi doganali all’importazione e all’esportazione, né oneri di effetto equivalente. Tale divieto si applica anche ai dazi doganali di natura fiscale.»; salvo deroghe agli allegati III e V.

Gli articoli 16 e 17, vietano qualunque restrizione quantitativa all’interscambio e le misure che possono avere un effetto equivalente; inoltre – art. 19, comma 1 – «Le parti si astengono dall’introdurre qualsiasi misura o prassi di natura fiscale interna che istituisca, direttamente o indirettamente, discriminazioni tra i prodotti di una parte e i prodotti analoghi originari dell’altra parte.» Qualora intervengano fondate e gravi ragioni, l’interscambio può essere limitato, dopo averne discusso nel “Comitato di associazione”.

Titolo III – Diritto di stabilimento e servizi

Le imprese UE ed israeliane possono creare sedi nel territorio dell’altra parte senza restrizioni; inoltre, è accordata la libertà di prestazione di servizi da imprese insediate nel territorio di una parte a consumatori residenti nel territorio dell’altra parte.

Titolo IV – Movimenti di capitali, pagamenti, appalti pubblici, concorrenza e proprietà intellettuale

Pagamenti e movimenti di capitali sono esenti da qualsiasi restrizione. Le imprese di una parte possono concorrere agli appalti pubblici dell’altra parte. È tutelata la libera concorrenza, senza alcun tipo di disparità tra le imprese delle due parti. I diritti intellettuali, industriali e commerciali reciproci sono tutelati.

Titolo V – Cooperazione scientifica è tecnologica

C’è un solo articolo: «Articolo 40 – Le parti si impegnano ad intensificare la cooperazione scientifica e tecnologica. Le disposizioni dettagliate per il conseguimento di tale obiettivo saranno esposte in accordi separati conclusi a tal fine.»

Titolo VI – Cooperazione economica

Il titolo espone “buoni propositi” in vari ambiti, tra cui l’energia, dove si dice (art. 51, comma 2): «Le parti si adoperano per incoraggiare iniziative volte a favorire la cooperazione regionale in settori quali il transito di gas, petrolio ed elettricità.»

Titolo VII – Cooperazione in materia di audiovisivi, affari culturali, informazione e comunicazione

Tra gli articoli che trattano la cooperazione nell’ambito culturale e dei media, è rilevante l’art. 59: «Le parti promuovono la cooperazione in materia di istruzione, formazione e scambi di giovani. Tra i settori di cooperazione possono rientrare, in particolare, gli scambi di giovani, la cooperazione tra università e altri istituti di istruzione/formazione, l’apprendimento delle lingue, la traduzione e altri modi per promuovere una migliore comprensione reciproca tra le rispettive culture.»

Titolo VIII – Questioni sociali

Nel concreto c’è l’intesa sull’integrazione reciproca tra le prestazioni pensionistiche e di altre forme previdenziali per i cittadini di una parte che lavorano nel territorio dell’altra parte.

Titolo IX – Disposizioni istituzionali, generali e finali

L’organo politico paritetico che sovraintende all’accordo è il Consiglio di associazione, mentre il Comitato di associazione, anch’esso paritetico, è l’organo esecutivo più ristretto. Vengono elencati i poteri del Consiglio e del Comitato di associazione.

Notevole è l’articolo 76, che consente a ciascuna parte di adottare misure unilaterali su questioni inerenti alla “sicurezza”, cioè militari: «Articolo 76 – Nessuna disposizione del presente accordo impedisce a una parte di adottare qualsiasi misura: a) ritenuta necessaria a precludere la divulgazione di informazioni contrarie ai suoi interessi essenziali in materia di sicurezza; b) inerente alla produzione o al commercio di armi, munizioni o materiale bellico o alla ricerca, allo sviluppo, alla produzione indispensabili in materia di difesa, a condizione che tali misure non alterino le condizioni di concorrenza rispetto a prodotti non destinati ad uso specificamente militare; c) ritenuta essenziale per la propria sicurezza in caso di gravi disordini interni che compromettano il mantenimento dell’ordine pubblico, in tempo di guerra o in occasione di gravi tensioni internazionali che costituiscano una minaccia di guerra o ai fini del rispetto di impegni assunti per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.»

1 Agosto 2025 0 Commenti
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Politica

L’ITALIA E’ GOVERNATA DAI COSTRUTTORI EDILI

di Pino D'ERMINIO 28 Luglio 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

L’Italia è governata dai costruttori edili, per lo più per interposti politici amici, ma a volte con la “discesa in campo” del costruttore stesso. A livello nazionale il caso principe è quello di Silvio Berlusconi, che ha iniziato la carriera imprenditoriale nell’edilizia – con capitali di provenienza svizzera non meglio individuati – ha poi diversificato il suo business nelle TV private – “concesse” da Bettino Craxi – e nella comunicazione in generale; infine nel 1994, cogliendo l’occasione del crollo della cosiddetta Prima Repubblica, ha creato un partito politico personale e tra il 1994 ed il 2011 ha governato come primo ministro quattro volte, per complessivi 11 anni. Un esempio molisano è quello di Aldo Patriciello, partito dalla piccola impresa edile paterna, con l’aiuto di familiari ed affini ha creato un gruppo multibusiness, attivo nell’edilizia, nella sanità e nell’industria, scalando contemporaneamente ruoli politici di rilievo, prima a livello locale e dal 2006 ad oggi in seno al Parlamento europeo. 

Il settore delle costruzioni nel 1960 rappresentava il 15% del PIL, come l’industria in senso stretto, ma negli anni, coerentemente con lo sviluppo dell’economia, il suo peso si è ridotto intorno al 4%, per risalire nel post covid, grazie in particolare al superbonus 110% ed al PNRR, raggiungendo nel 2024 il 5,7%. Una percentuale comunque modesta rispetto al 73,4% dei servizi ed al 18,6% dell’industria, superiore solo al 2,3% dell’agricoltura. In termini di occupazione il settore delle costruzioni nel 2024 ha rappresentato il 7% del totale delle unità lavorative annuali ed ha il triste primato dei morti sul lavoro (al netto degli infortuni in itinere) con il 19,4% dei decessi totali ed un’incidenza di 8,9 decessi ogni 100.000 unità lavorative annuali. Riassumendo: modesta incidenza nel PIL, produttività del lavoro inferiore alla media (gli occupati superano il valore relativo della produzione) ed alta mortalità sul lavoro. Allora come mai gli imprenditori del mattone contano tanto in politica?

Credo che la ragione stia nel fatto che tra tutti i settori economici quello dell’edilizia è il più fortemente condizionato dalla pubblica amministrazione, che a livelli sia nazionali che locali la regolamenta e vi soprintende. Tra politica e mattone esiste un rapporto simbiotico, che può scadere nella corruzione e nel peculato, se gli organi di vigilanza funzionano poco e male. Un segno evidente del grande peso dei costruttori sulla politica è la produzione legislativa incentivante che di tanto in tanto i governi emanano, dove gli incentivi consistono per lo più nella riduzione o cancellazione di vincoli urbanistici, attraverso la “liberalizzazione” dei cambi di destinazione d’uso, l’incremento di metrature e cubature, l’elusione degli standard urbanistici, la riduzione degli oneri di urbanizzazione e del contributo di costruzione da versare ai comuni. 

Un esempio di rilievo è il cosiddetto “Piano casa”, varato dal Governo Berlusconi nel 2008 come provvedimento-stimolo temporaneo, che le regioni dovevano recepire con legge propria, per adeguarlo alle loro realtà. La relativa legge regionale del Molise, approvata l’11 dicembre 2009 e che doveva restare in vigore per il biennio 2010-2011, è stata più volte integrata e prorogata, tanto che per mettervi fine è dovuta intervenire una sentenza della Corte costituzionale del 19 aprile 2023, pubblicata il 27 luglio. Un altro esempio recente è la cosiddetta legge “Salva casa” del 2024, relativa al “recupero” del patrimonio edilizio esistente, anch’essa da recepire regionalmente, cosa che la regione Molise ha fatto con la LR 3/2025, entrata in vigore il 14 maggio 2025. La giustificazione della Salva casa è la riduzione del consumo di suolo. Nel nome di tale buona causa possono diventare residenziali i sottotetti, residenziali terziari o commerciali i porticati, terziari o commerciali i locali seminterrati ed interrati e si possono modificare le destinazioni d’uso.

Per un pelo siamo scampati alla “Salva Milano”, che si voleva diventasse legge nazionale per sanare le irregolarità urbanistiche e procedimentali consentite dall’amministrazione Sala. Ora che l’inchiesta giudiziaria è stata formalizzata, è sintomatico che la Presidente del Consiglio dei ministri ed il Presidente della Regione Lombardia abbiano espresso comprensione e solidarietà al Sindaco di Milano, che pure dovrebbe essere un loro avversario politico. Purtroppo così non è. Il partito traversale del mattone è la maggiore forza politica della sciagurata Italia.

28 Luglio 2025 0 Commenti
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