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Cultura

Cultura

CORPI DA MACELLO: STORIE DI CADUTI DEL LAVORO

di Nicola OCCHIONERO 12 Maggio 2026
Scritto da Nicola OCCHIONERO

Giovanni Mancinone, già funzionario del PCI, e successivamente vice caporedattore della TGR Molise, ha scritto per L’Unità e Paese Sera e ha firmato numerosi servizi per la Rai. Autore impegnato, sa coniugare l’attualità dei drammi umani e la loro genesi, in un lavoro di ricerca documentale in cui anche il dato scientifico suscita empatia, in un trasporto emotivo che i suoi libri trasmettono al lettore. E’ il caso di “Corpi al macello”, edito da Rubbettino con la prefazione di Cesare Damiano, noto sindacalista e ministro del lavoro.

Mancinone, nel preambolo del suo ultimo lavoro afferma “Per raccontare le storie dei lavoratori che non ci sono più, sono entrato nelle loro case”, si potrebbe immaginare un ingresso in punta di piedi. Era necessario indagare sul “silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”?  

In Calabria tre morti sul lavoro in 24 ore. In Molise, i carabinieri controllano 22 cantieri e scoprono che in 12 di questi, le norme sulla sicurezza, non sono rispettate. E’ la cruda realtà di una questione, quella delle morti bianche che tocca ogni angolo della nostra penisola. Ogni anno in Italia muoiono nei cantieri, nelle fabbriche, nelle campagne e negli incidenti stradali in itinere, oltre mille persone. Una cifra impressionante. Le vittime del lavoro infatti, sono cinque volte il numero delle persone uccise dalla criminalità organizzata e quattro volte i femminicidi. Eppure questi morti non fanno rumore. Giornali e televisioni, tranne rare eccezioni, confinano questi fatti tra le notizie brevi. Certo gli incidenti non sono prevedibili ma il rischio è noto e si fa poco o nulla per prevenirlo. E allora, entrare con rispetto nelle case di queste persone, raccogliere le testimonianze di figli senza un padre e mogli senza marito, mi è sembrato il modo migliore per rendere onore alle vittime e contribuire a sollecitare una riflessione collettiva sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Cesare Damiano nella prefazione mette in risalto come la sua opera conduce il lettore in “universo di sgomento, dolore e solitudine […] Quel che si trova fuori dalle statistiche […] quel danno esistenziale”. Cosa le statistiche non raccontano?

Il dottor Damiano che ringrazio ha molto esaltato questo lavoro che mette insieme le storie di 13 persone che non volevano morire. Con “Corpi al macello” si tenta di fare un’operazione complicata: dare diritto di cittadinanza a tutti quelli che hanno perso un congiunto sul lavoro. Chi perde un familiare non pensa tanto ad un risarcimento economico che pure ci dovrebbe essere e spesso non arriva, ma vuole conoscere la verità, sui motivi di quel decesso. Un riconoscimento pubblico che diventa anche l’unica forma di giustizia raggiungibile. Ecco le statistiche mettono insieme i numeri dei decessi sul lavoro contemplati dalle denunce all’INAIL ma non la solitudine di chi resta e continua a chiedersi il motivo di questa strage quotidiana che fa più vittime di tante guerre. E così la memoria diventa strumento di impegno civile.

Dopo l’incidente di Seveso, l’approvazione della «626» e del Testo Unico sulla sicurezza, dopo agevolazioni e sgravi in favore delle imprese per la sicurezza sui luoghi di lavoro, cosa ancora non è stato fatto in Italia affinché nessuno debba rischiare la vita per lavorare?

Testo unico sulla sicurezza? Le leggi nel nostro Paese sono tra le più avanzate. Il problema è che non sono sempre rispettate. C’è il tema dei controlli affidati a più soggetti: Asl, Inail e carabinieri le cui attività non sono coordinati fra loro e può succedere che su un cantiere ci vanno tutti e tre i soggetti e in altri non arriva nessuno. E poi bisogna aggiungere che, così come per la criminalità o i femminicidi, quando ci sono episodi di grave allarme sociale, si ricorre a nuovi provvedimenti legislativi che aggiungono reati e aumentano le pene senza andare alla radice del problema. Non è una critica ma una constatazione. Molti decreti, si concludono con una frase: questo provvedimento viene promulgato senza nessun impegno di spesa per le casse dello Stato. E c’è l’aspetto culturale e morale: fino a quando la sicurezza è considerata un costo da tagliare la curva dei morti sul lavoro non si abbasserà in modo sostanziale.

Quali sono secondo lei le reali condizioni dei lavoratori molisani rispetto alle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro?

Francamente le dico che i lavoratori molisani hanno gli stessi problemi di tutti quelli delle altre regioni. Si muore nei campi, nell’edilizia, nella logistica e ci sono infortuni anche nelle scuole. Il lavoro precario non contribuisce a rendere più sicuro il lavoro. Lo sfruttamento, il lavoro nero, il subappalto, la fretta, l’omessa formazione, sono alcune delle cause che contribuiscono a rendere meno sicura la vita delle persone. Quotidianamente sono tanti quelli che violano la Costituzione Repubblicana e le leggi. Se si va in un cantiere e non vi è traccia del Documento di Valutazione dei Rischi, nel Testo unico si dice che la responsabilità è del datore di lavoro ma spesso si tenta di scaricare le colpe sul capocantiere. Se manca la formazione il lavoro diventa meno sicuro. Ecco, ci vuole più rigore da parte di tutti i soggetti presenti su un posto di lavoro. Il casco va indossato anche se fa caldo. I ponteggi e le imbracature sono indispensabili se si lavora a oltre due metri d’altezza. Insomma su sicurezza e salute dei lavoratori non si può scegliere la strada della tolleranza.

12 Maggio 2026 0 Commenti
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Cultura

LA DISUGUAGLIANZA DA COSA NASCE

di Michele BLANCO 24 Aprile 2026
Scritto da Michele BLANCO

Recensione aThomas Piketty Natura, cultura e diseguaglianze, La Nave di Teseo, Milano 2026

L’economista Thomas Piketty analizza l’andamento degli investimenti statunitensi nell’istruzione nel corso degli anni, con risultati molto eclatanti, come la costante e progressiva riduzione, in termini di risorse e finanziamenti, con gli effetti gravissimi che questa tendenza ha indubbiamente prodotto con il passare degli anni.

Le diseguaglianze economiche, nel reddito e nelle proprietà, sono sempre espressione di diseguaglianze di “capitale umano” (si veda, in particolare, in T. Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2020, dove, tra le altre tesi interessanti, sostiene che la diffusione dell’istruzione universale è uno dei determinanti, forse il più importante, della crescita della produttività del lavoro e di una distribuzione egualitaria dei redditi primari), sono quindi fenomeni emergenti di realtà che rimandano a molte variabili sociali, soprattutto alla formazione scolastica e alla sua qualità. Per ridurre le diseguaglianze la prima cosa essenziale da fare è investire in educazione e formazione, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Sembra molto chiaro e evidente che oggi è impensabile immaginare un futuro migliore per l’Africa e quindi per il mondo se i Paesi più ricchi non inizieranno ad investire in educazione dei bambini e giovani africani invece di investire, come stanno facendo, in riamo.  Questo è la tesi di fondo da sempre sostenuta da Thomas Piketty.

La diseguaglianza è molto probabilmente il tema economico e sociale più importante dell’attuale mondo contemporaneo. 

Thomas Piketty è l’economista che certamente di più in questi ultimi anni ha contribuito a riportare il tema della diseguaglianza (si veda T. Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2020, dove a ci spiega come «la storia di ogni società è la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia», p. 1169),al centro del dibattito sul presente e futuro del capitalismo. Piketty nei suoi lavori ha sempre dedicato una particolare attenzione alla proprietà sociale, dando ampio spazio all’evoluzione e alla lenta (e purtroppo scarsa) diffusione dei modelli di cogestione aziendale germanico-scandinavi, in cui i lavoratori hanno diritto a una rappresentanza nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Soluzione il cui successo sarebbe costantemente testimoniato e verificato dalla contemporanea presenza di alti livelli di produttività e di molte contenute disuguaglianze economiche e sociali presenti nei Paesi scandinavi soprattutto. Tuttavia, questo modello è rimasto molto sottovalutato e confinato nei paesi in cui ha avuto origine (anche per una iniziale preferenza per la proprietà pubblica, cioè per le nazionalizzazioni, da parte dei partiti socialisti del resto d’Europa). Anche in Germania e Svezia, a detta di Piketty, si è configurato più come un tentativo parziale che come una vera e propria soluzione strutturale. Per questo quella della proprietà sociale viene definita come «una storia incompiuta».

In questo suo libricino, che è la traduzione di una conferenza del 2022, ci offre una sintesi del suo pensiero e delle molte ricerche del suo team. Per Piketty la diseguaglianza presente in un dato Paese, di reddito o di patrimoni, deriva dal risultato soprattutto di scelte politiche, dal sistema fiscale ai beni pubblici. E fin qui non ci stupiamo. Quando invece leggiamo che «l’aumento della spesa per l’istruzione ha rappresentato un fattore di emancipazione individuale, di equità, di prosperità tale da comportare a sua volta sia una riduzione delle diseguaglianze sia una crescita della produttività e del livello di vita», (p. 56), forse qualcuno resterà più sorpreso. E poi continua: «Negli anni 50, negli Stati Uniti, il 90% di una certa fascia d’età è scolarizzata fino al liceo, contro il 20% in Germania Francia o Giappone. Negli anni 80 con l’arrivo al potere di Ronald Reagan, il paese perde questa sua specificità» (p. 79). Potremmo quindi certamente affermare che i gravi problemi sociali, ma anche di tenuta democratica nella società, che gli Usa stanno incontrando, dipendono significativamente dal disinvestimento in istruzione della generazione passata i cui effetti si fanno sentire oggi, e domani. E potremmo anche dedurre che se l’Italia non inizierà nuovamente ad investire nella istruzione dei bambini e dei giovani almeno come fece a partire dal dopoguerra, la qualità della nostra uguaglianza, e quindi della democrazia, non potrà che continuare a peggiorare.

Il libro si apre e si chiude con lo stesso importante appello: «Non esisterà uscita dalla crisi del cambiamento climatico, non esisterà riconciliazione possibile tra uomo e natura, senza una drastica riduzione delle diseguaglianze e senza un nuovo sistema economico, radicalmente diverso dal sistema capitalistico attuale» (p. 13). E così si chiude: «Non è immaginabile una soluzione credibile alla sfida contro il riscaldamento senza una drastica riduzione delle diseguaglianze» (p. 98). Un appello che nel l’ultima pagina assume la forma di una profezia socio-economica: «Quando le conseguenze del cambiamento climatico incideranno sul la vita di ciascuno in misura molto più concreta, non sarà impossibile che gli atteggiamenti nei confronti del sistema economico cambino con considerevole rapidità» (p. 106).

Inutile sottolinearlo che siamo di fronte ad un’analisi molto seria e approfondita di chi guardando il passato e il presente dell’economia ci dice con il linguaggio dei numeri ciò che i governi occidentali fanno finta di non sapere. Perché Piketty non ha seguito il consiglio che Benedetto Croce dette a Vilfredo Pareto e ai suoi colleghi economisti: «Risparmiatevi la pena di filosofare: calcolate, e non pensate» (1901). Piketty ha invece pensato, mentre calcolava, controllando e verificando dati e statistiche, e invita tutti noi a pensare, anche con i suoi calcoli. 

Ma il suo appello a tutti noi è quello di finirla di fare finta di nulla e impegnarci per cambiare le politiche neoliberiste per potere pensare a un sistema economico più giusto, con il ritorno alla reale redistribuzione dei redditi e con al centro l’accesso all’istruzione di qualità per tutti.

24 Aprile 2026 0 Commenti
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Cultura

LA PERICOLOSA ADOLESCENZA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

di Federico REPETTO 11 Febbraio 2026
Scritto da Federico REPETTO

Dario Amodei, il manager di Anthropic, una società leader nel settore delle AI, ha di recente pubblicato sul suo sito (https://www.darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology) una specie di articolo-manifesto, intitolato The Adolescence of AI, che agli spettatori di Netflix farà venire in mente la miniserie Adolescence, in cui un ragazzino inglese, chiuso e indecifrabile, è colpevole dell’assassinio (col coltello) di una compagna. Allusivo è anche il titolo del primo capitolo dello scritto, “I’m sorry, Dave”, che è la frase che HAL 9000, l’intelligenza artificiale assassina di Odissea nello spazio, rivolge all’astronauta Dave Bowman. 

L’articolo di Amodei è uscito parallelamente all’intervento da lui fatto a Davos per mettere in allerta i grandi della terra e l’opinione pubblica sui gravi rischi per la società umana che ci attendono nei prossimi anni con lo sviluppo di “AI potenti”. Esso è stato anticipato da un’intervista con l’agenzia Axios, che lo riassume enfatizzando l’urgenza dell’allarme e la gravità dei problemi (https://www.axios.com/2026/01/26/anthropic-ai-dario-amodei-humanity). 

Che cosa intende Amodei con “AI potenti” – che potrebbero forse essere realizzati tra due-tre anni o poco più? Si tratta di congegni con menti da premi Nobel, capaci ormai di “dimostrare teoremi matematici irrisolti, scrivere romanzi estremamente validi, scrivere basi di codice difficili da zero”, ecc. 

«[Un’AI potente] oltre a essere semplicemente una “cosa intelligente con cui parlare”, dispone di tutte le interfacce disponibili a un essere umano che lavora virtualmente, inclusi testo, audio, video, controllo di mouse e tastiera e accesso a Internet. Può intraprendere qualsiasi azione, comunicazione o operazione remota abilitata da questa interfaccia, tra cui intraprendere azioni su Internet, dare o ricevere istruzioni da esseri umani, ordinare materiali, dirigere esperimenti, guardare video, realizzare video e così via. Svolge tutti questi compiti con, ancora una volta, un’abilità che supera quella degli esseri umani più capaci al mondo».

Il primo rischio considerato è quello più fantascientifico: la ribellione delle AI all’umanità. Per avanzare questa ipotesi, che sembra a prima vista la meno verosimile, Amodei si riferisce alla sua propria esperienza con l’AI Claude, che in vari casi si è rifiutata di spegnersi, ha ingannato l’operatore o l’ha in qualche modo ricattato. L’autore sostiene che incidenti del genere sono capitati anche ad altri, ma i gestori non li hanno pubblicizzati. 

Può sembrare remoto anche il pericolo che l’AI potente possa aiutare squilibrati o gruppi terroristici a costruire devastanti armi basate sulle recenti scoperte biologiche o comunque di natura superspecialistica. 

Più terra terra è la previsione che l’intelligenza artificiale possa sconvolgere il 50% dei lavori impiegatizi di livello base nell’arco di 1-5 anni. Egualmente concreta è la preoccupazione per il potenziamento del potere autocratico del Partito Comunista Cinese grazie all’AI (e perciò, nell’immediato, per la vendita indiscriminata di chip alla Cina). Amodei rileva anche i dilemmi che lo sviluppo dell’Ai ci pone: «Prendersi il tempo necessario per costruire con cura sistemi di intelligenza artificiale in modo che non minaccino autonomamente l’umanità è in netta contraddizione con la necessità delle nazioni democratiche di rimanere un passo avanti rispetto alle nazioni autoritarie e di non esserne soggiogate. Ma a loro volta, gli stessi strumenti basati sull’intelligenza artificiale, necessari per combattere le autocrazie, possono, se portati troppo oltre, essere rivolti verso l’interno per creare tirannia nei nostri stessi paesi.» 

Senza nominare gli USA, Amodei in vari punti sottolinea che le democrazie sono a rischio. La sua preocupazione è che la plutocrazia diventi autocrazia: “un altro tipo di privazione del potere [dell’umanità] può verificarsi se la concentrazione della ricchezza è così elevata che un piccolo gruppo di persone controlla di fatto le politiche governative con la propria influenza, e i cittadini comuni non hanno alcuna influenza perché privi di leva economica. La democrazia è in definitiva sostenuta dall’idea che la popolazione nel suo insieme sia necessaria per il funzionamento dell’economia.” E cioè non sia estromessa dalla produzione e dal mercato del lavoro. Prosegue: “Se questa leva economica viene meno, il contratto sociale implicito della democrazia potrebbe smettere di funzionare”. 

Amodei invoca a questo punto l’intervento del governo nell’economia: «La risposta politica naturale a un’enorme torta economica, unita a un’elevata disuguaglianza (dovuta alla mancanza di posti di lavoro o a lavori mal pagati, per molti), è la tassazione progressiva. L’imposta potrebbe essere generale o mirata in particolare alle aziende di intelligenza artificiale.» 

Senza mezzi termini, per lui le stesse aziende che producono AI sono un pericolo potenziale per la democrazia e per l’umanità stessa se non viene regolamentato il settore e se le AI non sono testate e monitorate secondo criteri validi per tutti (peraltro Amodei mette in rilievo i sistemi di controllo che impiega Anthropic). 

Conclude dicendo: “Non abbiamo tempo da perdere”. 

Per contestualizzare queste affermazioni così pesanti, cerchiamo di chiarire chi è Amodei e che ruolo ha Anthropic. 

Amodei esce dalla cultura digitale californiana, avendo studiato a Stanford, e ha lavorato presso la cinese Baidu, Google e OpenAi prima di fondare Antrhopic nel 2021. Nel 2023 il consiglio di amministrazione di OpenAI lo ha invitato a sostituire Sam Altman come amministratore delegato e a fondere le due società. Ha rifiutato (notizie tratte da Wikipedia). 

Anthropic “è una Public Benefit Corporation (PBC), il che significa che ha l’obbligo legale di bilanciare il profitto con il beneficio pubblico e la sicurezza dell’IA. Questo rende un’eventuale quotazione [in borsa] più complessa rispetto a una società tradizionale”. Di fatto però essa è anche una società per azioni, e “tra i suoi principali azionisti ci sono colossi già quotati, come Amazon e Google, che hanno investito miliardi di dollari nella società” (notizie tratte da Google AI). Oggi essa è valutata circa 145 miliardi di dollari (secondo Axios) e pare che si stia preparando ad essere quotata in borsa quest’anno. Sempre secondo Google AI e il sito specializzato TechCrunch, Anthropic sta lanciando un particolare tipo di API (Application Programming Interface – Interfaccia di Programmazione delle Applicazioni). Essa “consente a uno sviluppatore o a un’azienda di integrare le capacità di Claude direttamente all’interno delle proprie app o siti web, senza dover costruire un modello da zero”. Anthropic la offre alle grandi aziende; tra l’altro ha una particolare capacità di elaborazione di documenti lunghissimi. “Questa strategia segna il passaggio definitivo di Anthropic da laboratorio di ricerca a fornitore di infrastrutture critiche per il mercato globale” è il commento di Google AI – che possiamo considerare attendibile, visto che appartiene a uno dei proprietari di Anthropic… 

Dà un’idea abbastanza chiara di questo passaggio Il Post, che divulga con chiarezza e con continuità gli sviluppi che riguardano le tecnologie digitali. L’articolo Claude Code promette un futuro in cui chiunque si farà i suoi software (https://www.ilpost.it/2026/02/08/claude-code/) ha per oggetto Claude Code, un’applicazione che “parla” con l’API di Anthropic per agire direttamente sui file locali del sito del cliente, e lo ristruttura secondo i suoi desideri, senza richiedergli straordinarie competenze. Tanto è vero che “negli ultimi mesi il software si è diffuso anche tra il pubblico meno specializzato” e ha provocato “forti cali in borsa (fino a circa il 30 per cento)” alle aziende che vendono servizi digitali alle imprese. 

Come si vede, Amodei non è un soggetto neutro e innocente, fuori del gioco, e non è strano lo scetticismo sul suo articolo espresso da varie parti sulla base del conflitto di interessi. Comunque cercherò di dare qualche indicazione sul contesto teorico in cui si inserisce questo scritto, che è quello degli informatici californiani libertari. L’autore cita diverse volte un suo articolo dell’ottobre 2024, Machines of Lovable Grace. How AI Could Transform the World for the Better, il cui titolo riprende quello di un libro di ben 400 pagine dello storico della scienza John Christoff, Machines of Loving Grace: The Quest for an Unstoppable AI, Harper & Collins 2015. Me ne sono fatto fare un ampio riassunto da CharGPT, e ho potuto sapere che Christoff vi sostiene l’uso dell’informatica e in particolare dell’AI come augmentation – o potenziamento – dell’intelligenza umana e in genere delle capacità umane, contro il suo uso come automazione, o autonomizzazione della macchina. Egli è profondamente convinto che le tecniche non siano neutrali, ma che possano essere impiegate – o meglio ancora piegate – al servizio di forze sociali e politiche precise. 

Il ricorso all’automazione è quello che è tipico dell’impiego capitalistico in cui la si usa essenzialmente per risparmiare lavoro e spese di qualunque tipo e per aumentare il profitto. Serve anche per sorvegliare il lavoro stesso e per monitorarlo al fine della sua razionalizzazione e velocizzazione. Essa serve essenzialmente a sostituire la forza lavoro, limitando le funzioni dell’uomo a processi marginali, che spesso non richiedono particolare intelligenza e abilità (né una buona remunerazione). Inoltre l’automazione, richiedendo grossi capitali iniziali, concentra le aziende, che diventano sempre più grandi, e diminuisce la concorrenza. 

Analogamente, il suo impiego nell’industria culturale porterà alla produzione di merci culturali adatte ad un pubblico il più ampio possibile. 

C’è infine il suo impiego politico ai fini della sorveglianza e del controllo dei comportamenti, della comunicazione e delle opinioni, e il suo uso militare. Il suo sviluppo serve a rafforzare le autocrazie e costituisce una minaccia per la democrazia. 

Come si vede, per questa tradizione culturale l’automazione pura funziona bene al servizio di forze e sociali e politiche che mirano a diminuire la concorrenza, l’occupazione qualificata, il pluralismo e la democrazia. 

Per augmentazione si intende una serie di tecniche digitali che fanno partecipare il lavoratore al processo produttivo e che lo aiutano a sviluppare le sue capacità. Sono importanti anche quelle che aiutano nell’apprendimento, seguendo passo passo lo studente, e quelle che nell’informazione si pongono al servizio della collettività rendendo accessibili e comprensibili le notizie di pubblico interesse. 

Markoff elabora una vera utopia dell’augmentazione, e intravvede nell’eventuale dominio dell’automazione la minaccia di un futuro distopico. L’intervento dello Stato per lui è necessario per regolare il mercato e dettare norme precise dell’uso delle tecniche, e soprattutto per intervenire nel mercato della forza lavoro e nella formazione ai fini della riconversione di essa, perché comunque l’accelerazione continua dei processi economici, dovuta allo sviluppo cumulativo della tecnica, richiede un monitoraggio ed una correzione continui. Markoff inoltre è chiaramente convinto che lo welfare sia indispensabile al mantenimento della democrazia, messa in questione dagli shock economici e sociali provocati dall’accelerazione dello sviluppo. Egli, facendo la storia delle teorie dell’augmentazione e dell’automazione nella cultura digitale californiana, mette in guardia dai rischi della deriva del libertarismo solidale e cooperativo delle origini verso il neoliberismo puro. 

Amodei si riallaccia a questo filone dell’augmentazione e alla visione di welfare socialdemocratico di Markoff e di gran parte dei californiani delle origini. Ma i californiani vincenti erano tutti in prima fila all’incoronazione di Trump. Non solo, ma Musk non è mai stato un vero californiano, e nemmeno Peter Thiel, – il manager di Pallantir, l’AI specializzata in spionaggio, al servizio dei bombardamenti israeliani a Gaza. 

Che prospettive ha il messaggio di Amodei? È stato scritto dopo gli ultimi sondaggi che danno Trump in difficoltà per il mid-term? O vuole proprio rafforzare il voto antitrump? Al netto delle sue possibili esagerazioni, noi che prospettive abbiamo? Intanto bisognerebbe almeno che i partiti dell’opposizione prendessero atto di questo messaggio. 

11 Febbraio 2026 0 Commenti
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Cultura

ANALFABETISMO FUNZIONALE: QUANDO NON CAPIRE DIVENTA UN PROBLEMA POLITICO

di Domenico PALAZZO 22 Gennaio 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

L’analfabetismo funzionale non è l’incapacità di leggere o scrivere. È qualcosa di più subdolo e pericoloso: è la difficoltà – o l’impossibilità – di comprendere, interpretare e usare in modo critico le informazioni che si leggono, si ascoltano o si guardano. Una persona analfabeta funzionale sa decifrare le parole, ma non il senso. Sa leggere un titolo, ma non un contenuto. Sa ripetere un dato, ma non contestualizzarlo. 

È una condizione che si misura attraverso indagini internazionali come OCSE-PIAAC, che valutano le competenze di literacy, numeracy e problem solving negli adulti. E i numeri italiani, da decenni, sono allarmanti.Secondo ricostruzioni basate su dati ISTAT storici, OCSE e studi sociologici comparativi, l’analfabetismo funzionale in Italia segue un andamento che racconta molto più di quanto sembri. 

Il grafico che accompagna questi dati mostra una dinamica chiara: un miglioramento fino agli anni Novanta, seguito da una nuova crescita dell’analfabetismo funzionale proprio mentre iniziano i tagli strutturali alla scuola, all’università e alla cultura. 

Non è una coincidenza. Meno scuola, meno cultura, meno strumenti.  

L’Italia è oggi uno dei Paesi europei che investe meno in istruzione in rapporto al PIL. Dal 2008 in poi, ogni governo – con intensità diverse – ha considerato la scuola e la cultura una spesa comprimibile, non un investimento strategico. 

Classi sovraffollate, stipendi bassi, edilizia scolastica fatiscente, università sempre più elitaria (si guardi soprattutto al caro affitti), biblioteche chiuse o depotenziate. Il risultato non è solo una perdita di conoscenze, ma una perdita di capacità critica. 

La scolarizzazione è fondamentale, ma non sufficiente. Un diploma o una laurea non immunizzano automaticamente dall’analfabetismo funzionale. Se la cultura non diventa esercizio quotidiano, confronto, lettura, dubbio, allora resta un titolo, non uno strumento.  

E questo diventa ancora più grave in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi, dai dati presentati come verità assolute. In questo contesto, un cittadino che non sa leggere criticamente è un cittadino inerme.  

Il governo Meloni lo sa bene. E infatti usa i numeri come clava politica: 

– dati parziali presentati come assoluti, 

– percentuali senza contesto, 

– confronti internazionali selettivi, 

– narrazioni semplificate per giustificare scelte complesse. 

Quando manca la capacità di comprendere ciò che si legge, la propaganda vince sempre. E le fake news proliferano perché trovano terreno fertile.Contrastare l’analfabetismo funzionale non significa solo “più scuola”. Significa diffondere una cultura del vero, della verifica, della complessità. Significa insegnare – ovunque – a distinguere un’opinione da un fatto, una fonte da una manipolazione. Non solo nelle scuole. Nei luoghi di lavoro. Nei quartieri. Nelle biblioteche. Nei circoli culturali. Nello spazio pubblico. 

Perché la cultura non è una laurea. Non è un dottorato. Non è un’élite. La cultura è ricchezza condivisa. La cultura è amore per la verità. La cultura è rispetto di se stessi. 

E senza rispetto di sé, una società accetta qualsiasi menzogna. 

22 Gennaio 2026 0 Commenti
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Cultura

HO TANTA NOSTALGIA DEGLI ANNI 90

di Domenico PALAZZO 22 Novembre 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè

«I videogames vi rovineranno il cervello!», negli anni ’90 era una frase ricorrente pronunciata con preoccupazione da genitori e insegnanti mentre le sale giochi si riempivano di luci, suoni e gettoni. Era l’epoca in cui i bambini imparavano a orientarsi dentro spazi complessi, reali e digitali, senza tutorial.

Oggi, a distanza di trent’anni, quella frase torna utile per una riflessione meno moralistica e più generazionale: non sui videogiochi in sé ma su come sono cambiati e su cosa chiedono alla mente dei bambini.

Studi di psicologia dello sviluppo e delle generazioni (Developmental Psychology e Journal of Adolescent Research) mostrano che i millennial e la Gen Z presentano stili cognitivi differenti. I primi sono cresciuti in un ambiente analogico-digitale ibrido, i secondi in un ecosistema completamente digitale. Questo cambia il rapporto con l’attesa, con l’errore, con la frustrazione e con l’esplorazione autonoma. I videogiochi degli anni ’90 – come Tetris, Doom, Puzzle Bobble o Prince of Persia – non spiegavano quasi nulla. Costringevano a memorizzare schemi, percorsi, trappole, segreti. Studi neuroscientifici (University College London, Nature) hanno mostrato che questo tipo di navigazione spaziale e problem solving rafforza l’ippocampo, area centrale per memoria e orientamento. Molti giochi contemporanei, invece, sono fortemente guidati: indicatori, obiettivi evidenziati, percorsi suggeriti. Il bambino non esplora, esegue. E senza esplorazione, il pensiero critico si atrofizza.

Negli anni ’90, quando si perdeva, il gioco finiva. Letteralmente. Niente salvataggi infiniti, niente “continua”. Il tempo era scandito: dal numero di vite, dai gettoni, dalla fila dietro. Oggi titoli come Fortnite o Minecraft sono progettati per non finire mai. La stimolazione è continua, l’attenzione sempre alta, l’uscita dal gioco non è prevista. Numerosi studi (American Journal of Psychiatry, Frontiers in Psychology) parlano di iperstimolazione e difficoltà nell’autoregolazione. Il gaming era un’esperienza sociale reale: due controller, lo stesso schermo, lo stesso divano. Si litigava, si aspettava il turno, si guardava giocare. Oggi il bambino è spesso solo in una stanza connesso a decine di persone virtuali ma privo di interazione corporea ed emotiva immediata. Non è nostalgia: è un cambiamento strutturale del modo di stare insieme.

Nei “vecchi” videogames la ricompensa non era immediata. Servivano giorni per superare un livello oppure settimane per scoprire un trucco, spesso leggendo riviste o parlando con gli altri. Oggi il game design sfrutta consapevolmente i meccanismi dopaminergici: premi continui, skin, livelli rapidi. Le neuroscienze parlano di “dopamine loops”. Il risultato? Meno pazienza, più dipendenza dalla gratificazione istantanea. I giochi erano pensati per livelli chiusi, con un inizio e una fine. Oggi sono flussi permanenti, progettati per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Non è un dettaglio: è una diversa idea di mente.

Questa non è una condanna del presente, né un’idealizzazione del passato. È una constatazione: i bambini di oggi crescono in un ambiente sovrastimolato, mentre quelli di ieri imparavano a fermarsi, aspettare, orientarsi. 

Forse la nostalgia non è per i giochi, ma per quel tempo lento in cui perdere significava anche, semplicemente, alzarsi e tornare a casa. 

22 Novembre 2025 0 Commenti
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Cultura

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, INTELLIGENZA NATURALE E LOTTA DI CLASSE

di Pino D'ERMINIO 3 Marzo 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Sempre più spesso si parla di AI e di AGI – acronimi in inglese di intelligenza artificiale e di intelligenza artificiale generale – confrontate con quella che possiamo chiamare naturale o biologica, cioè l’intelligenza di cui dispongono molti animali, sia pure in gradi diversi. Si impone preliminarmente la necessità di definire cosa si intenda per “intelligenza”. Quesito di micidiale difficoltà, perché l’intelligenza è un insieme di diverse capacità fondamentali, accompagnate da capacità complementari. Quest’ultime da sole non bastano tuttavia a configurare un essere intelligente. Mi riferisco a quelle capacità sensoriali, adattive e di autoconservazione, del tipo stimolo-risposta, che si riscontrano in tutti i viventi, a seguito di sollecitazioni (ad esempio la temperatura o la luce), ma anche alla percezione del dolore e del piacere od ai meccanismi biochimici che governano la riproduzione. A questi livelli, dove non interviene la volontà, non mi sembra che si possa parlare di intelligenza.

A me pare che componente essenziale dell’intelligenza sia la consapevolezza di sé e, conseguentemente, di quanto è distinto da sé. L’intelligenza è prima di tutto intelligenza di se stessi: cogito ergo sum. Oltre all’autocoscienza, c’è una seconda componente dell’intelligenza, misteriosa e magica: la creatività; cioè la capacità di immaginare e realizzare ciò che mai prima è stato immaginato e realizzato. Il campo scientifico-tecnico e quello artistico, in apparenza diversissimi, sono entrambi frutto della creatività, che è funzionalmente la medesima nell’uno e nell’altro. Una terza componente è l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di sviluppare sentimenti propri e, entro certi limiti, di cogliere quelli altrui. Una quarta componente è la facoltà di sviluppare il pensiero astratto o concettuale, dal quale scaturisce tutta la matematica, così come, ad esempio, il concetto di cavallo, come generalizzazione dei cavalli empirici. Quinta componente è la facoltà classificatoria, cioè di ordinare e raggruppare enti di qualunque natura secondo criteri frutto di ragionamenti non precostituiti; ad esempio, creando la tavola periodica degli elementi di Mendeleev (pron.: Mindilìjef). Sesta ed ultima componente mi pare la memoria, intesa come capacità di conservare e di richiamare una traccia mentale di eventi, nozioni e concetti, dunque di apprendere. Riepilogando, possiamo identificare l’intelligenza come l’insieme di sei facoltà fondamentali: autocoscienza, creatività, emotività, astrazione, classificazione e memoria (alias apprendimento).

Nella cosiddetta intelligenza artificiale di queste facoltà è riscontrabile soltanto la memoria, che anzi è enormemente più potente di quella biologica. Se diamo in pasto ad un programma di AI milioni di informazioni (depurate da quelle false) su, poniamo, Giacomo Leopardi, possiamo ricavarne un informato e decoroso saggio sul poeta, privo però di qualsivoglia originalità, perché il programma confronta ed assembla le informazioni di input secondo i criteri dati dai programmatori, ma non è in grado di svilupparle in modo creativo. Potremmo anche chiedere all’AI di scrivere una poesia leopardiana ed il programma ci restituirebbe un testo alla Leopardi, ma mai un testo di Leopardi, del quale non ha né la creatività né i sentimenti (l’emotività). Inoltre l’AI non “capisce” quello che produce, non è consapevole di quello che fa e di quello che è.

Con l’AGI (detta anche intelligenza artificiale forte) si ipotizza di creare una macchina che non solo sia in grado di apprendere e di elaborare secondo criteri discrezionali le informazioni memorizzate, ma anche di capirle, dunque di pensare il pensiero, ovvero dotata di autocoscienza. Ritengo impossibile creare una tale macchina, ma se anche lo fosse, mancherebbe di creatività e di emotività (dunque di volontà) e sarebbe solo in parte paragonabile all’intelligenza biologica. Escludo pertanto che si possa realizzare il futuro distopico dominato dalle macchine, immaginato dalla fantascienza.

L’impatto che avrà l’AI in campo economico, sociale, scientifico, artistico e politico sarà enorme, specialmente nel risolvere brillantemente ed in tempo reale i problemi di ottimizzazione, di cui si occupa la ricerca operativa, e nel vagliare ed assemblare milioni di dati, secondo criteri assegnati. C’è il rischio che nelle attività produttive si espanda la tendenza a trasformare l’uomo in un servomeccanismo, anche per i profili professionali alti? Indubbiamente sì, ma c’è anche la possibilità opposta di un innalzamento delle capacità produttive attraverso un potenziamento del lavoro, non del capitale. Nel primo caso si restringerebbero gli spazi democratici ed aumenterebbero le disuguaglianze; avverrebbe tutto il contrario nel secondo. Come andranno le cose lo stabilirà un processo sociale antico, la lotta di classe, data frettolosamente per morta con la presunta fine della storia e l’elevazione del capitalismo ad unico ed ultimo sistema possibile.

3 Marzo 2025 0 Commenti
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Cultura

LA SCRITTURA DI GUERRA, STORIA DI UNA LIBERTÀ

di Annamaria DI STASIO 1 Marzo 2025
Scritto da Annamaria DI STASIO

La storia e, dunque, la nascita della scrittura Braille è stata lunga e sofferta. 

Già Erasmo da Rotterdam nel 1500 aveva posto l’attenzione sulla condizione di quei soggetti considerati scarto della società, in particolare sordi e ciechi. Essi, infatti, venivano dappertutto emarginati dalla società perché ritenuti non in grado di svolgere alcuna attività lavorativa o di altra natura e, dunque, assolutamente non adatti a ricevere alcun grado di istruzione. I ciechi si trovavano molto spesso sui sagrati delle Chiese oppure nell’ombra, ai bordi delle strade, a chiedere l’elemosina in atteggiamento di sottomissione, col capo chino ed in silenzio. In quei soggetti che sentivano di dover mantenere una certa dignità si notava un arrancare con movimenti volontari di orientamento oppure la ricerca di vedenti come guide. Altro destino per loro, ancor più triste, era il ricovero in ospizi dai quali uscivano soltanto per l’ultimo viaggio. Di solito, la compassione e lo spirito di solidarietà alimentavano metodi parascientifici che, con infusi e pozioni magiche, promettevano speranze di guarigione . Degni di nota sono personaggi illustri quali Girolamo Cardano (1501-1576) matematico, filosofo, ingegnere, astrologo e illusionista, inventore del giunto cardanico che si occupò per primo della istruzione dei sordomuti e dei ciechi e Francesco Lana de  Terzi (1631-1687) un gesuita che ideò per primo un metodo di scrittura per non vedenti. Egli fu il primo a intuire l’importanza del tatto per i non vedenti e così pensò di realizzare una sorta di  alfabeto semplificato fatto di fili intrecciati che sistemava in modo che  i ciechi, toccandoli, potessero crearsi un’idea delle lettere stesse. Fu, naturalmente, un metodo fallimentare  perché privo di rappresentazione sulla carta. Fu il tipografo veneziano  Francesco Rampazzetto a realizzare una sorta di macchina per scrivere dai  caratteri mobili che venivano impressi con una notevole pressione sulla carta realizzando una scrittura in rilievo. Anche questo metodo risultò fallimentare perché bisognava rendere adatta la carta attraverso un lungo e faticoso processo ed, inoltre, la pressione da imprimere sulla carta era davvero notevole. Di certo, la teoria dell’Empirismo inglese secondo cui la conoscenza umana deriva dall’utilizzo e dalla esperienza dei sensi, non agevolava i non vedenti. Solamente con l’affermarsi dell’Illuminismo nel XVIII secolo si ebbe una nuova visione . Dall’Europa e particolarmente attivo in Francia, partì il più grande movimento di rinnovamento in campo filosofico,  culturale, scientifico, artistico, economico, politico, religioso e sociale che poneva l’Uomo, dalla mente illuminata, in atteggiamento critico rispetto alle grandi tematiche. Venne fuori, altresì, un nuovo sentimento, quello della filantropia.  

Il primo vero tiflologo della storia fu Valentin Hauy nato a Saint-Just (1745-1822) di nobile famiglia, fratello del padre della cristallografia. Apro una breve parentesi per spiegare che la Tiflologia (dal greco Tyflòs+logos ovvero cieco+discorso) si occupa delle condizioni di vita dei non vedenti e dei problemi educativi  legati al loro inserimento nel mondo scolastico, lavorativo e sociale. Si narra che nel 1771 il giovane Valentin Hauy si recò a Parigi alla fiera di San Ovidio dove assistette ad una scena molto bruta in cui un gruppo di ciechi abbigliati con costumi da baracconi si esibiva per far ridere il pubblico. La scena terminava con una sorta di combattimento che si svolgeva per mezzo di lunghi bastoni atti a colpire alla rinfusa. Da qui l’espressione “botte da orbi’” Hauy rimase molto colpito da quello spettacolo davvero triste e decise di dedicare la sua vita al riscatto di queste persone. La sua intenzione fu rafforzata da un altro episodio avvenuto circa sette anni dopo sempre a Parigi. Sul sagrato di una Chiesa vide un mendicante non vedente al quale fece dono di una moneta e notò che questi, dopo averla accuratamente toccata, fu perfettamente in grado di riconoscerne il valore. Ebbe, così, la conferma che i ciechi possono essere educati ed istruiti e, dunque, si adoperò coinvolgendo altri con lo stesso ideale, per la realizzazione della prima scuola per non vedenti che non fosse di tipo assistenziale ma che desse una truzione a questi soggetti. La scuola fu fondata a Parigi nel 1784 e venne denominata “Istituto Nazionale per Giovani Ciechi” e Valentin Hauy ne divenne il Direttore. Al suo interno si insegnava a riconoscere i caratteri dei vedenti a rilievo accuratamente semplificati, stilizzati, ingranditi e realizzati con semplici materiali quali legnetti o pezzetti di altra origine . Era un metodo di complicata e lunga preparazione che rallentava l’apprendimento ed era, inoltre, un metodo sostanzialmente di lettura e non di scrittura che, invece, diventava possibile solo attraverso un procedimento di umidificazione e pressatura di più fogli assemblati. Nel 1789 scoppiò la Rivoluzione Francese e Hauy si rifugiò a San Pietroburgo dove fondò la seconda scuola per non vedenti. Ritornato a Parigi dodici anni dopo, trovò la sua scuola nazionalizzata. Poi fu arrestato e dopo qualche anno morì.

Tra il 1790 e il 1799 nacquero altre scuole sia in Inghilterra, che a Vienna, che a Berlino. Fu proprio nell’Istituto di Vienna che si fece una scoperta sensazionale e cioè che il tatto risultava più sensibile e preciso quando le dita sfioravano i punti anziché le linee o altre forme. Anche in Italia nasce il primo Istituto a Napoli, poi a Genova, Bologna, Milano, Firenze ed in Sicilia.

Arriviamo finalmente all’eroe Louis Braille che nacque a Coupvray (Francia) il 4 gennaio 1809 e morì a Parigi il 6 gennaio 1852. Egli era figlio di un sellaio ed all’età di tre anni, mentre giocava nella bottega del padre, si ferì ad un occhio. L’infezione si trasmise all’altro occhio rendendo il piccolo totalmente cieco. Quando raggiunse l’età scolare, i suoi genitori vollero portarlo a Parigi nella scuola fondata da Valentin Hauy e lì studiò, imparò la musica e si diplomò a pieni voti. Come accadeva di solito, a tutti gli allievi più bravi, anche a Louis Braille fu proposto di rimanere nella scuola come docente. Oltre a ciò, Braille esercitava anche l’attività di musicista e organista presso le più importanti Chiese parigine. Pochi ricordano l’attività di musicista di Braille né sono stati ritrovati sue composizioni scritte poiché gli organisti francesi di allora avevano grande capacità di improvvisazione ma, ancora oggi, in Francia, persiste la tradizione della presenza di organisti non vedenti nelle Basiliche, compresa Notre Dame, in ricordo di Louis Braille e dei suoi allievi musicisti.

Capitava spesso che filantropi e personaggi illustri facessero capolino negli istituti che ospitavano le persone speciali vuoi per informarsi sulle attività svolte , vuoi per fare donazioni. Così, nella scuola che ospitava Louis Braille andò in visita Charles Barbier un generale di Napoleone, ormai in pensione, che raccontò di come, dietro richiesta da Napoleone in persona, realizzò un sistema in codice tattile, di comunicazione tra gli alleati, costituito da un sistema di 12 punti ognuno dei quali rappresentava una sillaba . Detto sistema poteva essere usato anche in assenza di luce ed aveva il vantaggio di essere incomprensibile al nemico. Il Prof. Braille rimase molto colpito da quel  racconto e si mise a lavorare affinché il codice fosse semplificato e adattato alle caratteristiche dei non vedenti. Così, ridusse i puntini a 6 e fece corrispondere una lettera ad ogni puntino. Inoltre, la scoperta geniale di Braille fu che le dita avevano la maggiore sensibilità localizzata sui polpastrelli  e, quindi, adattò anche le dimensioni dei caratteri a quelle dei polpastrelli, E’ importante notare che nell’alfabeto di Braille la lettera W era mancante poiché nella lingua francese questa lettera non esiste; essa venne inserita in seguito, quando l’alfabeto divenne patrimonio di tutto il mondo. Louis Braille, orgoglioso della sua “invenzione”, e avendo ricevuto l’approvazione dei suoi allievi, ne parlò con il Direttore e gli altri docenti della scuole che, però, mal accolsero la novità. Tale scrittura superava e rompeva il legame fra la forma dei caratteri finora adoperati e i caratteri in rilievo. Infatti, essendo incomprensibile ai più, veniva considerato una sorta  di codice segreto che avrebbe messo in contatto stretto gli allievi tra loro con la netta esclusione dei docenti della scuola. Ancora oggi, purtroppo, vige, in qualche caso, questa convinzione. Fu solamente grazie al nuovo Direttore che comprese che questo sistema permetteva la lettura veloce e lineare , 

che venne messo in sperimentazione. 

Louis Braille morì di tubercolosi nel 1852 abbastanza giovane e non fece in tempo a vedere l’enorme successo della sue “invenzione” che fu in grado di strappare i non vedenti dal degrado e dall’isolamento, anche culturale, tuttavia, questo metodo, prima di ottenere l’approvazione si dovette scontrarsi con altri metodi più tradizionali già in uso. Il riconoscimento del metodo come metodo migliore (ma non ancora l’ufficializzazione) avvenne durante i Congresso mondiale dei ciechi nel 1878. L’ufficializzazione si ebbe soltanto nel 1903 durante i Congresso che si svolse negli Stati Uniti. A dimostrazione della grandezza di Louis Braille, nel 1952 la sua salma fu trasferita nel Pantheon a riposare insieme agli eroi e ai personaggi famosi francesi. Grazie a Louis Braille – a cui sono state intitolate strade, biblioteche, giornate e tanto altro – uno strumento di guerra viene trasformato in strumento di beneficio per l’Umanità.

1 Marzo 2025 0 Commenti
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Cultura

ATLETI IN CORSIA

di Annamaria DI STASIO 27 Febbraio 2025
Scritto da Annamaria DI STASIO

Bisogna considerare che qualsiasi battaglia vinta con l’impegno di chi lavora per il bene della comunità viene apprezzata solo quando o si è vissuti nel periodo di malessere precedente rispetto alla battaglia oppure quando il beneficio della battaglia vinta viene meno o sta per venire meno.

Prima della nascita del SSN, l’assistenza degli italiani era un privilegio di pochi. La sanità, infatti, era affidata ad un sistema di enti mutualistici denominati “Casse mutue” che si rivolgevano a delle specifiche categorie di lavoratori. Dunque, non tutti erano destinati a tale servizio. Va da sé che esistevano delle gravi disparità nella società e il diritto all’assistenza sanitaria non era legato all’essere cittadino ma all’essere lavoratore. Le casse mutue nacquero nell’ottocento per iniziativa degli operai che misero a propria disposizione un fondo comune per affrontare i rischi del  futuro. La funzione delle suddette società di mutuo soccorso fu poi trasformata dal governo fascista che le prese sotto il controllo diretto e le intrappolò in macro enti secondo la logica del corporativismo. Ciascun ente era di competenza di una specifica categoria di lavoratori i quali, per poter usufruire dell’assistenza sanitaria, dovevano obbligatoriamente iscriversi insieme con tutta la famiglia a suo carico. I familiari però, che avevano maggiormente bisogno di essere curati, perché affetti da patologie gravi, paradossalmente avevano meno diritto di assistenza. Coloro che non usufruivano o non potevano usufruire dell’assistenza da parte delle casse mutue pagavano di propria tasca le cure mediche e ospedaliere. Di coloro che non avevano i mezzi economici, invece, si occupavano il medico condotto che si intendeva di tutto un po’ e che veniva affiancato dall’ostetrica condotta per far partorire le donne a casa, nonché, negli ospedali direttamente. Gli ospedali all’epoca erano autonomi e si reggevano sui contributi dei benefattori.

Dopo decenni di mal funzionamento del sistema, si scatenò una grave crisi finanziaria che si ripercosse direttamente sugli ospedale penalizzando gravemente i cittadini. Occorreva, quindi un intervento dall’esterno. Un primo passo fu compiuto nel 1958 con l’istituzione del Ministero della Sanità mentre, nel 1968 prese corpo la Legge 132 che intervenne sull’aggiornamento degli ospedali che furono denominati “enti pubblici”. La nascita del SSN, però, si ebbe solo il 24 dicembre 1978 con la riforma numero 833 che sostituì il modello mutualistico con quello universalistico della tutela della salute e che determinò che la spesa sanitaria fosse a carico dello Stato. Successivamente, nei primi anni 90, si determinò l’aziendalizzazione delle USL che vennero denominarono ASL e vennero definiti i LEA come garanzia per i cittadini. Di fatto, con la aziendalizzazione e la regionalizzazione delle ASL, si è ritornati ad una sorta di disparità per cui le regioni più ricche offrono servizi maggiormente di qualità rispetto a quelle più povere, determinando i cosiddetti viaggi della salute dei pazienti che vanno alla ricerca di ospedali attrezzati e all’avanguardia dove li accolgono medici “più bravi” e motivati. Le lunghe attese per effettuare esami e visite o la difficile assistenza nei P.S.,  ma anche la mancanza di fiducia nelle strutture e nei medici, il rifiuto da parte dei pazienti di considerare la cura come un percorso del paziente verso la guarigione e, non meno gravi i modelli di comportamento appresi dai programmi televisivi generano, ogni giorno, gravissimi episodi di violenza e aggressioni nei confronti del personale medico, infermieristico e paramedico. Si è reso necessario, quindi, inasprire le pene per gli aggressori. Ciò che più mi ha colpita è stato non soltanto che l’Ordine dei Medici ha deciso di garantire assistenza legale facendosi carico delle spese legali ma quanto il fatto che gli operatori sanitari di tutta Italia hanno deciso di imparare le arti marziali per contrastare gli aggressori e sentirsi più sicuri. Dunque, violenza risponde a violenza! Mai avremmo voluto che i Medici, invece che addestrarsi per migliorare le tecniche chirurgiche, o per essere al passo con i progressi nel campo della ricerca,  pensassero a trasformare gli ospedali in luoghi per risse. Credo che tutto ciò sia molto grave e sintomatico di malessere. C’è indifferenza da parte delle Istituzioni nei confronti di tutti coloro che si recano ogni giorno sul posto di lavoro e rischiano la propria incolumità. 

27 Febbraio 2025 0 Commenti
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Cultura

VIA LIBERA AL VINO DEALCOLATO E POI ATTACCO AL VINO TRADIZIONALE, TUTTA UNA COINCIDENZA?

di Pasquale DI LENA 22 Febbraio 2025
Scritto da Pasquale DI LENA


Le strane coincidenze, dopo il via libera al vino dealcolato ecco il nuovo attacco dell’Unione europea al vino tradizionale, per la sua componente alcolica. E se tutto facesse parte di un piano per demolire la Dieta mediterranea? Riporto questo scritto letto su il Corriere Vinicolo, la testata storica (nel 2018 festeggerà un secolo di vita) importante punto di riferimento del mondo del vino Il settimanale dell’Unione Italiana Vini UIV, con il quale ho avuto il piacere di collaborare a cavallo degli anni ’90, grazie all’invito rivoltomi dall’allora direttore Antonio Niederbacher. “Dealcolati: fatta la legge ora bisogna fare il vino INDUBBIAMENTE È IL TEMA DEL MOMENTO CON IL SETTORE CHE SI DIVIDE TRA ATTESE, PROGETTI, INVESTIMENTI E TANTA TECNOLOGIA MADE IN ITALY PRONTA ALL’USO Finalmente anche il nostro Paese ha aperto alla produzione dei vini a ridotto o nullo contenuto alcolico. A fine 2024 è arrivata la firma del ministro Lollobrigida sul decreto che regolamenta un settore che vale il 2-3% del mercato mondiale del vino e che in una fase di crisi globale dei consumi potrebbe rivelarsi un asso nella manica. Le aziende ci pensano, e chi ha già tastato il mercato portando all’estero la produzione è pronto a investire nel Belpaese, che vanta le migliori tecnologie al mondo. Sul nuovo numero de Il Corriere Vinicolo le testimonianze delle imprese, il quadro normativo con gli aspetti ancora da chiarire e le valutazioni sulle reali prospettive di mercato”… Non ho niente, visto che non le berrò mai, contro queste novità nel campo delle bevande e niente contro il mondo del vino, che trova in essa una soluzione alle difficoltà di bilancio per i rischi che corre il prodotto vino sui mercati, nel tempo del neoliberismo della banche e delle multinazionali, dei Trump che si sentono padroni de mondo. Ognuno è libero di bere ciò che vuole. Non potevo, per il tempo passato a discutere del vino e a parlare con il vino, non pormi la domanda: bene, ma perché lo vogliono chiamare vino? La risposta l’ho trovata proprio nell’attacco al vino – questa volta istituzionale – che, per la sua componente alcolica, è l’elemento debole della Dieta mediterranea e, come tale, il più facile da eliminare, dando così spazio e forza per un attacco all’olio di oliva, quale filo conduttore della Dieta sempre più rinomata al mondo. In pratica, con l’attacco al vino, il chiaro intento di voler smontare un ostacolo grande, jl Mediterraneo, il territorio che esprime non solo la qualità, ma, anche, la storia e la cultura di antiche civiltà; i paesaggi di straordinaria bellezza; le tradizioni, con al centro quella della tavola, il convivio. Lo stare insieme e ragionare, ognuno con la propria testa e, non con una sola, quella dell’intelligenza artificiale, che porrà l’uomo al servizio di robot creati dal sistema ispirato e guidato da dio denaro. Dico questo soprattutto a quanti devono al vino il racconto della loro storia di decine di anni, e, pensando alla storia, di migliaia di anni, per informarli che il sistema attuale che governa e decide le sorti di questa nostra terra maltrattata dalle sue azioni predatorie e distruttive, ha come primo interesse, per affermare le sue folli scelte, proprio la cancellazione della storia. Il Mediterraneo con le sue 4mila e più Indicazioni geografiche, che vede l’Italia leader con quasi 900 prodotti Dop, Igp e Stg ai quali sono da aggiungere più di 5.500 prodotti tradizionali, anch’essi legati al territorio, che esprime l’origine della qualità. La realtà di un modello che, con la storia e le tradizioni, esprime cultura, cioè valori che i marchi non sono in grado di esprimere. Come tale in conflitto con la grande produzione industrializzata della globalizzazione, nelle mani delle multinazionali, priva dei valori prima espressi.

22 Febbraio 2025 0 Commenti
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Cultura

RECENSIONE A “LA SCONFITTA DELL’OCCIDENTE”

di Michele BLANCO 26 Dicembre 2024
Scritto da Michele BLANCO

Tra le certezze del mondo contemporaneo quella certamente molto triste è che le democrazie liberali sono davvero in crisi e il perché non è nemmeno difficile da immaginare. Alla domanda su quali sono le cause profonde che alimentano l’attuale declino delle società occidentali e della sempre meno partecipazione democratica dei cittadini? Credo che al primo punto ci sia lo scarso rispetto delle opinioni dei cittadini. Un esempio ci basti pensare come la stragrande maggioranza dei cittadini

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26 Dicembre 2024 0 Commenti
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