Giovanni Mancinone, già funzionario del PCI, e successivamente vice caporedattore della TGR Molise, ha scritto per L’Unità e Paese Sera e ha firmato numerosi servizi per la Rai. Autore impegnato, sa coniugare l’attualità dei drammi umani e la loro genesi, in un lavoro di ricerca documentale in cui anche il dato scientifico suscita empatia, in un trasporto emotivo che i suoi libri trasmettono al lettore. E’ il caso di “Corpi al macello”, edito da Rubbettino con la prefazione di Cesare Damiano, noto sindacalista e ministro del lavoro.
Mancinone, nel preambolo del suo ultimo lavoro afferma “Per raccontare le storie dei lavoratori che non ci sono più, sono entrato nelle loro case”, si potrebbe immaginare un ingresso in punta di piedi. Era necessario indagare sul “silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”?
In Calabria tre morti sul lavoro in 24 ore. In Molise, i carabinieri controllano 22 cantieri e scoprono che in 12 di questi, le norme sulla sicurezza, non sono rispettate. E’ la cruda realtà di una questione, quella delle morti bianche che tocca ogni angolo della nostra penisola. Ogni anno in Italia muoiono nei cantieri, nelle fabbriche, nelle campagne e negli incidenti stradali in itinere, oltre mille persone. Una cifra impressionante. Le vittime del lavoro infatti, sono cinque volte il numero delle persone uccise dalla criminalità organizzata e quattro volte i femminicidi. Eppure questi morti non fanno rumore. Giornali e televisioni, tranne rare eccezioni, confinano questi fatti tra le notizie brevi. Certo gli incidenti non sono prevedibili ma il rischio è noto e si fa poco o nulla per prevenirlo. E allora, entrare con rispetto nelle case di queste persone, raccogliere le testimonianze di figli senza un padre e mogli senza marito, mi è sembrato il modo migliore per rendere onore alle vittime e contribuire a sollecitare una riflessione collettiva sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Cesare Damiano nella prefazione mette in risalto come la sua opera conduce il lettore in “universo di sgomento, dolore e solitudine […] Quel che si trova fuori dalle statistiche […] quel danno esistenziale”. Cosa le statistiche non raccontano?
Il dottor Damiano che ringrazio ha molto esaltato questo lavoro che mette insieme le storie di 13 persone che non volevano morire. Con “Corpi al macello” si tenta di fare un’operazione complicata: dare diritto di cittadinanza a tutti quelli che hanno perso un congiunto sul lavoro. Chi perde un familiare non pensa tanto ad un risarcimento economico che pure ci dovrebbe essere e spesso non arriva, ma vuole conoscere la verità, sui motivi di quel decesso. Un riconoscimento pubblico che diventa anche l’unica forma di giustizia raggiungibile. Ecco le statistiche mettono insieme i numeri dei decessi sul lavoro contemplati dalle denunce all’INAIL ma non la solitudine di chi resta e continua a chiedersi il motivo di questa strage quotidiana che fa più vittime di tante guerre. E così la memoria diventa strumento di impegno civile.
Dopo l’incidente di Seveso, l’approvazione della «626» e del Testo Unico sulla sicurezza, dopo agevolazioni e sgravi in favore delle imprese per la sicurezza sui luoghi di lavoro, cosa ancora non è stato fatto in Italia affinché nessuno debba rischiare la vita per lavorare?
Testo unico sulla sicurezza? Le leggi nel nostro Paese sono tra le più avanzate. Il problema è che non sono sempre rispettate. C’è il tema dei controlli affidati a più soggetti: Asl, Inail e carabinieri le cui attività non sono coordinati fra loro e può succedere che su un cantiere ci vanno tutti e tre i soggetti e in altri non arriva nessuno. E poi bisogna aggiungere che, così come per la criminalità o i femminicidi, quando ci sono episodi di grave allarme sociale, si ricorre a nuovi provvedimenti legislativi che aggiungono reati e aumentano le pene senza andare alla radice del problema. Non è una critica ma una constatazione. Molti decreti, si concludono con una frase: questo provvedimento viene promulgato senza nessun impegno di spesa per le casse dello Stato. E c’è l’aspetto culturale e morale: fino a quando la sicurezza è considerata un costo da tagliare la curva dei morti sul lavoro non si abbasserà in modo sostanziale.
Quali sono secondo lei le reali condizioni dei lavoratori molisani rispetto alle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro?
Francamente le dico che i lavoratori molisani hanno gli stessi problemi di tutti quelli delle altre regioni. Si muore nei campi, nell’edilizia, nella logistica e ci sono infortuni anche nelle scuole. Il lavoro precario non contribuisce a rendere più sicuro il lavoro. Lo sfruttamento, il lavoro nero, il subappalto, la fretta, l’omessa formazione, sono alcune delle cause che contribuiscono a rendere meno sicura la vita delle persone. Quotidianamente sono tanti quelli che violano la Costituzione Repubblicana e le leggi. Se si va in un cantiere e non vi è traccia del Documento di Valutazione dei Rischi, nel Testo unico si dice che la responsabilità è del datore di lavoro ma spesso si tenta di scaricare le colpe sul capocantiere. Se manca la formazione il lavoro diventa meno sicuro. Ecco, ci vuole più rigore da parte di tutti i soggetti presenti su un posto di lavoro. Il casco va indossato anche se fa caldo. I ponteggi e le imbracature sono indispensabili se si lavora a oltre due metri d’altezza. Insomma su sicurezza e salute dei lavoratori non si può scegliere la strada della tolleranza.


