C’è un momento preciso, quando la città calcinata dall’asfalto supera i quaranta gradi e il ronzio dei condizionatori copre ogni altro suono, in cui dentro ognuno di noi si risveglia un piccolo Alexander Supertramp.
Chiunque abbia amato “Into the Wild” conosce quella scossa improvvisa: la voglia di bruciare i biglietti da visita, disattivare le notifiche, abbandonare le cattedrali del consumo e scappare verso qualcosa di autentico. L’estate, in fondo, è il grande specchio delle nostre insoddisfazioni collettive. È il momento dell’anno in cui il sistema ci concede due settimane di libera uscita per ricaricare le pile, ma solo per poterci restituire, a Settembre, più produttivi e affamati di prima.
E se invece provassimo a trasformare quel desiderio di fuga individuale in un progetto politico di futuro?
Per più di due secoli ci hanno raccontato una favola: quella di un mercato guidato da una “mano invisibile”, grazie ad Adam Smith, in cui la somma degli egoismi individuali avrebbe prodotto il benessere generale. Una favola che si è tradotta nell’inseguimento nevrotico della crescita infinita, come se le risorse del nostro pianeta fossero un pozzo senza fondo.
La verità è che quel modello è esausto. Non abbiamo bisogno di un’economia che corre sempre più veloce verso il baratro, ma di un’economia della ciambella, come la definisce brillantemente l’economista Kate Raworth.
“Una struttura sociale ed ecologica rotonda, equilibrata, che ha al centro il soddisfacimento dei bisogni primari di tutti (casa, salute, cibo, cultura) e all’esterno un limite valicabile solo a nostro rischio e pericolo: i confini del pianeta.”
Rifiutare l’iper-capitalismo non significa sognare il ritorno alle caverne bensì pretendere un’economia che metta al centro la vita e non il PIL. Ma per costruire questo futuro dobbiamo innanzitutto cambiare mappa. Abbiamo iper-concentrato risorse, opportunità e vite all’interno di metropoli sempre più care e invivibili.
La vera rivoluzione estiva – e politica – sta nella riscoperta delle periferie, materiali e metaforiche. Tornare alle “terre selvagge” della propria anima. Significa voltare le spalle alla frenesia dei centri nevralgici e ridare valore ai margini: ai piccoli borghi, alle campagne dimenticate, agli spazi urbani abbandonati che chiedono solo di essere rigenerati.
Uscire dalla logica dell’efficienza a tutti i costi vuol dire fermare la cemento-mania, azzerare il consumo di suolo restituendo spazio al verde e ripensare i propri percorsi con meno carburante e più passi perché la mobilità non deve essere una corsa a ostacoli in automobile ma un tragitto umano fatto di bici, treni locali e camminate. Bisogna anche ritrovare la cultura del tempo sin da piccoli, per reclamare il diritto alla noia, alla conversazione senza orologio, alla contemplazione.
Il consumismo vive sulla produzione artificiale di desideri inutili. Ci convince che abbiamo bisogno dell’ultimo modello di smartphone, dell’abito usa-e-getta acquistato online per pochi euro, di oggetti destinati a diventare spazzatura prima ancora di essere comprati.
La vera scelta eversiva oggi è la scelta del necessario.
Non si tratta di pauperismo o di tristi rinunce, ma dell’arte antica del riuso, del risparmio quotidiano e della cura. Coltivare un piccolo orto sul balcone o in un orto urbano condiviso, riparare un elettrodomestico invece di gettarlo, comprare cibo locale e di stagione non sono semplici vezzi “green”: sono atti di boicottaggio consapevole verso la catena dello sfruttamento globale.
Ridurre l’impronta ecologica significa prima di tutto ridurre la dipendenza dal mercato. Più cose riusciamo a fare insieme, condividendo e ri-utilizzando, meno siamo ricattabili.
E alla fine, l’ultimo passo necessario per tornare ad essere felici senza vezzi, è quello che riguarda i rapporti tra le persone. Quando Chris McCandless / Alexander Supertramp morì nel suo autobus abbandonato tra i ghiacci dell’Alaska, lasciò appuntata tra le pagine di un libro una frase celeberrima: “La felicità è reale solo se condivisa”.
È forse la lezione più grande che possiamo portarci a casa per la prossima stagione. L’errore del liberismo è stato farci credere che la salvezza fosse una questione individuale, una scalata solitaria verso il successo. Ma non ci si salva da soli, né dall’ansia sociale né dal riscaldamento globale.
Questo scorcio d’estate ci serva da riposo e da ispirazione. Non per sognare una fuga romantica ed eremitica nei boschi, ma per immaginare una società nuova, gentile, ecologista e diffusa. Una società che non misura la ricchezza da quanto produce e consuma, ma da quanta bellezza, tempo libero e giustizia riesce a distribuire a tutti.
