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Ambiente

Ambiente

QUANDO ECOLOGISTA DIVENTA UN INSULTO

di Domenico PALAZZO 20 Aprile 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

C’è stato un momento in cui dire “ecologista” significava avere a cuore il futuro. Oggi, sempre più spesso, quella parola viene usata con tono sprezzante, come se indicare la necessità di difendere l’ambiente fosse un vezzo ideologico o una moda passeggera. Eppure basta fermarsi un attimo per capire che non è così. La cultura del verde, delle rinnovabili, della biodiversità non è un capriccio di una parte politica ma una conseguenza logica di ciò che la scienza ci dice da decenni. Ed è proprio questo il punto. Quando la realtà scientifica diventa terreno di scontro politico significa che qualcosa si è incrinato. Mentre ci viene indicato che bisogna ridurre le emissioni continuiamo a muoverci in una direzione opposta. 

Le guerre, per esempio, rappresentano una delle contraddizioni più evidenti. Studi pubblicati da organizzazioni come il Conflict and Environment Observatory e da centri di ricerca collegati all’ONU stimano che le emissioni legate ai conflitti armati possano essere paragonabili a quelle annuali di interi Paesi industrializzati. Nel caso della guerra in Ucraina, una sola fase del conflitto ha prodotto emissioni equivalenti a quelle annuali di nazioni come il Belgio e questo significa che in pochi giorni si può compromettere il lavoro di anni di politiche ambientali.

Allo stesso tempo le scelte energetiche raccontano una difficoltà a prendere posizione. In Italia il ministro Adolfo Urso ha confermato la proroga al 2038 per il “phase out” del carbone, inizialmente previsto entro il 2025 e le centrali resteranno disponibili come riserva strategica, pronte a riattivarsi in caso di emergenza. È una decisione che si inserisce in una logica di sicurezza energetica ma che entra in evidente tensione con gli obiettivi europei dettati dal Green Deal che punta alla neutralità climatica entro il 2050. Tenere il carbone come opzione significa rallentare quel percorso.

Il confronto con altri Paesi rende tutto ancora più evidente. La Spagna di Pedro Sánchez ha guidato una trasformazione energetica che in pochi anni ha l’ha portata a superare l’Italia nella produzione da fonti rinnovabili. Secondo dati di “Red Eléctrica” de España e della Commissione Europea, nel 2023 oltre il 50 per cento dell’elettricità spagnola è stata prodotta da fonti rinnovabili, con un forte impatto anche sui costi dell’energia che risultano mediamente più bassi rispetto alla media italiana. Dieci anni fa il divario era opposto. Questo dimostra che la transizione ecologica non è solo una questione ambientale ma anche economica e sociale. E qui emerge un altro elemento chiave, il legame tra cultura green e cultura progressista. Non perché il rispetto dell’ambiente appartenga per natura a una sola parte politica ma perché le politiche ambientali più avanzate si intrecciano quasi sempre con l’idea di giustizia sociale, redistribuzione, accesso equo alle risorse. Un altro esempio interessante arriva dagli Stati Uniti, dalla città di New York dove Zohran Mamdani ha costruito un programma che lega direttamente ambiente e diritti sociali, trasporti pubblici gratuiti per ridurre l’uso dell’auto privata, investimenti nell’efficienza energetica degli edifici, espansione delle piste ciclabili, interventi di depavimentazione urbana per aumentare le aree verdi e migliorare la gestione delle acque piovane. Tutto questo finanziato con una politica fiscale che guarda ai grandi patrimoni. Non è solo ecologia, è una visione complessiva della città e della società.

Questi esempi ci raccontano che per fortuna mentre c’è ancora chi gioca a fare la guerra credendosi padrone del mondo terreno (e forse anche ultraterreno) qualcosa si muove dal basso e soprattutto i giovani mostrano una sensibilità nuova, più spontanea, meno ideologica, verso l’ecologia. Per loro la questione ambientale non è un tema tra tanti ma una condizione di base perché hanno capito che non si tratta di essere ecologisti o meno, si tratta di capire se il pianeta resterà abitabile. In tutte le scuole italiane si studiano le scienze, si parla di ciclo del carbonio, di cambiamenti climatici, di impatto umano sugli ecosistemi. Nell’educazione civica è entrata l’Agenda 2030 con i suoi obiettivi chiari: ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi, costruire un modello di sviluppo sostenibile. I ragazzi lo sanno, lo capiscono, spesso lo sentono come una responsabilità personale. Eppure fuori da quelle aule il messaggio cambia. Diventa più confuso, più contraddittorio. Forse è proprio questo che spaventa perché la cultura green non è solo una questione ambientale ma una trasformazione profonda del modo di vivere, produrre e consumare ed ogni trasformazione di questo tipo mette in discussione equilibri consolidati. 

Per questo motivo la parola “ecologista” continua ad essere usata come un’etichetta da ridicolizzare.

Non è un caso che esperienze come quella spagnola o quella newyorkese non nascano da governi di destra. Perché la cultura del verde implica inevitabilmente una redistribuzione, una regolazione, un intervento pubblico. E questo entra in conflitto con una visione che privilegia il mercato come unico regolatore. Eppure anche chi oggi si oppone o ridimensiona queste politiche sa che non esiste un’alternativa reale: non si può continuare a consumare risorse come se fossero infinite, non si può ignorare il cambiamento climatico sperando che si risolva da solo. La differenza sta nei tempi e nelle scelte perché c’è chi prova ad anticipare il futuro e chi lo rincorre. Dietro quella parola c’è qualcosa di molto più concreto perché c’è l’idea che la sopravvivenza non sia negoziabile. C’è una cultura che non divide ma prova a tenere insieme ambiente, economia e diritti. 

Non è una moda. È una necessità. E prima o poi dovremo smettere di trattarla come un’opinione.

20 Aprile 2026 0 Commenti
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Ambiente

NATURA 2000: ANCHE I “PUFFI” LO SAPEVANO

di Domenico PALAZZO 23 Febbraio 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

Negli anni Ottanta in molte case italiane il pomeriggio aveva un appuntamento fisso. I Puffi comparivano sullo schermo con il loro villaggio nascosto nel bosco e una canzone che diceva più di quanto sembrasse. “I Puffi sanno che un tesoro c’è nel fiore accanto a te”. Era una frase semplice ma potente perché insegnava che il valore non è sempre nel forziere lontano ma nella natura che ci circonda. Quei cartoni erano educativi senza volerlo dichiarare, raccontavano ai bambini che il bosco non è uno sfondo ma una casa, che l’equilibrio è fragile e che chi lo rompe paga le conseguenze. Quei bambini oggi sono adulti, qualcuno amministra comuni, regioni, ministeri. E allora viene da chiedersi cosa sia rimasto di quella lezione elementare.

L’Europa nel frattempo ha costruito uno dei più ambiziosi progetti di tutela ambientale del mondo. Si chiama Rete Natura 2000 ed è nata dalle direttive Habitat e Uccelli per proteggere specie e ambienti minacciati. In Italia copre circa il 19 per cento del territorio terrestre e una quota importante di superficie marina. Parliamo di oltre duemila siti distribuiti in tutte le regioni. Sardegna e Abruzzo superano il 30 per cento di territorio tutelato, la Calabria è intorno al 28, il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta hanno percentuali alte legate alla morfologia alpina, la Toscana supera il 20 per cento, il Lazio e la Campania sono poco sotto, la Lombardia e il Veneto hanno percentuali più basse ma comunque significative. I numeri aggiornati sono disponibili nei rapporti del Ministero dell’Ambiente e dell’Agenzia Europea dell’Ambiente anche se non sempre i dati regionali sono omogenei e facilmente comparabili perché le procedure di aggiornamento sono in corso.

Il problema non è la carta ma la gestione. L’Italia è stata più volte richiamata dalla Commissione europea per ritardi nell’adozione dei Piani di Gestione e per la mancata definizione di obiettivi di conservazione specifici. Le procedure di infrazione aperte negli ultimi anni hanno riguardato proprio questo: siti designati ma non realmente governati. In alcune regioni i Piani sono stati approvati con anni di ritardo, in altre mancano ancora strumenti attuativi chiari. I fondi europei destinati alla biodiversità e alla gestione dei siti Natura 2000 vengono spesso frammentati o utilizzati in modo parziale. Non sempre è semplice reperire dati dettagliati sull’effettiva spesa regione per regione perché la rendicontazione è suddivisa tra fondi strutturali, Programmi di sviluppo rurale e progetti LIFE, ma è evidente che la capacità di spesa non è omogenea e che in molti casi le risorse non vengono utilizzate pienamente.

Qui sta il nodo politico. Le direttive europee non sono un fastidio burocratico ma un patto tra generazioni. Eppure troppo spesso vengono vissute come un obbligo da aggirare o un adempimento formale. Si aggiornano formulari, si riscrivono obiettivi sulla carta, ma si fatica a tradurli in regole operative e controlli effettivi. Nel frattempo il consumo di suolo continua, la frammentazione degli habitat avanza, la biodiversità arretra. E quando l’Europa richiama l’Italia non è per un capriccio ma perché quel patrimonio naturale è un bene comune europeo.

Anche i Puffi lo sapevano che il bosco non è infinito. Noi invece sembriamo aver dimenticato che non abbiamo una Terra di riserva. Per questo la questione non è solo amministrativa ma culturale. Se chi governa considera l’ambiente un vincolo e non una risorsa, anche i fondi migliori diventano occasioni mancate. Se si investe poco nella formazione ambientale e nella partecipazione dei cittadini, le norme restano lontane dalla vita quotidiana.

Ripartire dalle cose semplici significa tornare a insegnare ai bambini che il tesoro è nel fiore accanto a loro. Non come slogan ma come pratica. Portarli nei parchi, spiegare cosa significa un sito protetto, far capire che una zona umida non è un terreno inutile ma un ecosistema prezioso. La cultura ambientale non nasce in una conferenza stampa ma in una scuola, in una famiglia, in un quartiere.

Perché la natura non è una pratica da sbrigare a Bruxelles. È la condizione della nostra libertà futura. Anche i Puffi lo sapevano. Noi dovremmo ricordarlo.

23 Febbraio 2026 0 Commenti
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Ambiente

NOI NON CI SAREMO

di Domenico PALAZZO 4 Agosto 2025
Scritto da Domenico PALAZZO


Gli effetti del cambiamento climatico non saranno per noi. Saranno per i nostri figli. Ed è per loro che dobbiamo agire adesso

Il cambiamento climatico non è solo una questione di gradi in più o in meno. È un’intera alterazione del ciclo vitale del pianeta. Un mondo più caldo è anche un mondo più instabile. L’aria trattiene più umidità. I mari, le pianure, i fiumi rilasciano più vapore acqueo. E quando piove, non piove più come prima: piove tutto insieme.

Lo vediamo sempre più spesso, anche in Italia. Piogge torrenziali che in poche ore riversano quantità d’acqua equivalenti a interi mesi. Eventi concentrati, intensi, localizzati. Bombe d’acqua, le chiamano erroneamente. Ma non è un linguaggio neutro: le bombe le produciamo noi, scaldando l’atmosfera con le emissioni, cementificando tutto, costruendo ovunque. I terreni non drenano più. I corsi d’acqua non trovano vie di fuga. L’acqua si accumula e travolge. Il risultato: allagamenti, frane, distruzione. E poi il silenzio, finché non succede di nuovo.

In un’Italia già fragile dal punto di vista idrogeologico, questa dinamica è particolarmente drammatica. Le città sono impreparate. I piccoli comuni non hanno strumenti. E chi ci governa, invece di agire, fa il contrario.

Il governo Meloni, invece di investire sulla prevenzione e sulla cura del territorio, taglia. Lo ha denunciato pubblicamente l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili – non un partito ambientalista, ma una delle organizzazioni più pragmatiche del Paese – in audizione alla Commissione parlamentare sul rischio idrogeologico e sismico. Secondo l’ANCE, la legge di bilancio prevede tagli per 6,5 miliardi di euro tra il 2025 e il 2034, proprio ai fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio. Di questi, 673 milioni verranno sottratti già nel triennio 2025–2027. A pagarne il prezzo saranno, ancora una volta, i Comuni, che si ritroveranno con meno risorse per argini, canali, tombini, versanti. Meno risorse per la manutenzione, per la prevenzione, per la sicurezza. Più rischio, più disastri, più morti.

Parlare di “messa in sicurezza del territorio” mentre si tagliano i fondi per la prevenzione è l’ennesima bugia. L’Italia è un Paese fragile: il 94,5% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Lo dice sempre l’ANCE, dati alla mano. Eppure si continua a intervenire dopo le tragedie, non prima. Si continua a scegliere l’emergenza, non la programmazione. Si continua a spendere miliardi per le ricostruzioni, invece di investirli per evitare frane, alluvioni, disastri.

E non si dica che non ci sono i soldi. Perché per le armi i fondi si trovano sempre. Per costruire nuove carceri si stanziano milioni. Ma per il dissesto idrogeologico, no. Per il verde urbano, no. Per i boschi, per i fiumi, no.

Eppure dovremmo saperlo bene, ormai: non ci salveranno i condizionatori. Ci salveranno gli alberi. E la cura del territorio.

Che il pianeta stia bollendo non è più una previsione catastrofista, ma una realtà documentata. Lo sentiamo nelle notti tropicali che non danno tregua, lo vediamo nei picchi termici che friggono l’asfalto cittadino. Le città, in particolare, sono diventate trappole di calore, con differenze anche di 4–5 gradi tra le aree densamente costruite e quelle più verdi. E in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione vive in centri urbani o periurbani, il contrasto al cambiamento climatico deve partire proprio da lì: dal quartiere sotto casa, dal marciapiede, dalla scuola, dal parco.

Un recente studio pubblicato su Scientific Reports ha dimostrato che la temperatura può diminuire mediamente di 2,6 °C nelle aree urbane dotate di copertura arborea, rispetto a zone prive di alberi in un raggio di 10 metri. Altri studi parlano di riduzioni anche superiori a 5–10 °C in contesti urbani densi di verde, soprattutto sulle superfici asfaltate. A New Haven, negli Stati Uniti, si è misurato che un aumento dell’1% della copertura arborea urbana può comportare un raffrescamento fino a –1,6 °C nelle ore più calde. A Roma, una simulazione dell’Enea ha calcolato che 20.000 nuovi alberi potrebbero abbassare la temperatura media di 1,5 gradi in alcune aree.

Gli alberi sono termoregolatori naturali: ombreggiano, raffrescano, assorbono CO2, filtrano inquinanti. Sono infrastrutture vive. E sono anche strumenti di giustizia ambientale. Perché il caldo colpisce di più chi ha meno. Chi vive in quartieri densamente edificati, con poco verde. Chi abita ai piani alti dei palazzi popolari senza tetti isolati. Chi lavora all’aperto o nelle case prive di climatizzazione. Sono questi i corpi che il cambiamento climatico colpisce per primi. E sono questi i corpi che lo Stato deve proteggere.

Ma anche qui la realtà è un’altra. Il verde urbano in Italia è abbandonato a se stesso. Le città piantano alberi per farsi fotografare, poi li lasciano morire. I fondi del PNRR sono stati distribuiti senza una visione strategica, senza coordinamento, senza coinvolgimento delle comunità. Piantare alberi non è uno spot. È un impegno di lungo termine. Un albero ha bisogno di anni per crescere, e nei primi anni ha bisogno di cura, manutenzione, acqua, potature, protezione. Senza tutto questo, il tasso di mortalità delle giovani alberature può superare il 50%.

E allora viene da chiedersi: cosa stiamo facendo? Stiamo davvero preparando le nostre città per i nostri figli, o stiamo solo prendendo tempo?

In fondo, lo dice il titolo: “Noi non ci saremo”. È una canzone scritta da Guccini, ma anche una verità che pesa. La parte più dura del cambiamento climatico non la vivremo noi. La vivranno loro: i nostri figli, i nostri nipoti. Vivranno in un mondo più caldo, più instabile, più violento. Con più alluvioni, più siccità, più disuguaglianze. 

E giudicheranno quello che abbiamo fatto oggi.

La buona notizia è che non tutto è perduto. Possiamo ancora invertire la rotta. Possiamo piantare milioni di alberi, con criterio, nei quartieri più vulnerabili. Possiamo finanziare la manutenzione del territorio come una priorità nazionale. Possiamo assumere tecnici forestali, idraulici, ingegneri ambientali, dare lavoro e sicurezza insieme. Possiamo costruire una rete ecologica urbana, con corridoi verdi, orti, parchi, filari, tetti verdi e giardini scolastici.

Ma per farlo, dobbiamo cambiare paradigma. Dobbiamo smettere di considerare la natura come un costo e iniziare a trattarla come un’alleata politica. Dobbiamo smettere di delegare tutto al mercato. Dobbiamo riprenderci la pianificazione, la progettazione, la responsabilità collettiva.

Non è solo una questione di ecologia. È una questione di eguaglianza. Di giustizia sociale. Di futuro.

In un suo celebre discorso, Alex Langer ci lasciava queste parole che oggi suonano come un appello: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile, cioè capace di offrire motivazioni, gratificazioni, prospettive di vita migliori, più attraenti e più convincenti.”

Facciamola desiderabile. Facciamola giusta. Facciamola adesso. Prima che sia troppo tardi. Prima che, davvero, noi non ci saremo.

4 Agosto 2025 0 Commenti
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Ambiente

QUANDO L’INCENERITORE ARRIVA A CASA TUA …

di Marco MADDALENA 10 Aprile 2025
Scritto da Marco MADDALENA

Il centrodestra in Parlamento ha presentato un emendamento che ha l’obiettivo di estendere i poteri commissariali del sindaco Gualtieri in materia di gestione dei rifiuti a Roma anche all’individuazione delle aree ad elevato rischio ambientale che faciliterebbe il processo della realizzazione dell’inceneritore, bloccando così il tentativo del Comune di Albano di chiedere alla Regione di dichiarare il territorio a rischio ambientale elevato.

Sono contrario all’inceneritore a Santa Palomba ma sono anche dell’avviso che spostando e spostando la cenere senza un’idea di riduzione dei rifiuti alla fine la cenere arriva anche a casa tua.

Chi abita nella Provincia di Frosinone sa che da noi per imporci gli ecomostri non sono serviti poteri commissariali ma è stato molto più “semplice” e chi approvava o sottovalutava questa “distruzione” non si rendeva conto che riempiendo di “monnezza” le province alla fine la monnezza sarebbe tornata indietro e che le ex linee di incenerimento di Colleferro o l’attuale di San Vittore non li avrebbero salvati, come anche i tentativi di car fluff ad Anagni o gli altri progetti impattanti nella Valle del Sacco.

Una volta mio padre uomo battagliero di fronte ad un assessore regionale che ci invitava a trovare un “equilibrio” sull’inutile aeroporto di Frosinone gli chiese dove abitasse e lui rispose “ai Castelli Romani” allora mio padre incalzandolo e in modo provocatorio gli rispose “ecco allora l’aeroporto fatelo ai pratoni del Vivaro c’è tutto quello spazio” e l’assessore non riusci a nascondere il suo imbarazzo e difficoltà.

L’aeroporto non è arrivato al Vivaro e per fortuna nemmeno a Frosinone, però i rifiuti stanno tornando indietro, senza battaglie comuni e senza una visione comune virtuosa la cenere alla fine non si sposta più……

10 Aprile 2025 0 Commenti
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Ambiente

FIDUCIA NEI PAESI UE PER I PARLAMENTI NAZIONALI ED EUROPEO

di Pino D'ERMINIO 27 Novembre 2024
Scritto da Pino D'ERMINIO

L’affluenza alle elezioni parlamentari, sia nazionali che europee, è un indicatore dello stato di salute della democrazia rappresentativa nei 27 paesi membri dell’Unione europea. I dati delle europee del 2024 e delle ultime nazionali offrono un quadro complessivamente preoccupante, benché non omogeneo, spesso con sorprendenti divaricazioni tra l’affluenza alle elezioni nazionali ed a quella europea.

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27 Novembre 2024 0 Commenti
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Ambiente

IL MELONI PENSIERO ED IL CLIMA

di Pino D'ERMINIO 14 Novembre 2024
Scritto da Pino D'ERMINIO

Giorgia Meloni si è recata fino a Baku, in Azerbaigian, per tenere un discorso di cinque minuti, con il quale ha squalificato la stessa Cop29, alla quale stava partecipando. L’attacco della Meloni è incardinato su tre argomenti: 1) approccio pragmatico e non ideologico; 2) neutralità tecnologica; 3) fusione nucleare.

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14 Novembre 2024 0 Commenti
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Ambiente

L’URBANISTICA  DI  TERMOLI

di Pino D'ERMINIO 13 Giugno 2024
Scritto da Pino D'ERMINIO

Panoramica

La città di Termoli non ha una forma, un impianto, un disegno che rifletta un’intenzione ed una logica urbanistica. Essa è caratterizzata da un totale disordine edificatorio. Una città frammentata, dispersa in più insediamenti edilizi, scollegati gli uni dagli altri. Una città insensata, nel senso letterale di priva di senso, che non sia quello dello sfruttamento del territorio secondo le esigenze dei costruttori ed a volte secondo il caso. È la Termoli che si è sviluppata in particolare a partire dagli anni ’70 del XX secolo, complice un improvviso potente incremento demografico, dovuto alla creazione del nucleo industriale di Termoli e di quello di San Salvo, che ha portato al raddoppio dei residenti, dai 15.659 del 1971 ai 30.255 del 2001. L’incremento demografico è proseguito fino al 2015, quando si è raggiunto il massimo di 33.739 residenti, dopo di che è iniziato un lento declino, fino ai 31.980 residenti del 2023.

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13 Giugno 2024 0 Commenti
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Ambiente

TUTELA DELLA COSTA MOLISANA E PROGETTO SOUTH BEACH DI MONTENERO DI BISACCIA

di REDAZIONE 24 Maggio 2024
Scritto da REDAZIONE

Anche questa estate si torna a parlare della gestione sostenibile delle zone costiere quale sfida ed opportunità per il Molise ed, in particolare, se lo sia il progetto South Beach di Montenero di Bisaccia ovvero la nuova città da 127 torri e oltre 11mila alloggi alla foce del Trigno.

Si tratta di terreni minacciati dall’erosione costiera dove il mega insediamento ribattezzato South Beach, secondo alcuni, dovrebbe rappresentare la soluzione al problema. Il progetto di South Beach però al momento sembra essere stato accantonato, da capire se in maniera definitiva o meno, dagli amministratori locali.

Bene hanno fatto! Lo sviluppo costiero potrebbe avere conseguenze negative sull’ecosistema locale, inclusa la perdita di habitat naturali e la degradazione delle spiagge, altro che la loro tutela. Inoltre l’evoluzione di Montenero di Bisaccia in una meta turistica potrebbe minacciare la cultura e le tradizioni locali, portando a una sua graduale commercializzazione e perdita dell’autenticità.

24 Maggio 2024 0 Commenti
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Ambiente

IL MONDO POST GLOBALE ATTUALE DEVE SCEGLIERE TRA BENESSERE DIFFUSO O CATASTROFE TOTALE

di Michele BLANCO 29 Marzo 2024
Scritto da Michele BLANCO

Il cambiamento climatico, nuovi conflitti bellici, migrazioni di massa e disinformazione sono i maggiori rischi dell’attualità che viviamo e ogni volta che uno di questi eventi si aggrava influisce molto negativamente sugli altri. È questa la pericolosa dinamica delle quattro principali problematiche che minacciano il mondo contemporaneo.

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Ambiente

MONTENERO SOUTH BEACH: “UNA PROPOSTA CHE  VIOLA L’IDENTITÀ AMBIENTALE E PAESAGGISTICA DEL TERRITORIO MOLISANO”

di REDAZIONE 6 Marzo 2024
Scritto da REDAZIONE

Il territorio non è un foglio di mappa sul quale attaccare qualunque cosa ci salti per la testa. Il territorio ha una sua identità geologica, botanica, zoologica e paesaggistica. Il territorio non definisce solo se stesso, ma anche le popolazioni che lo abitano e che gli appartengono per cui un popolo che non rispetta il proprio territorio non ha rispetto di se stesso e non merita il rispetto altrui.

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