EOLICO OFFSHORE MOLISE PERDE PEZZI, MA NON ABBASTANZA

di Pino D'ERMINIO

Nel silenzio delle fonti ufficiali governative, nazionali e regionali, da informazioni fornite alla stampa da Maverick, si apprende che il progetto denominato “Eolico Offshore Molise” prosegue l’iter amministrativo, ma che per strada ha perso pezzi.

Il “pezzo” che è stato cancellato del tutto è l’impianto per la produzione e lo stoccaggio dell’idrogeno, che si voleva collocare nel nucleo industriale di Termoli. Questa parte del progetto, che è poco definire strampalata, è caduta evidentemente per totale mancanza di misura e di concretezza. Si favoleggiava di un impianto della potenza di 0,8 GW (gigawatt) – contro un obiettivo Italia di 5 GW entro il 2030 – che avrebbe dovuto produrre 48.000 tonnellate di idrogeno all’anno, consumando 570 milioni di litri all’anno di acqua potabile, pari al consumo annuo di 7.100 persone, senza tuttavia avere mercati a cui smerciare tale spropositata produzione.

Il parco eolico a mare è stato invece ridimensionato, riducendo gli aerogeneratori da 120 a 70 e lo specchio di mare occupato da 295 kmq a 219 kmq. 50 aerogeneratori e 76 kmq in meno non sono affatto sufficienti. La questione va posta in termini di compatibilità del parco eolico con la pesca e la navigazione (merci, persone, diporto) nelle acque antistanti le coste del Molise.

L’immagine mostra il perimetro della concessione in essere per la coltivazione di idrocarburi (azzurro) e quelli delle concessioni richieste per l’eolico da un’altra società a nord di Punta Penna (verde) e da Maverick, nella I versione (arancione) e nella II (rosso). L’area perimetrata in rosso è ancora eccessiva ed andrebbe almeno dimezzata.

Nella II versione del progetto la potenza installata per singolo aerogeneratore resta di 15 MW; l’intero parco avrebbe dunque la potenza di 1,05 GW. È stato rivisto più realisticamente il fattore di carico (capacity factor), cioè il numero delle ore di lavoro degli aerogeneratori in un anno, riducendolo dal 34,2% al 29,1%. La producibilità annua è stimata in 2.673 GWh (gigawattora), in grado di coprire il fabbisogno elettrico domestico di circa un milione di persone (il comunicato alla stampa parla di 440.000 abitanti, confondendo il numero degli abitanti con quello delle famiglie). Già oggi il Molise produce annualmente intorno a 3.000 GWh (nel 2019 si è arrivati a 3.535 GWh), di cui quasi 1.200 GWh da fonti ecorinnovabili (esclusi biocarburanti) e, tra queste, intorno a 760 GWh dal solo eolico a terra. I consumi elettrici annui in Molise di famiglie ed imprese sono di circa 1.300 GWh; pertanto, con il nuovo apporto dell’eolico a mare l’eccedenza rispetto ai consumi, dai circa 1.700 GWh attuali, salirebbe a quasi 4.400 GWh.

Il Comitato 4 Giugno rivendica sconti sul costo dell’elettricità prodotta offshore, da riconoscere alle imprese, industriali ed agricole, ed «ai cittadini molisani più bisognosi». Questa rivendicazione è discutibile in linea di principio: se ogni regione pretendesse un prezzo ridotto per quanto viene prodotto e consumato all’interno della regione stessa, il mercato nazionale verrebbe sostituito da 21 mercati (19 regioni e due province autonome), con penalizzazione delle realtà più povere. Oltre a ciò, la richiesta di compensazioni economiche in relazione ad impianti per la produzione di elettricità da rinnovabili è espressamente vietata dal DLgs 387/2003, art. 12, comma 6, e dal DM 10/09/2010, Allegato 2, confermati dalle sentenze del TAR Puglia 737/2018 e del Consiglio di Stato 691/2022. Naturalmente le leggi si possono cambiare, ma nel caso di specie è ben difficile che ciò avvenga, per le conseguenze a livello nazionale e per il modesto peso nazionale dei politici molisani; pertanto, si rischia di alimentare aspettative vane.

Vengono sbandierati anche ingenti ritorni occupazionali: 750 nuovi posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotto. A prescindere dalla attendibilità o meno di tale stima, quanti nuovi posti di lavoro riguarderebbero il Molise? Pochissimi, dato che gli impianti (aerogeneratori, pale, torri, sottostrutture galleggianti) verrebbero prodotti in stabilimenti specializzati fuori regione, se non all’estero; il cantiere di assemblamento a terra degli impianti verrebbe fissato nel porto di Vasto, che ha pescaggio maggiore e banchine più ampie di quello di Termoli;

le operazioni di trasporto ed ancoraggio degli impianti e la stesa dei cavidotti subacquei richiedono anch’esse attrezzature e personale specializzati. Gli unici lavori che potrebbero essere affidati a ditte e maestranze locali riguardano la posa del cavidotto terrestre, dal punto di approdo alla stazione elettrica della RTN. Riguardo alla stazione RTN, non sarebbe più quella di Larino – che, come avevamo detto è già quasi satura – ma una nuova stazione elettrica ubicata a Montecilfone. In tal caso, sarebbe opportuno cambiare anche il punto di approdo del cavidotto sottomarino: non più in Contrada Pantano, presso il Biferno, ma in Contrada Petraro, presso il Sinarca; da dove proseguire verso Montecilfone seguendo la SP 113. Sarebbe il percorso più breve e con meno servitù.

Su tutta l’operazione resta da esperire un’accurata VIA (valutazione di impatto ambientale), che tenga conto della fauna marina che ha il suo habitat nella porzione di mare oggetto dell’intervento industriale. Occorre anche individuare metodi di contenimento del forte rumore (92 dB) prodotto dalla stazione di trasformazione della corrente elettrica da continua ad alternata, che andrebbe a interferire con i sistemi di orientamento dei delfini.

Sempre in base a quanto avrebbe comunicato Maverick alla stampa, il parco eolico ridimensionato costerebbe 2,1 miliardi. Un valore un po’ sottostimato, ma corretto come ordine di grandezza. Maverick, che ha un capitale sociale di 2.500 euro, è in grado di investire o comunque di mobilitare risorse finanziarie tanto ingenti? Può aiutarla nel compito la sua controllante Green Bridge, che ha un capitale sociale di 10.000 euro? O il sovventore può essere il proprietario ed amministratore unico di entrambe le società, nonché unico addetto? Domande evidentemente retoriche. Maverick altro non è che una società veicolo, che ha lo scopo di acquisire l’autorizzazione per realizzare il parco eolico a mare, per poi essere venduta ad un investitore industriale che lo realizzerebbe. Transazione legale, ma consentire di acquisire le “carte” ad intermediari che poi eventualmente le rivendono potrebbe generare due problemi: I) allungare la catena del valore ed i costi delle rinnovabili; II) agevolare l’ingresso nel business di capitali sporchi, sui quali non viene svolto alcun controllo propedeutico al rilascio delle autorizzazioni.

Autore

  • Pino D'ERMINIO

    Giuseppe (detto Pino) D’Erminio è nato a Termoli il 26 aprile 1950. È laureato in Economia e commercio. Fino al 2016 ha lavorato nel settore assicurativo, area marketing, presso direzioni di compagnie e come consulente. Ha aderito al Manifesto ed al Pdup, quando furono costituiti. Successivamente è stato delegato sindacale per alcuni anni nel Consiglio d’azienda dell’impresa dove lavorava. Negli ultimi anni ha collaborato e collabora tuttora con associazioni e gruppi civici.

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