Nel calcio italiano contemporaneo la realtà sul campo è ormai un dettaglio marginale: a governare il sistema è la potenza manipolatoria della narrazione. Bastano le illimitate disponibilità finanziarie di una proprietà per trasformare, nel racconto mediatico, un’operazione di puro marketing calcistico in una “favola romantica”, o per convertire un allenatore perennemente sopra le righe in un “gentleman di respiro internazionale”.
Il Como 1907 rappresenta il capolavoro assoluto di questa ipocrisia collettiva. Venduto a reti unificate come un modello di virtù e sportività, il club lariano si rivela l’esatto opposto: un progetto antisportivo, ostile alla valorizzazione dei calciatori italiani e dopato da enormi immissioni di denaro.
È tempo di smantellare la retorica stucchevole del “miracolo di provincia”. Il successo del Como non affonda le radici nelle idee, in una programmazione lungimirante a basso costo o in uno scouting illuminato. La realtà dei fatti documenta una dinamica ben più banale: la proprietà più ricca d’Italia ha invaso il mercato con oltre 350 milioni di euro di investimenti in tre anni. Disporre di un simile potenziale di fuoco in Serie A rende qualsiasi percorso facile, spianato, riducendo i meriti sportivi a una diretta conseguenza delle possibilità economiche di spesa senza limiti.
La conseguenza di questo squilibrio, con le altre squadre di serie A, è una rosa che si configura come una vera e propria colonia straniera, strutturalmente inutile per il movimento calcistico del nostro Paese. I dati dell’ultima sfida di campionato contro la Roma sono incontrovertibili: zero italiani sul terreno di gioco su 16 calciatori complessivamente impiegati. I giocatori italiani non scendono mai in campo; a Como sono ridotti a meri elementi di contorno, utili esclusivamente a soddisfare i vincoli burocratici delle liste federali. Si tratta di un insulto esplicito a qualunque progetto di valorizzazione dei giovani locali. Resta inoltre da decifrare la sostenibilità di un club che punta dichiaratamente alle Coppe Europee pur registrando perdite sistematiche e ricavi strutturali irrisori: un cortocircuito finanziario che la grancassa mediatica si guarda bene dall’analizzare e tantomeno riferire.
Mentre le emittenti televisive si prodigano in imbarazzanti elogi, inutili, per l’allenamento post-partita dei calciatori non impiegati – una prassi ordinaria introdotta in Italia da Nevio Scala trent’anni fa, oggi spacciata per avanguardia –, il servilismo della stampa copre accuratamente le storture comportamentali della squadra. È il caso delle scene di forte tensione registrate al termine del primo tempo contro la Roma, quando dirigenti e tesserati lariani hanno accerchiato l’arbitro Fabbri nel tunnel degli spogliatoi, esercitando una pressione psicologica veemente e del tutto antisportiva. Lontano dai ritratti edulcorati, il campo restituisce l’immagine di una squadra che fa del nervosismo, della provocazione e della speculazione il proprio marchio di fabbrica, beneficiando peraltro di una diffusa e ingiustificabile tolleranza direttoriale. Il sistematico ricorso alla simulazione e alla provocazione trova il suo emblema nell’attaccante Diao, sistematicamente incline a cadere al minimo contatto per esasperare la decisione arbitrale.
L’apice di questa mistificazione si concentra sulla figura di Cesc Fàbregas. Elevato a guru dell’eleganza e dello stile, lo spagnolo trascorre in realtà 90 minuti a sbracciarsi, protestare e pressare psicologicamente il quarto uomo. Un atteggiamento di costante logoramento nei confronti della quaterna arbitrale che, per qualunque altro tecnico, verrebbe sanzionato severamente. Il campionato di Serie A dimostra così una intollerabile doppia morale: laddove allenatori di spessore e storia come Gian Piero Gasperini vengono ammoniti o allontanati al primo accenno di dissenso, a Fàbregas viene garantita una sorta di immunità diplomatica. Il riflesso del grande campione del passato basta a ripulire qualsiasi intemperanza, blindato da un consenso mediatico che ha scelto deliberatamente di non vedere.
Il Como non è affatto un modello da seguire. È una multinazionale del pallone che capitalizza il potere illimitato del denaro per legittimare la totale antisportività dei propri tesserati, protetta da un racconto giornalistico che ha abdicato al dovere della critica e che non sa più cosa è la verità.
