La mafia non è una realtà astratta e lontana. È un’organizzazione violenta, radicata, con profonde collusioni sociali, economiche e politiche.
Anche il piccolo Di Matteo ha subito sul proprio corpicino gli effetti della brutalità di tale organizzazione.
Pensiamo a quante persone sono state coinvolte, a vario titolo, nel suo sequestro, nella sua detenzione e nella sua uccisione: mandanti, esecutori e complici.
I mandanti del rapimento del piccolo Giuseppe sono Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro.
I basisti ed esecutori materiali del rapimento del piccolo Giuseppe sono Gaspare Spatuzza, Cristofaro Cannella, Salvatore e Nicolò Vitale, Salvatore Benigno, Salvatore Grigoli, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Benedetto Capizzi.
I carcerieri durante la permanenza del piccolo Giuseppe nel Trapanese sono Agostino Lentini, Michele Mercadante, Vito Coraci, Vito Mazzara e Giuseppe Costa. I carcerieri durante la permanenza del piccolo Giuseppe nell’Agrigentino e nel Nisseno sono Antonio Di Caro, Ciro Vara, Salvatore Fragapane, Mario Capizzi, Giovanni Pollari, Angelo Longo, Alfonso Falzone, Giuseppe Gambacorta, Gerlandino Messina, Luigi Putrone e Filippo Sciara. I carcerieri del piccolo Giuseppe nell’ultimo periodo ed esecutori dell’ignobile omicidio sono Enzo Salvatore Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo.
Nessuno di questi ha avuto pietà; nessuno è stato colto dallo scrupolo di fare una soffiata; nessuno ha pensato di impedire una tale devastazione, durata più di due anni, della vita di un bambino così piccolo e indifeso.
Non illudiamoci. La vera natura della mafia, anche quando cambia pelle, adattandosi ai momenti storici, di crisi o di espansione, è questa.
La lotta di liberazione dalle mafie deve pertanto proseguire senza deflettere, senza tendenze neominimaliste o addirittura neonegazioniste. Andiamo avanti, con progettualità e sistematicità, fino in fondo.
