Esiste una gerarchia morale nel dolore globale, una tassonomia accuratamente selezionata dal potere geopolitico che stabilisce quali massacri meritino l’indignazione perpetua e quali, invece, debbano essere derubricati a “effetti collaterali” del progresso. Il 30 settembre 1965 segna l’inizio del bagno di sangue indonesiano: più di un milione di esseri umani spazzati via in pochi mesi con metodica ferocia. Eppure, questa immane tragedia del Novecento rimane confinata nei margini polverosi della storia. Non è un caso, né una svista. È il risultato di una rimozione strategica, perché sollevare il velo sul genocidio indonesiano significa guardare dentro l’abisso dell’ipocrisia delle democrazie occidentali, scardinando il mito fondativo degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati come fari universali dei diritti umani.
Quando il generale Suharto prese il controllo del paese, trasformando l’arcipelago in un immenso mattatoio per sterminare i membri e i simpatizzanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI), i governi di Washington, Londra e Canberra non si limitarono a guardare dall’altra parte. Non ci fu nessuna convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nessuna sanzione economica paralizzante, nessuna retorica strappalacrime sulla “difesa della libertà”. Al contrario, la Casa Bianca accolse il massacro come una splendida notizia.
Il cinismo geopolitico della Guerra Fredda si manifestò nella sua forma più pura ed esiziale. L’Indonesia, il paese musulmano più popoloso del pianeta, ricco di risorse naturali e strategicamente posizionato nel Sud-est asiatico, rischiava di scivolare stabilmente nell’orbita socialista sotto la presidenza antimperialista di Sukarno. Per il blocco occidentale e, in primis, per l’amministrazione statunitense, la democrazia formale non era che un dettaglio sacrificabile sull’altare del contenimento comunista. Se per preservare i mercati aperti occorreva trucidare più di un milione di contadini, lavoratori e dissidenti, la transazione era considerata non solo accettabile, ma persino conveniente.
La declassificazione di oltre 30.000 pagine di documenti ufficiali statunitensi, curata dal National Security Archive di Washington, ha stracciato definitivamente l’alibi dell’ignoranza. Gli Stati Uniti non sono stati spettatori passivi: sono stati complici operativi, logistici e morali. I funzionari dell’ambasciata USA a Giacarta compilarono liste dettagliate di migliaia di quadri comunisti, consegnandole direttamente ai reparti speciali dell’esercito indonesiano. Man mano che i plotoni della morte e le milizie civili spuntavano i nomi dall’elenco attraverso la tortura e l’esecuzione sommaria, i diplomatici americani aggiornavano i loro registri, annotando con burocratica freddezza l’efficienza della purga che stava portando al massacro di più di un milione di persone.
A questo si aggiunse il supporto logistico e finanziario clandestino fornito dalla CIA e dal Dipartimento di Stato. Mentre i fiumi di Giava e Bali si riempivano di cadaveri decapitati, le forze speciali di Suharto ricevevano dagli USA apparati radio avanzati per coordinare la caccia all’uomo nelle province più remote e ingenti somme di denaro per finanziare le milizie locali. Contemporaneamente, le agenzie governative americane lavoravano a pieno ritmo per manipolare la stampa internazionale, dipingendo i massacrati come i barbari aggressori e i carnefici come i salvatori della patria. Il degrado morale dei media occidentali dell’epoca è scolpito nei titoli dei giornali: il Time parlò della caduta della sinistra come della “migliore notizia da anni a questa parte in Asia”, mentre il New York Times descriveva gli eventi come “un raggio di luce in Asia”. La carneficina veniva normalizzata poiché apriva le porte del paese alle multinazionali del petrolio, della gomma e del rame. Il sangue delle donne del movimento femminista Gerwani o dei contadini della SOBSI lubrificava gli ingranaggi del capitalismo globale.
Ma l’orrore indonesiano assume una connotazione ancora più tetra se analizzato nella sua dimensione globale. Come magistralmente ricostruito dal giornalista Vincent Bevins nel suo saggio The Jakarta Method, lo sterminio del 1965 non fu un caso isolato, bensì il modello operativo di riferimento che l’intelligence di Washington esportò in tutto il mondo. Il successo geopolitico ottenuto nel Sud-est asiatico – ovvero la brutale e totale eliminazione fisica della sinistra, costata la vita a più di un milione di innocenti senza che l’opinione pubblica interna americana battesse ciglio – divenne un format riproducibile.
Pochi anni dopo, la parola d’ordine “Giacarta” iniziò a distribuire terrore sotto forma di sinistri graffiti sui muri di Santiago del Cile e di Rio de Janeiro: era la minaccia esplicita rivolta ai sostenitori di Salvador Allende e dei movimenti progressisti latinoamericani. Quella minaccia divenne realtà negli anni ’70 con l’Operazione Condor, la rete di terrorismo di Stato e cooperazione transnazionale tra le dittature militari di Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Bolivia e Paraguay, concepita, finanziata e protetta politicamente dagli Stati Uniti d’America.
Il filo rosso del sangue unisce Giacarta a Buenos Aires e Santiago. Le tecniche affinate in Indonesia – l’uso di liste di proscrizione, la sparizione forzata, i voli della morte, i centri di detenzione clandestini e l’esternalizzazione delle torture a squadroni paramilitari fanatici – vennero scientificamente replicate nei regimi di Augusto Pinochet e di Jorge Rafael Videla. La dottrina della Sicurezza Nazionale imposta da Washington ha trasformato due continenti in immensi cimiteri senza lapidi, sacrificando intere generazioni sull’altare dell’egemonia economica e strategica americana.
Nel 2016, l’International People’s Tribunal (IPT 1965) tenutosi all’Aia ha formalmente sentenziato che quanto accaduto in Indonesia fu un genocidio e che gli Stati Uniti d’America ne furono pienamente complici. La risposta ufficiale di Washington? Il silenzio e il diniego. Nessuna scusa, nessun risarcimento morale, nessuna menzione nei programmi scolastici federali. La memoria storica americana opera tramite un algoritmo rigidamente politico: i crimini degli avversari geopolitici vengono giustamente condannati e musealizzati; i propri crimini, o quelli dei propri alleati strategici, vengono sepolti sotto una coltre di segreto di Stato e pragmatismo diplomatico.
Questa asimmetria etica distrugge la credibilità di qualunque pretesa universalistica occidentale. Con quale autorità morale i leader della Casa Bianca e delle democrazie liberali salgono oggi sulle tribune internazionali per impartire lezioni di diritto internazionale e umanesimo al resto del mondo, quando il loro benessere e la loro egemonia geopolitica poggiano anche sulle fosse comuni di Giacarta? La dottrina dell’ordine internazionale basato sulle regole (rules-based order) si rivela per ciò che è sempre stata: una finzione retorica applicata a geometria variabile. Le regole valgono per i nemici, l’impunità assoluta spetta a Washington.
Il dramma indonesiano non è un relitto del passato. L’eredità di quel massacro vive nell’impunità strutturale che ancora oggi caratterizza la classe dirigente indonesiana. Come documentato in modo magistrale e agghiacciante dai film del regista Joshua Oppenheimer, in primis The Act of Killing, i carnefici di allora non si nascondono come i gerarchi nazisti; al contrario, si vantano pubblicamente delle loro atrocità in televisione, celebrati come eroi nazionali da uno Stato che non ha mai fatto i conti con la propria genesi criminale. Una sicumera che deriva dalla consapevolezza di aver agito per conto e con la protezione dei padroni del mondo.
L’Indo-Pacifico contemporaneo, così come le architetture finanziarie globali che opprimono il Sud del mondo, sono figli di quella spietata riconfigurazione geopolitica iniziata nell’autunno del 1965. Ricordare il genocidio indonesiano e denunciare la complicità degli Stati Uniti non è un mero esercizio di revisionismo storico. È un atto di igiene mentale necessario per disarmare la propaganda imperiale che, ieri come oggi, si serve della maschera dei diritti umani per giustificare il terrore, la destabilizzazione e lo sfruttamento del pianeta. Fino a quando la memoria di quel più di un milione di vite spezzate rimarrà un tabù per l’opinione pubblica occidentale, ogni dichiarazione americana sulla sacralità della vita umana non sarà altro che una vuota, ipocrita e sanguinaria menzogna.
