C’è una scena che si ripete con puntualità: un salotto televisivo, il tono “ragionevole”, l’ossessione per l’equilibrio, la promessa di “capire entrambe le parti”….. “l’eccesso di difesa”, “si però il 7 ottobre….”. E poi, come una nebbia, un lessico che smussa tutto: cessate il fuoco, dialogo, tregua, pace. Parole che dovrebbero aprire una via d’uscita e invece, troppo spesso, funzionano come un anestetico. Non perché la pace sia un’illusione o un obiettivo indegno, ma perché viene evocata in modo tale da cancellare la struttura di ciò che accade.
Il punto, in Palestina, non è soltanto l’orrore della violenza criminale praticata dall’esercito dello Stato ebraico sionista di Israele, concentrata in alcuni giorni o settimane. È la continuità del sistema oppressivo, repressivo e coloniale che rende possibile quella violenza, la rende ripetibile, la rende “gestibile” sul piano dell’opinione pubblica. E quando la narrazione dominante riduce tutto a un episodio, a un “conflitto” tra due simmetriche ragioni, compie un’operazione politica: trasforma un rapporto di potere in una contesa tra equivalenti, e mette sullo stesso piano ciò che non lo è.
Il cessate il fuoco è indispensabile per fermare la strage, certo. Ma presentarlo come la conclusione naturale di una “guerra sfortunata” significa fraintendere la natura del problema. Perché in Palestina non c’è un vero dopoguerra: per molti palestinesi la guerra non è una parentesi, è la forma ordinaria del governo della loro vita. Anche quando le bombe diminuiscono, restano l’assedio, il controllo militare, l’ingresso a gocce di beni essenziali, la fame come arma di sterminio, la precarietà programmata dell’esistenza, la distruzione delle infrastrutture, l’impossibilità di ricostruire un futuro.
In questo quadro, la tregua rischia di diventare la normalizzazione della catastrofe: la morte non finisce, viene amministrata; la fame non sparisce, cambia intensità; la punizione collettiva non viene rimossa, si riorganizza.
Per questo è fuorviante raccontare la questione come un conflitto tra due nazionalismi che hanno perso la ragione. Non siamo davanti a due forze equivalenti che si combattono a vicenda e che prima o poi, con un po’ di buona volontà, si siederanno al tavolo. Siamo davanti a un ordine politico, quello creato e imposto dallo Stato occupante di Israele che ha bisogno della violenza continua per conservarsi.
Per decenni la soluzione a due Stati è stata il mantra dell’Occidente: la prova di moderazione, l’unico orizzonte presentabile. Ma mentre si ripeteva la formula, sul terreno avanzava altro: colonie, infrastrutture di controllo, frammentazioni territoriali, regimi differenziati di permessi e residenza. Il risultato è che la soluzione a due Stati si è trasformata da progetto politico a rassicurazione retorica: uno schermo dietro cui il fatto compiuto poteva consolidarsi.
Tra il fiume e il mare c’è, di fatto, un unico spazio politico-territoriale: quello imposto e dominato dallo Stato ebraico di Israele attraverso le pratiche criminali e terroristiche del colonialismo da insediamento. Dentro quello spazio i diritti non sono distribuiti in modo eguale. Esistono cittadini di pieno diritto (gli ebrei israeliani) e cittadini con diritti e libertà ridotti (gli arabi israeliani) e molto ridotti (i palestinesi abitanti della Cisgiordania) e, infine, persone prive di qualsiasi diritto, come i palestinesi di Gaza. Chiamare questa architettura “democrazia” per alcuni e “emergenza” per altri non descrive: giustifica e normalizza.
Ecco perché parlare di pace senza parlare di uguaglianza giuridica, fine dell’apartheid, diritto al ritorno, autodeterminazione e fine della guerra permanente contro la popolazione palestinese, senza un vero ed effettivo accertamento giudiziario e la punizione delle responsabilità per i crimini di guerra, contro l’umanità e di genocidio, rischia di essere un esercizio cosmetico. L’ordine che regge la violenza è un progetto politico.
Scrive Pasquale Liguori in un illuminante pezzo di analisi: “De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.
Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.
Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.”
C’è una ragione per cui questo ordine si perpetua: l’impunità. Se un sistema sa che il prezzo politico, economico e giudiziario sarà minimo o nullo, allora la violenza diventa una scelta razionale, ripetibile, persino conveniente.
Ed è qui che l’Occidente diventa parte del meccanismo di “normalizzazione” del Genocidio. Non bastano dichiarazioni dolenti e riconoscimenti simbolici se, nello stesso tempo, continuano cooperazioni militari, contratti, forniture, sostegni diplomatici. Il gesto simbolico la declamazione a beneficio di telecamera diventa un povero espediente retorico utile al lavaggio di coscienza quando non si traduce in azione politica concreta, nella denuncia (non solo politica, ma anche giudiziaria se necessario) dei flussi di armi da e per lo Stato genocida di Israele, nella cessazione delle coperture politiche, nella interruzione degli scambi tecnologici e nell’abbandono delle pratiche di protezione (con veti e voti contrari) dello Stato di Israele nelle sedi internazionali.
Un altro pilastro della narrazione dominante è la riduzione della resistenza palestinese a crimine: fanatismo, vendetta, terrorismo, pulsione suicida. È uno sguardo utile perché evita di interrogare le condizioni che generano la resistenza. Se chi resiste è “terrorista”, allora non esiste causa politica, solo sicurezza e repressione.
Ma la resistenza, in un contesto di occupazione coloniale come quella israeliana in Palestina, non nasce da una bizzarria ideologica, nasce dall’esperienza quotidiana di essere compressi, recintati, espropriati, sorvegliati, incarcerati, torturati, trucidati impunemente; dalla negazione continua e disperante del futuro.
Una delle tecniche centrali del controllo è la frammentazione: Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, palestinesi con cittadinanza israeliana; identità diverse, permessi diversi, regole diverse, confini mobili, check point. L’obiettivo non è solo la sorveglianza e la schedatura poliziesca delle persone, ma è quello di impedire la formazione ed il rafforzamento di una soggettività politica unitaria: trasformare un popolo in comparti stagni, con interessi apparentemente divergenti e orizzonti separati.
Qui potrebbe irrompere sulla scienza degli eventi una forma di eterogenesi dei fini. Proprio l’intensificazione della violenza può produrre un effetto opposto a quello desiderato e perseguito dallo Stato genocida di Israele: al di là dei documenti, delle categorie e delle distinzioni amministrative, agli occhi del progetto coloniale resta un dato: la presenza palestinese come ostacolo. Quando la violenza lo rende evidente, la frammentazione può arrestarsi facendo riemergere l’idea e la necessità esistenziale di recuperare le radici profonde del destino comune.
La Palestina, però, non è solo una questione “lontana”. È uno specchio. In questi anni ha messo a nudo fratture nelle società occidentali: studenti che occupano i campus, lavoratori che contestano filiere e complicità, crepe nel racconto ufficiale dei diritti umani. Ha reso visibile la distanza tra principi proclamati e pratiche reali, ha fatto emergere con dirompente evidenza la pratica farisaica del doppio standard morale di Governi, partiti politici, soggetti pubblici e privati impegnati a fornire sulla scena della [dis]informazione di regime occidentale utili sponde alla hasbara sionista israeliana.
E tuttavia il sostegno complice a Israele non è crollato. Le élite politiche continuano a garantire coperture. Persino quando cresce l’indignazione, il sistema regge perché l’indignazione, da sola, non genera disincentivi al Genocidio sufficientemente convincenti per lo Stato ebraico di Israele.
Da qui una conclusione ovvia: la modifica di questa realtà richiede l’applicazione da parte di entità statali di una fortissima e continuativa pressione esterna e la volontà e determinazione di sostenere un conflitto politico di contrasto alle azioni genocidarie di Israele, non solo appelli morali.
Questo obiettivo richiede di passare dalla manifestazione episodica alla struttura: reti stabili, media indipendenti, competenze diffuse, capacità di agire sui flussi. Non “grandi eventi” senza conseguenze, ma azioni che incidono: campagne contro i produttori di armi, blocchi logistici, pressione economica, disinvestimenti, rottura di cooperazioni. Significa anche riconoscere che il tempo che arriva non sarà “più leggero”: tra censura, repressione e autoritarismo strisciante, servono strumenti analitici e organizzativi per non essere disarmati.
La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la realtà senza anestesia, che si smetta di chiamare “pace” ciò che è solo gestione della catastrofe e prosecuzione del Genocidio, che si interrompa la macchina dell’impunità.
E chiede, indirettamente, qualcosa anche a noi, cd. Occidentali: perché l’ordine che tollera apartheid e distruzione (purché lontani) è lo stesso ordine che, in modo strisciante ma costante, sta introducendo tecniche di controllo e forme di autoritarismo nelle nostre società funzionali alla costruzione e al mantenimento di un diverso sistema di riferimento nella organizzazione dei rapporti sociali, attraverso il sovvertimento dell’ordine costituzionale democratico e l’instaurazione di veri e propri regimi autoritari. Per questo la solidarietà non può e non deve essere una parentesi etica: deve diventare una condizione permanente ed organizzata della nostra stessa emancipazione.
