Se esiste una Corte penale internazionale, se esiste un diritto europeo, se esiste un sistema multilaterale fondato sulle regole, allora questi principi non possono restare parole vuote nel momento in cui vengono attaccati frontalmente. Altrimenti sono solo chiacchiere buone per i convegni, non strumenti reali di difesa della civiltà giuridica.
Il caso del giudice Rosario Salvatore Aitala segna un punto di non ritorno.
Aitala è un magistrato italiano, giudice della Corte penale internazionale dell’Aia, che nel 2023 e nel 2024 ha firmato decisioni di portata storica: i mandati di arresto contro Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova per la deportazione illegale di bambini ucraini, e i provvedimenti relativi ai crimini commessi nel conflitto tra Hamas e Israele dopo il 7 ottobre. Decisioni difficili e controverse, ma pienamente rientranti nel mandato della CPI.
La risposta della Russia è stata una rappresaglia politica mascherata da sentenza: un tribunale di Mosca ha condannato Aitala in contumacia a 15 anni di carcere. Lo stesso tribunale presieduto dal giudice che spedì Aleksej Navalny nella prigione in cui trovò la morte. Un dato che, da solo, basta a dimostrare l’esistenza di una giustizia piegata al potere politico.
Tra i primi a commentare la vicenda c’è la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati: «Auspichiamo che il governo italiano chieda immediatamente spiegazioni al governo russo sulle circostanze che hanno portato il giudice Aitala a essere condannato in contumacia dal tribunale di Mosca».
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel discorso del 15 dicembre scorso agli ambasciatori riuniti alla Farnesina ha dichiarato «Assistiamo oggi alla pretesa di imporre punizioni contro giudici delle Corti internazionali … Sono pretese di un mondo volto pericolosamente indietro, al peggiore passato…»
Qui non è in gioco solo la sorte di un magistrato. È in gioco un principio elementare: i giudici non si puniscono per aver applicato il diritto. Colpirli significa intimidire la Corte, paralizzarne l’azione, delegittimare l’idea stessa di giustizia internazionale. Ancora più inquietante, però, è l’atteggiamento timido del governo italiano e della politica europea, che non denunciano con la necessaria forza né difendono l’azione giudiziaria. Un silenzio di enorme pericolosità.
Il messaggio che passa è devastante: la giustizia vale solo quando non tocca i potenti o gli alleati. È l’esatto contrario del diritto ed è l’anticamera di un ordine internazionale in cui la forza sostituisce la legge e il sovrano torna a essere intoccabile. In attesa che governo e parlamento prendano posizione sulla vicenda, liberi da ogni soggezione rispetto al regime di Putin, conforta sapere che il Presidente della Repubblica abbia voluto sottolineare con forza la gravità della vicenda.
Sarebbe opportuno che la politica, finalmente unita, prenda ispirazione da tali parole di civiltà a difesa di una istituzione di garanzia riconosciuta dalla Repubblica Italiana, il cui statuto alla base della Corte penale internazionale è stato varato proprio a Roma nel 1998.
