C’è un copione che torna, con puntualità quasi burocratica, ogni volta che Washington decide di stabilizzare un’area del mondo: si arruola un alleato locale, lo si arma, lo si legittima, lo si usa come fanteria di terra e come foglia di fico morale; poi, quando la partita cambia e il tavolo delle convenienze viene risistemato, quell’alleato diventa un impaccio, un residuo da archiviare. Niente esplosioni mediatiche, nessun annuncio solenne: solo porte chiuse, stanze riservate, firme invisibili. E, fuori, chi resta scoperto paga il conto.
È quanto emerge dalla vicenda delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e dell’amministrazione autonoma nel Nord-Est siriano: un’esperienza di autogoverno di fatto, cresciuta all’ombra della protezione statunitense, e poi improvvisamente privata dell’ombrello politico e militare che la rendeva possibile. Per anni, l’assetto ha retto perché utile: presenza americana sul terreno, controllo di aree strategiche, gestione di un equilibrio interno presentato come multietnico e compatibile con l’ordine regionale. Ma quell’ordine, quando conviene, non ha alcuna memoria.
Il punto non è la sorpresa – la sorpresa è spesso un privilegio di chi guarda da lontano. Il punto è la logica: l’alleanza non era un patto, era un prestito. E come ogni prestito concesso dal potere imperiale, si ripaga con interessi altissimi: autonomia sempre revocabile, sovranità mai riconosciuta, garanzie che evaporano quando la geografia strategica viene riscritta.
Nel racconto che ci è stato venduto per anni, la partnership con i curdi era la prova che l’Occidente sa distinguere tra buoni e cattivi, tra chi combatte l’ISIS e chi lo alimenta, tra un progetto civile e un jihadismo riciclato. Ma il realismo brutale smentisce la propaganda: ciò che conta non è la coerenza, è l’utilità. Il baricentro delle priorità – sicurezza d’Israele, rapporti con Ankara, architettura regionale – ha pesato più di qualsiasi riconoscimento politico o garanzia per chi sul terreno ha pagato il prezzo più alto.
L’elemento più inquietante non è neppure l’abbandono in sé, ma la modalità: l’esclusione deliberata dei curdi dalle sedi in cui si decideva il loro destino. L’immagine è quella di una trattativa finale condotta altrove, mentre sul campo le strutture locali continuavano a comportarsi come se la protezione fosse permanente. E quando l’illusione si è rotta, non si è rotta con un confronto: si è rotta con un silenzio.
In questo schema, la Turchia fa ciò che ha sempre dichiarato di voler fare: impedire qualsiasi forma di riconoscimento politico curdo lungo il suo confine meridionale. Non è una deviazione: è una linea di continuità. La novità sta nel fatto che quella linea diventa compatibile – e anzi complementare – con gli interessi di altri attori che, su altri dossier, si presentano come avversari. Quando l’obiettivo comune è rimuovere l’ostacolo, le differenze ideologiche e le rivalità si sciolgono come neve al sole.
Ed eccoci al cuore della vicenda: la Siria che si profila non è una Siria liberata o ricostruita; è una Siria normalizzata per essere governabile, accessibile, addomesticata. Una Siria in cui la resistenza viene trasformata in problema di ordine pubblico; in cui i confini si gestiscono con meccanismi di coordinamento e scambio informativo; in cui l’economia della guerra passa di mano e si prepara a diventare economia della ricostruzione a beneficio dei capitali che arrivano dopo. In questa cornice, l’autonomia curda – con le sue ambizioni, la sua forza militare e la sua capacità di negoziazione – appare come una variabile instabile. Dunque, va disinnescata.
È qui che la retorica umanitaria mostra il suo volto peggiore: quella che giustifica interventi e presenze militari con la promessa di protezione, salvo poi scaricare le comunità locali nel momento in cui diventano una complicazione diplomatica. Afghanistan come precedente, Siria come ripetizione: stessa grammatica di potenza, stessa indifferenza per le conseguenze sociali, stessi vuoti lasciati in eredità.
Qualcuno dirà: era inevitabile, la politica internazionale è così. Ma questa rassegnazione è parte del problema. Perché l’inevitabilità è il modo in cui il potere si assolve, trasformando le proprie scelte in necessità. E invece qui ci sono responsabilità precise: di chi ha alimentato l’idea che un progetto politico potesse reggersi sulla tutela esterna di una superpotenza; di chi ha promesso partnership e ha consegnato dipendenza; di chi ha trattato un popolo come pedina sacrificabile per ridurre attriti altrove.
La lezione, dura e ripetuta, è sempre la stessa: i diritti dei popoli del Sud del Pianeta non entrano nei memorandum di sicurezza della potenza imperiale se non come decorazione. E chi costruisce la propria sopravvivenza sulla speranza che l’impero, un giorno, faccia coincidere interessi e giustizia, finisce spesso per scoprire che l’impero non tradisce: semplicemente non ha mai promesso ciò che gli altri hanno creduto di sentire.
Se un mensile di sinistra deve trarre una conclusione politica, non può limitarsi alla denuncia morale. Deve dire apertamente che la liberazione non si appalta a chi occupa (Gaza e il cosiddetto Board of Peace insegnano), che l’autodeterminazione non si negozia in stanze dove gli interessati non sono ammessi, e che ogni alleanza fondata sulla subordinazione strategica contiene già il seme dell’abbandono. Il resto – lo vediamo oggi – è solo cronaca del cinismo.
……e nella mente risuona come un monito per tutti i popoli gelosi della propria libertà, la frase di Kissinger, tra i più cinici e criminali interpreti della politica imperiale USA: “ Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma essere amici degli Stati Uniti è fatale”.
