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Fernando PETRIVELLI

Fernando PETRIVELLI

Politica

CURDI “UTILI” FINCHÉ SERVONO: IL CINISMO IMPERIALE USA CHE RIDISEGNA LA SIRIA SOPRA LE TESTE DEI POPOLI

di Fernando PETRIVELLI 28 Gennaio 2026
Scritto da Fernando PETRIVELLI

C’è un copione che torna, con puntualità quasi burocratica, ogni volta che Washington decide di stabilizzare un’area del mondo: si arruola un alleato locale, lo si arma, lo si legittima, lo si usa come fanteria di terra e come foglia di fico morale; poi, quando la partita cambia e il tavolo delle convenienze viene risistemato, quell’alleato diventa un impaccio, un residuo da archiviare. Niente esplosioni mediatiche, nessun annuncio solenne: solo porte chiuse, stanze riservate, firme invisibili. E, fuori, chi resta scoperto paga il conto.

È quanto emerge dalla vicenda delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e dell’amministrazione autonoma nel Nord-Est siriano: un’esperienza di autogoverno di fatto, cresciuta all’ombra della protezione statunitense, e poi improvvisamente privata dell’ombrello politico e militare che la rendeva possibile. Per anni, l’assetto ha retto perché utile: presenza americana sul terreno, controllo di aree strategiche, gestione di un equilibrio interno presentato come multietnico e compatibile con l’ordine regionale. Ma quell’ordine, quando conviene, non ha alcuna memoria.

Il punto non è la sorpresa – la sorpresa è spesso un privilegio di chi guarda da lontano. Il punto è la logica: l’alleanza non era un patto, era un prestito. E come ogni prestito concesso dal potere imperiale, si ripaga con interessi altissimi: autonomia sempre revocabile, sovranità mai riconosciuta, garanzie che evaporano quando la geografia strategica viene riscritta.

Nel racconto che ci è stato venduto per anni, la partnership con i curdi era la prova che l’Occidente sa distinguere tra buoni e cattivi, tra chi combatte l’ISIS e chi lo alimenta, tra un progetto civile e un jihadismo riciclato. Ma il realismo brutale smentisce la propaganda: ciò che conta non è la coerenza, è l’utilità. Il baricentro delle priorità – sicurezza d’Israele, rapporti con Ankara, architettura regionale – ha pesato più di qualsiasi riconoscimento politico o garanzia per chi sul terreno ha pagato il prezzo più alto.

L’elemento più inquietante non è neppure l’abbandono in sé, ma la modalità: l’esclusione deliberata dei curdi dalle sedi in cui si decideva il loro destino. L’immagine è quella di una trattativa finale condotta altrove, mentre sul campo le strutture locali continuavano a comportarsi come se la protezione fosse permanente. E quando l’illusione si è rotta, non si è rotta con un confronto: si è rotta con un silenzio.

In questo schema, la Turchia fa ciò che ha sempre dichiarato di voler fare: impedire qualsiasi forma di riconoscimento politico curdo lungo il suo confine meridionale. Non è una deviazione: è una linea di continuità. La novità sta nel fatto che quella linea diventa compatibile – e anzi complementare – con gli interessi di altri attori che, su altri dossier, si presentano come avversari. Quando l’obiettivo comune è rimuovere l’ostacolo, le differenze ideologiche e le rivalità si sciolgono come neve al sole.

Ed eccoci al cuore della vicenda: la Siria che si profila non è una Siria liberata o ricostruita; è una Siria normalizzata per essere governabile, accessibile, addomesticata. Una Siria in cui la resistenza viene trasformata in problema di ordine pubblico; in cui i confini si gestiscono con meccanismi di coordinamento e scambio informativo; in cui l’economia della guerra passa di mano e si prepara a diventare economia della ricostruzione a beneficio dei capitali che arrivano dopo. In questa cornice, l’autonomia curda – con le sue ambizioni, la sua forza militare e la sua capacità di negoziazione – appare come una variabile instabile. Dunque, va disinnescata.

È qui che la retorica umanitaria mostra il suo volto peggiore: quella che giustifica interventi e presenze militari con la promessa di protezione, salvo poi scaricare le comunità locali nel momento in cui diventano una complicazione diplomatica. Afghanistan come precedente, Siria come ripetizione: stessa grammatica di potenza, stessa indifferenza per le conseguenze sociali, stessi vuoti lasciati in eredità.

Qualcuno dirà: era inevitabile, la politica internazionale è così. Ma questa rassegnazione è parte del problema. Perché l’inevitabilità è il modo in cui il potere si assolve, trasformando le proprie scelte in necessità. E invece qui ci sono responsabilità precise: di chi ha alimentato l’idea che un progetto politico potesse reggersi sulla tutela esterna di una superpotenza; di chi ha promesso partnership e ha consegnato dipendenza; di chi ha trattato un popolo come pedina sacrificabile per ridurre attriti altrove.

La lezione, dura e ripetuta, è sempre la stessa: i diritti dei popoli del Sud del Pianeta non entrano nei memorandum di sicurezza della potenza imperiale se non come decorazione. E chi costruisce la propria sopravvivenza sulla speranza che l’impero, un giorno, faccia coincidere interessi e giustizia, finisce spesso per scoprire che l’impero non tradisce: semplicemente non ha mai promesso ciò che gli altri hanno creduto di sentire.

Se un mensile di sinistra deve trarre una conclusione politica, non può limitarsi alla denuncia morale. Deve dire apertamente che la liberazione non si appalta a chi occupa (Gaza e il cosiddetto Board of Peace insegnano), che l’autodeterminazione non si negozia in stanze dove gli interessati non sono ammessi, e che ogni alleanza fondata sulla subordinazione strategica contiene già il seme dell’abbandono. Il resto – lo vediamo oggi – è solo cronaca del cinismo. 

……e nella mente risuona come un monito per tutti i popoli gelosi della propria libertà, la frase di Kissinger, tra i più cinici e criminali interpreti della politica imperiale USA: “ Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma essere amici degli Stati Uniti è fatale”.

28 Gennaio 2026 0 Commenti
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Sociale

PALESTINA: LA “PACE” E LA TRAPPOLA DELLE PAROLE

di Fernando PETRIVELLI 29 Dicembre 2025
Scritto da Fernando PETRIVELLI

C’è una scena che si ripete con puntualità: un salotto televisivo, il tono “ragionevole”, l’ossessione per l’equilibrio, la promessa di “capire entrambe le parti”….. “l’eccesso di difesa”, “si però il 7 ottobre….”. E poi, come una nebbia, un lessico che smussa tutto: cessate il fuoco, dialogo, tregua, pace. Parole che dovrebbero aprire una via d’uscita e invece, troppo spesso, funzionano come un anestetico. Non perché la pace sia un’illusione o un obiettivo indegno, ma perché viene evocata in modo tale da cancellare la struttura di ciò che accade.

Il punto, in Palestina, non è soltanto l’orrore della violenza criminale praticata dall’esercito dello Stato ebraico sionista di Israele, concentrata in alcuni giorni o settimane. È la continuità del sistema oppressivo, repressivo e coloniale che rende possibile quella violenza, la rende ripetibile, la rende “gestibile” sul piano dell’opinione pubblica. E quando la narrazione dominante riduce tutto a un episodio, a un “conflitto” tra due simmetriche ragioni, compie un’operazione politica: trasforma un rapporto di potere in una contesa tra equivalenti, e mette sullo stesso piano ciò che non lo è.

Il cessate il fuoco è indispensabile per fermare la strage, certo. Ma presentarlo come la conclusione naturale di una “guerra sfortunata” significa fraintendere la natura del problema. Perché in Palestina non c’è un vero dopoguerra: per molti palestinesi la guerra non è una parentesi, è la forma ordinaria del governo della loro vita. Anche quando le bombe diminuiscono, restano l’assedio, il controllo militare, l’ingresso a gocce di beni essenziali, la fame come arma di sterminio, la precarietà programmata dell’esistenza, la distruzione delle infrastrutture, l’impossibilità di ricostruire un futuro.

In questo quadro, la tregua rischia di diventare la normalizzazione della catastrofe: la morte non finisce, viene amministrata; la fame non sparisce, cambia intensità; la punizione collettiva non viene rimossa, si riorganizza. 

Per questo è fuorviante raccontare la questione come un conflitto tra due nazionalismi che hanno perso la ragione. Non siamo davanti a due forze equivalenti che si combattono a vicenda e che prima o poi, con un po’ di buona volontà, si siederanno al tavolo. Siamo davanti a un ordine politico, quello creato e imposto dallo Stato occupante di Israele che ha bisogno della violenza continua per conservarsi.

Per decenni la soluzione a due Stati è stata il mantra dell’Occidente: la prova di moderazione, l’unico orizzonte presentabile. Ma mentre si ripeteva la formula, sul terreno avanzava altro: colonie, infrastrutture di controllo, frammentazioni territoriali, regimi differenziati di permessi e residenza. Il risultato è che la soluzione a due Stati si è trasformata da progetto politico a rassicurazione retorica: uno schermo dietro cui il fatto compiuto poteva consolidarsi.

Tra il fiume e il mare c’è, di fatto, un unico spazio politico-territoriale: quello imposto e dominato dallo Stato ebraico di Israele attraverso le pratiche criminali e terroristiche del colonialismo da insediamento. Dentro quello spazio i diritti non sono distribuiti in modo eguale. Esistono cittadini di pieno diritto (gli ebrei israeliani) e cittadini con diritti e libertà ridotti (gli arabi israeliani) e molto ridotti (i palestinesi abitanti della Cisgiordania) e, infine, persone prive di qualsiasi diritto, come i palestinesi di Gaza. Chiamare questa architettura “democrazia” per alcuni e “emergenza” per altri non descrive: giustifica e normalizza.

Ecco perché parlare di pace senza parlare di uguaglianza giuridica, fine dell’apartheid, diritto al ritorno, autodeterminazione e fine della guerra permanente contro la popolazione palestinese, senza un vero ed effettivo accertamento giudiziario e la punizione delle responsabilità per i crimini di guerra, contro l’umanità e di genocidio,  rischia di essere un esercizio cosmetico. L’ordine che regge la violenza è un progetto politico.

Scrive Pasquale Liguori in un illuminante pezzo di analisi: “De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.”

C’è una ragione per cui questo ordine si perpetua: l’impunità. Se un sistema sa che il prezzo politico, economico e giudiziario sarà minimo o nullo, allora la violenza diventa una scelta razionale, ripetibile, persino conveniente.

Ed è qui che l’Occidente diventa parte del meccanismo di “normalizzazione” del Genocidio. Non bastano dichiarazioni dolenti e riconoscimenti simbolici se, nello stesso tempo, continuano cooperazioni militari, contratti, forniture, sostegni diplomatici. Il gesto simbolico la declamazione a beneficio di telecamera diventa un povero espediente retorico utile al lavaggio di coscienza quando non si traduce in azione politica concreta, nella denuncia (non solo politica, ma anche giudiziaria se necessario) dei flussi di armi da e per lo Stato genocida di Israele, nella cessazione delle coperture politiche, nella interruzione degli scambi tecnologici e nell’abbandono delle pratiche di protezione (con veti e voti contrari) dello Stato di Israele nelle sedi internazionali.

Un altro pilastro della narrazione dominante è la riduzione della resistenza palestinese a crimine: fanatismo, vendetta, terrorismo, pulsione suicida. È uno sguardo utile perché evita di interrogare le condizioni che generano la resistenza. Se chi resiste è “terrorista”, allora non esiste causa politica, solo sicurezza e repressione.

Ma la resistenza, in un contesto di occupazione coloniale come quella israeliana in Palestina, non nasce da una bizzarria ideologica, nasce dall’esperienza quotidiana di essere compressi, recintati, espropriati, sorvegliati, incarcerati, torturati, trucidati impunemente; dalla negazione continua e disperante del futuro.

Una delle tecniche centrali del controllo è la frammentazione: Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, palestinesi con cittadinanza israeliana; identità diverse, permessi diversi, regole diverse, confini mobili, check point. L’obiettivo non è solo la sorveglianza e la schedatura poliziesca delle persone, ma è quello di impedire la formazione ed il rafforzamento di una soggettività politica unitaria: trasformare un popolo in comparti stagni, con interessi apparentemente divergenti e orizzonti separati.

Qui potrebbe irrompere sulla scienza degli eventi una forma di eterogenesi dei fini. Proprio l’intensificazione della violenza può produrre un effetto opposto a quello desiderato e perseguito dallo Stato genocida  di Israele: al di là dei documenti, delle categorie e delle distinzioni amministrative, agli occhi del progetto coloniale resta un dato: la presenza palestinese come ostacolo. Quando la violenza lo rende evidente, la frammentazione può arrestarsi facendo riemergere l’idea e la necessità esistenziale di recuperare le radici profonde del destino comune.

La Palestina, però, non è solo una questione “lontana”. È uno specchio. In questi anni ha messo a nudo fratture nelle società occidentali: studenti che occupano i campus, lavoratori che contestano filiere e complicità, crepe nel racconto ufficiale dei diritti umani. Ha reso visibile la distanza tra principi proclamati e pratiche reali, ha fatto emergere con dirompente evidenza la pratica farisaica del doppio standard morale di Governi, partiti politici, soggetti pubblici e privati impegnati a fornire sulla scena della [dis]informazione di regime occidentale utili sponde alla hasbara sionista israeliana.  

E tuttavia il sostegno complice a Israele non è crollato. Le élite politiche continuano a garantire coperture. Persino quando cresce l’indignazione, il sistema regge perché l’indignazione, da sola, non genera disincentivi al Genocidio sufficientemente convincenti per lo Stato ebraico di Israele.

Da qui una conclusione ovvia: la modifica di questa realtà  richiede l’applicazione da parte di entità statali di una fortissima e continuativa pressione esterna e la volontà e determinazione di sostenere un conflitto politico di contrasto alle azioni genocidarie di Israele, non solo appelli morali.

Questo obiettivo richiede di passare dalla manifestazione episodica alla struttura: reti stabili, media indipendenti, competenze diffuse, capacità di agire sui flussi. Non “grandi eventi” senza conseguenze, ma azioni che incidono: campagne contro i produttori di armi, blocchi logistici, pressione economica, disinvestimenti, rottura di cooperazioni. Significa anche riconoscere che il tempo che arriva non sarà “più leggero”: tra censura, repressione e autoritarismo strisciante, servono strumenti analitici e organizzativi per non essere disarmati.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la realtà senza anestesia, che si smetta di chiamare “pace” ciò che è solo gestione della catastrofe e prosecuzione del Genocidio, che si interrompa la macchina dell’impunità.

E chiede, indirettamente, qualcosa anche a noi, cd. Occidentali: perché l’ordine che tollera apartheid e distruzione (purché lontani) è lo stesso ordine che, in modo strisciante ma costante, sta introducendo tecniche di controllo e forme di autoritarismo nelle nostre società funzionali alla costruzione e al mantenimento di un diverso sistema di riferimento nella organizzazione dei rapporti sociali, attraverso il sovvertimento dell’ordine costituzionale democratico e l’instaurazione di veri e propri regimi autoritari. Per questo la solidarietà non può e non deve essere una parentesi etica: deve diventare una condizione permanente ed organizzata della nostra stessa emancipazione.

29 Dicembre 2025 0 Commenti
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