Il volume, Der strafende Staat di Loïc Wacquant, edito in Germania da Suhrkamp Verlag 2026, si erge come uno dei monumenti teorici più significativi della sociologia generale e politica contemporanea. L’opera raccoglie, sistematizza e amplia le prestigiose lezioni tenute dall’autore in occasione delle Frankfurter Adorno-Vorlesungen, offrendo una sintesi monumentale che supera le 700 pagine di fitta densità concettuale. Con questo saggio, il sociologo della UC Berkeley, storico allievo di Pierre Bourdieu, compie un’operazione epistemologica radicale: strappa l’apparato giudiziario, la polizia e la gabbia carceraria dal limbo delle mere “tecniche burocratiche” o delle risposte d’emergenza, riposizionandoli esattamente al centro della teoria dello Stato moderno e delle dinamiche di sovranità politica. La tesi fondamentale dell’opera demolisce la narrazione egemone del neoliberismo inteso come “ritiro” o “indebolimento” della presenza statale nei processi sociali. Wacquant dimostra che lo Stato neoliberale non si è affatto “rimpicciolito”, ma ha vissuto una profonda mutazione antidemocratica strutturale e funzionale. Il braccio sinistro dell’amministrazione pubblica, storicamente deputato alla protezione sociale, al welfare, alla redistribuzione della ricchezza e alla tutela dei diritti civili, è stato deliberatamente smantellato e ridotto all’impotenza. Al suo posto, lo Stato ha ipertrofizzato in modo spettacolare il suo braccio destro, ossia lo Stato penale, dando vita a quello che l’autore definisce il paradigma del prison-fare (indica un modello di politica sociale e penale in cui il sistema penitenziario e il controllo punitivo sostituiscono le tradizionali misure di welfare per gestire la povertà, l’emarginazione e il degrado urbano).
In una società governata dalla deregolamentazione dei mercati globali, dalla precarietà lavorativa sistematica e dall’atomizzazione dei legami comunitari, la penalità cessa di essere una misura puramente sanzionatoria per configurarsi come una tecnologia politica ordinaria e insostituibile di governo, specificamente orientata a contenere, disciplinare e occultare le terribili “scorie umane” generate dalle gravi e ingiustificate disuguaglianze economiche.
Questa rigorosa griglia di lettura macro-sociologica trova una perfetta, drammatica e speculare sponda analitica all’interno del contesto europeo e nazionale italiano grazie alle inchieste e alle riflessioni teoriche sviluppate da Italo Di Sabato, coordinatore dell’Osservatorio Repressione. Nel suo saggio La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario, edito da Momo Edizioni 2026, Di Sabato traccia una parabola analitica che interseca millimetricamente il pensiero di Wacquant. La “democrazia punitiva” descritta da Di Sabato non rappresenta una passeggera deriva autoritaria ascrivibile a una singola contingenza politica, bensì una nuova e strutturata forma di governo in cui i concetti di paura, controllo e penalità prendono sistematicamente il posto della giustizia sociale, della rappresentanza democratica e della legittima gestione del naturale e normale conflitto sociale. Entrambi gli autori convergono nel rifiutare l’idea che la proliferazione di leggi speciali, i decreti securitari e l’inasprimento delle pene siano risposte spontanee o dettate da una reale recrudescenza della criminalità di strada. Al contrario, si tratta del risultato diretto dello smantellamento delle reti di protezione sociale: laddove si scelgono i tagli alla sanità, alla scuola e al lavoro, l’unica risposta che lo Stato può offrire per preservare l’ordine pubblico è la militarizzazione del territorio e la reclusione dei soggetti considerati “eccedenti”, ma in realtà persone che appartengono a pieno titolo e dignità alla società. La convergenza si fa totale sul principio della selettività penale. Wacquant analizza in profondità i meccanismi quotidiani di una corte penale in California, svelando come la figura del pubblico ministero (Staatsanwalt) operi come la vera avanguardia dello Stato punitivo, traducendo sistematicamente la marginalità urbana, la povertà e l’esclusione sociale in colpevolezza penale e schedatura istituzionale. Questa dinamica viene riscontrata da Di Sabato nella realtà italiana, dove i problemi strutturali legati alla miseria, all’emergenza abitativa, alle occupazioni degli spazi sociali, alle migrazioni e alle forme di protesta operaia e ambientale vengono estrapolati dalla sfera della discussione politica ed gettati nelle maglie sanzionatorie del codice penale.
Per comprendere appieno l’avvento di questo scenario in Europa, è necessario tracciare la precisa genealogia storica che ha guidato il passaggio cruciale dallo Stato di diritto democratico sociale keynesiano allo Stato penale contemporaneo. Durante i decenni del secondo dopoguerra, il Vecchio Continente ha edificato il proprio patto di cittadinanza attorno al modello keynesiano, un sistema in cui l’intervento pubblico nell’economia mirava al pieno impiego, alla stabilità dei salari e all’inclusione universale tramite l’espansione dei diritti sociali. In quel paradigma, i conflitti interni alla forza lavoro e le sacche di marginalità venivano riassorbiti o ammortizzati attraverso la spesa pubblica redistributiva, concepita come vero investimento per la coesione nazionale e la valorizzazione delle persone. La crisi fiscale e strutturale degli anni Settanta, tuttavia, ha segnato la rottura traumatica di questo equilibrio democratico, inaugurando la progressiva colonizzazione dell’Europa da parte dei dogmi della deregolamentazione monetaria e del dogma della flessibilità strutturale. Nel momento in cui gli Stati europei hanno rinunciato alla regolazione politica dei mercati e hanno avviato le privatizzazioni e lo smantellamento strutturale del welfare, la precarietà si è trasformata da fenomeno transitorio contrastabile a condizione permanente per fette sempre più crescenti della popolazione. La transizione genealogica si compie esattamente qui: privato dei suoi tradizionali strumenti di integrazione economica, gli Stati europei non hanno abdicato solo alla propria sovranità, ma hanno dovuto ridefinire i vettori della propria legittimità politica. La gestione delle disuguaglianze e delle tensioni ingenerate dal disordine neoliberalista è stata così delegata all’apparato giudiziario e sanzionatorio. Il passaggio dallo Stato keynesiano allo Stato penale rappresenta dunque una mutazione geopolitica e burocratica coordinata, in cui il controllo penale surroga l’assenza di sicurezza sociale, trasformando le disfunzioni del mercato del lavoro in questioni di ordine pubblico e riconvertendo le vecchie istituzioni assistenziali in appendici del sistema di sorveglianza e disciplinamento dei ceti subalterni.
All’interno di questo ecosistema repressivo, l’architettura della “democrazia” punitiva trae una linfa vitale e un’efficacia ideologica decisiva dal ruolo dell’alleanza tra il potere politico e i complessi industriali dell’informazione, responsabili della fabbricazione sistematica del panico morale. Sia Wacquant sia Di Sabato evidenziano come la percezione collettiva delle insidie urbane sia l’esito di una precisa ingegneria comunicativa, in cui i mass media mainstream agiscono come amplificatori di ansie sociali profonde, dirottandole dall’ambito economico a quello dell’ordine pubblico. I network televisivi e la stampa cartacea ed elettronica isolano episodi marginali di micro-criminalità o fenomeni legati al disagio sociale, trasformandoli attraverso un’incessante narrazione sensazionalistica in minacce sistemiche all’incolumità pubblica. Questa sovraesposizione spettacolare del crimine genera una distorsione cognitiva di massa: la paura si distacca dai dati statistici reali e diviene un’esperienza totalizzante e incontrollabile. Il panico morale, così inoculato nel corpo sociale, agisce come un catalizzatore politico che legittima l’adozione di risposte autoritarie ed esonera lo Stato dalle sue responsabilità sociali. In questo modo si struttura e si sedimenta il consenso reazionario, poiché l’opinione pubblica, terrorizzata da spettri sapientemente evocati, abdica spontaneamente alle proprie libertà civili e invoca un aumento dei dispositivi di controllo. La fabbricazione mediatica del pericolo trasforma la richiesta di protezione in un bene di consumo elettorale primario, convertendo la rabbia dei ceti impoveriti per la perdita di diritti e tutele lavorative in una domanda perentoria di intolleranza verso il vicino, lo straniero, l’emarginato.
Questa mutazione strutturale dello Stato e del suo apparato simbolico non nasce tuttavia dal nulla, ma affonda le sue radici storiche e procedurali nell’impatto e nella sedimentazione della legislazione d’emergenza antiterrorismo, la quale ha costituito il vero laboratorio giuridico ed epistemologico per la genesi della moderna democrazia punitiva. Di Sabato dimostra come, nel contesto italiano ed europeo, le normative eccezionali prodotte per contrastare la violenza politica degli anni Settanta, e successivamente rimodulate all’indomani dell’undici settembre sotto la spinta della presunta minaccia globale, abbiano subito un processo di progressiva e irreversibile normalizzazione. Dispositivi penali originariamente concepiti come temporanei e strettamente legati a contingenze eversive straordinarie sono stati surrettiziamente integrati nel diritto ordinario, mutando i paradigmi cardine dell’ordinamento costituzionale. Questo slittamento ha sdoganato il principio della prevenzione totale e del sospetto generalizzato come criteri guida dell’azione di polizia, indebolendo le tradizionali garanzie e i limiti posti alla potestà punitiva dello Stato. Quando lo Stato neoliberale ha dovuto affrontare le tensioni sociali generate dai tagli al welfare e dalla precarizzazione di massa, ha trovato nella cassetta degli attrezzi ereditata dalle stagioni emergenziali lo strumento perfetto per governare le marginalità. Le categorie concettuali nate per combattere il terrorismo – la neutralizzazione preventiva, la restrizione della libertà di movimento senza previo vaglio giudiziario, la dilatazione della custodia cautelare e la qualificazione penale ipertrofica delle condotte associative – vengono così traslate chirurgicamente sulla gestione del dissenso politico e sindacale, sulle proteste ecologiste e sui corpi dei non integrati, completando la mutazione del diritto penale del cittadino in un feroce diritto penale del nemico.
Un nucleo teorico centrale, che Wacquant esamina attraverso una rilettura critica dei classici del pensiero sociologico e filosofico da Hobbes e Durkheim fino a Foucault e Bourdieu, risiede nella natura bifronte dello Stato penale, simboleggiata dalla figura mitologica di Giano. Da un lato, il Leviatano punitivo proietta verso le classi medio-alte un’immagine rassicurante di severità morale, legalità e ordine burocratico, intercettando e capitalizzando l’angoscia diffusa per l’impoverimento e lo sradicamento sociale causati dall’economia di mercato. Dall’altro, questo stesso apparato infligge una violenza fisica, psicologica ed economica micidiale sui corpi delle categorie doppiamente marginalizzate, punite contemporaneamente per la propria classe sociale (la povertà) e per il proprio status (gli insider degradati, le minoranze “razzializzate”, gli immigrati). Di Sabato declina questa duplicità evidenziando un profondo slittamento storico avvenuto negli ultimi trent’anni: la transizione dal controllo giudiziario classico al controllo preventivo ed amministrativo operato ex ante direttamente dalle forze di polizia. Strumenti come i daspo urbani, i fogli di via obbligatori, la criminalizzazione del dissenso democratico di piazza e l’uso punitivo dei regolamenti di decoro urbano dimostrano che la repressione comincia molto prima del manganello o dell’apertura delle porte di un carcere. Lo Stato non attende più la consumazione di un reato formale per intervenire, ma esercita una sorveglianza predittiva e preventiva sui luoghi della socialità e del conflitto, estirpando la possibilità stessa della dissidenza politica e blindando lo spazio pubblico a uso esclusivo del consumo consumistico e mercantile.
Questo massiccio dispiegamento di penalità non potrebbe reggersi senza la costruzione del profondo consenso reazionario precedentemente descritto e senza l’attivazione di quella che Di Sabato definisce una vera e propria mutazione antropologica. Wacquant descrive accuratamente il trionfo della “sociodicea negativa”, un processo ideologico pervasivo attraverso il quale le classi subalterne introiettano la colpevolizzazione della loro stessa povertà. Il neoliberismo cancella la solidarietà di classe e atomizza la società, inducendo i cittadini a percepire il proprio simile, il marginale o lo straniero non come un compagno anche lui sfruttato e precario nelle condizioni di vita, ma come il nemico primario da cui difendersi. Il dibattito pubblico si svuota così del linguaggio della giustizia redistributiva e si colonizza con le parole d’ordine del decoro, del merito e della punizione, spingendo persino ampi settori delle opposizioni politiche ad invocare più polizia invece di più welfare, e più sanzioni invece di più diritti. La sicurezza viene ridotta a un feticcio ideologico, una merce distruttiva che nasconde l’insicurezza reale prodotta dalla precarizzazione del lavoro e dell’esistenza, trasformando la rabbia sociale in una perenne caccia al capro espiatorio.
Tuttavia, l’orizzonte tracciato da questa monumentale disamina non si esaurisce in una rassegnata constatazione dell’autoritarismo moderno. Se Wacquant chiude Der strafende Staat ricordando che la penalità è una costruzione politica amovibile e che il Leviatano può essere destrutturato soltanto attraverso una vigorosa riappropriazione democratica dello Stato e il rifinanziamento radicale delle politiche di welfare sociale, Italo Di Sabato spinge la riflessione verso pratiche di emancipazione ancora più esplicite. L’animatore dell’Osservatorio Repressione introduce nel dibattito l’urgente necessità dell’abolizionismo attivo del sistema penale e carcerario, inteso non come un’utopia dottrinaria, ma come un’immediata inversione di rotta materiale e di allocazione delle risorse. Abolizionismo significa sottrarre miliardi di fondi pubblici alla spesa securitaria, alle tecnologie di sorveglianza e all’edilizia penitenziaria per destinarli alla ricostruzione dei legami sociali nei quartieri svantaggiati, all’istruzione pubblica, alla sanità territoriale e all’edilizia popolare. La vera sicurezza sociale, per entrambi gli autori, si edifica riaprendo lo spazio alla partecipazione, restituendo alla società il diritto costituzionale al conflitto democratico e alla disobbedienza al potere, unici veri antidoti alla morte annunciata della politica partecitativa democratica. L’intreccio tra la rigorosa tassonomia globale di Wacquant e la viva inchiesta di Di Sabato produce così un testo, una lettura, da considerare unica e coerente: una lucida e potente requisitoria contro l’attuale società elitaria e “antipartecipativa”. Una società che è sempre più contro i diritti di partecipazione, discussione libera non manipolata e libertà di protestare e manifestare il legittimo dissenso da parte dei cittadini, una società del controllo totale. Quindi abbiamo l’opportunità, al contempo, di avere una bussola imprescindibile, nei due libri, per chiunque intenda decodificare il presente e lottare per la costruzione di un’alternativa di giustizia radicale.
