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Autore

Domenico PALAZZO

Domenico PALAZZO

Domenico Palazzo è nato a Campobasso il 2 settembre 1984; Guardiese dalla nascita, Termolese d’adozione dal 1998. Ha vissuto a Bologna e nel 2011 è tornato a vivere a Termoli, con una breve parentesi milanese. È laureato in chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha lavorato in azienda fino al 2019, ricoprendo ruoli di direzione. Ad oggi insegnante di Scienze Naturali specializzato sul sostegno. Consigliere Federale di Europa Verde per il Molise, pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

Ambiente

NATURA 2000: ANCHE I “PUFFI” LO SAPEVANO

di Domenico PALAZZO 23 Febbraio 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

Negli anni Ottanta in molte case italiane il pomeriggio aveva un appuntamento fisso. I Puffi comparivano sullo schermo con il loro villaggio nascosto nel bosco e una canzone che diceva più di quanto sembrasse. “I Puffi sanno che un tesoro c’è nel fiore accanto a te”. Era una frase semplice ma potente perché insegnava che il valore non è sempre nel forziere lontano ma nella natura che ci circonda. Quei cartoni erano educativi senza volerlo dichiarare, raccontavano ai bambini che il bosco non è uno sfondo ma una casa, che l’equilibrio è fragile e che chi lo rompe paga le conseguenze. Quei bambini oggi sono adulti, qualcuno amministra comuni, regioni, ministeri. E allora viene da chiedersi cosa sia rimasto di quella lezione elementare.

L’Europa nel frattempo ha costruito uno dei più ambiziosi progetti di tutela ambientale del mondo. Si chiama Rete Natura 2000 ed è nata dalle direttive Habitat e Uccelli per proteggere specie e ambienti minacciati. In Italia copre circa il 19 per cento del territorio terrestre e una quota importante di superficie marina. Parliamo di oltre duemila siti distribuiti in tutte le regioni. Sardegna e Abruzzo superano il 30 per cento di territorio tutelato, la Calabria è intorno al 28, il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta hanno percentuali alte legate alla morfologia alpina, la Toscana supera il 20 per cento, il Lazio e la Campania sono poco sotto, la Lombardia e il Veneto hanno percentuali più basse ma comunque significative. I numeri aggiornati sono disponibili nei rapporti del Ministero dell’Ambiente e dell’Agenzia Europea dell’Ambiente anche se non sempre i dati regionali sono omogenei e facilmente comparabili perché le procedure di aggiornamento sono in corso.

Il problema non è la carta ma la gestione. L’Italia è stata più volte richiamata dalla Commissione europea per ritardi nell’adozione dei Piani di Gestione e per la mancata definizione di obiettivi di conservazione specifici. Le procedure di infrazione aperte negli ultimi anni hanno riguardato proprio questo: siti designati ma non realmente governati. In alcune regioni i Piani sono stati approvati con anni di ritardo, in altre mancano ancora strumenti attuativi chiari. I fondi europei destinati alla biodiversità e alla gestione dei siti Natura 2000 vengono spesso frammentati o utilizzati in modo parziale. Non sempre è semplice reperire dati dettagliati sull’effettiva spesa regione per regione perché la rendicontazione è suddivisa tra fondi strutturali, Programmi di sviluppo rurale e progetti LIFE, ma è evidente che la capacità di spesa non è omogenea e che in molti casi le risorse non vengono utilizzate pienamente.

Qui sta il nodo politico. Le direttive europee non sono un fastidio burocratico ma un patto tra generazioni. Eppure troppo spesso vengono vissute come un obbligo da aggirare o un adempimento formale. Si aggiornano formulari, si riscrivono obiettivi sulla carta, ma si fatica a tradurli in regole operative e controlli effettivi. Nel frattempo il consumo di suolo continua, la frammentazione degli habitat avanza, la biodiversità arretra. E quando l’Europa richiama l’Italia non è per un capriccio ma perché quel patrimonio naturale è un bene comune europeo.

Anche i Puffi lo sapevano che il bosco non è infinito. Noi invece sembriamo aver dimenticato che non abbiamo una Terra di riserva. Per questo la questione non è solo amministrativa ma culturale. Se chi governa considera l’ambiente un vincolo e non una risorsa, anche i fondi migliori diventano occasioni mancate. Se si investe poco nella formazione ambientale e nella partecipazione dei cittadini, le norme restano lontane dalla vita quotidiana.

Ripartire dalle cose semplici significa tornare a insegnare ai bambini che il tesoro è nel fiore accanto a loro. Non come slogan ma come pratica. Portarli nei parchi, spiegare cosa significa un sito protetto, far capire che una zona umida non è un terreno inutile ma un ecosistema prezioso. La cultura ambientale non nasce in una conferenza stampa ma in una scuola, in una famiglia, in un quartiere.

Perché la natura non è una pratica da sbrigare a Bruxelles. È la condizione della nostra libertà futura. Anche i Puffi lo sapevano. Noi dovremmo ricordarlo.

23 Febbraio 2026 0 Commenti
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Cultura

ANALFABETISMO FUNZIONALE: QUANDO NON CAPIRE DIVENTA UN PROBLEMA POLITICO

di Domenico PALAZZO 22 Gennaio 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

L’analfabetismo funzionale non è l’incapacità di leggere o scrivere. È qualcosa di più subdolo e pericoloso: è la difficoltà – o l’impossibilità – di comprendere, interpretare e usare in modo critico le informazioni che si leggono, si ascoltano o si guardano. Una persona analfabeta funzionale sa decifrare le parole, ma non il senso. Sa leggere un titolo, ma non un contenuto. Sa ripetere un dato, ma non contestualizzarlo. 

È una condizione che si misura attraverso indagini internazionali come OCSE-PIAAC, che valutano le competenze di literacy, numeracy e problem solving negli adulti. E i numeri italiani, da decenni, sono allarmanti.Secondo ricostruzioni basate su dati ISTAT storici, OCSE e studi sociologici comparativi, l’analfabetismo funzionale in Italia segue un andamento che racconta molto più di quanto sembri. 

Il grafico che accompagna questi dati mostra una dinamica chiara: un miglioramento fino agli anni Novanta, seguito da una nuova crescita dell’analfabetismo funzionale proprio mentre iniziano i tagli strutturali alla scuola, all’università e alla cultura. 

Non è una coincidenza. Meno scuola, meno cultura, meno strumenti.  

L’Italia è oggi uno dei Paesi europei che investe meno in istruzione in rapporto al PIL. Dal 2008 in poi, ogni governo – con intensità diverse – ha considerato la scuola e la cultura una spesa comprimibile, non un investimento strategico. 

Classi sovraffollate, stipendi bassi, edilizia scolastica fatiscente, università sempre più elitaria (si guardi soprattutto al caro affitti), biblioteche chiuse o depotenziate. Il risultato non è solo una perdita di conoscenze, ma una perdita di capacità critica. 

La scolarizzazione è fondamentale, ma non sufficiente. Un diploma o una laurea non immunizzano automaticamente dall’analfabetismo funzionale. Se la cultura non diventa esercizio quotidiano, confronto, lettura, dubbio, allora resta un titolo, non uno strumento.  

E questo diventa ancora più grave in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi, dai dati presentati come verità assolute. In questo contesto, un cittadino che non sa leggere criticamente è un cittadino inerme.  

Il governo Meloni lo sa bene. E infatti usa i numeri come clava politica: 

– dati parziali presentati come assoluti, 

– percentuali senza contesto, 

– confronti internazionali selettivi, 

– narrazioni semplificate per giustificare scelte complesse. 

Quando manca la capacità di comprendere ciò che si legge, la propaganda vince sempre. E le fake news proliferano perché trovano terreno fertile.Contrastare l’analfabetismo funzionale non significa solo “più scuola”. Significa diffondere una cultura del vero, della verifica, della complessità. Significa insegnare – ovunque – a distinguere un’opinione da un fatto, una fonte da una manipolazione. Non solo nelle scuole. Nei luoghi di lavoro. Nei quartieri. Nelle biblioteche. Nei circoli culturali. Nello spazio pubblico. 

Perché la cultura non è una laurea. Non è un dottorato. Non è un’élite. La cultura è ricchezza condivisa. La cultura è amore per la verità. La cultura è rispetto di se stessi. 

E senza rispetto di sé, una società accetta qualsiasi menzogna. 

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Cultura

HO TANTA NOSTALGIA DEGLI ANNI 90

di Domenico PALAZZO 22 Novembre 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè

«I videogames vi rovineranno il cervello!», negli anni ’90 era una frase ricorrente pronunciata con preoccupazione da genitori e insegnanti mentre le sale giochi si riempivano di luci, suoni e gettoni. Era l’epoca in cui i bambini imparavano a orientarsi dentro spazi complessi, reali e digitali, senza tutorial.

Oggi, a distanza di trent’anni, quella frase torna utile per una riflessione meno moralistica e più generazionale: non sui videogiochi in sé ma su come sono cambiati e su cosa chiedono alla mente dei bambini.

Studi di psicologia dello sviluppo e delle generazioni (Developmental Psychology e Journal of Adolescent Research) mostrano che i millennial e la Gen Z presentano stili cognitivi differenti. I primi sono cresciuti in un ambiente analogico-digitale ibrido, i secondi in un ecosistema completamente digitale. Questo cambia il rapporto con l’attesa, con l’errore, con la frustrazione e con l’esplorazione autonoma. I videogiochi degli anni ’90 – come Tetris, Doom, Puzzle Bobble o Prince of Persia – non spiegavano quasi nulla. Costringevano a memorizzare schemi, percorsi, trappole, segreti. Studi neuroscientifici (University College London, Nature) hanno mostrato che questo tipo di navigazione spaziale e problem solving rafforza l’ippocampo, area centrale per memoria e orientamento. Molti giochi contemporanei, invece, sono fortemente guidati: indicatori, obiettivi evidenziati, percorsi suggeriti. Il bambino non esplora, esegue. E senza esplorazione, il pensiero critico si atrofizza.

Negli anni ’90, quando si perdeva, il gioco finiva. Letteralmente. Niente salvataggi infiniti, niente “continua”. Il tempo era scandito: dal numero di vite, dai gettoni, dalla fila dietro. Oggi titoli come Fortnite o Minecraft sono progettati per non finire mai. La stimolazione è continua, l’attenzione sempre alta, l’uscita dal gioco non è prevista. Numerosi studi (American Journal of Psychiatry, Frontiers in Psychology) parlano di iperstimolazione e difficoltà nell’autoregolazione. Il gaming era un’esperienza sociale reale: due controller, lo stesso schermo, lo stesso divano. Si litigava, si aspettava il turno, si guardava giocare. Oggi il bambino è spesso solo in una stanza connesso a decine di persone virtuali ma privo di interazione corporea ed emotiva immediata. Non è nostalgia: è un cambiamento strutturale del modo di stare insieme.

Nei “vecchi” videogames la ricompensa non era immediata. Servivano giorni per superare un livello oppure settimane per scoprire un trucco, spesso leggendo riviste o parlando con gli altri. Oggi il game design sfrutta consapevolmente i meccanismi dopaminergici: premi continui, skin, livelli rapidi. Le neuroscienze parlano di “dopamine loops”. Il risultato? Meno pazienza, più dipendenza dalla gratificazione istantanea. I giochi erano pensati per livelli chiusi, con un inizio e una fine. Oggi sono flussi permanenti, progettati per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Non è un dettaglio: è una diversa idea di mente.

Questa non è una condanna del presente, né un’idealizzazione del passato. È una constatazione: i bambini di oggi crescono in un ambiente sovrastimolato, mentre quelli di ieri imparavano a fermarsi, aspettare, orientarsi. 

Forse la nostalgia non è per i giochi, ma per quel tempo lento in cui perdere significava anche, semplicemente, alzarsi e tornare a casa. 

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Politica

IL VERO MONDO AL CONTRARIO

di Domenico PALAZZO 29 Ottobre 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Viviamo in un Paese in cui la disuguaglianza non è un incidente, ma una scelta politica. Un’Italia dove chi governa protegge i forti e ignora i deboli, in un perfetto rovesciamento morale del principio di giustizia sociale.

Secondo i dati ISTAT 2024, il 20% più ricco della popolazione detiene il 66% della ricchezza nazionale, mentre il 40% più povero possiede appena il 2,5%. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, è salito a 0,331 ovvero ai livelli più alti dal 2006. L’ultimo rapporto Oxfam Italia 2024 denuncia che l’1% più ricco degli italiani possiede oggi una ricchezza superiore a quella del 50% più povero.

In questo scenario di disuguaglianza crescente, arriva la notizia da Cortina d’Ampezzo, simbolo perfetto del “mondo al contrario”.

Durante i lavori preparatori per le Olimpiadi invernali 2026, l’intera area delle Tofane sarà chiusa al pubblico da metà Gennaio a metà Marzo. I rifugi e gli impianti di risalita della zona – tra cui il rifugio Duca d’Aosta e altre strutture storiche – saranno costretti a chiudere o lavorare in perdita per mancanza di sciatori, ski-pass azzerati e costi energetici invariati.

Ma non tutti. Un solo locale resterà aperto e anzi diventerà “uno dei punti cruciali di incontro per gli organizzatori olimpici”: il ristorante di lusso El Camineto.

Un ristorante rilevato da Flavio Briatore (attualmente di proprietà di un magnate Kazaco) e da Dimitri Kunz, il compagno della ministra del Turismo, Daniela Santanchè.

La notizia è stata confermata dagli stessi esercenti cortinesi, che hanno espresso indignazione e paura per la stagione persa. “Non sappiamo nulla – ha dichiarato Gianluca Lancedelli del rifugio Duca d’Aosta – ci dicono solo che non faranno salire la gente. Se teniamo aperto come servizio forse ci daranno qualcosa”.

Il “qualcosa” a cui allude è un rimborso forse insufficiente a coprire i costi della stessa  corrente elettrica. 

Non è solo una questione morale. È una questione giudiziaria.

La ministra del Turismo Daniela Santanchè, attualmente indagata dalla Procura di Milano nell’inchiesta sulle società del gruppo Visibilia, che, con un conflitto d’interessi grande quanto una pista olimpica, continua a sedere al governo e a gestire un dicastero da cui dipendono milioni di euro di fondi pubblici per il turismo.

La stessa ministra che oggi vede il locale del proprio compagno beneficiarne direttamente.

In un Paese normale, questo basterebbe per chiedere le dimissioni immediate. In Italia, invece, tutto passa in silenzio. La ministra resta al suo posto. Il governo tace. E il premier Meloni, come sempre, difende “il lavoro svolto” dai suoi ministri.

Siamo davvero il Paese dei balocchi, o meglio, degli allocchi, se continuiamo a chiamare “merito” quello che è privilegio, e “sviluppo” ciò che è drenaggio di risorse pubbliche verso l’alto.

Le Olimpiadi dovevano essere un’occasione di rilancio per il territorio, e invece rischiano di lasciare dietro di sé solo debiti, disuguaglianze e un’ulteriore ferita alla montagna.

Gli imprenditori locali non avranno ricavi, gli impianti di risalita resteranno fermi, i rifugi chiusi. Gli unici ad arricchirsi saranno i soliti noti, le élite ben introdotte nei palazzi del potere.

Questo è il vero volto della politica economica del governo Meloni: una redistribuzione al contrario. Tagli alla sanità pubblica e bonus alle cliniche private. Tagli ai comuni e agevolazioni ai grandi gruppi. Tagli al welfare e regali fiscali agli evasori. È la stessa logica che si ripete da due anni, travestita da “realismo economico”.

Ma la realtà è un’altra: la forbice si allarga, il ceto medio scivola verso la povertà, i giovani emigrano, i territori si spopolano.

E mentre l’Italia reale si svuota, il potere si blinda nei salotti e nei resort.

Siamo diventati un Paese dove si chiudono i rifugi e si aprono i ristoranti degli amici dei ministri. Dove chi lavora viene lasciato indietro, e chi comanda si autocelebra.

Un Paese che sembra aver dimenticato le parole di chi credeva nella giustizia, nella sobrietà, nel bene comune.

Non si può più accettare che l’etica pubblica sia piegata al tornaconto privato. Non si può più restare spettatori mentre i pochi continuano a rubare ai molti.

Oggi serve indignazione, ma anche una nuova coscienza civile.

Serve un’alternativa che torni a parlare di equità, di diritti, di dignità.

Ci vuole coraggio. Coraggio di denunciare, di cambiare. Di non accettare più questo mondo al contrario dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi.

29 Ottobre 2025 0 Commenti
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Sociale

ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI, SIETE LO STESSO COINVOLTI

di Domenico PALAZZO 29 Settembre 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Parlare di giovani e politica significa guardare all’oggi senza rinnegare la speranza. Significa riconoscere che una generazione sente il peso del presente, ma vuole progettare il futuro. E che se restiamo incapaci di tradurre le loro aspirazioni in politica concreta, sprechiamo una risorsa preziosa. 

Negli ultimi dieci anni, la partecipazione elettorale nella fascia 18-30 anni ha mostrato tassi inferiori rispetto alle fasce più adulte, ma non un disinteresse totale: piuttosto, una diffidenza strutturata. Secondo il rapporto Giovani, democrazia e partecipazione politica dell’Osservatorio Giovani-Istituto Toniolo, emerge che molti giovani vedono la politica distante, poco capace di parlare ai loro problemi reali. (rapportogiovani.it) 

Un confronto: alle politiche del 2022, la partecipazione dei giovani 18-34 anni è stata stimata intorno al 57,3 %, contro valori simili nelle fasce 35-49 anni e oltre, ma con dinamiche di astensione maggiori nei più giovani. (Wikipedia) In concreto: tra 31 e 50 anni, si registra una maggiore stabilità nel voto; tra 51 e 70 anni i tassi sono spesso più elevati (anche per ragioni socioeconomiche, radicamento, presenza nelle urne). 

Alcuni studi mostrano che la differenza non è enorme nelle elezioni politiche generali, ma diventa significativa se si guarda agli under-25: prima delle politiche 2018, un giovane su due tra gli under-25 avrebbe scelto di non votare. (Demopolis). 

Allora, cosa ci dicono questi numeri? Che molti giovani non votano, non perché non abbiano idee o passione, ma perché non vedono un’offerta politica che li rappresenti davvero. Quando la politica parla solo con linguaggio vecchio, con discorsi lontani dalle loro esigenze, con gerarchie immutabili, il risultato è che i giovani restano fuori. 

Eppure la questione del genocidio palestinese ha spalancato spazi di mobilitazione giovanile. Le piazze si sono riempite di studenti e under 30 che hanno manifestato solidarietà, capacità di indignarsi e di esigere: «non è normale che si muoia così». In quel momento, molti hanno ritrovato la percezione che la politica è anche un orizzonte di senso, non solo un meccanismo da cui sentirsi esclusi. 

Quella sensibilità – dolorosa, forte – potrebbe essere amplificata e trasposta in altri ambiti: nei temi dell’inclusione sociale, nei diritti LGBTQ, nella politica industriale (la delocalizzazione selvaggia che svuota territori e sfrutta lavoratori), nella cura delle aree interne che si spopolano. Quella stessa attitudine a non restare muti quando si uccidono civili può diventare attivismo stabile anche su questioni più “quotidiane”. 

Ma serve una politica che sappia ascoltare e coinvolgere. Non basta lamentarsi che “i giovani non votano” — occorre cambiare la chiave di lettura: pensare le politiche da giovani, con linguaggio, pratiche, strumenti loro congeniali. Voti digitali? Consultazioni nelle scuole? Proposte politiche co-costruite? Orizzonti territoriali vicini alle loro vite? Tutte queste sono strade da esplorare con coraggio. 

Va detto, però: non è solo colpa della politica. Spesso i giovani non fanno nulla per appassionarsi. Restano inchiodati nel quotidiano, nelle paure, nei meccanismi che scoraggiano. Ma è un circolo vizioso: se non cercano vie per partecipare, la politica non impara a includerli; se la politica non li include, loro non vedono motivo per entrare. 

E allora la speranza è che rompano quel circolo. Che sperimentino la partecipazione, che si avvicinino anche con piccoli atti: associazioni, movimenti, campagne locali, consigli di quartiere, leghe studentesche. Che si misurino con il fare concreto: proporre, protestare, costruire. 

In questi anni difficili e con lo spettro di un conflitto mondiale che aleggia sulle nostre teste, ai giovani serve coraggio — quello di non accettare l’ovvio, quello di rimettersi in gioco, quello di credere che cambiare le cose, se non vanno bene, è non solo possibile, ma urgente. 

29 Settembre 2025 0 Commenti
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Ambiente

NOI NON CI SAREMO

di Domenico PALAZZO 4 Agosto 2025
Scritto da Domenico PALAZZO


Gli effetti del cambiamento climatico non saranno per noi. Saranno per i nostri figli. Ed è per loro che dobbiamo agire adesso

Il cambiamento climatico non è solo una questione di gradi in più o in meno. È un’intera alterazione del ciclo vitale del pianeta. Un mondo più caldo è anche un mondo più instabile. L’aria trattiene più umidità. I mari, le pianure, i fiumi rilasciano più vapore acqueo. E quando piove, non piove più come prima: piove tutto insieme.

Lo vediamo sempre più spesso, anche in Italia. Piogge torrenziali che in poche ore riversano quantità d’acqua equivalenti a interi mesi. Eventi concentrati, intensi, localizzati. Bombe d’acqua, le chiamano erroneamente. Ma non è un linguaggio neutro: le bombe le produciamo noi, scaldando l’atmosfera con le emissioni, cementificando tutto, costruendo ovunque. I terreni non drenano più. I corsi d’acqua non trovano vie di fuga. L’acqua si accumula e travolge. Il risultato: allagamenti, frane, distruzione. E poi il silenzio, finché non succede di nuovo.

In un’Italia già fragile dal punto di vista idrogeologico, questa dinamica è particolarmente drammatica. Le città sono impreparate. I piccoli comuni non hanno strumenti. E chi ci governa, invece di agire, fa il contrario.

Il governo Meloni, invece di investire sulla prevenzione e sulla cura del territorio, taglia. Lo ha denunciato pubblicamente l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili – non un partito ambientalista, ma una delle organizzazioni più pragmatiche del Paese – in audizione alla Commissione parlamentare sul rischio idrogeologico e sismico. Secondo l’ANCE, la legge di bilancio prevede tagli per 6,5 miliardi di euro tra il 2025 e il 2034, proprio ai fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio. Di questi, 673 milioni verranno sottratti già nel triennio 2025–2027. A pagarne il prezzo saranno, ancora una volta, i Comuni, che si ritroveranno con meno risorse per argini, canali, tombini, versanti. Meno risorse per la manutenzione, per la prevenzione, per la sicurezza. Più rischio, più disastri, più morti.

Parlare di “messa in sicurezza del territorio” mentre si tagliano i fondi per la prevenzione è l’ennesima bugia. L’Italia è un Paese fragile: il 94,5% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Lo dice sempre l’ANCE, dati alla mano. Eppure si continua a intervenire dopo le tragedie, non prima. Si continua a scegliere l’emergenza, non la programmazione. Si continua a spendere miliardi per le ricostruzioni, invece di investirli per evitare frane, alluvioni, disastri.

E non si dica che non ci sono i soldi. Perché per le armi i fondi si trovano sempre. Per costruire nuove carceri si stanziano milioni. Ma per il dissesto idrogeologico, no. Per il verde urbano, no. Per i boschi, per i fiumi, no.

Eppure dovremmo saperlo bene, ormai: non ci salveranno i condizionatori. Ci salveranno gli alberi. E la cura del territorio.

Che il pianeta stia bollendo non è più una previsione catastrofista, ma una realtà documentata. Lo sentiamo nelle notti tropicali che non danno tregua, lo vediamo nei picchi termici che friggono l’asfalto cittadino. Le città, in particolare, sono diventate trappole di calore, con differenze anche di 4–5 gradi tra le aree densamente costruite e quelle più verdi. E in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione vive in centri urbani o periurbani, il contrasto al cambiamento climatico deve partire proprio da lì: dal quartiere sotto casa, dal marciapiede, dalla scuola, dal parco.

Un recente studio pubblicato su Scientific Reports ha dimostrato che la temperatura può diminuire mediamente di 2,6 °C nelle aree urbane dotate di copertura arborea, rispetto a zone prive di alberi in un raggio di 10 metri. Altri studi parlano di riduzioni anche superiori a 5–10 °C in contesti urbani densi di verde, soprattutto sulle superfici asfaltate. A New Haven, negli Stati Uniti, si è misurato che un aumento dell’1% della copertura arborea urbana può comportare un raffrescamento fino a –1,6 °C nelle ore più calde. A Roma, una simulazione dell’Enea ha calcolato che 20.000 nuovi alberi potrebbero abbassare la temperatura media di 1,5 gradi in alcune aree.

Gli alberi sono termoregolatori naturali: ombreggiano, raffrescano, assorbono CO2, filtrano inquinanti. Sono infrastrutture vive. E sono anche strumenti di giustizia ambientale. Perché il caldo colpisce di più chi ha meno. Chi vive in quartieri densamente edificati, con poco verde. Chi abita ai piani alti dei palazzi popolari senza tetti isolati. Chi lavora all’aperto o nelle case prive di climatizzazione. Sono questi i corpi che il cambiamento climatico colpisce per primi. E sono questi i corpi che lo Stato deve proteggere.

Ma anche qui la realtà è un’altra. Il verde urbano in Italia è abbandonato a se stesso. Le città piantano alberi per farsi fotografare, poi li lasciano morire. I fondi del PNRR sono stati distribuiti senza una visione strategica, senza coordinamento, senza coinvolgimento delle comunità. Piantare alberi non è uno spot. È un impegno di lungo termine. Un albero ha bisogno di anni per crescere, e nei primi anni ha bisogno di cura, manutenzione, acqua, potature, protezione. Senza tutto questo, il tasso di mortalità delle giovani alberature può superare il 50%.

E allora viene da chiedersi: cosa stiamo facendo? Stiamo davvero preparando le nostre città per i nostri figli, o stiamo solo prendendo tempo?

In fondo, lo dice il titolo: “Noi non ci saremo”. È una canzone scritta da Guccini, ma anche una verità che pesa. La parte più dura del cambiamento climatico non la vivremo noi. La vivranno loro: i nostri figli, i nostri nipoti. Vivranno in un mondo più caldo, più instabile, più violento. Con più alluvioni, più siccità, più disuguaglianze. 

E giudicheranno quello che abbiamo fatto oggi.

La buona notizia è che non tutto è perduto. Possiamo ancora invertire la rotta. Possiamo piantare milioni di alberi, con criterio, nei quartieri più vulnerabili. Possiamo finanziare la manutenzione del territorio come una priorità nazionale. Possiamo assumere tecnici forestali, idraulici, ingegneri ambientali, dare lavoro e sicurezza insieme. Possiamo costruire una rete ecologica urbana, con corridoi verdi, orti, parchi, filari, tetti verdi e giardini scolastici.

Ma per farlo, dobbiamo cambiare paradigma. Dobbiamo smettere di considerare la natura come un costo e iniziare a trattarla come un’alleata politica. Dobbiamo smettere di delegare tutto al mercato. Dobbiamo riprenderci la pianificazione, la progettazione, la responsabilità collettiva.

Non è solo una questione di ecologia. È una questione di eguaglianza. Di giustizia sociale. Di futuro.

In un suo celebre discorso, Alex Langer ci lasciava queste parole che oggi suonano come un appello: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile, cioè capace di offrire motivazioni, gratificazioni, prospettive di vita migliori, più attraenti e più convincenti.”

Facciamola desiderabile. Facciamola giusta. Facciamola adesso. Prima che sia troppo tardi. Prima che, davvero, noi non ci saremo.

4 Agosto 2025 0 Commenti
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Politica

CHE LA PACE SIA DAVVERO CON TUTTI

di Domenico PALAZZO 18 Giugno 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Nel mondo cattolico, “che la pace sia con voi” è la formula che accompagna il momento che precede la lettura del Vangelo, un invito solenne alla riconciliazione. Molti lettori la ricorderanno con chiarezza, pronunciata in chiesa come augurio e promessa. Ma oggi, in un mondo lacerato da guerre sempre più brutali e da un’assuefazione crescente alla violenza, quelle parole suonano quasi fuori posto, fragili. Parlare di pace può sembrare un gesto ingenuo, addirittura inopportuno. E invece è proprio oggi che la pace è più che mai necessaria, urgente, ma soprattutto giusta: non un silenzio imposto dalle armi, non una tregua sopra le rovine dell’umanità, ma un percorso di verità, giustizia e riconoscimento reciproco.

Lo gridano le immagini che ci giungono ogni giorno da Gaza, dove i bombardamenti israeliani hanno ucciso oltre 35 mila persone, più della metà donne e bambini. Lo urla il dramma dell’Ucraina, dove due eserciti si affrontano su una terra devastata, in un conflitto che l’Occidente continua ad alimentare con armi e retorica. E lo testimonia anche l’Iran, teatro di un autoritarismo che schiaccia ogni dissenso, con i bombardamenti da parte di Israele che rischiano di incendiare l’intero Medio Oriente se non il mondo intero. 

In questo scenario cupo, le parole del cardinale Matteo Zuppi risuonano con forza: “La pace non è solo l’assenza di guerra, è la costruzione della giustizia. E non ci sarà giustizia se non riconosceremo tutti come uguali”. Un principio semplice, ma rivoluzionario. 

Oggi l’eguaglianza è la grande assente. Lo è nei rapporti internazionali, dove il diritto sembra valere solo per alcuni. Lo è nella narrazione mediatica, che distingue vittime “di serie A” e “di serie B”. Lo è nella politica, dove prevale la logica del nemico, dell’emergenza, del nemico da colpire.

Lo sanno bene anche i leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che da mesi invocano un cambio radicale di rotta. “Chiedere il cessate il fuoco immediato a Gaza non è equidistanza – ha dichiarato Fratoianni – è il minimo umano e politico che si possa fare davanti al massacro di civili. Non si può invocare la pace senza denunciare i crimini, senza riconoscere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”. Bonelli aggiunge: “L’Italia dovrebbe stare dalla parte del diritto internazionale, non diventare complice di chi lo calpesta. La pace si costruisce solo se si smette di armare i conflitti”.

Questa visione mette al centro un principio spesso sacrificato: la responsabilità collettiva. Non esiste pace che si possa costruire a colpi di droni, né sicurezza che si possa garantire con i missili. Continuare a parlare di “guerre giuste” o “interventi necessari” significa alimentare una spirale che cancella l’umanità, rende ciechi al dolore degli altri e prepara nuove vendette.

L’eguaglianza non è solo un concetto astratto. È ciò che ci costringe a guardare il bambino palestinese e quello ucraino con gli stessi occhi, a riconoscere la madre iraniana che piange il figlio giustiziato come nostra sorella. È ciò che ci impone di chiedere conto a chi oggi ha il potere di fermare le guerre ma sceglie l’inazione o, peggio, il profitto. Perché il mercato delle armi non conosce tregua, e mentre si afferma che “non c’è alternativa”, i bilanci militari crescono, i corridoi umanitari si chiudono, i corpi si accumulano.

Parlare di pace oggi sembra una mera utopia ma non c’è nulla di più lucido, di più urgente e razionale del rifiuto della guerra come strumento politico. È una posizione profondamente necessaria, perché guarda lontano, oltre il fumo delle bombe e i confini nazionali. È una posizione che rifiuta l’ipocrisia di chi piange per i morti da una parte, ma tace quando i cadaveri non servono la propaganda.

In fondo, la domanda che dovremmo farci è molto semplice: quale mondo stiamo costruendo? Quali valori vogliamo trasmettere? Se il nostro silenzio copre le grida dei bambini sotto le macerie, se il nostro equilibrio diplomatico è pagato con sangue innocente, se la nostra neutralità diventa complicità, allora non stiamo costruendo pace, ma solo un’altra forma di dominio.

Primo Levi scriveva, pensando alla sua esperienza ad Auschwitz: “Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo.”

Oggi, cosa direbbe Levi davanti al volto sfigurato di un bambino palestinese? Cosa scriverebbe dopo aver visto le file di bambini ucraini mutilati, i corpi insepolti di Rafah, le proteste represse in Iran, i palazzi distrutti a Tel Aviv? A chi dedicherebbe la sua poesia se non a quei corpi dimenticati, a quei volti senza nome, che gridano ancora: se questo è un uomo?

Non possiamo sapere con certezza cosa direbbe Levi, ma possiamo – dobbiamo – provare a rispondere a quella domanda. Perché la memoria non basta più. Serve coraggio. Serve empatia. Serve una politica che torni a scegliere la vita.

18 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

PIÙ LAVORO STABILE, MENO PRECARIETÀ: UN SÌ CONTRO L’ABUSO DEI CONTRATTI A TERMINE

di Domenico PALAZZO 14 Maggio 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Il terzo quesito del referendum 2025 mira a ridurre la precarietà abolendo le norme che hanno moltiplicato i contratti temporanei. Un SÌ per il diritto al lavoro dignitoso

Negli ultimi anni, il mercato del lavoro italiano ha visto una crescita costante dell’occupazione precaria, in particolare dei contratti a termine. Il terzo quesito del referendum del 2025 interviene proprio su questo nodo, proponendo di abrogare le norme che permettono un uso esteso, flessibile e spesso abusivo dei contratti temporanei.

Votare SÌ significa scegliere un modello di lavoro più stabile, ridurre il ricorso indiscriminato alla precarietà e tutelare milioni di lavoratori, soprattutto giovani, donne e persone con basso potere contrattuale.

Cosa dice il quesito

Il quesito propone di abrogare le parti del Decreto Dignità (e successive modifiche) che:

 – consentono contratti a termine fino a 24 mesi anche senza causali per i primi 12 mesi;

 – autorizzano rinnovi ripetuti con causali spesso generiche o arbitrarie;

 – riducono i vincoli alle proroghe, rendendo più facile per le imprese mantenere i lavoratori in stato di incertezza per anni.

In pratica, si chiede di tornare a una disciplina più restrittiva e più protettiva per i lavoratori.

Perché votare SÌ: le ragioni di una scelta giusta

1. Contro la precarietà strutturale

I contratti a termine sono nati per esigenze temporanee. Ma nel tempo sono diventati la regola anziché l’eccezione, soprattutto per i lavoratori più fragili. Questo crea instabilità economica, incertezza sul futuro e difficoltà nell’accedere a mutui, affitti e progettualità di vita.

2. Un mercato più giusto non è un mercato meno efficiente

La flessibilità non deve diventare sinonimo di ricatto occupazionale. Studi europei mostrano che i mercati del lavoro con maggiori tutele (come in Germania o Francia) non sono meno dinamici. Anzi: il lavoro stabile migliora la produttività e la qualità dei servizi.

3. I giovani meritano un futuro, non un eterno presente precario

Oggi oltre il 60% dei nuovi contratti è a termine, e pochi di questi si trasformano in tempo indeterminato. Il lavoro precario si traduce in precarietà esistenziale. Votare SÌ è un atto di responsabilità verso le nuove generazioni.

4. Il lavoro è un diritto, non una concessione temporanea

La Costituzione italiana riconosce il lavoro come fondamento della Repubblica. Tollerare norme che facilitano lo sfruttamento attraverso contratti brevi, rinnovabili e privi di prospettive va contro il principio di dignità del lavoro.

I numeri della precarietà in Italia:

– Oltre 3 milioni di lavoratori hanno contratti a tempo determinato (ISTAT, 2023)

  • – Solo 1 su 4 di questi contratti si trasforma in tempo indeterminato
  • – Il 70% dei contratti a termine dura meno di 3 mesi
  • – L’Italia è al secondo posto in Europa per uso di contratti a termine tra i giovani (Eurostat, 2022)

Nel mondo del lavoro italiano, i giovani sono i più esposti alla precarietà. I dati parlano chiaro:

 – Il 63% dei nuovi contratti tra i 20 e i 34 anni è a tempo determinato (ISTAT, 2023)

 – Il 73% di questi contratti ha una durata inferiore ai 6 mesi

 – Il tasso di trasformazione in contratti stabili resta sotto il 25%

Questo significa che un’intera generazione è condannata a vivere nell’incertezza, senza prospettive di autonomia economica, casa, famiglia. La precarietà non è una “fase di passaggio” ma per molti è diventata una condizione cronica.

La scuola pubblica: laboratorio di instabilità

Il paradosso più evidente? La scuola, istituzione che dovrebbe costruire il futuro del Paese, è anche uno dei settori più precari:

 – Oltre 250.000 docenti vengono assunti ogni anno con contratti a tempo determinato

 – Tra questi, circa 100.000 sono “supplenti annuali” (contratti fino al 30 giugno o 31 agosto)

 – Molti insegnanti precari coprono posti vacanti e disponibili, che dovrebbero essere a tempo indeterminato

I concorsi si svolgono a rilento e spesso non coprono il fabbisogno reale.

Questo genera una scuola instabile, in cui gli studenti cambiano insegnanti ogni anno e i docenti vivono senza certezze, senza continuità, senza tutele.

Un SÌ per costruire futuro, non precarietà

Il SÌ al quesito n. 3 non è una battaglia ideologica: è una risposta concreta a un problema reale. Restituire dignità e prospettiva al lavoro significa restituire forza alla società tutta. Senza stabilità, non c’è crescita. Senza diritti, non c’è progresso.

Con le attuali condizioni i lavoratori e le lavoratrici a termine sono soggetti a quella che qualcuno ha definito saggiamente “macelleria sociale”, ovvero alla condizione di essere assoggettati implicitamente al datore di lavoro senza la possibilità di esercitare i propri diritti. 

Votare SÌ significa dire basta all’abuso sistematico dei contratti a termine. Significa restituire stabilità a chi lavora, investire nella qualità del lavoro e nel benessere di chi assume e di chi produce. 

Il 8 e 9 giugno abbiamo l’occasione di cambiare rotta. Un SÌ deciso per dire basta alla precarietà.

14 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

ARTICOLO 18: RITORNO AL FUTURO?

di Domenico PALAZZO 5 Maggio 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Il primo quesito referendario del 2025 punta a ripristinare le tutele contro i licenziamenti illegittimi. Pro e contro di una scelta che guarda alla dignità del lavoro.

Il referendum del 2025 propone cinque quesiti su temi centrali del lavoro e della democrazia. Il primo riguarda l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti introdotta dal Jobs Act del 2015, con l’obiettivo di reintrodurre le tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Con questo articolo si tenta di dare una risposta al perché votare a favore dell’abrogazione.

Dall’articolo 18 al Jobs Act: una rivoluzione normativa

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, approvato nel 1970, garantiva il reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, nelle aziende con più di 15 dipendenti.

Nel 2012, la riforma Fornero ha introdotto una prima modifica: in alcuni casi di licenziamento ingiusto, al reintegro si sostituiva un indennizzo economico.

Il Jobs Act del governo Renzi (2015) ha completato la trasformazione, introducendo il contratto a tutele crescenti: per chi è stato assunto dopo il 7 marzo 2015, il reintegro è previsto solo in casi estremi (licenziamenti discriminatori o disciplinari manifestamente infondati). Negli altri casi, anche se un giudice stabilisce l’illegittimità del licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a pagare un’indennità economica crescente in base all’anzianità di servizio (massimo 12 anni).

Oggi sono oltre 3 milioni e mezzo i lavoratori soggetti a questa nuova disciplina. E il numero è destinato ad aumentare.

Perché bisogna votare SI:

Maggiore tutela contro i licenziamenti illegittimi oppure ingiusti

Il reintegro restituisce piena dignità al lavoratore e rappresenta una forma di giustizia sostanziale, non solo economica. Dignità vuol dire non essere in balia dell’impresa, dunque disporre di una reale libertà sindacale, tutelare il rispetto del contratto di lavoro ed il diritto alla salute.

Uguaglianza tra lavoratori

L’attuale sistema genera una disparità normativa tra lavoratori assunti prima e dopo il 2015. Reintrodurre l’articolo 18 significherebbe ristabilire equità.

Deterrente contro abusi

Sapere che un licenziamento illegittimo/ingiusto può comportare il reintegro spinge le imprese a una maggiore responsabilità e sottrae loro un pesante strumento di ricatto.

Le ragioni del NO:

Maggiore rigidità per le imprese

Secondo alcune associazioni imprenditoriali, il reintegro potrebbe limitare la flessibilità del lavoro, frenando le assunzioni nel timore di non poter licenziare in situazioni di difficoltà, ma i licenziamenti economici sono sempre ammessi e non hanno alcun rapporto con l’art. 18.

Aumento del contenzioso

La possibilità di reintegro potrebbe tradursi in più cause di lavoro, spesso lunghe e costose.

Impatti sociali ed economici della riforma

Il ripristino dell’articolo 18 porterebbe indubbiamente tanti benefici sociali. In primo luogo ci sarebbe una maggiore coesione sociale grazie alla riduzione delle disparità tra lavoratori e la riaffermazione del principio di giustizia e dignità del lavoro. Il secondo punto a favore della riforma è la riduzione del clima di insicurezza e precarietà, grazie al potenziamento della dignità del lavoro, principio costituzionale spesso sacrificato in nome della flessibilità. Infine, e non di minore importanza, ci sarebbe un rafforzamento del ruolo dei sindacati, che tornerebbero a negoziare su basi più solide per la tutela collettiva.

Conclusione: perché votare SI al quesito.

Il referendum del 2025 ci chiama a scegliere tra due modelli: uno in cui il lavoro è una merce flessibile, e uno in cui è un diritto tutelato. La reintroduzione dell’articolo 18 non è solo una questione tecnica: è una scelta politica e culturale, che parla del tipo di società che vogliamo costruire. Se una società giusta, equa e sostenibile oppure una oligarchica di stampo neoliberista.

In questo contesto il ritorno all’articolo 18 è una scelta di civiltà giuridica che protegge la parte debole del contratto di lavoro.

Tuttavia, questa scelta deve essere accompagnata da riforme più ampie: potenziamento dei centri per l’impiego, formazione continua, incentivi alle imprese virtuose, contrasto al lavoro precario. In questo senso il voto al referendum è solo il primo passo per “costringere” l’attuale governo a concentrarsi su temi cari alla popolazione e non pensare solo a reprimere il dissenso e gestire il potere economico con pochi eletti.

Voglio chiudere questo articolo riprendendo le parole pubblicate da Gaetano Azzariti sul Manifesto in data 15/04/2025:

”In questa situazione il caso dei referendum appare esemplare. La maggior parte del popolo italiano risulta distratta rispetto ai problemi del lavoro, così come non sembra sufficientemente recettiva rispetto alle questioni della cittadinanza. L’unica possibilità per raggiungere il consenso necessario è allora quello di riuscire a far comprendere che i quesiti proposti non riguardano solo le categorie direttamente interessate – lavoratori o migranti – ma rappresentano due tessere di un mosaico che è necessario comporre per definire un più ampio progetto costituzionale per la salvaguardia dei diritti di tutti.”

5 Maggio 2025 0 Commenti
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