Italo Di Sabato, già dirigente politico di Democrazia Proletaria e di Rifondazione Comunista, amministratore regionale, attualmente è Coordinatore dell’Osservatorio Repressione – Aps e attivista della Casa del Popolo di Campobasso. Non declina mai un invito a dare testimonianza del suo pensiero e soprattutto di quelle persone che non sarebbero in grado di esprimersi. Mai ingenuo, sognatore per vocazione, ma con una zavorra di storie, persone e lotte che lo tiene saldo a terra. Un Robin Hood senza armi che dalla foresta di Sherwood grida ancora allo sceriffo di Nottingham che un altro mondo è sempre possibile.
Di Sabato era il 20 luglio del 2001 quando partimmo dal Molise alla volta di Genova in occasione del G8, Giuliani era già stato colpito mortalmente da un carabiniere ausiliare, fu questo un motivo in più per affrontare il viaggio e la successiva giornata caratterizzata da manganellate, gas lacrimogeni e fughe. Nonostante tutto non sono riuscito a odiare gli esecutori della violenza, lei?
Non credo che la categoria giusta sia l’odio, così come non credo che lo sia il perdono. Sono sentimenti personali, legittimi, ma ciò che è accaduto a Genova riguarda innanzitutto la responsabilità dello Stato. In questi venticinque anni nessun presidente della Repubblica, nessun presidente del Consiglio, nessun ministro dell’Interno ha mai chiesto ufficialmente scusa alle migliaia di persone che subirono violenze, pestaggi, arresti arbitrari, torture e umiliazioni. E questo silenzio pesa quanto i fatti stessi.
Genova non fu soltanto il luogo in cui venne repressa una straordinaria mobilitazione contro la globalizzazione neoliberale. Fu anche un laboratorio politico e repressivo. Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i falsi verbali, le prove costruite e le torture rappresentassero una parentesi eccezionale destinata a chiudersi con le sentenze. La realtà ci ha dimostrato il contrario.
Esiste una linea di continuità che collega Genova alle torture di Santa Maria Capua Vetere, ai pestaggi nelle carceri di Asti, San Gimignano, Torino e Foggia, alle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Hasib Omerovic, fino alle violenze contro detenuti, migranti, persone marginalizzate e alle cariche contro studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina. La ritroviamo nell’estensione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo urbani, nella sorveglianza sempre più invasiva e nella progressiva criminalizzazione del dissenso attraverso i decreti sicurezza.
Per anni ci hanno raccontato che si trattava di “mele marce”, di episodi isolati o di errori individuali. Ma se gli episodi continuano a ripetersi per un quarto di secolo, allora il problema non sono più le singole persone: è il sistema che li rende possibili, li tollera e troppo spesso li protegge.
Per questo Genova non appartiene al passato. È una questione ancora aperta della nostra democrazia. Finché non ci sarà un’assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni e una riforma profonda dei meccanismi di controllo sull’uso della forza pubblica, quel luglio del 2001 continuerà a parlare al presente. Non come un ricordo da commemorare, ma come un monito su ciò che accade quando la ragion di Stato prevale sullo Stato di diritto.
A Genova il capitalismo globale ha vinto. Ha vinto e stabilito una tendenza che sembra incontrovertibile: mercati globali, politiche nazionali, equilibri internazionali, guerre programmate, ecc. Certo si può affermare che il movimento no global aveva già immaginato questo scenario. Secondo lei c’è ancora la speranza che le nuove generazioni possano realizzare una società migliore? in che modo e con quali tempi?
Il movimento no global aveva colto con straordinario anticipo molte delle contraddizioni che oggi viviamo quotidianamente. Quando a Genova si parlava di finanziarizzazione dell’economia, precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei beni comuni, crisi climatica, potere delle multinazionali, disuguaglianze crescenti e guerra come strumento di governo degli equilibri internazionali, molti liquidavano quelle analisi come estremiste o utopistiche. Venticinque anni dopo ci accorgiamo che erano, purtroppo, incredibilmente lucide.
Questo non significa che la storia sia finita o che il capitalismo globale abbia vinto definitivamente. Ha certamente vinto una fase storica, imponendo un modello economico e culturale che ha prodotto enormi concentrazioni di ricchezza e di potere, ma ha anche generato nuove contraddizioni: crisi ambientali, guerre permanenti, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti medi, milioni di persone costrette a migrare e una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche. Sono proprio queste contraddizioni a dimostrare che nessun modello è eterno.
Quanto alle nuove generazioni, io continuo a essere ottimista, anche se non per ingenuità. Ogni epoca tende a descrivere i giovani come disinteressati o apatici, ma poi sono proprio loro a sorprendere tutti. Lo abbiamo visto con i movimenti per il clima, con le mobilitazioni studentesche, con le proteste contro la guerra, con le manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Esiste una generazione che non accetta l’idea che il futuro debba essere governato esclusivamente dal mercato o dalla logica della sicurezza.
Il problema è che oggi i giovani si trovano ad affrontare condizioni molto più difficili rispetto alla nostra generazione. Vivono in una società più individualizzata, più precaria, nella quale è stato progressivamente smantellato tutto ciò che produceva socialità: i luoghi di aggregazione, i corpi intermedi, la partecipazione politica organizzata. Inoltre devono confrontarsi con un sistema mediatico e digitale che tende a trasformare ogni conflitto collettivo in una somma di esperienze individuali.
Per questo non credo che il cambiamento arriverà improvvisamente né che esista una scadenza storica entro cui si realizzerà una società più giusta. La storia non procede in linea retta. Avanza, arretra, conosce sconfitte e ripartenze.
Se però c’è un insegnamento che ci lascia Genova è proprio questo: nessuna conquista sociale è irreversibile, ma nemmeno nessun rapporto di potere lo è. I diritti che oggi consideriamo naturali sono sempre stati il frutto di conflitti, di mobilitazioni e di persone che hanno avuto il coraggio di immaginare un mondo diverso quando sembrava impossibile.
La speranza, quindi, non è un sentimento astratto. È una pratica politica. Significa continuare a costruire cultura critica, organizzazione collettiva, solidarietà e partecipazione. Perché la vera lezione del movimento di Genova non era quella di avere già tutte le risposte, ma di aver capito una cosa fondamentale: che il futuro non è mai scritto una volta per tutte e che la democrazia vive soltanto se ci sono donne e uomini disposti a difenderla e a trasformarla.
Da Genova alla criminalizzazione dei cittadini in minore età, passando per le repressioni in ambito locale di lavoratori in sciopero, attivisti per i diritti umani e manifestanti non violenti, migrazione di massa dal Marocco verso l’enclave spagnolo. Che cos’è la destra in Italia e in Europa? si fa sempre più concreta l’ipotesi di una “internazionale nera”?
Io eviterei di parlare genericamente di “destra”, perché oggi il quadro europeo è molto articolato. Parlerei piuttosto di una destra radicale che, pur con differenze nazionali, condivide un impianto culturale e politico comune.
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla costruzione di una vera rete transnazionale che mette in relazione partiti, fondazioni, think tank, piattaforme mediatiche e movimenti identitari. Non è ancora “un’internazionale nera” nel senso storico del termine, ma certamente esiste una convergenza sempre più evidente su alcuni temi: la lotta all’immigrazione, il nazionalismo, il securitarismo, la criminalizzazione del dissenso, l’attacco alle organizzazioni non governative, la guerra ai diritti civili e la costruzione di un nemico permanente – il migrante, il manifestante, il giovane delle periferie, il diverso – attorno al quale costruire consenso.
Questa destra ha compreso una cosa fondamentale: la sicurezza non è più soltanto una politica pubblica, ma è diventata un linguaggio attraverso cui leggere qualsiasi problema sociale. Se manca il lavoro, il problema è l’immigrato. Se aumentano le disuguaglianze, il problema è chi protesta. Se le periferie vengono abbandonate, il problema diventano i ragazzi che le abitano. È un rovesciamento che trasforma le conseguenze delle politiche economiche in questioni di ordine pubblico.
Anche la criminalizzazione dei minori va letta dentro questo quadro. Si costruisce l’immagine di una generazione pericolosa – pensiamo alla retorica sui “maranza”, alle baby gang, alle continue richieste di abbassare l’età della punibilità – mentre si investe sempre meno nella scuola, nei servizi sociali, nelle politiche giovanili e negli spazi di aggregazione. Si preferisce intervenire con il codice penale anziché affrontare le cause profonde del disagio.
Lo stesso schema lo ritroviamo nei confronti dei lavoratori in sciopero, degli attivisti per il clima, dei movimenti per la Palestina, delle organizzazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo. Cambiano i soggetti, ma la logica è identica: chi contesta l’ordine esistente viene trasformato in un problema di sicurezza.
Sul piano europeo questa convergenza è sempre più visibile. Dalle politiche migratorie al rafforzamento dei poteri di polizia, fino all’esternalizzazione delle frontiere e alla progressiva compressione del diritto d’asilo, assistiamo a un progressivo spostamento dell’asse politico verso posizioni che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate estreme. E ciò che preoccupa non è soltanto la crescita elettorale delle destre radicali, ma il fatto che molte delle loro parole d’ordine siano ormai entrate nel lessico e nelle politiche di governi anche moderati o di centrosinistra.
Per questo credo che oggi la sfida non sia soltanto fermare l’ascesa di una determinata forza politica. La sfida è impedire che la democrazia venga progressivamente svuotata dall’interno attraverso un paradigma che mette al centro paura, repressione e nemici da colpire, invece di diritti, uguaglianza e giustizia sociale. È questa, a mio avviso, la vera eredità politica che dobbiamo contrastare.
Il presidente spagnolo Sanchez ha dichiarato che “attaccare la Spagna e chiedere l’esclusione temporanea dell’area Schengen è un atteggiamento dettato da pregiudizi, disinformazione, ignoranza o interessi politici”. Condivide questa affermazione?
Credo che il problema sia ancora più profondo. La vicenda di Ceuta dimostra come il tema migratorio venga ormai utilizzato quasi esclusivamente come terreno di scontro politico. Le reazioni di molti governi non sono guidate dall’analisi dei fatti, ma dalla necessità di apparire inflessibili di fronte all’opinione pubblica. È la logica dell’emergenza permanente: ogni arrivo di migranti viene trasformato in una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il punto, però, è che oggi questa narrazione non appartiene più soltanto alle destre. Ed è questo l’aspetto che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
Negli ultimi vent’anni una parte significativa della sinistra europea ha progressivamente rinunciato a costruire un proprio racconto sulle migrazioni, scegliendo invece di rincorrere la destra sul terreno del securitarismo. Lo abbiamo visto con i CPR, con gli accordi di esternalizzazione delle frontiere, con il sostegno al nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, con la legittimazione di strumenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati incompatibili con una cultura dei diritti.
È un errore politico prima ancora che morale. Perché quando la sinistra accetta l’idea che l’immigrazione sia innanzitutto un problema di ordine pubblico, finisce inevitabilmente per legittimare il quadro culturale costruito dalle destre. Cambiano le sfumature, ma resta intatta la premessa: il migrante viene percepito come un rischio da contenere anziché come una persona titolare di diritti.
Ed è qui che la destra vince davvero. Non solo quando conquista i governi, ma quando riesce a imporre le proprie categorie interpretative anche ai suoi avversari.
Inseguire la destra sul suo terreno non ne riduce il consenso, lo rafforza. Perché se il dibattito pubblico ruota esclusivamente attorno a chi chiude meglio le frontiere, chi espelle di più o chi costruisce più muri, gli elettori finiranno sempre per preferire l’originale alla copia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si normalizzano parole e pratiche che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate inaccettabili. Il razzismo non si manifesta più soltanto negli insulti o nelle aggressioni. Diventa una cultura politica diffusa, si istituzionalizza, si traduce in leggi, in respingimenti, in centri di detenzione, nella sospensione dei diritti e nell’idea che alcune vite valgano meno di altre.
Per questo credo che la risposta non possa limitarsi a denunciare i pregiudizi o la disinformazione. Serve ricostruire una proposta politica capace di rompere questo paradigma. Bisogna tornare a parlare delle vere cause delle migrazioni – guerre, disuguaglianze, sfruttamento economico, crisi climatica e rapporti di dominio tra Nord e Sud del mondo – e riaffermare che sicurezza e diritti non sono termini in contrapposizione. Una democrazia che sacrifica i diritti fondamentali in nome della sicurezza finisce per perdere entrambi. È questa la lezione che rischiamo di dimenticare.
