Di fronte a una complessità globale, l’intesa tra Arabia Saudita, Pakistan, Turchia dimostra come il sistema tenda a un nuovo equilibrio, trovando nei BRICS la sponda naturale per un possibile futuro.
Oggi per decifrare il caos del nostro tempo, bisogna guardare a una transizione strutturale inconfutabile: il passaggio irreversibile verso un pieno e maturo multipolarismo. Un mondo abitato da oltre 8,3 miliardi di persone – destinate a diventare 9,6 miliardi entro il 2050 – diviso in circa duecento Stati sovrani caratterizzati da traiettorie demografiche, economiche, tecnologiche e militari profondamente divergenti, non è fisicamente né politicamente governabile da una “superpotenza”, né tantomeno riducibile a un rigido schema bipolare. Non esiste alcuna forma di potenza in grado di dominare una simile complessità. In questo contesto, il sistema internazionale tende intrinsecamente ad autorganizzarsi, trovando nuovi baricentri regionali che prescindono dalle vecchie obsolete direttive globali.
Il principale acceleratore di questo processo di autorganizzazione è il declino della potenza degli Stati Uniti. Non si tratta di un giudizio etico, ma di un’osservazione cinetica: Washington è entrata stabilmente nella fase in cui la precedente estroversione imperiale è diventata antieconomica. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno sollecitato in tutti i modi il riarmo dei loro alleati storici. È ciò che osserviamo con l’Unione Europea, con la Germania e soprattutto con il Giappone, quest’ultimo impegnato in piani di sviluppo militare inediti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di una scelta obbligata per la Casa Bianca, che tuttavia porta con sé un’enorme incognita: quando Berlino e Tokyo avranno completato i nuovi livelli di proiezione di forza – un processo che richiederà almeno dieci o quindici anni – sarà del tutto imprevedibile capire quale politica estera indipendente decideranno di sviluppare. Nello scenario attuale, tuttavia, le strategie devono limitarsi al breve e al medio termine; spingersi oltre significa sfociare nell’incalcolabilità pura per eccesso di variabili. Ed è nel presente che l’amministrazione statunitense sta mostrando una povertà strategica impressionante, soffocata da conflitti di interesse interni e ristretti che ne limitano il realismo tattico, in particolare nell’allineamento acritico con la politica sciagurata di Israele.
Mentre Washington si ritrae o agisce in modo contraddittorio, gli attori regionali rispondono alle logiche multipolari congelando le vecchie rivalità ideologiche in nome del realismo. È il caso dell’asse geopolitico mediorientale: Pakistan e Arabia Saudita erano alleati organici degli Stati Uniti; la Turchia è tuttora nella NATO. Fino a pochi anni fa, queste potenze erano divise da profonde fratture sulla sponsorizzazione dell’islam politico: i salafiti nel Golfo, la Fratellanza Musumana ad Ankara. Oggi lo scenario è mutato. Il Qatar, strettissimo alleato turco, condivide con l’Iran il più grande giacimento di gas naturale al mondo e mantiene ottimi rapporti con Teheran. Al contempo, la mediazione diplomatica della Cina ha permesso un drastico raffreddamento delle tensioni tra Riad e l’Iran. Sebbene l’Iran abbia in passato colpito infrastrutture petrolifere saudite ospitanti basi statunitensi, la monarchia saudita si è spesa più volte per frenare i tentativi di escalation militare contro Teheran, arrivando a strappi storici con gli Emirati Arabi Uniti. Allo stesso tempo, Riad ha dimostrato l’impossibilità di aderire ai Patti di Abramo senza una soluzione alla questione palestinese. Custode di Mecca e Medina, il regno non può abdicare al proprio ruolo centrale nell’Islam intero, specialmente ora che la stragrande maggioranza dei clienti delle sue riserve fossili si trova in Asia.
In questo vuoto egemonico si inserisce l’alleanza siglata a Gedda, un accordo di mutua difesa sul modello dell’Articolo 5 della NATO che unisce Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, con il guardingo ma interessato avallo dell’Egitto. Si tratta di un’architettura perfetta nella sua complementarietà geopolitica: il Pakistan possiede la deterrenza nucleare; la Turchia dispone della capacità industriale e di un esercito moderno; l’Arabia Saudita garantisce grandi possibilità finanziarie. Questa alleanza non è un blocco ideologico, ma una piattaforma di cooperazione necessaria di fronte a vicini aggressivi o instabili. Il Pakistan vive in perenne frizione con l’India, potenza nucleare che affronta al proprio interno una complessa dinamica di convivenza con la minoranza musulmana (il 15% della popolazione) e che ha sviluppato strettissimi legami con Israele. Islamabad risponde consolidando un legame strategico con la Cina. Pechino, muovendosi in perfetta logica multipolare, non stringe alleanze militari formali ma collabora intensamente con chiunque, agendo da pivot economico globale. La Turchia, dal canto suo, incarna il soggetto multipolare: coniuga l’appartenenza alla NATO con eccellenti rapporti commerciali ed energetici con la Russia. Ankara vede in Israele un rivale strategico sistemico, non solo per la solidarietà a Gaza o per il sostegno israeliano alle milizie curde, ma per la silenziosa penetrazione di capitali dello Stato ebraico in Grecia, che minaccia direttamente gli interessi turchi nel Mediterraneo orientale, un hot-spot energetico ricchissimo di giacimenti fossili sottomarini.
Il vero baricentro geopolitico di questo nuovo blocco risiede nella sua naturale convergenza verso l’universo dei BRICS, una transizione che ne definisce l’autonomia finanziaria e strategica rispetto alle istituzioni di Bretton Woods. L’Egitto è già membro effettivo della piattaforma, mentre l’Arabia Saudita mantiene un’adesione attiva e strategica. Il fatto che anche Pakistan e Turchia abbiano formalizzato la loro domanda di ingresso non è un’anomalia transitoria, ma l’approdo logico di chi vuole tutelare i propri interessi commerciali in un mondo post-dollaro. Per questo polo islamico, i BRICS non rappresentano un’alleanza militare rigida, bensì lo spazio geoeconomico ideale per diversificare le economie, gestire i flussi di materie prime e proteggersi dalle sanzioni occidentali. L’integrazione di questi quattro attori nei BRICS sposta definitivamente l’asse del commercio globale verso l’Eurasia e il Global South, offrendo una sponda politica a giganti come Cina e Russia, e agganciando mercati demograficamente esplosivi come l’Indonesia.
Il cuore dell’Islam sta dunque costruendo il proprio polo autonomo. L’Arabia Saudita trascina con sé i partner del Golfo (Bahrein e Kuwait) e la Turchia consolida l’asse con il Qatar. Per l’Iran, questa evoluzione non rappresenta una minaccia. Sciiti e sunniti convivono, si scontrano e si tollerano da millenni: nella prospettiva di Teheran, la gestione della sicurezza regionale affidata a potenze musulmane vicine è infinitamente preferibile rispetto alla presenza destabilizzante dell’asse israelo-americano. In conclusione, la nascita di questa nuova alleanza musulmana è un chiaro segno dei tempi. In un mondo strutturalmente multipolare e privo di un regolatore globale efficace, la formazione di poli regionali solidi, pragmatici e integrati in reti globali alternative come i BRICS è l’unica vera premessa per la stabilizzazione della complessità.
