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L’ORDINE MONDIALE UNIPOLARE VACILLA MA NON SAPPIAMO COME SARÀ IL FUTURO

di Michele BLANCO

Il mondo attuale si distingue per alcuni dati non certamente confortanti, almeno per chi ritiene giusto un mondo con meno disuguaglianze, come il fatto che le prime 500 società quotate a Wall Street stanno registrando utili record e distribuiscono dividendi formidabili ai propri azionisti, a cominciare dai grandi fondi finanziari. Ma nel nel frattempo, l’economia giapponese e quella britannica sono in piena recessione, la Germania arranca e il resto dell’Europa stenta ad arrivare ad una crescita dell’1%. In quasi tutto il pianeta anche nel 2023 i salari sono diminuiti e la produzione continua a spostarsi,

nonostante i numerosi proclami di ritorno nel Vecchio Continente di numerose attività, verso la Cina e il resto del Sud globale. La sola economia “occidentale” che sembra trarre beneficio dalla finanziarizzazione è quella degli Stati Uniti, dove però si stanno accentuando le disuguaglianze tanto che oltre il 50% dei dividendi registrati a Wall Street finisce nelle mani dell’1% degli azionisti.

La tragedia a Gaza, la guerra in Ucraina, il moltiplicarsi di conflitti “locali” hanno radici storiche e politiche profonde, specifiche a ciascuna area, ma si inseriscono in un quadro generale comune, segnato dalla crescente fragilità del cosiddetto “ordine internazionale”. Il segretario generale della Nazioni Unite, Antonio Guterrez ha ribadito che “le strutture attuali di governance mondiale riflettono il mondo di ieri”. Ma ci sono idee piuttosto confuse su come esso si stia veramente trasformando e in che direzione si stia andando. E non manca chi cerca di frenare il movimento.

C’è un vasto accordo sul fatto che la potenza economica, finanziaria, tecnologica, militare degli Stati Uniti, sino a pochi anni fa paese di gran lunga dominante, si stia progressivamente e inesorabilmente riducendo rispetto al resto del mondo, anche se il dibattito e le opinioni sono discordanti su quanto forte sia tale riduzione e come si collochi oggi invece in termini di peso effettivo la potenza in ascesa, la Cina, rispetto a quello degli Stati Uniti.

Certo, per quanto riguarda le trasformazioni in atto alcuni dati appaiono impressionanti. Secondo i calcoli di IMF e Banca Mondiale, nel 2022 il Pil cinese, calcolato con il criterio della parità dei poteri di acquisto, risultava ormai grosso modo pari al 19% di quello mondiale e quello degli Stati Uniti è effettivamente inferiore infatti è al 15%.

Anche in campo tecnologico studi e ricerche recenti nostrano come la Cina tende, sempre più, a diventare importante come gli Stati Uniti, anche se essa presenta qualche debolezza su alcuni settori. Una ricerca australiana (Hurst D., China leading US in technology race in all but a few fields, thinktank finds, www.theguardian.com, 2 marzo 2023), sponsorizzata anche dal dipartimento di Stato statunitense, indica in effetti che su 44 settori tecnologici esaminati nello studio la Cina ha oggi il primato su tutti gli altri paesi, compresi gli Stati Uniti, in ben 37 di essi, mentre questi ultimi continuano a guidare il resto del mondo soltanto nelle restanti 7 tecnologie. Nessuno degli altri paesi ha quindi il primo posto in qualche settore.

In particolare gli sviluppi in atto nel campo delle tecnologie relative alle energie rinnovabili, settore nel quale il dominio della Cina ormai appare quasi incolmabile, mostrano la forza di tale trasformazione in atto.

Più in generale il mondo occidentale non appare più egemonico ed esso ha perduto e sta progressivamente perdendo un numero crescente dei suoi monopoli. Ricordiamo, a questo proposito, che ormai i paesi in via di sviluppo controllano circa il 60% del Pil mondiale e che nel 2030 i due terzi dei componenti le classi medie saranno in Asia. La partita, per molti versi, sembra ormai decisa.

Ovviamente gli Stati Uniti non vogliono arrendersi a queste nuove realtà in atto. Cosi si spiegano le misure ristrettive varate da Trump contro le merci asiatiche, lo stesso con Biden dove, se possibile, l’ostilità è fortemente aumentata. Si è sviluppata un’offensiva economica, tecnologica, finanziaria, militare, politica, rivolta contro tutte le iniziative e le mosse di Pechino, cercando di coinvolgere quanto più paesi possibile in tutti i continenti e su tutte le questioni.

Una nuova isteria dal profumo maccartista ha conquistato tutti gli strati della società e della politica Usa, se escludiamo alcune parti del sistema economico che hanno invece notevole interesse a sviluppare i rapporti e gli scambi con il grande paese asiatico.

Le iniziative statunitensi probabilmente non avranno la forza di invertire le tendenze economiche attuali, almeno in gran parte, ma esse rischiano di danneggiare, ancor di più, la relativa pace del mondo e lo sviluppo dei rapporti economici tra i vari paesi.

Sappiamo con certezza che Cina e Stati Uniti saranno i due massimi protagonisti della scena mondiale, con la stessa Cina che dovrebbe accrescere ancora il suo peso. Essi continueranno comunque insieme a condizionare gli sviluppi del mondo in maniera molto rilevante, e anche in modo ingombrante. Ma la rivalità tra i due paesi non sembra poter esaurire il quadro del nuovo ordine mondiale in via di formazione. Può darsi che si stia configurando un secolo cinese, come pensano alcuni, ma molti altri prevedono invece l’affermazione auspicabile e opportuna di un mondo pluralista, in cui, accanto ai due giganti economici, si affermino una serie di potenze intermedie che, cercando di tenere buoni rapporti con i due, tendano comunque ad affermare la propria autonomia. Gli stessi cinesi auspicano da parte loro la costruzione di un mondo multipolare.

Molti studiosi ipotizzano a proposito di questi nuovi sviluppi di “età delle potenze intermedie”, sia nel senso di un loro peso economico e politico piuttosto consistente, che in quello di una posizione di mezzo tra le due grandi potenze. Lo storico Franco Cardini in La deriva dell’Occidente, Laterza, Bari-Roma, 2023, vede delinearsi un nuovo “multipolarismo imperfetto”, “confuso, slabbrato, pieno di labilità e di incognite”.

Bisogna comunque a questo punto fare una disgressione. Da anni ormai gli Stati Uniti perseguono in ogni modo il tentativo di ridurre al massimo i rapporti economici con la Cina e stanno cercando anche di spingere i fedeli e mediocri esecutori burocrati assolutamente incompetenti e antidemocratici che guidano Bruxelles a fare altrettanto. Manca alla politica dell’Unione Europea un ruolo effettivamente autonomo dall’ingerenza degli Stati Uniti, che sia propositivo soprattutto dal punto di vista dei diritti umani e della democrazia partecipativa e per cercare di stemperare il sempre meno latente conflitto tra Stati Uniti da una parte e Cina e suoi alleati dall’altra. L’attuale conflitto in Ucraina, con tutte le sue implicazioni geopolitiche, sembra esserne una ulteriore prova. L’Europa se fosse stata veramente autonoma e capace di esprimere una politica estera unitaria, ma non lo è, sarebbe stato il migliore mediatore possibile, con la possibilità di risolvere i problemi legati all’autonomia delle regioni russofone all’interno di un Ucraina democratica, neutrale e federale.  Gli Stati uniti invece hanno ottenuto il risultato opposto purtroppo.

La Cina dimostrandosi politicamete e economicamente molto scaltra attraverso una triangolazione di produzioni ha ottenuto che le sue imprese, invece di esportare le loro merci direttamente in Usa, lo fanno attraverso paesi terzi; la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina rimane così letteralmente inalterata, anzi le mosse di Biden spingono a più stretti legami tra la Cina e gli altri paesi esportatori, ottenendo così l’effetto opposto a quello desiderato. Mentre gli Stati Uniti non possono fare a meno di alcuni tipi di prodotti cinesi, ora la lotta al cambiamento climatico ha comunque bisogno del sostegno delle tecnologie, che stanno diventando all’avanguardia, come delle produzioni del paese asiatico.

Tutta la manovra di Biden riesce a produrre il risultato di costi più elevati per le imprese e per i consumatori, mentre l’industria cinese rappresenta oggi intorno al 30% di quella mondiale, qualcosa in più della situazione presente al momento in cui Trump ha lanciato la campagna anticinese, mentre, più in generale, l’industria mondiale si concentra sempre più nell’Asia del Sud-Est (fonte: Bezat J-M., Chine-Etats-Unis, l’impossible divorce, Le Monde, 29 agosto 2023).

Appare comunque abbastanza chiaro che la stessa Cina, viste anche le enormi difficoltà con gli Stati Uniti e servili alleati, tende a rafforzare fortemente i suoi rapporti economici con tutti i paesi del Sud del mondo. Intanto il Fondo Monetario Internazionale mette in guardia contro una frammentazione geo-economica, una nuova spinta protezionista che potrebbe frenare lo sviluppo dell’economia mondiale.

Uno degli esempi possibili di come si possa configurare il nuovo ordine mondiale è rappresentato dagli ultimissimi sviluppi in atto nei paesi del Golfo (England, 2023).

In tale area ci sono due potenze principali, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, la prima il più importante esportatore di petrolio del mondo, la seconda il centro commerciale dominante. Per diversi decenni tale area è stata fortemente nell’orbita statunitense; gli Usa erano il garante della loro sicurezza, mentre i paesi arabi assicuravano ad essi delle forniture stabili e sicure di energia.

Ma oggi l’area rifiuta di accettare la domanda degli Stati Uniti di essere con loro o contro di loro (fonte:England A., «Bridges with everyone»: how Saudi Arabia and UAE are positioning themselves for power, www.ft.com, 23 agosto 2023). La Cina è oggi diventato  il principale cliente del petrolio del Golfo ed altri importanti partner sono anche l’India e la Turchia. Il commercio dell’Arabia Saudita con la Cina è altrettanto grande in valore economico quanto la somma di quello con gli Usa, la Gran Bretagna e l’UE. Al di là del solo commercio, i paesi arabi, assetati di tecnologie, portano avanti importanti progetti nel campo della stessa energia, dell’IA, dell’auto, finanza, infrastrutture, ecc., mentre vengono avanti investimenti diretti reciproci. Con la Cina i paesi del Golfo hanno firmato un accordo di partnership strategica. Essi si sono poi ben guardati di condannare la Russia per la questione ucraina, paese con cui cooperano attraverso l’Opec+. I ricchi paesi arabi del golfo sono schierati apertamente per un mutamento nell’ordine mondiale e pensano che saranno uno dei poli principali del nuovo mondo multipolare emergente.

Il caso dei paesi del Golfo può essere considerato per molti versi come abbastanza rappresentativo della posizione della gran parte degli altri paesi intermedi, dall’India, al blocco dei paesi dell’Asean, comprendente i paesi del sud est asiatico, al Brasile, al Sud-Africa, all’Algeria, alla Turchia, per citarne molti tra i principali. Un caso particolare è quello del emergente gigante asiatico dell’India, piuttosto ostile alla Cina, ma amica contemporaneamente di Russia e Stati Uniti, comunque nello stesso tempo partecipe dei raggruppamenti dei Brics, non certo filo statunitense. Da segnalare infine come la Russia, in relazione agli avvenimenti in Ucraina, stia velocemente spostando la sua collocazione economica dall’Europa, filo statunitense, ai paesi dell’Asia.

Finora pilastri della dominazione statunitense sul mondo, sono state le istituzioni finanziarie e commerciali e il dollaro.   Questo dalla fine della seconda guerra mondiale quando furono creata una serie di istituzioni che avrebbero dovuto contribuire a stabilizzare il nuovo ordine mondiale uscito dalla fine della guerra. Furono così creati il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzane per il Commercio Mondiale. Tali organismi risultarono presto essere governati in via quasi esclusiva dagli Stati Uniti, con l’assenso dei paesi dell’Europa occidentale.

Nel mondo contemporaneo questi organismi si trovano spesso in grande difficoltà e per diverse ragioni. Prendiamo in particolare il caso del Fondo Monetario Internazionale, molti paesi, dal Brasile alla Cina, contestano le sue operazioni, indicando che tali organismi sono operanti e sono organizzati per favorire solo l’Occidente ed anche al recente vertice dei Brics è stato chiesto a gran voce  una maggiore rappresentanza democratica nell’organismo per tutti i paesi del mondo. Lo stesso segretario generale dell’Onu ha chiesto una più grande peso dei paesi in via di sviluppo nelle organizzazioni internazionali. Il presidente brasiliano Lula ha poi espresso preoccupazione perchè il Fondo asfissia le economie in difficoltà ponendo condizioni molto dure al loro salvataggio.

Si pensa seriamente a una revisione delle quote dei vari paesi. Considerando il suo peso economico, la Cina dovrebbe passare dall’attuale 6,4% di quote al 14,1%, mentre gli Stati Uniti dovrebbero scendere dal 17,4% al 14,8% (fonte: Beattie A., Why the «Global South» isn’t running the IMF, www.ft.com, 5 ottobre 2023), perdendo anche l’assurdo e antidemocratico diritto di veto sulle decisioni dell’organismo. Ma gli Stati Uniti sono ovviamente contrari a questo mutamento e la situazione appare bloccata. Intanto il Fondo, come la Banca Mondiale, avrebbero bisogno di molti più fondi per operare (la cooperazione dei paesi ricchi diminuisce mentre le necessità dei paesi del Sud aumentano; è stato così calcolato che la Banca Mondiale ha oggi una capacità di finanziamento cinque volte minore che negli anni sessanta del Novecento (fonte: Bouissou J., FMI et Banque mondiale: le Sud veut peser, Le Monde, 11 ottobre 2023), all’aumento dei quali la Cina vorrebbe collaborare in maniera sostanziale.

Oggigiorno i tre organismi stanno sempre più perdendo di rilevanza, mentre la Cina, i parte con altri paesi, sta potenziando dei meccanismi alternativi, che tendono a diventare più importanti di quelli citati. Ricordiamo che sono in piedi orami da dieci anni i meccanismi della BRI, che in tale periodo ha messo in opera investimenti per mille miliardi di dollari rivolti a 150 paesi. Ci sono poi gli organismi di finanziamento del commercio estero del paese asiatico, mentre ormai funziona quasi a pieno regime l’AIIB, rivolta all’Asia e si stanno potenziando le istituzioni bancarie dei Brics e dello Sco.

L’egemonia degli Stati Uniti sul resto del mondo riposa per una parte molto importante sul controllo della moneta internazionale, il dollaro. La moneta Usa è di gran lunga la più usata per gli scambi commerciali, per le operazioni finanziari sui mercati, come infine moneta di riserva, portando ad un “esorbitante privilegio” per il paese, come ha detto qualcuno. In tale situazione, da una parte il paese si può permettere una politica di bilancio molto libera, dall’altra può condizionare e ricattare, come ha spesso fatto per oltre 70 anni, gli altri paesi del mondo.

Come è noto, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina gli Stati Uniti hanno reagito tra l’altro con il sequestro delle riserve in dollari della Russia; ma è anche noto che tale misura ha scosso in profondità i governi della gran parte dei paesi del mondo, che hanno cominciato a pensare che la stessa cosa avrebbe potuto succedere anche a loro in futuro.

Così negli scorsi mesi abbiamo assistito ad una serie di iniziative volte a ridurre il peso del dollaro nel regolamento delle transazioni commerciali tra i vari paesi. Il fenomeno più vistoso manifestatosi sino ad oggi è indubbiamente il passaggio dal regolamento della maggior parte delle transazioni della Russia dal dollaro allo yuan cinese. Intanto va avanti il progetto dello yuan elettronico. I paesi dell’alleanza Brics stanno ora discutendo su quale meccanismo utilizzare per ancorarvi i loro scambi. Comunque l’abbandono del dollaro da parte di molti paesi sembra, sempre più, un ipotesi probabile, ma non ancora certa, si potrà svolgere lentamente e con fatica, considerando il radicamento profondo dell’attuale sistema e la resistenza dei paesi occidentali ad ogni cambiamento che porti alla loro perdita di potere. Il dollaro conserverà sicuramente ancora a lungo un ruolo importante.

Le attuali trasformazioni non riguardano un passaggio del testimone dagli Stati Uniti alla Cina, questa ipotesi si scontrerebbe da una parte con le evidenti riserve di una parte consistente degli stessi paesi del Sud del mondo, ma anche con l’apparente scarso interesse della stessa Cina ad occupare tale ruolo. Questo non toglie che la Cina si avvii probabilmente ad essere la potenza economica più rilevante a livello economico e tecnologico e non impedisce il fatto che gli Usa conservino comunque una forza considerevole in diversi campi. D’altro canto sappiamo benissimo e la storia ci ha abituato a sconvolgimenti anche repentini della situazione e le previsioni che possiamo fare sono comunque soggette a molta cautela. Ma come ci indicò Gramsci: il vecchio ordine non ce la fa più e il nuovo stenta ancora ad emergere. La stessa crisi epocale del ‘29 del sistema capitalistico, sia stata anche provocata dal fatto che la Gran Bretagna non aveva più la forza per governare il mondo e gli Stati Uniti non erano ancora pienamente in grado di sostituirla. Viviamo degli anni di rilevanti cambiamenti a livello mondiale che probabilmente ci porteranno verso un mondo pluralista, multipolare, con più paesi emergenti in competizione, senza una vera nazione potente predominante, come sembra di poter intravedere, bisogna cercare di creare al più presto delle istituzioni internazionali effettivamente democratiche e rappresentative che siano adeguate per il governo del sistema mondiale. Assolutamente necessario sarebbe varare un nuovo sistema monetario inclusivo e mettersi d’accordo sul rinnovamento di Banca Mondiale, Fondo Monetario, Organizzazione per il Commercio, cercando la collaborazione e il coinvolgimento effettivo di tutti i paesi.

  • Ha conseguito l'Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia (associato) nel settore concorsuale 14/C1 Sociologia Generale. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli.
    Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). “La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale” (2024). “Introduzione al percorso intellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana”, Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). “Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali” (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in “Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri “Deliberative democracy in Habermas”, in “Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, “Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro della democrazia”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, “Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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