La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione dei flussi di spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico, configurando un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale. Dietro l’incessante retorica mediatica che riduce i complessi equilibri geopolitici a un “falso binario” narrativo — privando il dibattito collettivo di qualsiasi profondità storica, come i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privatizzato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati emessi dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti pari a 2.887 miliardi di dollari, con l’Europa che si attesta come il traino mondiale del riarmo attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali [SIPRI]. Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia su binari speculari rispetto ai bilanci record registrati dalle principali multinazionali degli armamenti: colossi come la tedesca Rheinmetall hanno raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro con margini sulle munizioni che sfiorano il 29%, la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi e l’italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di ben 45 miliardi di euro, segnando una crescita netta dei profitti ordinari di oltre il 44%. Questo drenaggio economico dalle casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento sistematico di pilastri civili fondamentali quali la sanità pubblica, l’istruzione e le tutele del welfare.
Per rendere digeribile alla cittadinanza un simile salasso e per contenere il dissenso strutturale, la macchina mediatica mainstream — ampiamente concentrata nelle mani di ristretti oligopoli finanziari e industriali legati a doppio filo ai mercati degli idrocarburi e degli armamenti — adotta sofisticate strategie neuroscientifiche, sociologiche e psicologiche di manipolazione eredi di una solida tradizione letteraria e scientifica della saggistica mondiale. Già alla fine dell’Ottocento, il sociologo francese Gustave Le Bon nella sua opera fondamentale Psicologia delle folle (1895) dimostrava empiricamente come la logica collettiva differisca radicalmente da quella individuale: immerso nella massa, l’individuo sperimenta l’annullamento della propria capacità critica, diventando permeabile a impulsi irrazionali, suggestioni e immagini archetipiche potenti fornite da leader o centri di potere che non usano la logica, bensì la ripetizione assertiva di slogan preconfezionati. Questa intuizione venne tragicamente raffinata negli anni Venti da Edward Bernays – considerato il padre fondatore delle moderne pubbliche relazioni e dello spin-doctoring nonché nipote di Sigmund Freud -, il quale nel suo testo seminale Propaganda (1928) teorizzò espressamente l’esistenza di un «governo invisibile» che dirige democraticamente le masse attraverso l’ingegneria del consenso (engineering of consent), manipolando le pulsioni inconsce e i desideri emotivi degli individui a fini commerciali e politici. Negli stessi anni, il giornalista e politologo statunitense Walter Lippmann, all’interno del saggio Public Opinion (1922), coniò la locuzione «fabbricazione del consenso» (the manufacture of consent), evidenziando come i cittadini, incapaci di decodificare la reale complessità degli scenari geopolitici globali a causa delle barriere informative, dipendano da pseudo-ambienti semplificati generati artificialmente dalla stampa; uno strumento di controllo dell’opinione pubblica che, secoli prima, persino Niccolò Machiavelli (ne Il Principe del 1513) aveva descritto come l’arte per il governante di dissimulare la realtà e plasmare la percezione del popolo, poiché «gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi».
Il culmine filosofico e sistemico di questa critica al serrato controllo informativo si trova nell’opera di Jürgen Habermas, massimo esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte. Nel suo testo cardine Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Habermas teorizza la «rifeudalizzazione della sfera pubblica»: lo spazio del dibattito razionale e democratico nato nel Settecento viene progressivamente colonizzato, corrotto e sottomesso dagli interessi economico-commerciali dei grandi gruppi industriali e finanziari. La sfera pubblica smette di essere il luogo in cui i cittadini privati formano un pensiero critico e argomentato attraverso il dialogo costruttivo e si trasforma in una mera arena di “consumo”, dove il consenso non viene estratto attraverso una discussione razionale e trasparente (agire comunicativo), ma viene “fabbricato” dall’alto attraverso tecniche di manipolazione pubblicitaria e pubbliche relazioni di stampo statale. Secondo Habermas, la politica si riduce a pura esibizione scenica, dove il cittadino degrada a spettatore passivo a cui i potenti propongono decisioni già prese, simulando un consenso popolare fittizio.
Nelle sue riflessioni più recenti e negli scritti monografici successivi, Habermas ha esteso questa critica strutturale proprio all’analisi dei conflitti contemporanei e della deriva bellicista dell’Occidente. Intervenendo direttamente nel dibattito sulla guerra in Ucraina con il celebre saggio geopolitico Ein Plädoyer für Verhandlungen (“Un appello ai negoziati”) pubblicato sulla Süddeutsche Zeitung (2023), il filosofo ha formalizzato una durissima requisitoria contro l’ipocrisia comunicativa e strategica delle democrazie occidentali. Habermas ha denunciato la totale assenza di una seria iniziativa diplomatica, evidenziando come l’invio incondizionato e continuo di forniture militari stia trasformando l’Occidente in un co-responsabile del prolungamento a oltranza del massacro. Egli ha criticato il dogma del “vincere la guerra a tutti i costi”, argomentando che la retorica bellicista priva i governi di una visione di lungo periodo e introduce il rischio concreto e inaccettabile di un’escalation nucleare o di un conflitto totale distruttivo per l’umanità intera. In sintonizzazione con i concetti espressi nel suo saggio L’Occidente diviso (2005/2023), Habermas ha ribadito la necessità impellente di sostituire la logica militare e la “ragione strumentale” con un approccio basato sul diritto internazionale e sul costituzionalismo cosmopolitico. Il fine ultimo dell’Occidente non deve essere l’annientamento della controparte, ma il raggiungimento preventivo e ragionato di una pace negoziata di compromesso, l’unica soluzione in grado di preservare le vite umane e ristabilire un ordine collettivo stabile.
Nello scenario iper-contemporaneo, questa “rifeudalizzazione” e involuzione democratica ha subito una mutazione tecnologica radicale attraverso il passaggio dai media tradizionali alla sfera algoritmica dei social network e dell’infosfera digitale, introducendo dinamiche di manipolazione molecolare sconosciute ai teorici del Novecento. Come analizzato dalla sociologa Shoshana Zuboff nel suo saggio sul capitalismo della sorveglianza, l’opinione pubblica odierna viene profilata psicograficamente attraverso i Big Data: le piattaforme non si limitano a veicolare informazioni, ma estraggono il “surplus comportamentale” degli utenti per mappare le loro vulnerabilità psicologiche. Durante le crisi geopolitiche, l’architettura degli algoritmi premia programmaticamente l’indignazione, la polarizzazione emotiva e la rabbia, poiché dinamiche ad alto tasso di coinvolgimento (engagement) generano maggiori profitti pubblicitari. Si assiste così alla creazione scientifica di “bolle di filtraggio” (filter bubbles) e “camere dell’eco” (echo chambers), dove l’utente riceve esclusivamente contenuti che ne esasperano la percezione di minaccia ed eliminano la complessità dei fatti. La propaganda bellica si è evoluta in operazioni psicologiche di quinta generazione (Cognitive Warfare), teorizzate dalle stesse dottrine militari strategiche, il cui obiettivo non è più solo distorcere l’informazione, ma hackerare la mente umana per trasformare ogni singolo cittadino in un ripetitore inconsapevole di frame bellicisti, frammentando la coesione sociale e annullando la possibilità stessa di un dissenso strutturato.
Ereditando queste lezioni storiche e applicando il modello moderno della “fabbricazione del consenso” codificato da Chomsky e Herman nel 1988, i flussi informativi contemporanei attuano una decontestualizzazione sistematica degli eventi e attivano un targeting emotivo mirato al paleoencefalo (cervello rettiliano), stimolando risposte ancestrali legate ad ansia, rabbia e paura per inibire definitivamente la capacità di analisi e discussione critica della popolazione. Attraverso il meccanismo militare del “controllo riflessivo” (reflexive control), l’opinione pubblica viene indotta a ritenere che non vi siano alternative diplomatiche praticabili e che il riarmo sia l’unica via d’uscita logica contro una minaccia percepita come imminente ed esistenziale, giungendo a ghettizzare, censurare e ridicolizzare persino le voci terze o i moniti di figure come Papa Francesco sulla responsabilità della NATO nell’aver provocato la reazione russa con il suo agire ai confini. La gestione del dissenso si avvale inoltre della teoria sociologica della “spirale del silenzio” di Elisabeth Noelle-Neumann, in cui l’apparato radiotelevisivo isola pubblicamente le posizioni contrarie alla guerra per spingere la maggioranza critica dei cittadini a tacere per paura dell’esclusione e della marchiatura sociale, simulando un consenso unanime fittizi.
Questa asimmetria informativa e democratica si scontra frontalmente sia con i dati demoscopici nazionali sia con la convergenza istituzionale di diversi movimenti politici del continente. Le rilevazioni raccolte dai principali istituti di ricerca nazionali — come Ixè, Ipsos ed Euromedia Research — documentano stabilmente come oltre il 50% dei cittadini italiani sia fermamente contrario all’invio continuo di equipaggiamenti militari e come soltanto il 18% ritenga corretto sostenere il conflitto a oltranza senza una chiara svolta negoziale. Sul piano politico e istituzionale europeo, questa istanza pacifista e anti-bellicista trova una salda rappresentanza all’interno del gruppo della Sinistra al Parlamento Europeo (GUE/NGL) e in cartelli transnazionali di recente formazione, come il coordinamento internazionale Stop ReArm Europe, strutturatosi per contrastare l’incremento delle spese militari imposto dai vertici euroatlantici. Forze della sinistra radicale e del socialismo democratico continentale come La France Insoumise (LFI) in Francia, Die Linke in Germania, il Partito Comunista di Grecia (KKE), e i partiti della sinistra iberica come Podemos e Izquierda Unida guidano l’opposizione formale alle risoluzioni europee di bilancio orientate alla militarizzazione. Tali organizzazioni denunciano l’incompatibilità democratica tra i vincoli di austerità sociale e l’impennata dei fondi per la difesa. Nello scenario parlamentare italiano, questa convergenza anti-militarista è riflessa nel voto compatto espresso all’Eurocamera da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e dal Movimento 5 Stelle, entrambi schierati contro il finanziamento della filiera bellica a scapito dei fondi di coesione destinati a edilizia popolare, istruzione e tutela climatica.
Per evitare che questa forte contrarietà della popolazione e delle forze d’opposizione si traduca in mobilitazione politica contro le ricadute economiche interne — quali l’inflazione galoppante e il caro carburanti generati dall’economia di guerra —, i media centralizzano l’attenzione collettiva attraverso la teoria dell’Agenda-setting formulata da McCombs e Shaw. Lo spazio cognitivo della cittadinanza viene programmaticamente saturato con polemiche domestiche cicliche, divisive e preordinate a tavolino, come le discussioni sulla gestione dei flussi migratori, la formazione delle classi scolastiche o le infinite geometrie parlamentari legate al cosiddetto “campo largo” della politica interna. Sul piano istituzionale, il posizionamento geopolitico e l’adesione acritica alle linee transatlantiche belliciste vengono utilizzati dalle élite come un filtro di sbarramento per blindare le decisioni, arrivando a etichettare le forze d’opposizione scettiche sul riarmo come irresponsabili o incompatibili con i progetti di governo. L’informazione cessa così di adempiere al proprio ruolo costituzionale di contropotere indipendente per trasformarsi in un organo di amalgama e plasmazione sociale asservito agli interessi economici di pochi. Se tale opera di omologazione culturale dovesse riuscire a eradicare definitivamente il pensiero critico e la memoria storica, la società civile si ritroverebbe scivolata in un conflitto globale permanente e irreversibile. Di fronte a questa deriva in cui i doppi standard internazionali svelano l’ipocrisia dei media – pronti a dimenticare il dramma umanitario e le accuse di genocidio nella Striscia di Gaza o le tensioni in Venezuela e Iran pur di proteggere la griglia interpretativa dominante -, riappropriarsi della verità e difendere il dettato dell’Articolo 11 della Costituzione Italiana, che sancisce il solenne ripudio della guerra como strumento di offesa e mezzo di risoluzione delle controversie, non rappresenta più una mera opzione politica, bensì un imperativo scientifico, sociologico e morale di sopravvivenza collettiva.
Riferimenti Bibliografici:
Le Bon, G. (1895). Psychologie des foules. Félix Alcan. (Annullamento della capacità critica nelle masse).
Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Harcourt, Brace and Co. (Genesi della fabbricazione del consenso).
Bernays, E. L. (1928). Propaganda. Horace Liveright. (Codifica dell’ingegneria del consenso).
Habermas, J. (1962). Strukturwandel der Öffentlichkeit. Hermann Luchterhand Verlag. (Rifeudalizzazione della sfera pubblica).
Habermas, J. (2005/2023). L’Occidente diviso. Editori Laterza. (Monografia sul costituzionalismo cosmopolitico e la critica all’unilateralismo militare).
Habermas, J. (2023). Ein Plädoyer für Verhandlungen. Süddeutsche Zeitung. (Saggio accademico-politico contro l’escalation bellica e l’invio cieco di forniture d’arma in Ucraina).
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. (Modelli algoritmici di estrazione del consenso e profilazione psicografica nell’infosfera).
Herman, E. S., & Chomsky, N. (1988). Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. Pantheon Books. (Modello dei cinque filtri proprietari ed editoriali).
McCombs, M. E., & Shaw, D. L. (1972). The Agenda-Setting Function of Mass Media. Public Opinion Quarterly, 36(2), 176-187. (Selezione delle notizie come distrazione).
Noelle-Neumann, E. (1974). The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion. Journal of Communication, 24(2), 43-51. (Isolamento sociale del dissenso).
SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute. (2026). Trends in World Military Expenditure. SIPRI Fact Sheet [SIPRI].
Istituto Ixè. (2026). Osservatorio Ixè: Il sentimento degli italiani sul sostegno militare e l’invio di armi [Sondaggio Ixè Armi Ucraina].
