Il governo annuncia lo stop a una delle tasse più contestate dagli automobilisti, ma in realtà il provvedimento non cancella il tributo mentre restano aperti gli interrogativi sulle coperture finanziarie e sulle entrate delle Regioni. Infatti la tassa automobilistica – comunemente nota come bollo auto – garantisce alle Regioni a Statuto Ordinario un gettito strutturale costante compreso tra i 7,1 e i 7,5 miliardi di euro all’anno. Questa imponente massa di liquidità incide per circa il 5,7% sul totale complessivo delle entrate tributarie proprie regionali, traducendosi in flussi vitali che superano il miliardo di euro annuo in Lombardia, toccano i 656 milioni nel Lazio e superano i 590 milioni nel Veneto.
L’abolizione del bollo auto annunciata dal governo di Giorgia Meloni non coincide, almeno per il momento, con la cancellazione definitiva della tassa automobilistica. Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 17 settembre 2026 prevede infatti un’esenzione limitata all’anno 2027, con requisiti precisi per i veicoli interessati.
Inoltre la misura riguarda, per il 2027, un solo veicolo per persona fisica, regolarmente assicurato e in possesso dei requisiti previsti dal decreto. Nel caso in cui una persona abbia più mezzi che soddisfano i requisiti, il decreto stabilisce criteri per individuare quello esentato.
Evidente la distanza tra l’annuncio politico e la portata concreta del provvedimento. Definire la misura un’abolizione senza sottolinearne la durata limitata rischia di creare aspettative superiori a quanto stabilito dalla norma. Insomma il governo con finalità puramente elettoralistiche ha previsto un beneficio fiscale modesto per gli automobilisti interessati e, allo stato e nonostante le roboanti promesse, senza la possibilità di trasformarlo in una riduzione permanente del carico fiscale.
Del resto ipotizzare l’abolizione del bollo auto senza una radicale e contestuale inversione di rotta nelle politiche macroeconomiche del governo centrale si tradurrebbe in un disastro sociale immediato. La vera battaglia per l’equità non risieda nella cancellazione demagogica delle micro-tasse, ma nella pretesa di un sistema fiscale centralizzato che rispetti il dettato costituzionale, tassando chi ha accumulato fortune immense per redistribuire la ricchezza a favore della comunità e dei servizi pubblici essenziali.
