Luiz Inácio Lula da Silva è stato ufficialmente rieletto presidente del Brasile, superando al ballottaggio lo sfidante della destra reazionaria e filostatunitense Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti validi contro il 48,21%. Questo esito storico, ratificato dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), va ben oltre la semplice riconferma del leader progressista: segna un netto e definitivo rifiuto popolare del modello politico ed economico oligarchico e neoliberista espresso dal clan Bolsonaro. Nelle piazze e sul web si è assistito a una mobilitazione di massa senza precedenti, dove milioni di persone si sono organizzate spontaneamente per contrastare la propaganda reazionaria e l’inedito “oscuramento digital-mediatico”, in una campagna dominata dal desiderio collettivo di giustizia sociale, eguaglianza e autodeterminazione. A San Paolo, nel mezzo dei festeggiamenti della folla, Lula ha parlato stringendo un megafono, ringraziando la gioventù brasiliana che si è battuta in prima linea a difesa dei presidi democratici contro le derive neofasciste.
La caratteristica più allarmante di questa tornata elettorale è stata l’evidente interferenza asimmetrica delle grandi piattaforme della Silicon Valley. Nelle settimane cruciali del voto, il Partito dei Lavoratori ha formalmente denunciato la multinazionale Meta sia davanti al TSE sia di fronte all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), accusandola di ingerenza elettorale. I tentativi di condizionamento e manipolazione si sono articolati attraverso la penalizzazione occulta degli account (shadowbanning), con i profili ufficiali di Lula su Instagram e WhatsApp sistematicamente limitati nella loro portata algoritmica, spingendo persino dipendenti interni di Meta ad ammettere anomalie a vantaggio dello sfidante reazionario. A questo si è aggiunta l’offensiva dei deepfake e dell’Intelligenza Artificiale, con una fitta rete di disinformazione automatizzata che ha costretto il tribunale elettorale a ordinare la rimozione d’urgenza di centinaia di profili falsi. La manipolazione è stata così palese da spingere gli attivisti a manifestare sotto il quartier generale di Meta in Brasile al grido di “Meta não se meta nas nossas eleições” (Meta non immischiarti nelle nostre elezioni ), evidenziando il pericolo democratico rappresentato dal potere di una corporation privata di orientare il dibattito pubblico.
Sul piano interno, Lula ha vinto perché il suo mandato ha offerto al popolo la concretezza di un buon governo economico e sociale, antitetico all’austerità e al neoliberismo selvaggio promossi dalle destre. Sotto la guida del leader veramente progressista, il PIL brasiliano è tornato a espandersi in modo robusto (registrando un +2,6% nei primi otto mesi dell’anno), trainato da riforme strutturali e investimenti nella transizione ecologica. Inoltre, dopo trent’anni di stallo, l’amministrazione ha ottenuto il via libera dal Congresso per una storica riforma fiscale basata sull’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA). Sul piano sociale, il potenziamento di Bolsa Família, il lancio dell’Alleanza Globale contro la Fame e il rilancio della Farmácia Popular per la distribuzione gratuita di farmaci essenziali hanno garantito una rete di sicurezza alle fasce indigenti. Il fiore all’occhiello dell’azione politica è stato lo smantellamento delle deregolamentazioni neoliberiste, avviando il percorso istituzionale per abolire lo schema lavorativo logorante della scala 6×1 e approvando in via definitiva la legge per ridurre la settimana lavorativa da 44 a 40 ore a parità di stipendio, restituendo dignità e tempo di vita a oltre 22 milioni di lavoratori.
Il trionfo di Lula ridefinisce profondamente anche gli equilibri globali, spezzando sul nascere l’asse ultraliberista e reazionario che Washington e Buenos Aires speravano di estendere all’intera America Latina attraverso un’ipotetica vittoria bolsonarista allineata a Donald Trump e Javier Milei. La riconferma della presidenza progressista blinda e rilancia il ruolo del Brasile come pilastro strategico del blocco dei BRICS, proprio mentre il Paese si avvia a ospitare i vertici chiave dell’organizzazione e a celebrare i vent’anni dalla sua fondazione diplomatica. Questo attivismo multilaterale assicura al Sud globale una sponda solida in favore dell’autodeterminazione e di un nuovo policentrismo economico, allontanando il rischio di un isolamento geopolitico e di un disallineamento strategico che la destra di Flávio Bolsonaro – intenzionata ad applicare ricette mutuate dalla “motosierra” argentina di Milei – avrebbe inevitabilmente provocato.
Al contempo, l’esito del voto offre un’importante boccata d’ossigeno alle relazioni istituzionali con Bruxelles. Una vittoria della destra radicale avrebbe inferto un colpo fatale ai fragili canali diplomatici con l’Europa e messo definitivamente in discussione l’accordo commerciale transatlantico tra l’Unione Europea e il Mercosur. Il buon lavoro diplomatico di Lula sul piano del multilateralismo e della tutela ecologica riapre invece una finestra di dialogo costruttivo e paritario, dimostrando alle stesse sinistre europee che l’avanzata delle destre populiste non si argina assecondando le ricette dell’austerità e del neoliberismo. Si vince unendo la difesa della democrazia a programmi coraggiosi di giustizia distributiva e alla centralità dei diritti sociali, portati avanti non come vuota retorica elettorale, ma come azione quotidiana di prossimità nei luoghi del bisogno e del lavoro.
In piena continuità con la postura eversiva dell’estrema destra globale, lo sconfitto Flávio Bolsonaro ha immediatamente respinto l’esito dello scrutinio emesso dal tribunale, richiedendo formalmente l’annullamento delle elezioni ed evocando presunte irregolarità regolamentari nel tentativo di delegittimare il verdetto delle urne, ricalcando la strategia già tentata dal padre, plurigiudicato golpista e carcerato, Jair nel 2022. I grandi proprietari terrieri e i mercati finanziari conservatori hanno fatto muro fino all’ultimo per difendere un modello ingiusto e classista, ma la risposta dei ceti popolari, dei movimenti indigeni e dei lavoratori emarginati ha dimostrato che la maggioranza dei brasiliani ha saputo finalmente rigettare la natura discriminatoria della proposta oligarchica.
