È il 1943. Immaginiamo un uomo di quarant’anni che una mattina si sveglia, fa colazione, saluta la propria famiglia ed esce di casa. Ha un lavoro, forse dei figli, una vita fatta di abitudini e preoccupazioni quotidiane. Quella mattina decide di non tornare a casa, decide di lasciare tutto per raggiungere altri uomini e donne che, sulle montagne o nelle città, stanno organizzando la Resistenza. Decide di diventare partigiano.
Combatte contro l’occupazione nazista e contro i fascisti della Repubblica Sociale Italiana che collaborano con gli occupanti. Combatte contro un regime che aveva cancellato le libertà individuali, perseguitato gli oppositori, discriminato le persone sulla base delle proprie origini e ridotto il dissenso a un reato. Lotta per un Paese diverso, nel quale la libertà non è un privilegio concesso dal potere ma un diritto appartenente a tutti e tutte.
Ora torniamo al nostro uomo di quarant’anni e proviamo a cambiare epoca. Immaginiamo che quella mattina sia il 2 novembre 2026. Si sveglia, fa colazione, saluta la propria famiglia ed esce di casa. Non deve raggiungere una formazione partigiana e non ha bisogno di nascondere un’arma sotto il cappotto. Non ci sono posti di blocco tedeschi da attraversare né rastrellamenti dai quali fuggire. E allora contro chi o che cosa combatte oggi?
Forse combatte contro l’indifferenza, che è una delle forme più comode attraverso cui le ingiustizie riescono a sopravvivere. Combatte quando decide di non voltarsi dall’altra parte davanti a una persona discriminata, quando difende il diritto di chi lavora a ricevere uno stipendio dignitoso, quando si oppone alla trasformazione della povertà in una colpa individuale. Combatte quando difende una scuola pubblica capace di garantire a tutti le stesse opportunità, quando si schiera dalla parte di chi non ha voce e quando rifiuta che la dignità di una persona dipenda dal suo conto in banca, dalla sua provenienza o dal suo orientamento sessuale.
Essere partigiani oggi significa anche non accettare che la guerra diventi una consuetudine, che il riarmo venga presentato come l’unico orizzonte possibile e che la sofferenza dei civili venga archiviata come un effetto collaterale inevitabile. Significa difendere la libertà di manifestare, il diritto di dissentire e la possibilità di criticare chi governa senza essere considerati nemici delle istituzioni. Significa non confondere la sicurezza con la repressione e non lasciare che la paura diventi uno strumento per restringere i diritti di tutti.
Naturalmente non possiamo sovrapporre la condizione dell’Italia occupata del 1943 a quella della Repubblica democratica di oggi. Sarebbe storicamente scorretto e ingiusto nei confronti di chi ha rischiato la vita combattendo il nazifascismo. Non siamo chiamati a imbracciare le armi e non dobbiamo trasformare la Resistenza in una metafora buona per qualsiasi battaglia politica. Ma possiamo recuperarne il principio più importante, quello della responsabilità individuale davanti alle ingiustizie collettive.
E soprattutto dobbiamo ricordare che i partigiani non erano tutti eroi consapevoli di diventare protagonisti della storia: molti erano persone comuni che avevano compreso di trovarsi davanti a una scelta. Restare spettatori oppure assumersi una responsabilità. Oggi le nostre montagne non sono attraversate dalle stesse formazioni clandestine e le nostre città non sono occupate dagli eserciti nazisti. Eppure esistono battaglie che non possiamo permetterci di perdere. Si combattono nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nelle associazioni, nei sindacati e persino nelle conversazioni quotidiane quando scegliamo di non lasciar passare una menzogna o un pregiudizio.
Si combattono anche attraverso la cultura, perché conoscere la storia significa riconoscere i meccanismi che hanno permesso alle dittature di affermarsi e comprendere quanto sia fragile una democrazia quando i cittadini smettono di partecipare. La libertà non è un’eredità che si conserva automaticamente. È una conquista che richiede attenzione, impegno e talvolta anche il coraggio di essere impopolari.
Forse il nostro quarantenne del 2026 non finirà in montagna e non sarà ricordato nei libri di storia. Magari domani mattina andrà semplicemente a lavorare, accompagnerà i figli a scuola, parteciperà ad un’assemblea o scenderà in piazza per difendere un diritto. Ma avrà fatto una scelta.
Perché essere partigiani significa scegliere da che parte stare anche quando sarebbe più semplice non farlo. Significa comprendere che la libertà individuale non può esistere davvero se accanto a noi qualcuno viene privato della propria.
I partigiani di ieri ci hanno consegnato un Paese libero, ma non ci hanno consegnato un Paese giusto una volta per tutte: quella parte della storia spetta a noi scriverla. E allora, quando domani mattina usciremo di casa, dovremmo provare a porci la stessa domanda che forse si pose quell’uomo di quarant’anni nel 1943: davanti a quello che accade intorno a me, posso davvero permettermi di restare a guardare?
Io ho risposto no.
E voi? Cosa risponderete?
