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I GIOVANI: LA FORZA INVISIBILE CHE HA FATTO TREMARE I SONDAGGI

di Matteo FALLICA 26 Marzo 2026
Scritto da Matteo FALLICA

In questa ondata referendaria, tra trambusti e tumulti, c’è un dettaglio quasi poetico che merita di essere raccontato. Nessuno li ha visti arrivare, tantomeno una politica sempre più scollegata dalla realtà. Il loro arrivo non compariva su nessun radar, nessuna previsione: sto parlando dei giovani, la Generazione Z, l’elemento imprevedibile di questa partita che ha sovvertito ogni calcolo.

Loro, gli assenti, i distratti, gli “indifferenti”, sono accorsi al richiamo della Democrazia. La Costituzione, nel momento in cui ha chiesto presenza concreta, tangibile, fisica, ha trovato risposta nei cosiddetti “bamboccioni”. Non a parole, ma a gesti: chilometri percorsi per votare, stratagemmi escogitati per superare ostacoli burocratici, campagne costruite dal basso, parola dopo parola, condivisione dopo condivisione.

Mi ha colpito l’intervista di una ragazza del Sud Italia, trasferitasi a Milano, che ha confessato: “Quando ho scoperto che non avrei potuto votare, mi sono arrabbiata. E mi sono sentita ancora più motivata ad andare alle urne”. È una delle oltre 3.000 persone fuori sede che, per poter esercitare il diritto di voto, si sono registrate come rappresentanti di lista.

E poi c’è Francesco, 19 anni, appena entrato in Medicina al Sant’Andrea di Roma. L’ho incontrato il giorno prima del voto e ci siamo messi a parlare. Gli ho confidato il mio timore per il risultato. Lui, con una naturale fermezza, mi ha risposto: “Matteo, fidati… tutta la mia generazione è per il NO. Questo referendum non passa.”. Era sicuro, deciso. In quel momento ho capito che sotto i piedi si muoveva una mobilitazione enorme, silenziosa ma potentissima.

E in questo fenomeno, che ha serpeggiato sottoterra con un tamtam invisibile, c’è un tratto che deve scuotere tutti: la vera mobilitazione, come senso di resistenza, non nasce dalla politica, ma dalla sua assenza. I giovani non sono stati chiamati, coinvolti o rappresentati. Sono stati ignorati. E proprio da questo vuoto è nata una forma nuova di partecipazione, più spontanea, più libera che non cerca leader da seguire, ma cause da difendere.

La loro forza è stata duplice. Da una parte, la capacità di muoversi nel mondo digitale con naturalezza: non come spettatori passivi, ma come soggetti attivi, capaci di verificare e smontare narrazioni manipolatorie. Dall’altra, una determinazione concreta, quasi ostinata: esserci, a ogni costo. Perché votare, per loro, non è stato un gesto rituale, ma una presa di posizione di rivendica.

I giovani hanno agito come una “variabile impazzita”, sfuggita ai calcoli.  Questa energia ha fatto quello che, in fondo, ogni generazione dovrebbe fare: smentire le previsioni di chi li considera già definiti, già incasellati, già persi e ribaltare tutto.

E forse il punto più importante è proprio questo: In un tempo in cui la fiducia nei partiti è fragile, questo tipo di mobilitazione “orizzontale” rappresenta una delle poche vere risorse su cui costruire il futuro.

La politica non li ha visti arrivare. Ma adesso non può più permettersi di non guardarli. Perché se c’è una lezione in questa ondata referendaria, è che i giovani non sono il futuro della democrazia: sono già il suo presente. E quando decidono di esserci, cambiano le regole del gioco.

Questo sia da monito a quei vecchi politici che, incollati alle poltrone, ripetono “largo ai giovani”, ma poi non si spostano di un millimetro, sappiate che i giovani non aspettano i vostri inviti: arrivano e ribaltano il tavolo. 

26 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

NESSUNA IMPUNITÀ PER I RESPONSABILI ITALIANI E ITALO-ISRAELIANI DEI CRIMINI DI GENOCIDIO A DANNO DEL POPOLO PALESTINESE DI GAZA

di Fernando PETRIVELLI 26 Marzo 2026
Scritto da Fernando PETRIVELLI

Dal 7 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è stata trasformata in un laboratorio estremo di annientamento umano: città sventrate, ospedali colpiti, fame usata come arma, civili cancellati insieme alle loro case, ai loro quartieri, alla loro possibilità stessa di restare vivi, bambini di 3, 4, 5 anni uccisi con colpi alla nuca o al cuore esplosi da distanza ravvicinata da vigliacchi criminali nazisionisti travestiti da “soldati”, stupri, torture e uccisioni di prigionieri, bombardamenti a tappeto e distruzione totale di oltre il 90% degli edifici di Gaza che hanno reso la Striscia un luogo ostile alla vita umana, con l’intento di cancellare la memoria e l’identità del popolo palestinese. 

Non siamo più nel terreno dell’ambiguità politica o del lessico diplomatico. La Corte internazionale di giustizia, con le misure provvisorie del 26 gennaio 2024, ha riconosciuto la plausibilità dei diritti fatti valere dal Sudafrica ai sensi della Convenzione sul genocidio; la Corte penale internazionale ha emesso il 21 novembre 2024 mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità; la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato il 16 settembre 2025 che Israele ha commesso genocidio a Gaza e ha chiesto agli Stati di punire i responsabili.

Dentro questo quadro, il punto che il Governo di estrema destra italiano continua a rimuovere è tanto semplice quanto insopportabile: se cittadini italiani, anche titolari di doppia cittadinanza italo-israeliana, hanno preso parte a quelle operazioni, il problema non è morale soltanto: è penale! 

Si tratta dell’obbligo di accertare le responsabilità individuali, dell’obbligo di indagare e condannare i responsabili di tali immondi crimini contro l’Umanità. 

La legge italiana, del resto, non è muta. La legge n. 962 del 1967 punisce gli atti diretti a commettere genocidio e prevede, all’articolo 1, pene severissime per chi cagiona morte o lesioni gravissime o sottopone il gruppo a condizioni di vita tali da determinarne la distruzione fisica, totale o parziale. E l’articolo 3 è inequivocabile: “Se … deriva la morte di una o più persone, si applica la pena dell’ergastolo”. Inoltre l’articolo 9 del codice penale consente di punire il cittadino per delitti commessi all’estero quando si trovi nel territorio dello Stato, nei casi previsti dalla legge italiana. Non c’è dunque alcun vuoto normativo dietro cui nascondersi. 

Per questo i dati richiamati nell’articolo del Fatto Quotidiano del 24 marzo a firma di Stefania Maurizi forniti dallo stesso governo criminale di Israele ed acquisiti grazie a una richiesta di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) presentata dall’avvocato israeliano Elad Man dell ’ong Hatzlacha, non possono essere derubricati a curiosità statistica. Se davvero, tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025, 928 cittadini italiani hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane, di cui 828 con doppia cittadinanza italiana e israeliana, siamo davanti non a una questione marginale ma a una possibile criticità strutturale nell’esercizio effettivo del potere giurisdizionale laddove, a causa e per effetto del diniego di collaborazione da parte delle autorità governative israeliane e della reticenza istituzionale delle competenti autorità governative italiane, non fosse possibile pervenire alla identificazione dei predetti cittadini italiani e italo-israeliani e all’accertamento delle loro eventuali responsabilità per i reati di genocidio puniti con l’ergastolo. Naturalmente l’arruolamento di costoro nell’esercito criminale di Israele, da solo, non equivale a colpevolezza penale. Ma è più che sufficiente per imporre una domanda allo Stato: chi sono, in quali reparti hanno servito, dove sono stati impiegati, a quali operazioni hanno partecipato, quali condotte risultano documentate? Su questo terreno il silenzio istituzionale non è prudenza: è complicità.

Qui il parallelo con l’inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” è devastante. Quando è emersa l’ipotesi che italiani, negli anni Novanta, si recassero a Sarajevo per sparare sui civili come in un safari umano, il Paese è stato attraversato da un brivido di orrore; e la magistratura milanese ha aperto indagini, con un primo indagato interrogato nel febbraio 2026. E giustamente: perché nessuna distanza temporale cancella il dovere di cercare la verità su chi ha trasformato esseri umani in bersagli. Ma allora la domanda è inevitabile: se è doveroso indagare sui presunti assassini di Sarajevo trent’anni dopo, come potrebbe non esserlo verso cittadini italiani che abbiano preso parte, ieri o oggi, al genocidio del popolo palestinese di Gaza? 

Il punto, in fondo, riguarda il nostro stesso senso di giustizia. Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nella rimozione, a prendere un caffè al bancone, a condividere un treno, un ufficio, una scala condominiale o una fila al supermercato con chi potrebbe avere contribuito a massacri di civili, all’esecuzione a freddo di bambini, donne incinte e allo sterminio con bombe di intere famiglie di innocenti, all’assedio e alla distruzione totale di ospedali, alla fame deliberatamente inflitta a una popolazione intrappolata. Il disgusto che una simile immagine suscita non ha nulla di etnico e nulla di irrazionale. È la reazione minima di qualunque coscienza umana e democratica davanti alla possibilità che l’orrore si travesta da routine, che il crimine internazionale si lavi il volto e si ripresenti come normalità quotidiana. L’idea che tutto possa tornare come prima per chi ha operato dentro l’inferno di Gaza quale ignobile e vigliacco artefice di morte e sterminio è, essa stessa, una ferita inferta alla giustizia.

Del resto, è stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando al Bundestag il 16 novembre 2025, a ricordare che “nessuna ‘circostanza eccezionale’ può giustificare l’ingiustificabile” e che quanto accade ai civili a Gaza “non può rimanere ignorato e impunito”. Non sono parole di un militante, ma del Capo dello Stato. E pesano proprio perché rimettono al centro un principio che troppi governi hanno sepolto sotto la ragion di Stato: il diritto internazionale umanitario non è un ornamento retorico, ma il limite invalicabile oltre il quale lo Stato diventa complice della barbarie. 

Per questa ragione, la richiesta che sale da una parte crescente dell’opinione pubblica non è vendetta. È giurisdizione. È accertamento di responsabilità e punizione dei colpevoli. È il rifiuto dell’impunità. L’Italia ha il dovere etico e giuridico di individuare tutti i cittadini italiani o italo-israeliani che abbiano preso parte ai crimini commessi contro il popolo palestinese a Gaza e di perseguirli secondo la legge. Non per quello che sono, ma per quello che hanno fatto.

L’auspicio, allora, è che la Procura di Roma, formalmente sollecitata ad aprire un’indagine, trovi il coraggio istituzionale di compiere fino in fondo il proprio dovere: identificare i responsabili, ricostruirne le condotte, contestare i reati configurabili e chiedere, nei casi in cui ne ricorrano i presupposti, la pena che l’ordinamento italiano prevede per il genocidio aggravato dalla morte delle vittime: l’ergastolo. Perché una democrazia degna di questo nome si riconosce da qui: dalla sua capacità di non lasciare liberi, invisibili e confusi tra i cittadini comuni coloro che si siano macchiati dei più feroci crimini contro l’umanità. 

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Politica

IL RITORNO AL VOTO DEGLI ITALIANI

di Michele BLANCO 24 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La sconfitta del referendum è anche una sconfitta storica del falso “riformismo istituzionale”: di degli ultimi 30 anni. Infatti la teoria secondo la quale si risolvono i problemi dell’Italia cambiando totalmente lo spirito democratico partecipativi della Costituzione e cambiando continuamente in senso restrittivo e antipopolare la legge elettorale ha dimostrato ampiamente il suo intento antidemocratico che ha favorito l’astensione elettorale. 

Dall’inizio della seconda repubblica abbiamo avuto una caterva di inutili riforme pasticciate, giustificate con il falso e fuorviante bisogno di maggiore “governabilità” e “efficienza”, ma in realtà spesso animate solo da interessi di parte e contrapposizione verso la democrazia e lo stato di diritto. 

Basti pensare alla litania di leggi elettorali, sempre più “maggioritarie” e antirappresentanza proporzionale, senza preferenze, che favoriscono solo le minoranze più ricche, che attraverso la manipolazione dell’informazione hanno portato al compimento del programma antidemocratico e antipopolare della P2 di Licio Gelli. O alle assolute fantasticherie su premierati e elezioni dirette. Dietro tutte queste riforme c’è un immaginario di “ingegneria politica” che si illude di risolvere problemi politici con cambio delle regole democratiche. 

Questo proceduralismo istituzionale, che combacia ideologicamente in buona parte con neoliberismo tecnocratico, ignora che la politica dovrebbe essere lo specchio della società e se le istituzioni possono organizzare la vita civile e politica non possono imporsi in forma univoca e forzata alla società democratica. Questo non significa certo che non si possano fare riforme. Ma non si può andare avanti per decenni riformando, o meglio peggiorando, questa o quella istituzione, senza disegno complessivo e soprattutto a colpi di “maggioranza” relativa. 

Il “riformismo istituzionale” pasticcione e pro domo sua, crea solo instabilità e caos. In occasione del referendum hanno di nuovo votato persone che man mano negli anni non andavano più a votare per disaffezione verso questi partiti sia di centrosinistra che centrodestra che hanno fatto politiche antidemocratiche, guerrafondaie e antipopolari negli ultimi decenni.

24 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

LA DEMOCRAZIA È IN PERICOLO

di Michele BLANCO 19 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La verità che era sotto gli occhi del mondo intero ora viene confermata da un importante istituto scientifico: Molto probabilmente gli “Stati Uniti d’America non sono più una democrazia”. 

L’Istituto che lo afferma con una importante quantità e qualità di dati è una delle fonti globali più autorevoli sullo stato di salute del funzionamento delle istituzioni democratiche è il celebre Varieties of Democracy (V-Dem) Institute dell’Università di Göteborg. 

Le preoccupanti conclusioni, sono nel suo rapporto annuale e ci dicono che gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso una vera e propria autocrazia a un ritmo più rapido molto veloce. 

Il rapporto afferma che “I nostri dati sugli Stati Uniti risalgono al 1789. Quello a cui stiamo assistendo ora è la più grave regressione democratica mai registrata nel Paese”, ha detto Staffan Lindberg, fondatore dell’istituto.  Dal 2012, Lindberg ha guidato il suo gruppo di ricercatori in Svezia fino a diventare la principale fonte mondiale di analisi sullo stato di salute della democrazia globale. Nel loro ultimo rapporto, appena pubblicato, concludono che gli Stati Uniti, per la prima volta in oltre mezzo secolo, hanno perso il loro status di democrazia liberale di lunga data. Il Paese sta attraversando un rapido processo politico di quella che gli autori del rapporto definiscono come “autocratizzazione”.

Secondo i ricercatori svedesi: «Per Orbán in Ungheria ci sono voluti circa quattro anni, per Vučić in Serbia otto, e per Erdoğan in Turchia e Modi in India circa dieci anni per realizzare la soppressione delle istituzioni democratiche che Trump ha ottenuto in un solo anno».

Oggi il sistema politico statunitense dal punto di vista della sua “democraticità” è tornata al livello più basso mai registrato dal 1965, anno in cui le fondamentali leggi sui diritti civili introdussero di fatto il suffragio universale, prima le minoranze di colore erano particolarmente osteggiate, in molti Stati, nell’esercitare il diritto di voto. Secondo il rapporto, tutti i progressi compiuti da allora sono stati vanificati dall’amministrazione Trump.

Tra le cause principali vi è una forte concentrazione del potere nell’esecutivo, contravvenendo anche a chiare disposizioni costituzionali, con un forte indebolimento, molto importante, dei poteri del Congresso e del sistema di pesi e contrappesi. Anche la Corte Suprema, secondo l’analisi, non eserciterebbe più pienamente il suo ruolo di controllo. Parallelamente, si registra un deterioramento dei diritti civili più importanti e della libertà di espressione, che sono violate come non mai da decenni.

Un elemento centrale del declino riguarda l’uso massiccio dei decreti esecutivi e la grande marginalizzazione del potere legislativo. Inoltre, la sostituzione di funzionari indipendenti con figure fedeli al presidente avrebbe indebolito i meccanismi di controllo interno, aumentando il rischio di abuso di potere. 

Il fenomeno, purtroppo, non è limitato agli Stati Uniti: il rapporto descrive una tendenza globale, con la democrazia ai livelli più bassi dalla metà degli anni ’70. Circa il 41% della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la democrazia è in continuo declino. Anche in Europa emergono segnali molto preoccupanti, con diversi Stati membri dell’UE coinvolti in processi di autocratizzazione e altri sotto osservazione. Solo una minoranza di Paesi mostra segnali di democratizzazione. 

Il V-Dem Institute basa le sue conclusioni su un ampio database globale e su 48 indicatori, tra cui l’effettiva libertà e pluralità di stampa, la qualità dei processi elettorali e il rispetto dei principi dello stato di diritto.

Per leggere il rapporto, fonte: https://www.v-dem.net/documents/75/V-Dem_Institute_Democracy_Report_2026_lowres.pdf 

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Politica

SCOMPARE UN GRANDE INTELLETTUALE DEMOCRATICO

di Michele BLANCO 14 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Il grande filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas è da sempre considerato uno dei più autorevoli difensori della democrazia partecipativa e deliberativa contemporanea, che egli ha sempre concepito, non solo come un insieme di procedure elettorali, ma come un processo continuo di discussione pubblica tra tutti i cittadini e ispirata dalla ricerca dell’intesa razionale tra tutti i dialoganti.

La sua visione, definita giustamente democrazia deliberativa, si basa su alcuni concetti fondamentali:

L’Agire Comunicativo: Per Habermas, la democrazia deve fondarsi sulla ricerca dell’intesa tra i cittadini attraverso il dialogo. La comunicazione non deve essere finalizzata al successo personale (agire strategico), ma alla comprensione reciproca per risolvere le questioni d’interesse comune con la “migliore soluzione possibile”.

Sfera Pubblica: Rappresenta lo spazio in cui i cittadini liberi ed eguali discutono i problemi di interesse comune. Habermas avverte che questa sfera rischia la “rifeudalizzazione” se viene dominata da interessi privati o manipolazioni mediatiche.

Patriottismo Costituzionale: In società multiculturali, l’identità collettiva non deve più basarsi sull’appartenenza etnica o nazionale, ma sulla condivisione dei valori e delle procedure della costituzione democratica.

Potere Comunicativo contro Potere Amministrativo: La legittimità delle leggi deriva dal “potere comunicativo” generato dai cittadini nella sfera pubblica, che deve influenzare e limitare il “potere amministrativo” dello Stato.

La Sfida Europea e Globale

Negli ultimi anni, Habermas ha esteso la sua difesa della democrazia oltre i confini nazionali, sostenendo la necessità di un’Unione Europea più democratica, più integrata per contrastare le derive del neoliberismo e la crisi dello stato-nazione. Egli vede nel progetto europeo una tappa fondamentale verso una “società mondiale” governata dal diritto, dalla partecipazione attiva e diretta dei cittadini e da norme democratiche globali.

Oggi, 14 marzo 2026 all’età di 96 anni si è spento probabilmente il più grande intellettuale contemporaneo, ultimo grande esponente della Scuola di Francoforte.

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Politica

LA DEMOCRAZIA È POSSIBILE SOLO CON LA PARTECIPAZIONE E L’ASCOLTO DEI DESIDERI DI TUTTI I CITTADINI

di Michele BLANCO 13 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La società contemporanea sembra essere una “democrazia” senza popolo, dove l’astensionismo e la scarsa partecipazione democratica caratterizza, in particolare, la politica italiana, ma anche le altre democrazie occidentali. Con il conseguente grave declino dei fondamenti democratici nelle società italiana, europee e nord americana. Basti pensare che in Italia nel dopoguerra la democrazia rinasce con altissime percentuali di partecipanti alle votazioni e, soprattutto, con grande partecipazione popolare al dibattito politico, sindacale e sociale. Si pensi che la Repubblica Italiana nacque in seguito ai risultati del referendum istituzionale, indetto il 2 giugno 1946 per determinare la forma di Go verno a seguito della fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Italia partecipavano anche le donne a una consultazione politica nazionale: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28.005.449 cittadini aventi diritto al voto. Alle successive e sentite elezioni politiche del 18 aprile 1948, l’affluenza è stata ancora più elevata, raggiungendo il 92,19% per la Camera dei deputati e il 92,15% per il Senato della Repubblica. Per decenni il voto alle elezioni dei cittadini italiani è stato espresso con altissime percentuali, anche se tendenzialmente calanti di fronte alle prime tornate elettorali. Ma alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, si può certamente par lare di un crollo senza precedenti dell’affluenza. Infatti, i dati del Ministero dell’Interno mostrano, chiaramente purtroppo, come la percentuale degli aventi diritto recatasi alle urne sia calata di circa 9 punti percentuali, passando dal 72,9% del 2018 al 63,78% del 2022. Un dato che pone le elezioni ita liane del 2022 nei primi dieci posti dei maggiori crolli di affluenza nella storia dell’Europa Occidentale dal 1945 ad oggi. Alle successive elezioni Europee del 9 giugno 2024, l’affluenza è stata appena del 49,69%, un vero e proprio record negativo. In questo modo, vista la continua tendenza dell’aumento dell’astensionismo alle elezioni, sembra che si debba oggettivamente temere per la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Il contesto della società italiana contemporanea vede l’inesorabile allargamento sistemico delle disuguaglianze sociali; la «distruzione del passato», intesa come rimozione

della stessa memoria storica (tanto che sembra molto più attuale oggi la riflessione di Tocqueville: «Poiché il passato non rischiara più l’avvenire, lo spirito avanza nelle tenebre», in A. De Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, libro II, IV, cap. 8, Utet, Torino, 1968, vol. 2, p. 825); lo sviluppo su scala globale della “misinformazione” e della disinformazione, due stadi distorsivi dei processi formativi dell’opinione pubblica, che è l’elemento vitale per il corretto funzionamento di un sistema democratico; l’assenza, sempre più preoccupante e diffusa, di fiducia nel futuro. Tutti questi fattori insieme lavorano come enormi «tarli del legno», erodendo e svuotando dall’interno la voglia e la volontà di partecipazione effettiva che, sembra corretto ripetere, è assolutamente fondamentale per il corretto funzionamento del sistema democratico e del nostro patto collettivo su cui aveva posto i fondamenti la Costituzione democratica e repubblicana italiana, entrata in vigore nel 1948. Lo stesso Norberto Bobbio (1909-2004), grande giurista, filosofo e studio so della democrazia e dei diritti, ha affermato molto esplicitamente che nelle democrazie occidentali è in atto una totale inversione del rapporto fra «controllori e controllati, poiché attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa ormai gli eletti controllano gli elettori», in N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. XV. Chiaramente Bobbio ci aveva messo in guardia dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro gestione monopolistica, in mano a sempre meno persone, che stanno uccidendo la democrazia e la stanno trasformando in una tirannia videocratica. Il pericolo effettivo riguarda il supremo valore della libertà che viene intaccato nella sua sfera più delicata, importante e irrinunciabile, quella della autonomia intellettuale dei cittadini.

Come necessario esempio di disinformazione imperante nei mezzi di comunicazione di massa in questi ultimi anni si è assistito ad una grande campagna di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari. Malgrado questa imponente campagna dei mass media, la maggioranza degli italiani è assolutamente contraria alla guerra, a tutte le guerre e al coinvolgimento italiano (La maggioranza assoluta degli elettori italiani (57%) non sostiene né la Russia né l’Ucraina. Circa un terzo parteggia per l’Ucraina, mentre l’11% simpatizza per la Russia. Rispetto all’inizio del conflitto, il sostegno all’Ucraina è drasticamente calato dal 57% al 32%. E se non cambia sostanzialmente il sostegno alla Russia, cresce nettamente l’equidistanza: dal 38% del 2022 al 57% di oggi, in https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-pagnoncelli-guerra-ucraina-riarmo-europeo-opinioni-taliani), tutto questo risulta chiaramente dagli innumerevoli sondaggi effettuati, gli italiani sono contrari anche al previsto piano di riarmo europeo. Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle “avventure” militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano che nessuno vuole armamenti e guerre, soprattutto al posto di servizi sociali garantiti, sanitari e istruzione di qualità, per tutti.

Malgrado questa chiara volontà popolare i mezzi di comunicazione di massa, hanno tentato e tentano con tutta la forza possibile di occultare, le tantissime, anche molto autorevoli opinioni di chi dice no al riarmo europeo e no alle guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari. Si deve ribadire che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, invece nelle scelte politiche i governanti europei e italiani vogliono fare, e fanno, l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsiderata mente le spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare e applicare, nelle scelte politiche, le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini, senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Nella realtà gli schieramenti politici che sembrano, o si propongono come alternativi, ma praticano le stesse politiche di aumento delle spese militari, i cittadini, contrari alle politiche militariste, sono scoraggiati a partecipare alle attività democratiche, ai dibattiti e ad andare a votare, perché ritengono che comunque vada, i politici “decidono senza tenere conto della loro opinione”.

Il filosofo tedesco Habermas ha messo in guardia l’Europa (in J. Habermas, L’Europa da cambiare, in “L’Internazionale”, del 4 aprile 2025, n. 1608, pp. 48-49), da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale ottenuta, anche a livello europeo e di welfare state che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello dell’“abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali resi ormai gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva non è difficile arrivare a considerare le persone oggetti.

Vogliono sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici, che in realtà non esistono e comunque non rappresentano un pericolo per le nazioni e ne anche per i cittadini italiani ed europei.

Sarebbe vitale e necessario un ritorno alla partecipazione effettiva dei cittadini in modo che le soggettività, individuali e collettive, come amava dire Hannah Arendt, si possano esprimere in pubblico attraverso un democratico dibattito, cioè nell’agorà della polis democratica (piazze, sezioni, circoli, tea tri, ecc.), dove discutere dei problemi della politica, della società e della vita quotidiana, non nei talk show televisivi, sempre più stereotipati e ripetitivi.

Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo cercare il modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare effettivamente e in modo incisivo la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti, plurali e veritieri, cosa oggettivamente difficile, visto che attualmente i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica.

Purtroppo, oggi le politiche dell’Unione Europea, la politica degli Stati Uniti D’America, come la politica italiana, sia di centrodestra che di centro sinistra, si è fatta, da troppi anni, custode cieca e ubbidiente dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Infatti il «Il tratto che unisce le due sponde dell’Oceano Atlantico è prprio una crescente e angosciata domanda di protezione da parte di quei settori della società che non riescono a tenere il passo con le rivoluzioni in atto: la coda lunga della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, il digitale e l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici con la transizione ecologica. Questi cittadini in affanno spesso si isolano, non riconoscendosi più nell’offerta politica», in P.G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024, p. 245.

In questo contesto è molto interessante notare come la «madre di tutte le battaglie», quella della lotta contro la disuguaglianza sociale non ha portato a grandi risultati, malgrado le nobili premesse programmatiche presenti nel dettato costituzionale. Sono proprio gli appartenenti alle classi sociali più povere a non partecipare più al voto, infatti il tanto discusso astensionismo rivela, ad un’analisi critica, il suo carattere fortemente classista finendo per ricadere e coinvolgere, in numero sempre maggiore, i ceti deboli, precari e disagiati della società, in quell’enorme spazio pubblico rappresentato dalle periferie non solo urbane ma soprattutto economico-sociali e politico-culturali. È da quel punto esatto del corpo della democrazia repubblicana che sono andati emergendo i cosiddetti sovranismi a trazione post o neofascista che tuttavia non rappresentano la causa della crisi democratica ma il più grave sintomo manifesto. Come molto bene ricorda l’autore, «la malattia di cui soffrono le democrazie mature non è il populismo in sé quanto piuttosto la profonda crisi dello Stato sociale di stampo keynesiano». Inoltre conosciamo bene quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze economiche, ad esempio: «l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme», in C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 7.

Le delocalizzazioni degli stabilimenti dalle nazioni– come l’Italia – che avevano protezioni sindacali elevate verso paesi a basso costo del lavoro e pressoché nessuna tutela per i lavoratori (né rispetto per l’ambiente), sono diventate all’ordine del giorno; ne sono conseguite perdite occupazionali e una precarizzazione del lavoro, nell’illusoria convinzione di poter competere sul terreno dei costi di produzione anziché su quello dell’innovazione di processo e di prodotto. Tutto questo rivolgimento ha prodotto una nuova figura sociale: i “perdenti della globalizzazione”. Operai, impiegati, ma anche abitanti delle periferie della città e dei territori marginali, che avevano raggiunto un buon livello di reddito e di protezione sociale, hanno visto rapidamente messe in discussione le loro certezze e soprattutto non si sono più sentiti tutelati dalla politica e dalle istituzioni, a loro volta balbettanti nell’affrontare le ricadute negative della globalizzazione nelle economie mature, anche perché abituate a ragionare e ad avere potere di decisione e intervento solo su dimensione nazionale e non su scala planetaria», in F. Fornaro, Una democrazia senza popolo. Astensionismo e deriva plebiscitaria nell’Italia contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 2025, pp. 151-152.

La nuova «società di mercato», in fondo il vero prodotto finale della globalizzazione e della finanziarizzazione del capitalismo, ha così finito per prevalere, determinando drammaticamente, in molti, un’estesa «perdita di status» e una «paura del futuro», che ha avuto effetti economici e psicologici devastan ti soprattutto rispetto al rapporto con la partecipazione politica.

In questa situazione, ritiene Fornero, i sempre più numerosi «perdenti della globalizzazione» si sono sentiti traditi, anche con ragione oggettiva, in primo luogo da chi avrebbe dovuto difenderli dalla «mondializzazione dei fattori di produzione e dagli effetti devastanti della crisi economica del 2008, che ha visto la cancellazione del 13% della produzione mondiale e del 20% degli scambi commerciali e l’avvio di una fase di depressione che è durata più a lungo di quella del 1929» (p. 153).

Oggi purtroppo L’unione Europea rimane sostanzialmente “un gigante economico ma un nano politico”. L’Unione Europea, in buona sostanza, ha tradito le grandi aspettative che avevano portato alla sua nascita, in parti colar modo l’accettazione passiva del sistema economico del neoliberismo. Invece di incrementare l’Europa dei popoli e la democrazia partecipativa, de liberativa e consapevole dei suoi cittadini con una maggiore partecipazione alle decisioni: «I banchieri centrali … hanno preferito salvare gli istituti di credito che investire nella formazione, nella sanità e nella lotta ai cambia menti climatici. Così hanno contribuito ad aumentare la concentrazione del le ricchezze, perché i più ricchi beneficiano della crescita dei titoli di borsa e immobiliari consentita dalle acquisizioni dei titoli e dal denaro pubblico, mentre il risparmio delle persone meno abbienti è schiacciato dall’inflazione. Le regole europee di libera circolazione dei capitali si sono rivelate così estreme che perfino il Fondo monetario internazionale ha deciso di reintrodurre alcune forme di controllo dei capitali. Le nuove regole europee hanno anche contribuito ad aggravare il dumping fiscale (quando uno stato offre tasse più basse per attirare aziende e persone straniere): riduzione senza limiti dell’imposta sulle aziende, sviluppo dei paradisi fiscali, imposizione fiscale», in Thomas Piketty, Uno sguardo al passato per ripensare all’Europa, in “Internazionale”, n. 1548, 2/8 febbraio 2024, p. 38.

Ecco perché si deve invertire questa tendenza, per fare in modo che l’Europa democratica contrasti fortemente il ridimensionamento, se non proprio l’abolizione, della “politica” democratica in atto, vale a dire contrastare tutte le tendenze che negli ultimi anni rendono verosimile il diffuso comune sentire della inutilità della partecipazione e del voto. Infatti, ben conosciamo il dato di fatto che la democrazia non è possibile senza l’effettiva partecipazione dei cittadini e senza spazio di comunicazione libera, non manipolata e un agire politico libero e consapevole. Si deve contrastare la trasformazione degli Sta ti e delle istituzioni in dispositivi burocratici di sola gestione economica, per giunta ispirata a politiche di privatizzazione e austerità, perché questo significherebbe avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare, cosa che in realtà è avvenuta negli ultimi decenni. Oggi i tecnocrati europei vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i “presunti nemici”.

Mentre in realtà la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono razionalmente contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, soprattutto perché comportano il taglio delle spese sociali. Di contro i politici al potere tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili e dannose spese in armamenti, questo è diventato uno dei motivi che negli ultimi anni ha fatto aumentare l’astensionismo elettorale.

Bisogna opporsi fermamente al riarmo dell’Europa voluto dagli euroburocrati. Non c’è difesa europea possibile senza una pace vera e duratura. Non c’è Unione Europea senza la democrazia e il voto libero e capace di incidere dei cittadini europei su tutte le questioni importanti. È arrivato ora il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Dobbiamo essere felici di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

Oggi è fondamentale invertire la rotta e tornare a favorire la crescita sociale e egualitaria europea anche perché come sostiene l’economista Thomas Piketty: «Gli Stati Uniti non sono più un paese affidabile. Per alcuni non è una novità. La guerra in Iraq nel 2003 – con più di centomila morti, la destabilizzazione della regione e il ritorno dell’influenza russa – aveva già mostrato al mondo le conseguenze dannose della tracotanza militare statunitense. Ma la crisi attuale è inedita, perché chiama in causa il cuore stesso della potenza economica, finanziaria e politica del paese, che sembra disorientato, governa to da un leader instabile e imprevedibile, senza alcun contrappeso in grado di ristabilire la democrazia. Per ragionare su quello che succederà in futuro, bi- sogna rendersi conto della portata della svolta in corso. Se i trumpiani stanno portando avanti una politica così brutale e disperata è perché non sanno come reagire all’indebolimento economico del loro paese. A parità di potere d’acquisto, cioè in termini di volume reale di beni, servizi e macchinari prodotti ogni anno, il Pil della Cina nel 2016 ha superato quello degli Stati Uniti. Oggi lo supera del 30 per cento e raggiungerà il doppio del Pil statunitense entro il 2035. La realtà è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo», in T. Piketty, Gli Stati Uniti hanno perso il controllo del mondo, in “L’Internazionale”, del 18 aprile 2025, n. 1610, p. 38.

Oggi più che mai c’è «bisogno di “politica” nel senso forte del termine, perché solo così possiamo promuovere quella cultura comune, quel modo condiviso di rapportarsi alla sfera della convivenza entro uno stesso spazio pubblico … senza il quale non si costruisce quella che è la base di ogni aggregazione politica … la tensione verso il consegui mento del bene comune», in P. Pombeni, Lo stato e la politica. Quando contano nel mondo globale di oggi, Il Mulino, Bologna 20202, p. 165.

Tornare a pensare ad una società politica italiana e europea libera, demo cratica partecipativa, con al primo posto una istruzione adeguata veramente per tutti, con tutti i diritti sociali garantiti, dove le persone siano veramente uguali, e ognuno possa sviluppare le sue capacità per potere vivere con dignità. Ma per farlo si devono ridurre le disuguaglianze, causate dalle politiche di austerità volute dall’ideologia neoliberista, cosi da ridare speranza per il futuro. Un possibile mondo futuro in una società con grandi investimenti in istruzione, composta da persone pensanti, libere e autonome dove si riescano a mettere da parte i personali egoismi individuali per raggiungere in modo solidale quella che più si avvicina, come ha prospettato il filosofo e sociologo Jürgen Habermas, la “migliore soluzione possibile” dei problemi del vivere insieme che riguardi effettivamente il bene e le esigenze effettive comuni di tutte le persone, di tutti i componenti la società senza nessuna differenza.

13 Marzo 2026 2 Commenti
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Politica

IL FERMO PREVENTIVO APPROVATO DAL GOVERNO MELONI CI PORTA VERSO IL DIRITTO PENALE DELL’OPPRESSIONE

di Vincenzo MUSACCHIO 12 Marzo 2026
Scritto da Vincenzo MUSACCHIO


L’istituto del fermo o trattenimento per identificazione, che in Italia può durare fino a dodici ore, estendibili a ventiquattro in situazioni eccezionali, rappresenta un preoccupante passo indietro dal diritto penale delle libertà verso un diritto penale orientato all’oppressione. Non esiste un equilibrio reale tra le esigenze di sicurezza pubblica e la tutela delle libertà fondamentali, poiché le prime finiscono per soffocare le seconde. La Costituzione italiana non lascia spazio a fraintendimenti: la libertà personale è inviolabile. Ogni limitazione deve essere disposta mediante un atto motivato dell’autorità giudiziaria. Il trattenimento per dodici ore, pertanto, è in palese contrasto con i principi costituzionali. È un’inaccettabile aberrazione giuridica che un cittadino possa essere privato della propria libertà per mezza giornata, sottoposto unicamente alla volontà della polizia giudiziaria. Il giudice è coinvolto solo successivamente, riducendo così il suo ruolo a una mera formalità burocratica a posteriori, anziché ad una garanzia di tutela preventiva. Ciò che dovrebbe essere uno strumento eccezionale assume i contorni di una prassi, utilizzata per esercitare pressioni su individui considerati “scomodi” o poco cooperativi. L’uso del concetto di “sospetto”, contenuto nella norma, è altamente vago e affidato a una discrezionalità soggettiva. Mancano parametri oggettivi: non è necessario che ci sia un reato o un rischio imminente chiaramente definito, il fermo potrebbe basarsi su pregiudizi, apparenze o atteggiamenti discriminatori, senza alcun concreto ostacolo giuridico. L’assenza di un obbligo immediato di motivare il provvedimento davanti a un giudice neutrale fa del fermo una sorta di punizione preventiva o addirittura una manifestazione di forza dello Stato. È impensabile che un cittadino possa restare “imprigionato” in caserma per dodici ore senza l’assistenza di un avvocato e senza contatti esterni. Questo configura, a mio giudizio, una palese violazione dei diritti umani fondamentali. Seppure tecnicamente non si tratti di un arresto, l’effetto pratico è una vera e propria privazione della libertà, accompagnata persino da un ritardo nell’esercizio del diritto alla difesa. Negare l’accesso tempestivo a un legale riduce il cittadino a una posizione passiva e gli nega le tutele contro gli eventuali arbitri del potere statale. Permettere allo Stato di trattenere una persona basandosi soltanto su vaghi sospetti, senza una verifica giudiziaria immediata, sposta drammaticamente l’equilibrio dall’habeas corpus a un sistema repressivo tipico di uno Stato di polizia. Favorire un apparente senso di sicurezza a scapito della libertà crea le condizioni per soffocare il vigente diritto penale delle libertà e sostituirlo con uno strumento di oppressione e privilegio. Se alla polizia è consentito di fermare chiunque “per accertamenti” senza prove concrete, la distanza tra la figura del cittadino libero e quella del suddito sorvegliato si riduce in modo allarmante. Dodici ore non possono essere considerate un arco temporale irrilevante: rappresentano, al contrario, uno spazio in cui i diritti civili sono letteralmente sospesi. In uno Stato di diritto, l’efficienza della polizia non deve mai compromettere la necessaria supervisione della magistratura.

12 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

LO ZAINETTO ROSSO DI SANGUE

di Nicola OCCHIONERO 7 Marzo 2026
Scritto da Nicola OCCHIONERO

Uno zainetto intriso di sangue posato a terra, si intravede un colore rosa sbiadito che evoca l’immagine di una bambina. Chi lo portava in spalla non griderà più madar (mamma) al ritorno da scuola. 

Guardo l’immagine e penso a una similitudine con il telo dell’Uomo della Sindone, quasi fosse impresso sullo schienale dello zaino il corpicino caldo e vivace di una scolara ancora troppo ingenua e innocente per capire che il suo destino sarebbe stato quello di morire per l’effetto  collaterale di un attacco da parte di eserciti che avrebbero voluta salvarla dal suo dittatore. 

Che culo! Avrebbe commentato con sarcasmo un suo coetaneo romano.

All’Uomo della Sindone sono stati inflitti circa 120 colpi di flagrum romano, solitamente ai giudei ne venivano inflitti 39, ma quest’uomo, che tutti gli studiosi anche atei associano alla figura di Cristo, l’aveva combinata grossa. La sua rivoluzione prevedeva come unica arma il perdono e come armatura l’amore, non rovesciava Cesare e non cacciava gli occupanti romani, ma lasciava a questi il potere temporale, annunciando invece il Regno dei Cieli. Vallo a raccontare a Netanyahu, Trump e consorterie.

Questa bambina e le altre centocinquanta compagne volevano solo andare a scuola. 

Che sfigaa! Commenterebbe un suo coetaneo milanese.

Intanto, Netanyahu ha dichiarato “stiamo aiutando il popolo iraniano a ottenere la libertà”. 

‘E cazze tuoje, mai? Ha commentato il coetaneo napoletano.

7 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’AGGRESSIONE ALL’IRAN È DIRETTA CONTRO LA CINA E PER IL PETROLIO

di Michele BLANCO 6 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Gli Usa non vogliono tollerare, in nessun modo, un Iran alleato di Cina e Russia.

La solita e rozza propaganda manipolatrice parla di “guerra di liberazione”, ma non ci dice che le donne in Arabia Saudita sono trattate molto peggio che in Iran, non ci dice che i diritti umani fondamentali sono meno rispettati in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alleati dell’occidente, che in Iran.

La propaganda non ci dice che meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove reali dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l’atomica è cosa ovvia: nel mondo contemporaneo un Paese che ne dispone diventa intoccabile. Vedi la Corea del Nord. Perciò l’obiettivo che gli ayatollah certamente perseguono va a ogni costo impedito.

La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono falsamente sbandierate in questi giorni. Agli israeliani e statunitensi non interessa il rispetto dei diritti umani del popolo iraniano.

Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, si tratta delle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito dopo la Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo pericoloso “gioco”, dove le attuali potenze cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran, con le sue attuali alleanze, gioca un ruolo essenziale.

L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile ad altri Stati medio-orientali, è una nazione importante, con una storia millenaria, determinante per gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche mondiali. Questo è il vero punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan.

In un mondo dove i conflitti regionali dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, come la forte alleanza Brics, per rivendicare la propria autonomia anche politica, gli Stati Uniti d’America non vogliono accettare un Iran forte e strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo ferreo e reale di tutti i flussi e rotte energetiche da parte di una tale alleanza.

Oggi le leadership mondiali o riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso, oppure i rischi saranno tragici per l’intera umanità.

Con la guerra le falsificazioni e la propaganda la fanno da padroni. In questo contesto assistiamo al possibile crollo di una cultura di pace che aveva cercato di segnare il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea.

Infatti nessun leader europeo sembra capace di raccogliere l’eredità del Manifesto di Ventotene. A Ventotene si pensava a un ordine internazionale federale, in nessun modo si voleva «un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli», un ordine «che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici», un ordine democratico dotato di un corpo di leggi «al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi».

Ai laici del Manifesto di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: con l’appello a non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato lo riconosce attraverso la sua azione volta a liberarla da tutti gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica.

Sia a Ventotene che a Camaldoli invocavano insieme il bene assoluto che è rappresentato dalla “pace”. Infatti scrivevano: “ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Nell’attuale mondo siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, fino al ritenerla infine una situazione normale, un mezzo con cui si risolvono i conflitti. Superfluo anche ormai discutere sulle ragioni di una parte o dell’altra – dispute scolastiche, sofistiche.

Oggi vediamo tutti i giorni il più forte che interviene dove ritiene minacciati i propri interessi.

Un ritorno vergognoso allo Stato di natura e alla “legge del più forte”. Questo rappresenta la fine di migliaia di anni di pensiero filosofico, la fine della possibilità di un sistema politico che possa essere democratico. La fine di ogni speranza del “Sapere aude”, di “avere il coraggio di conoscere”, di ogni possibilità di pensare con la propria testa, usando la propria intelligenza senza la guida di altri.

La fine di ogni possibilità di emancipazione umana, come intesa letteralmente come il processo di liberazione da sistemi oppressivi, soggezione o condizioni subalterne, finalizzato al pieno riconoscimento dei diritti e all’autonomia dell’individuo o di gruppi. Essa implica il superamento di alienazioni economiche, sociali, culturali o politiche (come la religione) per ottenere una vera libertà, autonomia e dignità.

6 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’IMMAGINE E LA VERA REALTÀ DI DUBAI

di Michele BLANCO 5 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Dubai è una città ed emirato degli Emirati Arabi Uniti, nota per i negozi di lusso, gli edifici ultramoderni e la vivace scena notturna. Burj Khalifa, una torre di 830 m, spicca tra i grattacieli del paesaggio urbano. Ai suoi piedi si trova la Dubai Fountain, i cui spruzzi d’acqua creano coreografie con musica e luci. Sulle isole artificiali poco distanti dalla costa si trova Atlantis The Palm, un resort con parchi acquatici e animali marini.

Questa è L’immagine ma vediamo altre caratteristiche che nessuno dei maggiori mass media italiani ci informa. 

Tra le nazioni contemporanee si basa su un tipo di contratto che secondo molti esperti giuslavoristi rappresenta un tipo di schiavitù moderna, proprio in senso letterale.

Il Global Slavery Index 2023 colloca gli UAE al settimo posto mondiale per prevalenza di forme dischiavitù moderna. Il sistema kafala lega lo status migratorio del lavoratore al datore di lavoro, che gli sequestra il passaporto. Se scappa, viene accusato di “absconding”, un grave reato di inadempimento contrattuale, e rischia arresto e deportazione. Si tratta do 8 milioni di lavoratori migranti che vivono sequestrati da questo sistema. La Harvard International Review lo definisce chiaramente: il lavoratore è “preso in ostaggio.”

Migliaia di lavoratori muoiono. E nessuno li conta.

Secondo il Vital Signs Project, circa 10.000 lavoratori migranti dall’Asia muoiono ogni anno nel Golfo, oltre metà con cause “non spiegate”, come  “arresto cardiaco” che capita a persone  ventenni che lavorano fino 14 ore a 50 gradi. Nel 2004, il governo di Dubai dichiarò ufficialmente 34 morti nei lavori edili; Construction Week ne trovò con certezza 880; il consolato indiano ne registrò 971 nel 2005. Per il Burj Khalifa non esiste nemmeno un conteggio ufficiale.

La libertà di parola non esiste.

Gli Emirati Arabi Uniti sono 119° su 180 paesi nell’indice di libertà di stampa. L’attivista Ahmed Mansoor, per 10 anni di carcere per alcuni post online, condannato anche sulla base di chat WhatsApp private. L’accademico Nasser bin Ghaith: ergastolo per pochi tweet critici. Nel 2017, esprimere simpatia per il Qatar, Stato del Golfo avversario, sui social poteva costare 15 anni di carcere. I siti sui diritti umani sono bloccati. L’ultimo quotidiano indipendente, il 7Days, ha chiuso nel 2016.

L’omosessualità è punita con la morte.

L’omosessualità è reato punibile con la pena di morte sotto la legge islamica emiratina. 

Dubai vieni da molti esperti di  finanza internazionale la “lavatrice” di denaro sporco più grande del mondo.

L’indagine “Dubai Unlocked”, ha rivelato 198.000 proprietà di stranieri per oltre 90 miliardi di dollari. Tra i proprietari: capitalisti russi sanzionati, attivisti Hezbollah, narcotrafficanti da tutto  il mondo, funzionari corrotti, evasori miliardari.  

L’oro sporco finanzia guerre e dittatori : 

Il 95% dell’oro dall’Africa orientale e centrale passa da Dubai. Oltre 3 miliardi di dollari annui in oro da zone di conflitto raggiungono i mercati internazionali via Dubai. SwissAid ha trovato che nel 2022, 435 tonnellate di oro non dichiarato (31 miliardi di dollari) sono state esportate dall’Africa, di questi il 93% contrabbandato negli Emirati Arabi Uniti e a Dubai. Un contrabbandiere zimbabwano nell’inchiesta di Al Jazeera “Gold Mafia”, ha dichiaratoche: “Viene tutto da Dubai. Dubai, Dubai, Dubai.”

 Crimini di guerra in Yemen. Documentati.

Human Rights Watch ha documentato quasi 90 attacchi illegali della coalizione Emirati ArabiUniti- Arabia Saudita in Yemen, molti classificabili come crimini di guerra con bombardamenti indiscriminati su case civili, scuole, ospedali, mercati. L’Associated Press ha scoperto 18 prigioni segrete gestite dagli Emirati Arabi Uniti nel sud dello Yemen con torture, waterboarding, morti e sparizioni forzate. Amnesty International ha documentato che gli Emirati Arabi Uniti hanno trasferito armi occidentali (almeno 3,5 miliardi di dollari) a milizie accusate di crimini di guerra. 

Ma dal punto di vista ecologico troviamo che a Dubai si consumano

21,36 tonnellate di CO2 pro capite (Worldometer, 2022) contro una media mondiale di circa 4,7. Consumo idrico: 550 litri pro capite al giorno, tra i più alti del pianeta. Il 40% dell’acqua viene da 70 impianti di desalinizzazione che funzionano a combustibili fossili. Il Climate Action Tracker classifica le politiche climatiche degli Emirati Arabi Uniti come assolutamente “insufficienti.” Hanno ospitato il COP28 mentre lavoratori migranti svenivano e morivano per il caldo all’Expo 2020. 

 Il paradiso degli oligarchi di tutto il mondo, con i loro jet privati.

 Non è una nazione è un’azienda con un esercito.

Nessuna istituzione eletta democraticamente. Nessun partito politico. Nessun sindacato. Nessun salario minimo per migranti. Nessuna ONG indipendente. Human Rights Watch riporta continue sparizioni forzate, torture, detenzioni arbitrarie. Gli Emirati Arabi Uniti usano spyware per spiare giornalisti e leader mondiali. Nel processo “UAE 84”, decine di attivisti sono stati riprocessati dopo aver scontato la pena, il crimine originale, aver firmato una petizione per riforme costituzionali.

Quando qualcuno vi dice che Dubai è il futuro, chiedetegli: il futuro di chi? 

Ci auguriamo non sia il futuro ma solo un breve periodo triste che stiamo vivendo,  ma che possa passare presto. 

A cominciare dai diritti del lavoratori che siano rispettati insieme alla dignità per ogni essere umano. 

5 Marzo 2026 0 Commenti
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