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LA RICERCA DI UN MONDO MIGLIORE

di Michele BLANCO 1 Giugno 2026
Scritto da Michele BLANCO

L’attuale mondo “occidentale” è dominato in modo assoluto e pervicace, ormai da alcuni decenni e in modo costante, dall’ideologia della difesa ad oltranza e con ogni mezzo, anche mezzi manipolatori e illegali, del neoliberismo globale. Si tratta di un sistema manipolatore che promuove l’idea assoluta che vale solo la singola persona, come disse Margaret Thatcher la società non esiste, e i suoi interessi personali e l’edonismo, sotto la maschera falsa e fuorviante di una presunta universalità e legittimità dei cosidetti “valori occidentali”. Questo totalitarismo da alcuni definito “light”, alimentato in continuazione dalle massicce e continue campagne mediatiche e dalla cultura consumistica, non tollera nessun tipo di dissenso o idee di fratellanza e rispetto. Tutti quelli che si oppongono a questo egoismo diffuso non solo vengono visti come persone sbagliate, ma addirittura come “malvagi” e meritevoli di essere messi al bando.

L’imposizione assoluta dell’ideologia del neoliberismo globale, con la sua narrativa che si fonda sull’idea che il piacere personale, l’arricchimento anche ai danni degli “altri”, sia da conseguire a tutti i costi come se fosse il fine ultimo dell’intero genere umano. Questa prospettiva è radicata in un modello culturale che valorizza solo e comunque il successo a tutti i costi, distaccandosi dalla profondità storica e culturale che caratterizza i veri valori storici europei, che si basano sulla solidarietà e il rispetto dei diritti di tutti, non solo dei diritti formali ma anche dei diritti sostanziali come sono i diritti sociali, l’istruzione gratuita e le cure sanitarie per tutti.

Gli Stati Uniti d’America, sono da sempre l’epicentro di questo movimento neoliberista ultraindividualistico, diffondono questa ideologia che porta sempre ingiustizia e disuguaglianze, presentandola al contrario di quella che realmente è, facendola passare non come un prodotto statunitense, ma addirittura come un valore universale, destinato a tutti e all’intero pianeta. E così noi tutti ci siamo abituati e avvicinati alla “democrazia all’americana”, dove vota meno della metà degli aventi diritto, di solito vanno a votare i più ricchi mentre i poveri oberati dai loro gravissimi problemi causati dal neoliberismo imperante non vanno a votare, in questo contesto, per ottenere una vittoria schiacciante, basta solo convincere la metà di quella metà dei votanti, quindi a decidere nella “democrazia all’americana” è sempre più una esigua minoranza. Un tempo, questo significava il sostegno di un quarto degli elettori, una netta minoranza che oggi, però, i giornali e i mass media, controllati da pochi e ricchissimi proprietari, descrivono come una maggioranza assoluta.

Per chi si accontenta di una vittoria semplice, serve ancora meno: con il consenso di appena un decimo degli elettori, si può accedere al ballottaggio, in molti Paesi accade cosi. A quel punto, per conquistare il massimo dei voti, basta scatenare la disinformazione dei media e terrorizzare i cittadini, facendoli credere che chi si oppone al sistema neoliberale, toglierà loro il SUV d’ordinanza o che aumenteranno le tasse per aprire più ospedali e l’istruzione per tutti.

La repressione del dissenso, nelle varie forme, è totale, infatti chiunque si opponga a questa visione viene escluso, attaccato dai mezzi di comunicazione, fino ad essere ridicolizzato. L’intero sistema della cosiddetta infomazione ci dice che non si tratta di un semplice confronto di idee o culture, ma di una lotta tra “il bene e il male”, solo che fa apparire il male come bene e viceversa, falsificando completamente la realtà.

Gli oppositori sono etichettati come nemici del benessere, statalisti, contrari alla ricchezza, invidiosi dei ricchi vincenti e favorevoli solo all’aumento delle tasse. Gli oppositori che vogliono più assistenza e stato sociale sono da eliminare, con la complicità di un sistema mediatico e intellettuale che promuove questo totalitarismo che di “light”, ha veramente poco.

Da troppo tempo, purtroppo, risulta sempre più evidente che informarsi correttamente sia diventato impossibile per la stragrande maggioranza della popolazione, in un regime neoliberista, verificare e contestare i “fatti” diffusi dall’apparato mediatico è diventato pressoché impossibile. Non perché non sia possibile dimostrarne l’eventuale falsità delle bugie dell’ideologia neoliberista, ma perché, la quasi totalità dei mezzi di comunicazione sono nelle mani e controllata dai grandi beneficiari di questo sistema oligarchico, fondato solo sulla ricchezza di pochi.

In questo contesto il culto della novità del lusso sfrenato e la pratica di un’innovazione, con la corsa al possesso dell’ultimo gadget elettronico, continua e frenetica portano all’oblio del passato, incluso quello recente, che viene cancellato prima ancora di diventare storia, sostituito da nuove e pressanti notizie che, anche solo per poche ore, monopolizzano l’attenzione. La nostra attenzione alle questioni serie e utili al benessere collettivo diffuso, già scarsa, è ulteriormente ridotta da un addestramento sistematico, persino scolastico, alla più totale superficialità.

La polarizzazione è rafforzata dal supporto dei cosiddetti presunti vincenti, che si schierano sempre con i vincitori per non sentirsi perdenti, accettando così le imposizioni al consumismo proprio del neoliberismo.

Le avanguardie neoliberiste, spesso minoranze aggressive e assolutamente sicure di sé, sono sempre e costantemente sostenute da giornalisti, intellettuali, tecnici e scienziati, controllate e guidate dai miliardari. Questi gruppi nel sud del mondo hanno svolto il preciso compito di occidentalizzare i propri paesi, presentandosi come vittime da liberare non da oppressori stranieri, ma dalle loro stesse radici e tradizioni. In tal modo, promuovono l’accettazione di una invadente colonizzazione culturale e ideologica da parte dell’Occidente.

La diffusione nel mondo di questa ideologia non può essere contrastata con la tolleranza, poiché l’imperialismo neocapitalista non la permette nella realtà, la utilizza solo quando gli fa comodo.

La rinuncia alla propria cultura, avvenuta anche da parte di noi europei, è da considerarsi come una resa al falso multiculturalismo superficiale e semplicistico promosso dai colossi tecnologici e mediatici come Amazon, Apple e Disney.

Naturalmente non dobbiamo in nessun modo chiuderci nei confronti dei popoli del mondo, non dobbiamo tornare ai nazionalismi e ai falsi sovranismi, al contrario. Dobbiamo promuovere la convivenza tra tutte le culture diverse, dobbiamo interconnetterci e essere dialoganti con tutti, questo il vero multipolarismo dei popoli che è più che auspicabile.

La nostra resistenza richiede il rifiuto del l’ideologia neoliberista iniziando ad opporci all’omologazione culturale imposta dal neoliberismo globale.

Tutti noi dovremmo cercare il

miglior modo per avere una piena emancipazione partecipativa e democratica deliberativa delle person umane in tutti i Paesi del mondo. Bisogna provare a cercare la migliore soluzione possibile che permetta la convivenza pacifica e collaborativa tra tutti gli esseri umani attraverso il continuo “reciproco riconoscimento”. Questo si ottiene mettendo sempre in evidenza ciò che accomuna l’umanità, cercando il modo migliore per avere un dialogo fattivo tra tutte le culture. A partire dalla ricerca del modo migliore per ottenere il rispetto reale e fattivo dei diritti umani fondamentali in tutte le società contemporanee.

1 Giugno 2026 0 Commenti
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Politica

OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA

di Vincenzo NOTARANGELO 31 Maggio 2026
Scritto da Vincenzo NOTARANGELO

La Repubblica italiana compie 80 anni, tanti ne sono passati da quel 2 giugno 1946, quando, con     il Referendum istituzionale, il popolo scelse la forma repubblicana per l’Italia e le donne, per la prima volta, votarono come cittadine a pieno titolo. Un anniversario è sempre un anniversario. 

Ma dopo i festeggiamenti con la pomposità dei cerimoniali cosa resterà? Immagino ben poco.

Certamente è giusto festeggiare 80 anni di libertà e democrazia ma il valore della Liberazione fatta dalla Resistenza non si esaurisce nella fine del regime fascista quanto piuttosto continua nella necessità di trasformazione vera della nostra società. Il senso della Repubblica non si ferma all’aversi dato una forma costituzionale stabile ed una architettura istituzionale idonea a evitare la sopraffazione di un potere su un altro ed il ritorno alla dittatura.

La Repubblica ha il compito di perseguire quel principio che i Padri Costituenti hanno scolpito nella nostra carta costituzionale all’art. 3 quando hanno affidato alla Repubblica il compito di emancipare il popolo italiano liberandolo da tutti gli ostacoli economici e sociali che impediscono la piena crescita personale e collettiva del cittadino. 

La Repubblica, quindi, non può semplicemente affermare dei principi altrimenti, come tutte le dichiarazioni d’intendi non seguite dai fatti, essi si trasformerebbero in inutili scatole vuote. La Repubblica è chiamata ad agire per garantirne effettivamente il godimento attraverso il pragmatico riconoscimento di diritti; servono, insomma, azioni e disposizioni concrete! 

Non dico che non si è fatto nulla in questi 80 anni ma che vi è tanto ancora da fare, a cominciare dalla vera attuazione dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione che, affrancando da ostacoli e difficoltà, realizzano una reale eguaglianza fra i cittadini. Senza vera giustizia sociale non ha senso neanche la Repubblica. 

Il suo valore sta nel suo progetto, che è di alternativa all’esistente, contro le guerre, la disumanizzazione, la sopraffazione e la legge del più forte.

Non si tratta di rompere soffitti di cristallo per qualcuna, ma di costruire un pavimento solido per tutti dove potersi alzare in piedi e camminare. 

Spero che a Roma, almeno in questi giorni, tra cavalli al trotto e divise tirate a lucido, bei vestiti e lustrini, tartine con caviale e calici alzati al cielo qualcuno si ricordi anche che la Repubblica non va solo festeggiata ma pure attuata.

31 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?

di Fernando PETRIVELLI 24 Maggio 2026
Scritto da Fernando PETRIVELLI

Potenza emergente, potenza dominante e le periferie di crisi del XXI secolo

Quando, nel loro più recente faccia a faccia, Xi Jinping ha guardato Donald Trump e gli ha ricordato la Trappola di Tucidide, non si è trattato di un esercizio accademico. Era un messaggio strategico: Cina e Stati Uniti non sono condannati alla guerra, ma solo a condizione che Washington accetti il nuovo equilibrio.

Il concetto – formulato dallo storico di Harvard Graham Allison nel saggio: Destinati alla guerra – Fazi Editore – descrive il meccanismo ricorrente per cui, su sedici casi storici in cui una potenza emergente ha sfidato quella dominante, dodici si sono conclusi con un conflitto armato. Il precedente archetipico è Atene contro Sparta: la paura della potenza in ascesa spinge quella consolidata a reagire prima che sia troppo tardi, e la potenza emergente interpreta ogni resistenza come un tentativo di soffocamento.

Xi ha citato Tucidide per dire: noi conosciamo la trappola, evitiamola. Ma la domanda cruciale è se i fatti – al di là delle parole – non stiano già trascinando le due superpotenze verso quella soglia.

La trappola non scatta in un giorno. Si prepara attraverso l’accumulo di tensioni strutturali che, interagendo, riducono progressivamente lo spazio del compromesso.

La competizione non è più solo economica. È tecnologica (semiconduttori, IA, spazio), militare (Indo-Pacifico, Mar Cinese, Golfo Persico), normativa (standard globali, governance digitale). Ogni dominio alimenta l’altro: chi controlla i chip controlla le armi; chi controlla le rotte controlla i mercati.

Il predominio del biglietto verde non è più un dato di natura. L’uso sistematico delle sanzioni finanziarie come arma geopolitica ha spinto decine di Paesi – non solo rivali, ma anche partner – a cercare vie alternative: transazioni in yuan, accordi bilaterali in valute locali, piattaforme di pagamento parallele. La de-dollarizzazione è lenta, ma la sua direzione è chiara. E con essa si erode il “privilegio esorbitante” che consente a Washington di finanziare il proprio apparato militare globale a costi contenuti.

Gli Stati Uniti mantengono basi in oltre settanta Paesi, finanziano alleati su ogni continente e sostengono simultaneamente più teatri di crisi. Ma lo fanno con un debito pubblico che supera il 120% del PIL e un servizio del debito che assorbe quote crescenti del bilancio federale. Il margine fiscale si restringe; la polarizzazione interna rende ogni stanziamento militare una battaglia politica. La potenza dominante scopre che il costo dell’egemonia cresce più rapidamente delle risorse disponibili: è esattamente la dinamica che Tucidide osservava in Sparta.

Là dove l’egemone si ritrae – per stanchezza, distrazione o incapacità – altri si inseriscono. L’America Latina (Cuba oppure il Venezuela ante rapimento Maduro) vede una presenza cinese e russa impensabile vent’anni fa. Il Medio Oriente si riorganizza attorno a equilibri autonomi. L’Africa guarda a Pechino. Ogni alleato perduto è un segnale: la garanzia americana vale meno di ieri e le vicende belliche in corso nel Golfo Persico stanno a testimoniare la drammatica perdita di presa egemonica degli USA su quel quadrante geostrategico di primaria importanza.

Se la Trappola di Tucidide è un meccanismo strutturale, le aree di crisi ne sono i detonatori potenziali.

Taiwan è il caso più puro. Un’isola che Pechino considera propria, che Washington si è impegnata a difendere e che produce il 90% dei semiconduttori avanzati del pianeta. Qui il calcolo razionale può saltare: basta un incidente, un’elezione, un cambio di tono.

Ucraina – La guerra di Mosca contro Kiev è, nel quadro della Trappola, un effetto collaterale: la Russia agisce anche perché percepisce che il momento di massima forza relativa sta passando e che la NATO si allarga. Ma il conflitto assorbe risorse occidentali, distrae Washington e cementa l’asse Mosca – Pechino.

Palestina e Gaza – Non è un conflitto bilaterale: è un moltiplicatore di instabilità regionale che coinvolge Iran, Paesi del Golfo, rotte energetiche. Ogni escalation erode la credibilità americana come mediatore e apre spazi diplomatici a Pechino e Mosca.

Iran – Nodo tra energia, nucleare e rete di attori non statali. Teheran è ormai integrata nell’orbita sino-russa: un conflitto diretto con l’Iran equivarrebbe a un confronto indiretto con le due grandi potenze rivali.

Cuba e Venezuela – avamposti simbolici nel “cortile di casa” americano – oggi riforniti militarmente e sostenuti politicamente da Mosca e Pechino. Piccoli focolai, ma con una funzione strategica: dimostrare che l’egemone non controlla nemmeno il proprio vicinato.

La trappola è evitabile?

Tucidide non era un determinista. E nemmeno Allison. Quattro dei sedici casi storici studiati si sono risolti senza guerra. Ma in quei casi le potenze coinvolte hanno saputo costruire meccanismi di gestione della rivalità: regole condivise, canali di comunicazione permanenti, sfere di influenza riconosciute.

Oggi, invece, si osserva il contrario: 

1) le istituzioni multilaterali (ONU, WTO, FMI) sono paralizzate o delegittimate;

2) i canali di comunicazione militare diretti tra USA e Cina funzionano a intermittenza; 

3) la retorica interna – su entrambi i lati del Pacifico – premia la durezza, non la moderazione.

Xi ha citato Tucidide. Ma citare la trappola non equivale a evitarla.

24 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

L’ISTAT CERTIFICA I NUMERI DI UN VERO DISASTRO

di Michele BLANCO 23 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

Da poche ore è stato presentato il Rapporto ISTAT per l’anno 2026. Si certifica, un dato gravissimo, infatti 6,6 milioni di italiani dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini che pure desiderano, per la poca disponibilità di reddito disponibile e le incertezze che vedono per il futuro. Per i nati tra il 1980 e il 1994, si sta verificando l’aumento assoluto la quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso. In buona triste sostanza per i figli degli anni ’80 stare peggio economicamente dei genitori è molto più probabile che avere la possibilità di salire di classe sociale, la mobilità discendente raggiunge il 27,1% dei casi.

L’Italia del secolo scorso grazie a crescita economica, industrializzazione e la grande diffusione dell’istruzione superiore i figli, anche provenienti da famiglie povere, riuscivano molto spesso a migliorare la propria posizione economica e sociale rispetto a quella dei genitori, oggi tutto questo è solo un lontano ricordo. A questo punto sostenere che l’ascensore sociale è bloccato sarebbe però un eufemismo, la realtà economica e sociale si muove, solo in discesa. Nell’Italia del 2026 per i trentenni e quarantenni, provenienti da famiglie della classe media, con genitori liberi professionisti o colletti bianchi il rischio di scivolare verso lavori a più bassa qualificazione e poco pagati è molto maggiore rispetto alla probabilità di riuscire a salire nella scala sociale. Una tendenza che aveva iniziato ad emergere dalle precedenti analisi annuali dell’Istat, ma ora si sta fortemente accentuando. È una vera inversione netta rispetto alla dinamica sociale prevalente per le generazioni del dopoguerra, nelle quali i passaggi verso classi sociali più elevate erano molto più frequenti di quelli verso il basso. Infatti paragonando la posizione lavorativa dei nati prima del 1950, tra ’50 e ’64, tra ’65 e ’79 e tra ’80 e ’94, quel che è emerge in modo eclatante è che la classe dei medi dirigenti e professionisti, che tra le generazioni dei genitori era passata dal pesare il 5,4% fino al 17,7%, ha una crescita molto più contenuta tra i figli, che va dal 15,5 al 19,2%.

All’estremo opposto diminuiscono gli operai delle grandi fabbriche con salari dignitosi, mentre aumentano i lavoratori a bassa qualificazione nei servizi, con salari molto bassi, che risultano essere quantitativamente, in tutte le generazioni “circa il doppio rispetto ai genitori” e toccano il 20% in quella generazione nata tra il 1980 e il 1994.

Naturalmente nel nostro Paese l’origine familiare continua a influenzare le opportunità di vita, la possibilità di avere buoni lavori e di fare carriera, ma ora si scopre che nel lungo periodo persino l’ereditarietà della posizione sociale è in effetti diminuita. Oggi il peso delle origini solo per le classi sociali più elevate conta leggermente meno che in passato. Infatti l’indicatore usato dall’Istat per stimare quanto la posizione dei genitori condizioni quella dei figli passa da 2,2 per la generazione più anziana a 1,7 per quella più giovane. Il problema grave è che chiaramente si sono ridotte le opportunità disponibili, semplificando il numero dei posti, ai piani alti della struttura occupazionale e della gerarchia economica e sociale, sono nettamente diminuiti. Essendo, quindi, meno posti disponibili sono pochi che arrivano ad occuparli. Mentre per i figli, della alta borghesia, cioè dei grandi imprenditori e degli alti dirigenti, la possibilità di rimanere nella stessa classe sociale è ancora di oltre 10 volte più elevata rispetto a chi proviene da origini più umili. Al contrario, oggi “per i figli degli operai non qualificati le probabilità di raggiungere la classe più elevata sono molto basse”, se non nulle, come attesta chiaramente l’Istat.

Nella società italiana la possibilità di salire nella posizione di classe è diventato assolutamente difficile anche per chi si impegna con grande sforzo e studia di molto di più. Il rapporto mostra, con grande evidenza, infatti un progressivo indebolimento della capacità dell’istruzione di garantire anche una minima protezione sociale. Tra i laureati nati prima del 1950, oltre l’80 % di essi finivano per entrare a far parte delle classi sociali più elevate, diventavano grandi imprenditori, dirigenti e professionisti importanti, mentre nella generazione più giovane la quota scende notevolmente e inesorabilmente. Anche tra i diplomati aumenta inesorabilmente la presenza nei lavori a bassa qualificazione del terziario: dal 12,1% delle generazioni più anziane al 26,7% di quelle nate tra il 1980 e il 1994.

Inoltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con grandissime difficoltà.

Le aree interne mostrano un crescente processo di marginalizzazione e di continuo spopolamento.

Il Rapporto ISTAT 2026 conferma ed evidenzia che la povertà diffusa attanaglia buona parte del Centro-Sud, oltre alle differenze retributive e aspettative lavorative per i giovani laureati in tutto il Paese.

Dal punto di vista demografico le nascite sono ad un nuovo record negativo dal 1861, la popolazione anziana (età media salita ancora, record europeo), giovani/adulti sempre più in fuga all’estero e se ne guardano bene dal ritornare in un paese senza prospettive, mentre le famiglie si rimpiccioliscono.

Il Sud che si sta letteralmente svuotando. L’Istat nel precedente rapporto parlava di vero e proprio tsunami demografico, una cosa mai vista al mondo. Si prevede che nel 2070 la popolazione totale della Campania avrà un milione e mezzo di residenti in meno, che corrisponde alle attuali popolazioni di Irpinia, Sannio e della provincia di Caserta. Un processo che sembra ogni anno di più diventare irreversibile.

I giovani, e meno giovani, sono costretti a emigrare per trovare condizioni di lavoro dignitose e possibilità di vita migliori. Ma non solo fuggono dal Sud, i dati presentati dall’Istat confermano che negli ultimi anni anche dal Nord si emigra, con una grande impennata netta rispetto a pochi anni fa.

La prima cosa da fare sarebbe quella di aiutare le famiglie ad avere la possibilità di fare figli e a crescerli dignitosamente, invece di tagliare, sempre più, su asili, sanità, scuola e welfare oltretutto, in modo vergognoso e inaccettabile: per COMPRARE ARMI.

23 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

L’UNIONE EUROPEA STA DISSANGUANDO I SUOI CITTADINI

di Michele BLANCO 22 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

USA e Russia, di fatto, pensano a garantire ognuno al proprio Paese le migliori condizioni possibili.

Trump ha prolungato infatti di altri trenta giorni la sospensione delle sanzioni alla Russia, consentendo agli americani il ritorno a condizioni economiche più favorevoli, questa sospensione delle sanzioni che, secondo i ben informati, sarà ulteriormente prolungata.

Putin torna quindi a vendere a buon prezzo gas e petrolio agli USA, come fa all’India e a chiunque nel mondo voglia acquistare petrolio e gas russo a prezzi bassi, gli USA possono continuare a vendere il loro costosissimo gas liquefatto a prezzo triplicato a noi poveri idioti europei. Questo perché noi europei continuiamo a imporre le nostre inutili sanzioni alla Federazione Russa. Intanto l’ISTAT, a riguardo della situazione italiana, ci dice che mette aumentiamo le costosissime e inutili spese militari, 11 milioni di persone sono a rischio di povertà assoluta; giovani abbandonati e privi di lavoro decentemente retribuiti scappano all’estero;

Scende ancora e inevitabilmente la natalità, le coppie che vorrebbero avere figli si preoccupano dell’incerto futuro; il nostro Paese è l’ultimo in Europa per crescita economica prevista. Per tre anni consecutivi si è registrato il calo della produzione industriale.

Intanto le bollette italiane esorbitanti anche per i massicci acquisti dagli Usa del costosissimo Gnl. Il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha portato aumenti del gas in Italia a +50%, bollette +15%, che comportano a 600€ in più all’anno a famiglia e siamo solo all’inizio perché non sappiamo ancora esattamente quanto ci costerà la crisi di Hormuz.

Questo è il resoconto dell’ISTAT, che notoriamente si basa su dati di fatto, non opinioni.

Secondo il Centro Studi di Confindustria, in cui il conflitto prosegua fino a fine anno, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%).

“Il rincaro dei prezzi di petrolio e gas presi insieme, espressi in euro, nel 2026 è ipotizzato pari al +12% rispetto al 2025”. Con quattro mesi di guerra si “arriva al +60%”. Con 9 mesi di conflitto “sale addirittura al +133%”. Questo significa, meccanicamente e per il solo impatto diretto sui prezzi energetici al consumatore finale, un potenziale aumento di oltre +13 punti dell’inflazione nello scenario peggiore rispetto al 2025 e +6 punti nello scenario intermedio.

A questo impatto diretto vanno aggiunti gli effetti secondari, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l’aumento dei costi energetici che “in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale”.

Ma a questo punto la domanda da farci è: ci meritiamo questa cosiddetta “classe dirigente”?

22 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

SCRITTE  D’ODIO  E  SIMBOLI  NAZISTI  PER  LA  TERZA  VOLTA  IN  UN  MESE  NEL  FRUSINATE

di Marco MADDALENA 21 Maggio 2026
Scritto da Marco MADDALENA

Chissà se l’imbecille che ha colpito la sede del Partito Democratico di San Giorgio a Liri  ancora una volta con scritte e simboli nazisti conosce la storia di Luigi Di Rosa a cui è intitolata la sezione?

L’uccisione a colpi di pistola per mano fascista del giovane Luigi di solo 21 anni la sera del 28 maggio 1976 a Sezze  durante un comizio dell’allora msi, a me l’ha raccontata mio padre. 

Come mi ha raccontato che, dopo qualche giorno da quel vile gesto, ci fu un comizio dei “post-fascisti” proprio a Ferentino e il clima era veramente teso ed i militanti del PCI di Ferentino organizzarono un presidio democratico lungo tutta la piazza Matteotti per evitare che si potesse ripetere la stessa violenza del comizio di Sezze. 

Colpire quella sede vuole dire colpire nuovamente la memoria del giovane Luigi Di Rosa e i valori antifascisti della nostra Costituzione. 

La risposta migliore è incontrarsi di fronte la sezione del PD di San Giorgio a Liri e raccontare la storia di Luigi Di Rosa alle nuove generazioni, come mio padre ha fatto con me, e chi sa se ad ascoltare ci sarà anche l’imbecille … 

21 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

LA VERGOGNA DEL VOTO AL PARLAMENTO EUROPEO

di Michele BLANCO 21 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

Il 20 maggio 2026 il Parlamento europeo bocciava con un voto il giustissimo emendamento che chiedeva l’immediato embargo delle armi che transitano dagli Stati aderenti all’Unione Europea verso Israele. L’emendamento prevedeva il totale divieto di vendita, trasferimento e transito di armamenti, munizioni e materiale militare verso lo Stato pirata, violentatore di persone inermi, anche cittadini della stessa Unione europea. Si trattava di un voto chiaro che rappresentava una dichiarazione politica con conseguenze concrete, e chi lo ha espresso ne porta la gravissima responsabilità.

L’emendamento, firmato dall’eurodeputato Danilo Della Valle e inserito nel rapporto Kovatchev relativo alla 81ª sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, non chiedeva nulla di strano o di rivoluzionario, chiedeva di la legge democratica espressa nel diritto internazionale.

La vendita di armi a un Paese che le utilizza contro popolazioni civili inermi e indifese, come ampliamente documentato da organi ONU, corti internazionali e centinaia di organizzazioni per i diritti umani, è ovviamente già proibita da tutte le convenzioni che gli Stati europei hanno ratificato, firmato e sottoscritto. Eppure il parlamento europeo ha votato chiaramente contro la legge, tutte le convenzioni se firmate e ratificate dagli Stati sono leggi a tutti gli effetti degli Stati, e il diritto internazionale.

Bisogna stare attenti a chi ha permesso tutto questo, hanno votato sì all’emendamento favorevole all’embargo alle armi a Israele, tra i rappresentanti italiani al parlamento europeo, compatti il M5S e l’Alleanza Verdi e Sinistra, gran parte del Pd, mentre tre europarlamentari del Pd hanno deciso di astenersi, una forma di non-scelta che in un voto così importante per la difesa dei diritti umani fondamentali equivale chiaramente a un voto contrario.

Hanno votato contro, in modo chiaro ed esplicito, gli europarlamentari italiani di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. La stessa destra che nelle ore precedenti aveva espresso “condanna” per le immagini degli attivisti della Flotilla umiliati, torturati, legati dalle forze illegali israeliane ha scelto, in sede di voto, di non sospendere nemmeno un singolo trasferimento di materiale bellico a chi illegalmente arresta, tortura, dileggia cittadini italiani.

Per tutti gli studiosi di filosofia polititica il meccanismo della responsabilità politica è molto semplice, chi approva o non blocca il trasferimento di armi verso un contendente in conflitto, specie quando quel conflitto è oggetto di indagini per crimini di guerra e Genocidio da parte della Corte penale internazionale, non può fare finta di niente deve prendere chiaramente posizione e se si vuole essere dalla parte della democrazia e del diritto internazionale votare chiaramente a favore dell’emendamento che chiedeva di non inviare armi.

Questo perché le armi non sono mai neutrali, sono strumenti di morte. Ogni munizione ha una provenienza, ogni contratto ha una firma e ogni voto parlamentare è un atto di responsabilità politica, oltre ad essere pubblico.

Questa votazione degli europarlamentari italiani ci dimostra chi è legato l’industria del genocidio, che esporta armi verso Israele, che, inoltre, traccia un filo diretto tra la libby dell’industria della morte e alcuni politici eletti.

L’emendamento purtroppo è caduto, quindi le armi prodotte anche in Italia continueranno ad arrivare ai massacratori di Gaza, del Libano, della Cisgiordania, della Siria, dello Yemen, dell’Iran, ma il voto è rimasto agli atti e resterà disponibile ogni volta che si vorrà valutare chi ha scelto di interrompere la catena tra la produzione di armi e il loro utilizzo contro la popolazione civile, e chi ha scelto di lasciarla continuare indisturbata.

In democrazia, le responsabilità si assegnano attraverso i voti espressi anche nel Parlamento europeo.

Gli europarlamentari del Partito Democratico Giorgio Gori, Irene Tinaglia e Camilla Laureti hanno adottato la decisione di astenersi permettendo cosi agli strumenti di morte e di tortura di continuare ad essere inviati a Israele.

Il grande studioso italiano Norberto Bobbio ha dedicato la sua riflessione filosofico politica a un problema che potrebbe sembrare astratto ma non lo è mai, mettendo in rilievo la distinzione tra chi agisce e chi si astiene dall’agire, e la responsabilità morale, oltre che politica, che entrambe le posizioni comportano.

In “Il problema della guerra e le vie della pace” (Il Mulino1979), Bobbio sviluppa una tesi molto importante: il “terzo”, colui che si chiama fuori da un conflitto, chi sceglie la posizione del non-schieramento, non è mai neutrale. Egli è un attore. La sua assenza dal campo non annulla il suo peso sulla bilancia: semplicemente lo trasferisce a chi è rimasto.

In una votazione, come quella del parlamento europeo, binaria (sì o no, embargo o non embargo) l’astensione riduce il numero dei voti validi favorevoli senza ridurre quelli contrari. Chi si astiene su un’iniziativa di pace o di tutela dei civili, in un’aula dove la maggioranza vota per la guerra o per il suo finanziamento, contribuisce oggettivamente a favorire quel risultato. Bobbio era anche lucidissimo sul ruolo degli intellettuali e dei rappresentanti politici nei momenti storici che richiedono scelte nette. Scriveva che la democrazia non è solo la somma delle libertà individuali, ma il sistema che rende le scelte collettive responsabili e tracciabili.

Ogni mandato parlamentare è un atto di delega fiduciaria, gli elettori che votano, eleggono qualcuno perché scelga al loro posto, anche quando la scelta è difficile. Non perché si sottragga, o favorisca i guerrafondai, nel momento in cui è più difficile scegliere.

Un embargo sulle armi verso un Paese che usa quelle armi contro civili non è un atto di ostilità diplomatica, ma di garanzia per le vite dei civili innocenti. Garanzia che i diritti umani fondamentali non vengano violati con strumenti di morte e tortura che noi produciamo e vendiamo. Astenersi su questo tipo di voto significa, nel lessico filosofico politico di Bobbio, scegliere la dichiarazione senza dare la garanzia: i bei comunicati stampa, non servono a nulla, senza il voto contrario alla vendita delle armi che li renderebbe concreti.

Il gravissimo atto contenuto nell’astensione di Laureti, Gori e Tinagli non è una questione privata, ma una questione di grande rilevanza pubblica, nel senso intesi dal Filosofo Habermas: una mancanza esercitata nella sfera pubblica, con gravissime conseguenze pubbliche, da chi ha ricevuto un mandato politico pubblico, attraverso l’elezione a parlamentari europei nelle lista del Pd, il comportamento di questi 3 europarlamentari dovrebbe essere portato alla conoscenza dell’elettorato che ha votato Pd alle ultime elezioni europee.

21 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DEL SENATORE DEMOCRATICO BERNIE SANDERS

di Michele BLANCO 18 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

Nel suo ultimo libro, appena uscito in Italia: Contro l’oligarchia, Chiarelettere 2026, Bernie Sanders, partendo dal descrivere la società statunitense e i rapporti di potere in essa esistenti, ci spiega molto bene chi ci comanda realmente nel mondo contemporaneo. Egli ci spiega come siamo condizionati dall’oligarchia che è un sistema in cui pochi individui estremamente ricchi controllano la vita economica, politica e mediatica di una nazione. È un sistema in cui le possibilità reali delle persone normali, la stragrande maggioranza della popolazione, di determinare il futuro personale e attraverso le scelte democratiche l’indirizzo politico del proprio paese è assolutamente minimo e di sola facciata. In particolare se si è statunitensi americani, questo è il sistema politico-economico in cui si vive. E sta diventando inesorabilmente, sempre di più, il sistema che governa le persone in quasi tutti i paesi della Terra.

Oggi negli Stati Uniti d’America ci sono molte più disuguaglianze di possibilità, di reddito e di ricchezza che in qualsiasi altro momento nella storia della nazione. Mai come adesso le cose sono andate tanto bene solo alle persone che stanno al vertice della piramide economica e sociale. Intanto, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, la classe media fatica a pagare l’affitto, a mettere il cibo in tavola e a far fronte alle costosissime e privatizzate spese sanitarie. I poveri vivono nella totale sussistenza, subalternità e disperazione. Oggi un solo uomo, Elon Musk, possiede più ricchezza del 52 per cento delle famiglie americane più povere. Una vergognosasituazione. Un solo uomo, con un patrimonio di quasi 400 miliardi di dollari, oggi possiede più ricchezza del 52 per cento delle famiglie americane più povere. L’1 per cento più ricco possiede una ricchezza maggiore del 93 per cento più povero. E gli amministratori delegati delle grandi aziende guadagnano 350 volte di più del dipendente medio.

Ma non sono solo le disparità di reddito e di ricchezza a fare di questo sistema un’oligarchia. Oggi negli Stati Uniti abbiamo una concentrazione, in poche mani, di proprietà mai vista prima, con poche grandi aziende che controllano settori su settori della nostra economia e influenzano tutte le scelte politiche.

Ci spiega Sanders: “Volete sapere perché nei negozi di alimentari di questo paese i prezzi della carne di manzo, di maiale e di pollo sono così alti? Be’, forse dipende dal fatto che appena quattro aziende americane controllano l’80 per cento della lavorazione della carne bovina, il 70 per cento di quella suina e quasi il 60 per cento del pollame”.

Questo non avviene solo nel settore agricolo. Lo stesso vale per i trasporti, i servizi finanziari, l’energia, la sanità, le grandi aziende tecnologiche, insomma vale per tutti bi settori della vita economica. Negli Stati Uniti di oggi una piccola manciata di multinazionali decide cosa viene prodotto, come vengono trattati i dipendenti e i, soprattutto, prezzi che si dovranno venderei prodotti. Ma chiediamoci chi possiede queste multinazionali, sembra incredibile appartengono solo a tre grandi società di Wall Street. Vanguard, BlackRock e State Street, che sono i principali azionisti del 95 per cento delle società quotate nell’indice S&P 500. In altre parole, hanno un’influenza assoluta su centinaia di aziende che danno lavoro a milioni di lavoratori statunitensi e dunque, di fatto, sull’intera economia nazionale.

Basti pensare a chi possiede la General Motors. Facile, i suoi tre maggiori azionisti, che la controllano totalmente, sono Vanguard, BlackRock e State Street.

Ancora sappiamo chi possiede la Ford, che di General Motors dovrebbe essere un concorrente. Se avete pensato a Vanguard, BlackRock e State Street, esattamente in quest’ordine, ci avete indovinato.

Per quanto riguarda le grandi compagnie petrolifere, ExxonMobil e Chevron, nemmeno a averci un minimo dubbio, i principali azionisti sono: Vanguard, BlackRock e State Street.

Che dire di Pfizer, Merck e Johnson & Johnson, tre gigantesche aziende farmaceutiche, idem i principali azionisti sono: Vanguard, BlackRock e State Street che le possiedono tutte e tre.

Negli ultimi anni, sia come presidente sia come principale esponente della minoranza della commissione del senato Health, Education, Labor and Pensions (Sanità, Istruzione, Lavoro e Pensioni, HELP), ho sostenuto i lavoratori sindacalizzati che erano impegnati a lottare contro diverse aziende per ottenere salari, benefit e condizioni di lavoro migliori. E ogni volta che ho contattato i dirigenti e manager di queste società mi è stato detto chiaro e tondo: «I titolari non siamo noi, sono altri».

Questo veramente opaco accorpamento del potere rende più difficile far sì che i proprietari rispondano in nessun modo delle loro azioni.

Anche i mass media, che dovrebbero informarci in modo obiettivo su ciò che accade nella politica, società degli Stati Uniti e nel mondo, oggi sono controllati da un pugno di giganteschi conglomerati internazionali, controllati e di proprietà di pochissimi ultra miliardari. Ecco perché le questioni che interessano la classe lavoratrice degli Stati Uniti, come pure le analisi approfondite delle dinamiche di ricchezza e potere, ottengono uno spazio relativamente esiguo e non sono per nulla trasparenti. Ecco perché non c’è mai stato un programma televisivo incentrato sul motivo per cui gli Stati Uniti, unici tra i paesi ricchi, non garantiscono l’assistenza sanitaria per tutti i cittadini né assicurano congedi retribuiti per motivi familiari e medici. Ecco perché non sentiamo praticamente mai parlare del crescente costante e assoluto divario tra ricchi e poveri. Argomenti del genere non interessano particolarmente ai miliardari che possiedono le reti televisive e i giornali.

Negli USA di oggi abbiamo una concentrazione mediatica più alta che mai. Sei multinazionali dell’informazione controllano da sole il 90 per cento di ciò che gli statunitensi vedono, ascoltano e leggono. Possiedono sia i media tradizionali, giornali, radio, reti televisive e studi cinematografici, e gran parte dei social media e internet.

Elon Musk, l’uomo più ricco della Terra, possiede X (ex Twitter); Jeff Bezos, la quarta persona più ricca al mondo, possiede il «Washington Post», Amazon Prime e la piattaforma di streaming Twitch; e Mark Zuckerberg, attualmente il terzo uomo più ricco del pianeta, possiede Meta, che controlla Instagram, Facebook e WhatsApp. Larry Ellison, il secondo uomo più ricco della Terra, ha appena acquistato la Paramount, che detiene la CBS. Rupert Murdoch, un altro multimiliardario, possiede la Fox, il «Wall Street Journal», il «New York Post», la HarperCollins e altri media di destra in tutto il mondo. I miliardari possiedono e controllano praticamente tutti i maggiori quotidiani e le principali reti radiofoniche degli StatiUniti.

L’oligarchia odierna non solo ha prodotto una disparità di reddito e di ricchezza senza precedenti. Non solo ha creato una concentrazione di proprietà mai vista prima. Ci ha dato anche un sistema politico estremamente corrotto, fortemente dominato dai miliardari e dai loro potentissimi comitati di azione politica. Le elezioni americane ormai riguardano sempre meno i candidati e le idee. Hanno a che fare piuttosto con la competizione tra gli spot pubblicitari prodotti dai comitati sotto il controllo dei miliardari.

Infatti dal 2010 la Corte suprema degli Stati Uniti ha stabilito, con cinque voti contro quattro nel caso Citizens United, che i miliardari potevano spendere quanto volevano per le campagne politiche. Ed è esattamente quello che stanno facendo. Dopo quella sentenza i finanziamenti politici per le elezioni sono aumentati di oltre il 1600 per cento. Nelle elezioni del 2024 cento famiglie miliardarie hanno speso 2,6 miliardi di dollari, il doppio rispetto a quanto avevano speso nel 2020.

Elon Musk da solo ha speso 290 milioni di dollari per eleggere Trump. E si capisce perfettamente perché lo abbia fatto: È diventato la persona più potente del governo e ha potuto istituire il Department of Government Efficiency (dipartimento per l’Efficienza governativa, DOGE), dove gli è stato permesso di mettere in atto la sua ideologia di estrema destra, assolutamente antiegualitaria, smantellando le agenzie federali e licenziando decine di migliaia di dipendenti.

Ma l’impatto di un sistema di finanziamenti elettorali corrotto va oltre le campagne presidenziali. Arriva dritto al cuore del processo democratico legislativo che si svolge a Washington.

All’inizio del luglio 2025, i repubblicani al congresso hanno approvato il Big Beautiful Bill di Trump, la legge più distruttiva nella storia moderna degli Stati Uniti. Mentre da un lato garantisce sgravi fiscali per 1.000 miliardi di dollari all’1 per cento più ricco della popolazione, dall’altro prevede tagli massicci al programma di assistenza sanitaria Medicaid, all’aiuto alimentare per i poverie e all’istruzione pubblica.

Quasi tutti i membri repubblicani della camera e del senato hanno votato a favore di questa legge terribile. Ma chiediamoci il perché? Pensate che non fossero consapevoli dell’impatto che questi enormi tagli al Medicaid e all’Affordable Care Act, la legge sull’assistenza sanitaria accessibile, avrebbero avuto sui loro elettori, molti dei quali sono poveri e appartengono alla classe operaia? Lo sapevano eccome. Ma sapevano anche che, se avessero votato contro, il giorno dopo quegli oligarchi dotati di risorse illimitate avrebbero annunciato che i loro potenti comitati di azione politica avrebbero fatto correre e finanziato altri candidati contro di loro alle successive elezioni. E con ogni probabilità li avrebbero sconfitti.

È precisamente ciò che è successo al senatore del North Carolina Thom Tillis. Questi ha dichiarato che si sarebbe opposto a questo spaventoso disegno di legge perché avrebbe causato la perdita dell’assicurazione sanitaria per oltre 650.000 persone nel suo stato. Il giorno dopo Trump lo ha criticato senza pietà e ha minacciato di indire primarie per il suo seggio. Poche ore più tardi Tillis ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che non si sarebbe ricandidato. Gli oligarchi non accettano mai un no come risposta alle loro pretese. Si aspettano che i candidati eletti con i loro finanziamenti eseguano letteralmente gli ordini e facciano ciò che viene detto loro di fare.

Ma a soddisfare le esigenze di chi aveva riccamente finanziato la campagna elettorale non era solo il Big Beautiful Bill. Nel dicembre 2024, dopo negoziati difficili durati mesi, il senato e la camera hanno annunciato di aver raggiunto un accordo bipartisan su un importante disegno di legge relativo agli stanziamenti. In qualità di presidente della commissione HELP ho avuto un ruolo di rilievo in quei negoziati e ho lavorato duramente per inserire nel pacchetto i finanziamenti necessari ad ampliare l’assistenza sanitaria di base, l’assistenza odontoiatrica, l’assistenza alla salute mentale, i programmi nutrizionali per gli anziani e quelli di apprendistato per i giovani adulti. Ci spiega Sanders che l’accordo bipartisan non comprendeva tutto ciò che avrebbe voluto, non ci si avvicinava nemmeno. Ma era molto meglio di niente e avrebbe, di fatto, dato respiro a milioni di americani in difficoltà.

Proprio mentre il congresso stava per approvarlo, il disegno di legge sugli stanziamenti è stato silurato da una serie di tweet di Elon Musk, il quale, tra le altre cose, si impegnava a sostenere sfidanti alle primarie contro chiunque avesse osato votare a favore. E così, in un attimo, mesi di faticosi negoziati sono andati in fumo. Musk ha parlato attraverso tweet e il disegno di legge è morto definitivamente. Milioni di persone ne soffriranno le conseguenze.

Ma, ovviamente, non sono soltanto i repubblicani a subire l’influenza finanziaria dei miliardari. Gli oligarchi hanno un potere enorme anche sul Partito democratico. Ecco alcuni esempi recenti.

Pur senza raggiungere le cifre dei loro corrispettivi repubblicani, oltre ottanta miliardari democratici hanno donato centinaia di milioni di dollari per cercare di far eleggere Kamala Harris alle presidenziali del 2024. A mio avviso, la pesante ingerenza che hanno esercitato sulla sua campagna le è costata un’elezione che avrebbe dovuto, potuto vincere. Invece di concentrarsi sulla sfida ai più forti interessi di parte, e di mettere in chiaro che avrebbe lottato per il bene dellavclasse lavoratrice del paese, Harris ha condotto una campagna volta a non inimicarsi gli imprenditori e gli oligarchi. D’altronde, uno dei suoi principali portavoce è stato il miliardario Mark Cuban.

L’influenza dei miliardari sul Partito democratico va ben oltre le campagne elettorali. Agisce infatti anche sulle decisioni riguardanti alcune delle questioni morali e di politica estera più significative che ci troviamo ad affrontare. Il 7 ottobre 2023 Hamas, un’organizzazione terroristica, ha compiuto un terribile attacco contro Israele causando la morte di 1200 innocenti e il sequestro di oltre 250 ostaggi. Sanders ritiene che Israele, come qualsiasi altro paese che subisca una simile aggressione, aveva il diritto di difendersi. Ma non aveva il diritto di scatenare una guerra totale contro il popolo palestinese, indifeso e inerme, come invece ha fatto, violando palesemente il diritto internazionale.

Quella guerra, al momento in cui Sanders scriveva (2025), ha causato la morte di circa 60.000 persone e il ferimento di oltre 146.000, su una popolazione totale che a Gaza conta solamente 2,2 milioni di abitanti. La maggior parte delle vittime sono state donne, bambini e anziani. L’ONU riferisce che almeno 18.500 bambini sono stati uccisi, 12.000 dei quali avevano dodici anni o meno. A questi si aggiungono i 25.000 feriti. Più di 3000 bambini a Gaza hanno subito l’amputazione di uno o più arti. A causa del blocco degli aiuti, le organizzazioni umanitarie internazionali hanno rilevato una diffusa malnutrizione, e sono stati segnalati molti casi di denutrizione. I palestinesi affamati sono stati uccisi a sangue freddo mentre si radunavano presso i centri di distribuzione del cibo. In aggiunta a ciò, tutte le infrastrutture di Gaza, alloggi, sistema sanitario, scuole, impianti idrici e di depurazione delle acque reflue, sono state quasi completamente distrutte.

Pensate che i democratici e i repubblicani al congresso non siano al corrente di ciò che sta accadendo a Gaza, no lo sanno esattamente e meglio dell’opinione pubblica mondiale. Dubitate che molti di loro siano disgustati dal comportamento di Netanyahu e dal modo in cui Israele sta conducendo questa guerra barbarica, certo che lo sono. Ma allora perché continuano a votare per sostenerla con miliardi di dollari statunitensi? La risposta è che molti di loro sanno che, se votassero contro gli aiuti militari a Israele, dovrebbero vedersela con una forte opposizione da parte dell’American Israel Public Affairs Committee (Comitato per gli affari pubblici israelo-americani, AIPAC). E non si tratta di una minaccia a vuoto. Nel 2024 l’AIPAC ha speso 100 milioni di dollari per contrastare e sconfiggere quei membri del congresso, come Cori Bush nel Missouri e Jamaal Bowman nello stato di New York, che hanno avuto il coraggio di opporsi all’invio di aiuti americani al governo Netanyahu.

In altre parole, alcuni punti fondamentali della politica estera statunitense sono oggi decisi dai potenti comitati di azione politica e dai miliardari che li finanziano.

Ma questa corruzione politica non è circoscritta alla capitale della nostra nazione. Si verifica pressoché in ogni stato e grande città d’America.

Ecco un solo esempio particolarmente scandaloso: dopo che Zohran Mamdani ha sconfitto il candidato dell’establishment, l’ex governatore Andrew Cuomo, alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, gli oligarchi sono stati presi dal panico. Wall Street e gli speculatori immobiliari non accettavano che un difensore della classe operaia vincesse le primarie. In modo piuttosto esplicito, sulle prime pagine dei quotidiani di New York i miliardari hanno annunciato che avrebbero speso centinaia di milioni di dollari per sconfiggerlo.

L’oligarchia non ha un impatto soltanto sulla nostra vita economica e politica, ma anche sulla nostra cultura. L’avidità delle aziende e la ricerca incessante del profitto decidono in larga misura i film che vediamo, la musica che ascoltiamo e ciò che i nostri figli considerano cool.

Sanders ci fa un esempio chiaro su come funziona anche lo sport negli USA: “Da giovane, a Brooklyn, sono cresciuto con i Brooklyn Dodgers. Non dimenticherò mai – e lo stesso vale per milioni di altre persone – come quella squadra sia stata strappata da Brooklyn e trasferita a Los Angeles dall’avidità del suo proprietario”. La situazione odierna è molto peggiore l’oligarchia ha il controllo su praticamente tutte le squadre professionistiche di baseball, basket, football o hockey per cui tifano gli sportivi nord americani. Oggi quasi tutte le società sportive sono proprietà di una famiglia miliardaria, di un conglomerato aziendale o di una società di investimento di Wall Street.

Un esempio tra i tanti: i Los Angeles Lakers sono stati recentemente acquistati da Mark Walter, amministratore delegato e presidente di TWG Global, un conglomerato multinazionale. Walter è anche il principale proprietario dei Los Angeles Dodgers. In altre parole, un solo uomo oggi controlla le due più importanti squadre sportive della seconda città più grande degli Stati Uniti. Come conseguenza di questo dominio dei miliardari sullo sport professionistico, per le famiglie della classe operaia è sempre più difficile, se non impossibile, permettersi di andare a veder giocare le loro squadre preferite.

Da anni ormai il potere degli oligarchi continua a crescere, costringendo la democrazia a stare sulla difensiva. Finché a un certo punto, in mezzo a tutto questo, Donald Trump aiutato da tutti i maggiori oligarchi con miliardari di dollari nella campagna elettorale vince le elezioni presidenziali. E stiamo vedendo a che situazione estremamente pericolosa e terrificante alla quale l’oligarca trump ci sta portando il mondo intero.

18 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

CINA CONTRO PAESI OCCIDENTALI

di Michele BLANCO 16 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

Importante trarre alcune considerazioni dalla inutile missione diplomatica di Trump in Cina, sembra, in una prima analisi superficiale, evidente che ne escono ridimensionati non soltanto gli Stati Uniti, ma tutti i Paesi dell’ Occidente. Nell’attuale contesto internazionale il confronto con la Cina di Xi Jinping lascia trasparire molti aspetti della crisi della stessa nostra democrazia liberale, a cui noi tutti ci siamo affidati e che è diventata, di fatto, l’espressione di una forma di autoritarismo postdemocratico che sembra senza sbocco e incapace di pensare al benessere diffuso tra tutti nel prossimo futuro. Infatti ci sembra sempre più evidente che nei Paesi occidentali ci si accontenta di una concezione solo puramente formale della democrazia. In Italia, in Francia o negli USA c’è effettivamente il pluripartitismo, mentre in Cina vige un sistema monopartitico, anche se Pino Arlacchi ci spiega che è caratterizzato da una notevole meritocrazia, che nella nostra cultura è considerato sinonimo di dittatura. Bisognerebbe però avere il coraggio di chiedersi se il nostro multipartitismo oggi sia veramente democratico, più duttile e politicamente aperto del monopartitismo cinese. Ancora più coraggio ci vorrebbe per chiedersi sinceramente quanto il nostro sistema politico sia in grado di fare gli interessi dell’ intera collettività, invece di fare gli interessi di sempre piu piccole oligarchie composte da pochissimi supericchi.

In realtà, quindi, in tutti i Paesi occidentali, è passata, sempre piu, l’idea che gli interessi del grande capitale coincidano con quelli di tutti i cittadini. Sulla scia di questa concezione, in Italia, ma non è l’unico caso, alcune posizioni politiche, soprattutto neoloberiste in economia, sono state assunte come dogma assoluto e indiscutibile, una sorta di ideologia predominante in modo assoluto. L’economia di mercato è un dato di fatto che non ammette nessuna discussione, nessun rilievo critico, è vista in modo consustanziale a quella che noi chiamiamo democrazia. Qualsiasi forza politica che si propone di metterne in discussione il primato assoluto o che avanza anche una minima richiesta di limitazione delle grandi disuguaglianze viene bollata come assurda, statalista e dunque condannata, privata di possibilità d’espressione e cittadinanza.

In Italia il fanatismo di queste idee ultraliberiste in economia è tale che lo stesso centrista e moderatissimo centrosinistra trainato dal PD di Elly Schlein è osteggiato con una grande ferocia dai difensori dell’economia neoliberale, che per questo arrivano a tramare per farla fuori e sostituirla con Silvia Salis, fotogenica sindaca di Genova e dal passato politico centrista e molto vicina a renzi, secondo molti anche vicina al partito neoliberale di Forza Italia. L’ipotesi in verità molto ipotetica, che, in caso di vittoria, il centrosinistra introduca una qualche giustissima forma di ridistribuzione della ricchezza, come era stato il reddito di cittadinanza, o qualche elemento di pianificazione della produzione, come in passato proposto da Bersani, provoca nei tanti difensori della ricchezza per pochi un sentimento di orrore supremo, che giustifica addirittura la defenestrazione della moderatissima Schlein come segretaria del PD.

E del resto ricordiamoci che la caduta del governo Conte II, non certo un governo di estremisti di sinistra e statalisti fautori di grandi tassazioni per i ricchi, è avvenuta perché questi stessi centri di potere non potevano minimamente tollerare che PD e 5stelle, che sono partiti moderati e non estremisti fautori della collettivazione delle ricchezze, gestissero i finanziamenti del PNRR ottenuto dall’Europa, proprio grazie alla mediazione dell’allora presidente del consiglio Conte. Questi liberisti assoluti pur di dominare e controllare fino all’ultimo centesimo della spesa pubblica sono disposti veramente a tutto.

In questo contesto il sistema politico-economico cinese esprime indubbiamente una politica molto diversa dalla nostra. Secondo i nostri canoni è un sistema dispotico. Il fatto stesso che però riesca ad essere completamente autonomo dal grande capitale finanziario internazionale e che anzi offra margini alla funzione dell’economia di mercato solo entro determinati limiti, ovvero nella misura in cui questa non contrasta con gli interessi nazionali e di una costante redistribuzione della ricchezza per più persone possibile, lo rende in realtà più accettabile, dal punto di vista economico, o comunque più vicino agli interessi della collettività, e cioè del “demos”, di quanto lo siano le nostre democrazie, che sempre più, sono plutocrazie cioè un sistema in cui il potere politico ed economico è concentrato nelle mani di pochi individui o gruppi detentori di enormi ricchezze (l’alta finanza e le grandi industrie).

Il confronto tra Xi e Trump mi sembra che allora evidenzi con chiarezza estrema il tracollo della nostra democrazia liberale, o plutocrazia, incapace di dotarsi di obiettivi a favore del benessere collettivo, che non siano interni agli stessi interessi dei detentori del capitale. Del resto lo vediamo abbastanza facilmente. Il nostro sistema politico non sa esprimere più nessun ideale di progresso in materia di lavoro, salute, istruzione, previdenza sociale, lotta alle povertà e assistenza ai bisognosi. Nulla di nulla. Non sa darsi nessuna speranza di benessere diffuso o meta ideale per migliorare le condizioni di vita delle persone. Non è in grado di promettere o cercare nessun miglioramento delle condizionidi vita di milioni di persone che sono in povertà o che rischiano concretamente andarci. Anzi, minaccia continuamente di tagliare, ancora di più, tutte le tutele sociali, del lavoro e tagliare del tutto le spese sanitarie e per l’istruzione. Molti di noi, la stragrande maggioranza, vivono nell’assoluta certezza che la nostra condizione di vita economica e sociale peggiorerà. E viviamo tutto questo proprio mentre sono aumentati nel nostro Occidente gli ultramiliardari.

Lo spettro di tolleranza delle idee che riesce ad esprimere la nostra nobile “democrazia” è oramai così ristretto, così chiuso da essere diventato di fatto un sistema dominato da un partito unico neoliberista e guerrafondaio nascosto che non ha nemmeno il coraggio di esprimersi con il proprio volto, lo fa indistintamente in Italia con tutti gli ultimi governi sia di centrosinistra, che centrodestra o tecnici. Questo partito unico neoliberale ha imposto anche in Europa una feroce dittatura del capitale finanziario e che coltiva solo e costantemente gli interessi dei pochi ultraricchi contro i molti, cioè il 99 per cento della popolazione, ovvero contro il demos. Tutto qusto può non piacere ma nella realtà degli ultimi decenni in Cina accade il contrario, dove solo in 30 anni 800 milioni di persone sono usciti completamente dalla povertà e nei prossimi anni l’intera popolazione della Repubblica Popolare cinese vivrà in condizioni economiche e sociali molto al di sopra di quanto possiamo immaginare. Chiunque ha visitato la Cina negli ultimi anni è rimasto sbalordito da quello che ha visto che non corrisponde assolutamente a quello che ci dicono i mass media mainstream occidentali.

Vorrei concludere, per evitare equivoci, che personalmente sono un assoluto fautore della democrazia partecipativa, sono un grande sostenitore dello Stato democratico di diritto sociale, dove i cittadini tutti ben istruiti e correttamente informati da mass media imparziali possano con la partecipazione democratica decidere il loro futuro.

16 Maggio 2026 0 Commenti
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Politica

MAI FARE POLITICHE NEOLIBERISTE

di Michele BLANCO 9 Maggio 2026
Scritto da Michele BLANCO

Solo pochi mesi fa esultavano per la cacciata del leader di vera sinistra Jeremy Corbyn dai laburisti inglesi, esultando per il “salvatore” centrista e liberista Starmer come nuova guida dei laburisti: Elly Schlein saltellava di gioia.

Il prossimo “volenteroso” che deve essere mandato a casa è Macron. Poi deve toccare alla peggiore Commissione Europea di sempre, quella presieduta dall’indegna Von Der Leyen.

Ieri, alle elezioni amministrative nazionali del Regno Unito, il partito Laburista è ai minimi storici e il partito di destra estrema di Nigel Farage è primo partito, in un sistema elettorale uninominale secco, come quello inglese, significa che alle elezioni politiche potrebbe vincere facilmente.

Perde il partito della guerra, del riarmo, dei tagli al Welfare.

Ottimi risultati invece per la Sinistra che fa la sinistra, la formazione di Zack Polanski – contraria al riarmo, sostenitrice di soluzioni negoziali in Ucraina, a favore della Patrimoniale per le grandi ricchezze – aumenta considerevolmente i propri voti.

Le elezioni amministrative del 2026 nel Regno Unito hanno dato esattamente lo scenario da incubo che era prevedibile per il partito Laburista di Starmer.

Eppure si comportano come se non capissero perché gli elettori li abbiano abbandonati. Questa non è solo un brutto risultato alle urne, è la prova di quanto i neoliberali guerrafondai e corrotti che governano il Paese siano veramente fuori dal contatto con il popolo ormai lontano dal Partito Laburista guerrafondaio. Il progetto Starmer sta crollando sotto il peso del proprio vuoto.

Il Labour party sembra essere in rotta per perdere fino a tre quarti dei seggi che aveva, potenzialmente 1.900 consiglieri. Il partito ha perso il controllo dei collegi storici, come Tameside, Hartlepool e Wigan, e delle fasce del Nord e delle Midlands. I dati mostrano che i laburisti hanno perso la maggior parte dei loro voti.

Il leader dei verdi Zack Polanski ha raggiunto il risultato elettorale più importante di sempre dei Verdi, nonostante un’implacabile campagna diffamatoria. L’assurdità dell’accusa di antisemitismo, una volta utilizzata contro Jeremy Corbyn, non è stata così efficace contro l’unico leader politico ebreo del Regno Unito.

Gli exit poll mostrano che il 42% dei 18-34enni ha sostenuto i Verdi, rispetto al 28% dei laburisti, una differenza di ben 14 punti dalle elezioni generali del 2024. Le famiglie dei lavoratori storicamente laburiste hanno respinto definitivamente i laburisti. Il labour party non è più il partito del lavoro.

Il professor Sir John Curtice ha dichiarato a ITV News: “Il calo della quota dei voti dei laburisti è il più grande per un partito al governo nelle elezioni locali dal 2010. I Verdi si sono posizionati con successo come l’autentica voce degli elettori progressisti preoccupati per il clima e la disuguaglianza”.

Starmer è ormai letteralmente perseguitato dalla sua famigerata linea della campagna elettorale: “Se non vi piacciono i cambiamenti che abbiamo fatto, dico che la porta è aperta e potete andarvene”. Gli elettori sono scappati da quella porta aperta.

L’ironia è che i laburisti non hanno un sostituto credibile quindi sono bloccati con il neoliberista che hanno aiutato a salire al potere.

Dopo 14 anni di governo conservatore, l’opinione pubblica inglese avrebbe voluto un cambiamento reale. Invece Starmer ha offerto la solita ricetta antipopolare e neoliberista: più privatizzazione, più austerità, più autoritarismo. La sconfitta elettorale era del tutto prevedibile dal momento in cui la destra laburista ha sabotato Corbyn nel 2017.

La destra laburista ha trascorso anni a distruggere sistematicamente l’influenza della sinistra e dei suoi programmi sociali, senza alcun piano reale oltre a quello di continuare a distruggere il WelfareState. Starmer non è stata solo consegnata la leadership del partito Laburista, è stato sostenuto da una rete di lobbisti e finanziatori che hanno truccato le regole, epurato il partito e rubato il potere dei membri di scegliere un leader trasformista.

Tra i principali sostenitori di Starmer c’era il lobbista filo-Israele Trevor Chinn, che ha donato silenziosamente 50.000 sterline alla campagna di leadership di Starmer (una donazione dichiarata solo dopo). La lobby israeliana ha finanziato circa metà del gabinetto di Starmer. Gli interessi aziendali e i think-tank come Labour Together hanno fatto la loro parte. Il piano ha funzionato benissimo, tutti gli ideali storici a favore delle classi meno abbienti sono stati messi da parte per favorire uno stato canaglia genocida, e il Labour di Starmer è diventato un partito senza etica e guerrafondaio.

Nel partito Laburista sono state censurate le critiche a Israele, sono stati censurati il dissenso e il diritto di protesta, pensionati e attivisti sono stati trattati come “terroristi”, hanno censurato le notizie reali, hanno assecondato l’ambasciatore israeliano mentre il governo laburista ha continuato le forniture di armi a Israele. Chi può dimenticare l’ agghiacciante affermazione di Starmer secondo cui Israele ha il diritto di trattenere cibo, acqua ed energia ai palestinesi?

È stata presa una decisione terribile per proteggere Israele a tutti i costi, privando il Regno Unito di un cambiamento progressivo tanto urgente quanto necessario. La lobby israeliana è più che felice di veder sparire il partito laburista perché anche i conservatori e altre forze politiche sono dalla loro parte. I media mainstream non parlano di questo, ovviamente. Non è nemmeno permesso riconoscere l’esistenza della lobby sionista o menzionare il rapporto Forde. Invece, dipingono falsamente Starmer come un uomo perbene in una situazione difficile. La verità è che Starmer non ha alcun desiderio di migliorare la vita di nessuno se non la propria. Ha mentito ai membri laburisti per diventare leader e all’elettorato per diventare primo ministro. Ancora peggio, i giornalisti mainstream lo hanno appoggiato e sostenuto oltre ogni misura.

Da quando ha fatto le sue famose dieci promesse, il comportamento di Starmer è stato caratterizzato da lamentele e continue inversioni politiche e tradimenti delle promesse fatte. Ha cancellato l’impegno di investimenti green da 28 miliardi di sterline, ha tagliato i pagamenti per il carburante invernale per milioni di pensionati, ha mantenuto il tetto dei sussidi per due figli (fino a quando non è stato forzato a farlo), ha spinto per inutili e crudeli tagli al welfare e sulla disabilità. Proprio come il governo di destra italiano.

Aggiungiamoci continui scandali, la nomina ambasciatore di Peter Mandelson, il servizio sanitario nazionale e i contratti militari per Palantir. Con Trump che usa le basi aeree del Regno Unito per bombardare illegalmente l’Iran e tutte le promesse infrante sui diritti dei lavoratori, il crollo dei laburisti non è un mistero è una conseguenza.

Starmer insiste sul fatto di restare al suo posto di primo ministro perché la preoccupazione dell’opinione pubblica è semplicemente il “cambiamento”, ma tutto l’arco politico lo sta respingendo, compresi i centristi che lo avevano sostenuto nel voto alle politiche.

Tutto quello che Starmer ha ottenuto è rovinare e soffocare l’energia e l’entusiasmo dell’era Corbyn, facendo passare i voti tradizionali dei laburisti ai Verdi mentre dà all’estrema destra una grande possibilità di arrivare al potere. Egli ha sempre attaccato la sinistra con estrema brutalità, cosa che non ha mai fatto con la destra estrema.

La politica britannica attuale è il risultato di 47 anni di fallimento della Thatcherite.

Il rifiuto di Starmer di dimettersi potrebbe essere la cosa migliore per i Verdi in questo momento. Più Starmer si aggrappa al potere, più emorragia di voti progressisti avrà alle prossime elezioni.

Un altro fattore positivo, per sconfiggere l’estrema destra di Farage è che i giovani elettori sono più propensi a votare alle elezioni generali che alle elezioni locali. Una maggiore affluenza di giovani elettori significa una maggiore quota di voti per i Verdi.

Chiaramente, i Verdi hanno bisogno di più tempo per costruire una proposta politica adeguata, ma questo clima politico rende un aumento del 5-10% entro le prossime elezioni generali del tutto realistico. Le elezioni comunali sono l’inizio di un riallineamento politico, che potrebbe portare alla vittoria di forze realmente progressiste o al fascismo di Farage.

9 Maggio 2026 0 Commenti
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