In questa ondata referendaria, tra trambusti e tumulti, c’è un dettaglio quasi poetico che merita di essere raccontato. Nessuno li ha visti arrivare, tantomeno una politica sempre più scollegata dalla realtà. Il loro arrivo non compariva su nessun radar, nessuna previsione: sto parlando dei giovani, la Generazione Z, l’elemento imprevedibile di questa partita che ha sovvertito ogni calcolo.
Loro, gli assenti, i distratti, gli “indifferenti”, sono accorsi al richiamo della Democrazia. La Costituzione, nel momento in cui ha chiesto presenza concreta, tangibile, fisica, ha trovato risposta nei cosiddetti “bamboccioni”. Non a parole, ma a gesti: chilometri percorsi per votare, stratagemmi escogitati per superare ostacoli burocratici, campagne costruite dal basso, parola dopo parola, condivisione dopo condivisione.
Mi ha colpito l’intervista di una ragazza del Sud Italia, trasferitasi a Milano, che ha confessato: “Quando ho scoperto che non avrei potuto votare, mi sono arrabbiata. E mi sono sentita ancora più motivata ad andare alle urne”. È una delle oltre 3.000 persone fuori sede che, per poter esercitare il diritto di voto, si sono registrate come rappresentanti di lista.
E poi c’è Francesco, 19 anni, appena entrato in Medicina al Sant’Andrea di Roma. L’ho incontrato il giorno prima del voto e ci siamo messi a parlare. Gli ho confidato il mio timore per il risultato. Lui, con una naturale fermezza, mi ha risposto: “Matteo, fidati… tutta la mia generazione è per il NO. Questo referendum non passa.”. Era sicuro, deciso. In quel momento ho capito che sotto i piedi si muoveva una mobilitazione enorme, silenziosa ma potentissima.
E in questo fenomeno, che ha serpeggiato sottoterra con un tamtam invisibile, c’è un tratto che deve scuotere tutti: la vera mobilitazione, come senso di resistenza, non nasce dalla politica, ma dalla sua assenza. I giovani non sono stati chiamati, coinvolti o rappresentati. Sono stati ignorati. E proprio da questo vuoto è nata una forma nuova di partecipazione, più spontanea, più libera che non cerca leader da seguire, ma cause da difendere.
La loro forza è stata duplice. Da una parte, la capacità di muoversi nel mondo digitale con naturalezza: non come spettatori passivi, ma come soggetti attivi, capaci di verificare e smontare narrazioni manipolatorie. Dall’altra, una determinazione concreta, quasi ostinata: esserci, a ogni costo. Perché votare, per loro, non è stato un gesto rituale, ma una presa di posizione di rivendica.
I giovani hanno agito come una “variabile impazzita”, sfuggita ai calcoli. Questa energia ha fatto quello che, in fondo, ogni generazione dovrebbe fare: smentire le previsioni di chi li considera già definiti, già incasellati, già persi e ribaltare tutto.
E forse il punto più importante è proprio questo: In un tempo in cui la fiducia nei partiti è fragile, questo tipo di mobilitazione “orizzontale” rappresenta una delle poche vere risorse su cui costruire il futuro.
La politica non li ha visti arrivare. Ma adesso non può più permettersi di non guardarli. Perché se c’è una lezione in questa ondata referendaria, è che i giovani non sono il futuro della democrazia: sono già il suo presente. E quando decidono di esserci, cambiano le regole del gioco.
Questo sia da monito a quei vecchi politici che, incollati alle poltrone, ripetono “largo ai giovani”, ma poi non si spostano di un millimetro, sappiate che i giovani non aspettano i vostri inviti: arrivano e ribaltano il tavolo.
