l'Eguaglianza
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Politica

PER I CAPITALISTI BASTA IL PROFITTO, TUTTO IL RESTO NON CONTA

di Michele BLANCO 23 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

Nel mondo contemporaneo ben sappiamo che senza freni «il capitalismo, per proliferare, ha bisogno di sfruttare sempre nuovi territori in cui poter espandersi, ma poi, come succede ai parassiti che non possono alimentarsi senza distruggere le condizioni della propria sopravvivenza, non appe-na realizza l’obiettivo, esaurisce anche la fonte del proprio nutrimento» (in R. Luxemburg, ed. or. 1913, L’accumulazione del capitale: contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo, Torino, Einaudi, 1968). Le gravissime emergenze ambientali e sociali, ma non solo, ci dimostrano come l’analisi del capitalismo parassitario fatta da Rosa Luxemburg sia stata più che profetica e, purtroppo, a distanza di un secolo attualissima.

Infatti solo con la minacciata chiusura dall’ Iran dello stretto di Hormuz è cominciato un nuovo rincaro dei carburanti e delle bollette energetiche. Gli speculatori sono pronti a farci pagare al massimo prezzo possibile carburanti, gas e elettricità.

Come è già accaduto con le sanzioni imposte dagli Usa alla Russia, con noi italiani ed europei ad ubbidire supinamente alle imposizioni USA con la baronessa Ursula von der Leyen e Mario Draghi a trasmetterci gli ordini di Biden prima e trump ora. Gli ordini degli USA,nostri “alleati”, che ci hanno vincolato ad acquistare da loro a prezzi enormemente superiori il gas che la Russia ci vendeva a prezzi di favore.

Come con la minaccia dei dazi, che non sono ancora certi ma tutto dipende dall’ondivago ultramiliardario Trump che sta calcolando cosa conviene a lui e alle sue società, ma certamente, con i leader italiani e europei che ci ritroviamo, acquisteremo a caro prezzo armi da lui, accetteremo sempre piu stupidamente di importare i loro insani prodotti alimentari anche se non rispettano le normative UE.

Ci ritroveremo certamente costretti ad essere invasi da prodotti di scarsissima qualità e geneticamente modificati.

Le questioni relative alla recente storia dell’Ucraina ci insegnano che dal colpo di Stato di Maidan, finanziato e diretto dagli Usa, i filostatunitensi, come l’attuale presidente ucraino, si impossessarono del Paese, concessero tutte le risorse agricole ucraine alle società del figlio di Biden.

I loro amici europei hanno già pronti i piani di ricostruzione dell’Ucraina, che vorrebbero gestire loro con fondi black Rock ed a spese degli ucraini, Trump permettendo.

Ora Trump, che non ha ancora risolto la guerra, ma ha già avuto comunque la concessione da Zelensky delle terre rare, che da patrimonio del popolo ucraino saranno regalate alle società statunitensi e ai miliardari, Trump compreso, che le controllano.

Le varie amministrazioni statunitensi sia democratiche che repubblicane agiscono con gli stessi metodi della mafia, con cui Trump dimostra di avere grande dimestichezza, che impone il pizzo, prende per la gola la vittima, impone le sue condizioni, dove acquistare ed a che prezzo, ed alla fine si impossessa di tutto.

Perché questi mafiosi “hanno argomenti per convincere che non possono rifiutare”.

In questo contesto prepariamoci a pagare a caro prezzo la prossima crisi energetica.

23 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

CHI METTE IN PERICOLO LA CONVIVENZA CIVILE TRA I POPOLI

di Michele BLANCO 20 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

Benjamin Netanyahu, un vero e proprio criminale e terrorista che come primo ministro governa Israele, è riuscito per mesi a rinviare la sua fine politica con l’unico criminale, ingiusto, terribile e pericolosissimo sistema che conosce: la guerra, le false notizie e l’odio. 

Solo che è ora chiaro a tutti che si tratta della sua guerra privata, ignobilmente e falsamente fatta passare come “legittima difesa contro l’Impero del Male degli ayatollah”, visto che è chiaramente dimostrato che l’Iran non ha nessuna bomba atomica come, al contrario, Israele, che ne ha minimo 70 ma, probabilmente, anche di più di tali micidiali e terribili ordigni. Questo vero e proprio criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, in appena 20 mesi ha aperto, senza che nessuno lo fermasse, ben sette fronti di guerra: Gaza, Cisgiordania, Iran, Libano, Siria, Iraq, Yemen. Ma nessuno dei suoi “democratici” alleati, a parte le false condanne a parole, ha fatto nulla per fermarlo o quantomeno effettivamente prenderne le distanze. La frase ormai stantia dell’aggressore e dell’aggredito vale per la Russia e l’Ucraina, ma purtroppo, non per Israele e i suoi vicini continuamente aggrediti, con decine di migliaia di persone letteralmente massacrate, come è accaduto e accade ora a Gaza. In un mondo normale Israele avrebbe subìto sanzioni forti giuste e giustificate, ma al contrario le cosiddette “democrazie” lo riforniscono di armi micidiali.

I mass media, telegiornali e stampa, ci ricordano che Israele è alleato di Usa e Unione Europea, ma allora noi che facciamo permettiamo a Israele di violare i diritti umani fondamentali e di massacrare con le armi che ingiustamente gli forniamo centomila palestinesi indifesi, come libanesi, yemeniti, siriani, iraniani, arabi, etc?

Per il resto del mondo, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, siamo complici dei crimini di Netanyahu e Israele.

Sia per gli USA che per l’Unione Europea la vera minaccia viene da Israele, che ci mette giustamente contro il Medio Oriente, il Nordafrica e tutto il resto del mondo. Se avessimo ministri degli esteri capaci (noi abbiamo Tajani, che, come dovrebbe essere noto a tutti, è assolutamente incompetente oltre che incapace), dovremmo interrompere ogni rapporto con Tel Aviv almeno finché sarà governato dal criminale terrorista Netanyahu.

Tutte le nazioni del mondo dovrebbero essere coinvolte in un negoziato globale che faccia finire questa vera e propria “guerra mondiale a pezzi” prima che sia troppo tardi.

L’Italia, fin dagli anni 70, si era costruita un ruolo di ponte fra l’Occidente e il mondo arabo.

Sarebbe ora che persone preparate e competenti si occupino della politica estera, anche italiana, per far cessare questi inutili e disumani massacri, per ottenere giustizia e una possibilità di pace e di una vita normale per tutti i popoli del Medio Oriente, in primis per i Palestinesi.

20 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

IL TRADIMENTO DEGLI IDEALI EUROPEI

di Michele BLANCO 19 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

L’Unione Europea prospettata nel “Manifesto di Ventotene”, come voluta da Altiero Spinelli e che doveva essere ispirata alla Pace, di certo oggi non esiste più, probabilmente non è mai esistita, almeno come l’Europa dei popoli. Questa magnifica idea d’Europa stride profondamente con il sostegno incondizionato e guerrafondaio dato agli attacchi indiscriminati fatti da Israele, oltre al palese genocidio del popolo Palestinese, e all’Ucraina, nazione dove 12 partiti d’opposizione sono fuorilegge e il sistema politico non dà nessuna garanzia di essere democratico. Piuttosto tale sostegno è una guerra indiretta contro la Federazione Russa da parte dell’Unione Europea su direttiva della passata amministrazione degli Stati Uniti d’America. Ma questa guerra è nelle mani di euroburocrati che, solo per proprio tornaconto e ricerca di premi in denaro, si riuniscono sotto il comando di una nazione, il Regno Unito, che ha apertamente ripudiato l’Europa unita fuoriuscendone con un referendum ed ora, mettendosi a capo di tutti i Paesi europei, vorrebbe portarci tutti in guerra per realizzare un obiettivo, quello di distruggere la Russia per smembrarla in tanti piccoli Stati e staterelli che siano vassalli, per poterne depredare le sue immense e incalcolabili risorse.

Le elites europee, immemori delle catastrofi verso cui sono andati incontro tutti coloro che hanno tentato per secoli di conquistare i territori russi, oggi vorrebbero di nuovo attaccare la Russia portando di conseguenza, ancora una volta, guerra e distruzione in Europa.

La cosa importante da notare è che questa guerra la vogliono tutti coloro che parlano di Libertà e di Democrazia. Ma si comportano come oligarchi, guerrafondai, autoritari, e antipopolari.

Il problema fondamentale è che l’Europa della “baronessa” von der Leyen potrebbe portare verso la guerra con la Russia e vuole riarmarsi senza avere mai tentato di negoziare con Putin.

In questo contesto la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono assolutamente contrari alla guerra, ai genocidi e all’aumento inaudito delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, ma i governanti europei e italiani fanno l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili spese militari.

Bisogna opporsi fermamente al riarmo dell’Europa che non ha mai voluto avviare negoziazioni e non vuole la pace. Non c’è difesa europea possibile senza una pace vera e duratura. Non c’è Unione Europea senza la democrazia e il voto dei cittadini europei su tutte le questioni importanti. Non esiste una Unione Europea senza la cooperazione tra tutti i popoli del mondo che porti alla pace e al benessere sociale ed economico di tutte le persone.

19 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

I VASSALLI SONO NUDI

di Pino D'ERMINIO 18 Giugno 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

È arcinota la fiaba di Hans Christian Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”, in cui un imperatore particolarmente vanitoso cade nell’imbroglio di due compari, che fingono di confezionargli dei vestiti bellissimi con un tessuto pregiatissimo, che ha la proprietà di risultare invisibile agli stolti. Naturalmente l’imperatore ed i cortigiani non vedono un bel nulla indosso all’imperatore, ma nessuno si azzarda a dirlo, incluso l’imperatore, per non passare da stolto, finché la verità non viene svelata da un bambino. La favola, che mette in burla la vanità dell’imperatore e la piaggeria dei cortigiani, può essere adattata, ribaltando i ruoli, al recente vertice in Canada dei cosiddetti G7, dove la “G” sta per “grandi”, che andrebbero piuttosto rinominati G1+V6, ovvero, il “grande” Trump, più sei paesi vassalli (Giappone, Canada, Regno Unito, Germania, Francia ed Italia). Ad apparire nudi sono i sei vassalli, la cui inconsistenza è svelata dallo stesso imperatore, che prova un particolare piacere nello svalutare chi gli regge lo strascico, per innalzare se stesso. 

Il vertice canadese doveva durare tre giorni ed a margine sono stati invitati i capi di altri 8 paesi, ma Trump dopo un giorno e mezzo si è stufato ed ha mollato tutti, perché a suo dire aveva cose più importanti da fare. Il boriosissimo Macron ha cercato di giustificare l’abbandono dell’imperatore, dichiarando che Trump stava negoziando un cessate il fuoco tra Israele e Iran. Mal gliene incolse. Piuttosto scocciato Trump ha scritto sul suo profilo X che Macron, «in cerca di fama, […] sbaglia sempre le cose». E Macron? Muto, ça va sans dire.

Non migliore figura ha fatto Starmer, primo ministro del Regno Unito, in occasione della firma del nuovo accordo commerciale USA-UK. Di fronte ad una selva di telecamere, Starmer si è precipitato a raccogliere da terra i fogli dell’accordo caduti di mano a Trump e si è sperticato nell’elogiare il nuovo accordo. Di che gioisce? Ha accettato che le merci britanniche paghino un dazio del 10%, mentre quelle statunitensi solo dell’1,8% (in precedenza era del 5,1%). Ciliegina sulla torta, Trump nel salutarlo lo ha definito primo ministro dell’Unione europea.

Come ignorare il “bilaterale” Trump-Meloni. Nella foto diffusa dai media, i due sono seduti su una panca e Meloni si protende verso un Trump in atteggiamento di ascolto. Sembra la scena di una confessione. Come in confessione, è rimasto segreto cosa si siano detti e neanche si sa quanto sia durato il “bilaterale”. Chissà se Meloni ha recitato un mea culpa. Per l’Italia l’interscambio di beni con gli USA è di rilevante valore economico; infatti, nel 2024 il nostro saldo è stato positivo per 38,9 miliardi di euro, a fronte di un saldo negativo con i paesi UE di 11,6 miliardi di euro e positivo con il resto del mondo di 4,3 miliardi di euro.

Una ridefinizione dei rapporti di scambio come quella USA-UK danneggerebbe in modo importante l’economia italiana. Purtroppo Ursula von der Leyen sta già straparlando di un accettabile dazio al 10% sulle esportazioni europee negli USA, per pudore non si è espressa su quale aliquota applicheremmo noi sulle merci statunitensi; ma von der Leyen ci rassicura: se Trump dovesse pretendere troppo, sotto il tavolo dei negoziati lei ha pronto addirittura un bazooka. Ha detto proprio un bazooka, che non rivela come sia fatto. Sagace mossa psicologica per intimidire gli yankee!

18 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

CHE LA PACE SIA DAVVERO CON TUTTI

di Domenico PALAZZO 18 Giugno 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Nel mondo cattolico, “che la pace sia con voi” è la formula che accompagna il momento che precede la lettura del Vangelo, un invito solenne alla riconciliazione. Molti lettori la ricorderanno con chiarezza, pronunciata in chiesa come augurio e promessa. Ma oggi, in un mondo lacerato da guerre sempre più brutali e da un’assuefazione crescente alla violenza, quelle parole suonano quasi fuori posto, fragili. Parlare di pace può sembrare un gesto ingenuo, addirittura inopportuno. E invece è proprio oggi che la pace è più che mai necessaria, urgente, ma soprattutto giusta: non un silenzio imposto dalle armi, non una tregua sopra le rovine dell’umanità, ma un percorso di verità, giustizia e riconoscimento reciproco.

Lo gridano le immagini che ci giungono ogni giorno da Gaza, dove i bombardamenti israeliani hanno ucciso oltre 35 mila persone, più della metà donne e bambini. Lo urla il dramma dell’Ucraina, dove due eserciti si affrontano su una terra devastata, in un conflitto che l’Occidente continua ad alimentare con armi e retorica. E lo testimonia anche l’Iran, teatro di un autoritarismo che schiaccia ogni dissenso, con i bombardamenti da parte di Israele che rischiano di incendiare l’intero Medio Oriente se non il mondo intero. 

In questo scenario cupo, le parole del cardinale Matteo Zuppi risuonano con forza: “La pace non è solo l’assenza di guerra, è la costruzione della giustizia. E non ci sarà giustizia se non riconosceremo tutti come uguali”. Un principio semplice, ma rivoluzionario. 

Oggi l’eguaglianza è la grande assente. Lo è nei rapporti internazionali, dove il diritto sembra valere solo per alcuni. Lo è nella narrazione mediatica, che distingue vittime “di serie A” e “di serie B”. Lo è nella politica, dove prevale la logica del nemico, dell’emergenza, del nemico da colpire.

Lo sanno bene anche i leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che da mesi invocano un cambio radicale di rotta. “Chiedere il cessate il fuoco immediato a Gaza non è equidistanza – ha dichiarato Fratoianni – è il minimo umano e politico che si possa fare davanti al massacro di civili. Non si può invocare la pace senza denunciare i crimini, senza riconoscere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”. Bonelli aggiunge: “L’Italia dovrebbe stare dalla parte del diritto internazionale, non diventare complice di chi lo calpesta. La pace si costruisce solo se si smette di armare i conflitti”.

Questa visione mette al centro un principio spesso sacrificato: la responsabilità collettiva. Non esiste pace che si possa costruire a colpi di droni, né sicurezza che si possa garantire con i missili. Continuare a parlare di “guerre giuste” o “interventi necessari” significa alimentare una spirale che cancella l’umanità, rende ciechi al dolore degli altri e prepara nuove vendette.

L’eguaglianza non è solo un concetto astratto. È ciò che ci costringe a guardare il bambino palestinese e quello ucraino con gli stessi occhi, a riconoscere la madre iraniana che piange il figlio giustiziato come nostra sorella. È ciò che ci impone di chiedere conto a chi oggi ha il potere di fermare le guerre ma sceglie l’inazione o, peggio, il profitto. Perché il mercato delle armi non conosce tregua, e mentre si afferma che “non c’è alternativa”, i bilanci militari crescono, i corridoi umanitari si chiudono, i corpi si accumulano.

Parlare di pace oggi sembra una mera utopia ma non c’è nulla di più lucido, di più urgente e razionale del rifiuto della guerra come strumento politico. È una posizione profondamente necessaria, perché guarda lontano, oltre il fumo delle bombe e i confini nazionali. È una posizione che rifiuta l’ipocrisia di chi piange per i morti da una parte, ma tace quando i cadaveri non servono la propaganda.

In fondo, la domanda che dovremmo farci è molto semplice: quale mondo stiamo costruendo? Quali valori vogliamo trasmettere? Se il nostro silenzio copre le grida dei bambini sotto le macerie, se il nostro equilibrio diplomatico è pagato con sangue innocente, se la nostra neutralità diventa complicità, allora non stiamo costruendo pace, ma solo un’altra forma di dominio.

Primo Levi scriveva, pensando alla sua esperienza ad Auschwitz: “Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo.”

Oggi, cosa direbbe Levi davanti al volto sfigurato di un bambino palestinese? Cosa scriverebbe dopo aver visto le file di bambini ucraini mutilati, i corpi insepolti di Rafah, le proteste represse in Iran, i palazzi distrutti a Tel Aviv? A chi dedicherebbe la sua poesia se non a quei corpi dimenticati, a quei volti senza nome, che gridano ancora: se questo è un uomo?

Non possiamo sapere con certezza cosa direbbe Levi, ma possiamo – dobbiamo – provare a rispondere a quella domanda. Perché la memoria non basta più. Serve coraggio. Serve empatia. Serve una politica che torni a scegliere la vita.

18 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

WASHINGTON E TEL AVIV SONO CORRESPONSABILI

di Michele BLANCO 14 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

L’attacco all’Iran della notte tra il 12 e il 13 giugno 2025 è stato concordato tra Trump e Netanyahu. Tutto nell’assoluta impotenza dell’Europa.

Il rischio evidente è che pian piano vengono tolti tutti gli impedimenti ad una possibile guerra atomica. Infatti il regime di non proliferazione nucleare stabilito dal Trattato del 1970 (Tnp) e costruito pazientemente dalle diplomazie mondiali nei decenni successivi alla Guerra fredda, viene messo in discussione dall’attacco israeliano.

Israele ha commesso una gravissima violazione di tale trattato, infatti bombardando le installazioni nucleari civili di uno Stato parte dell’accordo Tnp, posto sotto il controllo dell’Agenzia Atomica di Vienna (Aiea), Netanyahu ha violato contemporaneamente il diritto internazionale, cosa che fa impunito da tempo, la Carta Onu e ogni principio di proporzionalità. Con il suo attacco a uno Stato sovrano ha fornito all’Iran la giustificazione giuridica perfetta per ritirarsi dal patto di non proliferazione nucleare (Tnp) e sviluppare armi nucleari nel rispetto totale delle leggi e della legalità internazionale. Infatti l’articolo 10 del Tnp permette il ritiro dall’accordo quando “eventi straordinari abbiano messo in pericolo gli interessi supremi” di uno Stato sovrano. Gli attacchi israeliani sono in assoluto l’evento più straordinario, trattandosi di un attacco militare. Nella storia ricordiamo che la Corea del Nord invocò lo stesso articolo nel 2003 per molto meno, tre anni dopo aveva la bomba atomica, in regime di assoluta legalità internazionale perché non si è mai riusciti a proibire l’atomica. Ovviamente andrebbe proibita per tutti gli Stati senza nessuna eccezione, a partire dall’unica nazione che l’ha utilizzata per uccidere civili innocenti: 300 mila circa.

L’Iran può oggettivamente menzionare un ingiustificato e pesante attacco militare contro la sua sovranità territoriale e le sue installazioni militari, che ricordiamolo, sono assolutamente legali. Netanyahu ha appena permesso all’Iran la possibilità assolutamente legale di costruire tutte le armi nucleari che vuole. Gli Stati Uniti, sempre più privi di bussola, si sono resi complici, oltre che del genocidio del popolo Palestinese, di questa incredibile catastrofe diplomatica. La dichiarazione del Segretario di Stato USA Rubio di “non essere coinvolti” nell’attacco è una colossale bugia: Israele non può operare senza il consenso americano, gli stessi aerei da guerra, forniti dagli Stati Uniti, non possono nemmeno decollare senza il permesso degli statunitensi. Ovviamente gli americani pensano che siamo tutti come la baronessa Ursula von der Leyen dei poveretti che si bevono tutte le sciocchezze che ci dicono. Ma tutti noi ricordiamo la minaccia di Trump di attacchi sempre “più brutali” se l’Iran non firmerà l’accordo nucleare che lui voleva. Ecco la vera strategia statunitense: costringere con la forza l’Iran a firmare un accordo che da adesso in poi non dovrà, non potrà e non vorrà più firmare. Se l’Iran dovesse cedere all’ultimatum militare sui negoziati, si creerebbe un precedente nella politica internazionale veramente terribile e terrificante: qualsiasi Stato nucleare potrà bombardare gli altri Stati che non hanno deterrenza nucleare per ottenere qualsiasi tipo di concessione politica o economica o commerciale.

Quale fiducia potranno più avere gli Stati non nucleari in un trattato che non è riuscito a proteggerli dall’aggressione militare proprio mentre rispettavano tutti i loro obblighi internazionali?

L’Iran, nonostante tutte le controversie degli ultimi anni, sarebbe certamente rimasto vincolato al regime di salvaguardia dell’Agenzia atomica. La bomba atomica era stata oggetto di una fatwa lanciata dall’Āyatollāh Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī sua guida suprema e da tutti suoi leader supremi che si sono susseguiti dopo la motre di Khomeyni. I suoi impianti di arricchimento erano sottoposti a continue e reiterate ispezioni internazionali. I suoi scienziati lavoravano in un contesto assolutamente legale, anche se difficile per le sanzioni occidentali, mai fatte nei confronti di Israele che si dice abbia 90 bombe atomiche senza avere mai rispettato le leggi che gli impedivano di costruirle. Gli israeliani hanno ucciso, assassinato, degli scienziati che lavoravano al nucleare civile, considerandolo un obiettivo militare, distruggendo, come hanno fatto a stile Gaza, una delle più importanti distinzioni del diritto internazionale. L’Europa, in modo vergognoso, sta accettando impotente al crollo di un suo capolavoro politico e diplomatico: L’accordo del 2015 che toglieva le sanzioni e reintegrava Teheran nel contesto internazionale. Questo accordo era stata una delle maggiori conquiste diplomatica dell’Unione europea, era il simbolo del multilateralismo europeo, una prova che l’Europa poteva finalmente essere un attore politico globale autonomo. L’accordo fu stracciato da Trump nel 2018, ma è rimasto in vigore dal lato europeo. Oggi, Francia, Germania e Regno Unito si limitano a timidi e inutili appelli alla “moderazione” mentre il loro capolavoro viene distrutto sotto i loro occhi.

Questa gravissima impotenza europea non è soltanto di strategia, è ormai esistenziale. Se l’Europa non riesce a difendere il multilateralismo democratico quando viene attaccato, non ha più nessuna ragione d’essere a livello di attore autonomo a livello internazionale. Non ci rendiamo conto della gravità degli attacchi israeliani sotto la tutela USA. Ci troviamo di fronte a un precedente terribile per una pacifica convivenza tra Stati liberi e indipendenti di provvedere al benessere dei propri popoli. Oggi se uno Stato può bombardare le installazioni nucleari civili, civili non militari, di un altro Stato senza conseguenze, il Trattato di non proliferazione nucleare è diventato inefficace e inutile. 

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, paralizzato dai veti incrociati, sarà impotente come con la Corea del Nord. Il risultato di tutto  questo sarà una profonda spirale di proliferazione nucleare che coinvolgerà Arabia Saudita, Turchia, Egitto e altre nazioni nel mondo intero. L’incubo atomico, che abbiamo evitato per settant’anni, potrebbe diventare triste realtà. L’Iran ha ora 90 giorni per ritirarsi dal Tnp, e sarà giustificato perché è stato bombardato, il diritto internazionale lo stabilisce chiaramente. Un Iran nucleare non sarà più un “regime canaglia”, ma uno Stato sovrano legittimato ad avere le armi nucleari. Uno Stato che si difende da attacchi messi in atto da un aggressore impunito, in un mondo dove la forza bruta sembra avere sempre più, al momento, sostituito completamente le leggi del diritto internazionale.

Netanyahu e Trump sono i diretti responsabili, andrebbero fermati il prima possibile.

14 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

REFERENDUM: UN RISULTATO CHE METTE IN EVIDENZA LA CRISI DELLA PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA

di Michele BLANCO 12 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

Ormai da tantissimi anni la cosiddetta “sinistra liberal” non ha più nessun contatto con le classi popolari. Il motivo è, dovrebbe, essere chiaro a tutti la supina accettazione delle politiche neoliberiste che hanno solo aumentato enormemente la precarietà nel lavoro e nella vita di tutti i giorni e le disuguaglianze. Tutti i lavoratori ne pagano inesorabilmente le conseguenze. In questo contesto rileviamo come conseguenza una vera «crisi di partecipazione democratica», dove al referendum hanno votato solo 15 milioni di elettori, il 30,6%, che mostra una sempre più drammatica divergenza tra la politica e società civile.

Un referendum, proposto da una parte del sindacato sui temi del lavoro e dei diritti negati ai lavoratori, che non riesce a mobilitare quell’elettorato a cui si rivolge mette in rilievo che c’è una parte maggioritaria della società italiana assolutamente sfiduciata e disinteressata a partecipare al voto perché non ha più nessuna fiducia nella possibilità di cambiare le scelte della politica andando a votare.

Tutto questo molto probabilmente dipende anche dal fatto che in Italia vi sono quasi 24 milioni di occupati, 18,9 milioni dei quali sono lavoratori dipendenti. Ma la condizione professionale, lavorativa e contrattuale di questi varia moltissimo. Tra i lavoratori la normativa sui contratti e il mercato del lavoro, negli ultimi trent’anni, si sono moltiplicate le varie posizioni lavorative, con il proliferare di nuovi tipi di contratti tutti diversi, rendendo le condizioni dei meno garantiti precarie e sempre più diffuse. I lavoratori assunti a tempo determinato, ad esempio, sono 2,77 milioni (con 450mila stranieri). Di questi, 815mila sono a tempo parziale, mentre i part-time tra gli assunti a tempo indeterminato sono 2,55 milioni. Il tempo parziale è una condizione che colpisce soprattutto le donne, ma a volte nasconde lavori a tempo pieno pagati come a tempo parziale. I vari contratti a tempo determinato e a tempo parziale, com’è assolutamente ovvio, sono le due forme che più influiscono sulla precarietà dell’occupazione e sui bassissimi livelli di salario. E sono quei 5,3 milioni di titolari di quei contratti ai quali i quesiti oggetto dei referendum erano rivolti.

Inoltre se consideriamo la collocazione professionale secondo i livelli di qualificazione, partendo dal basso, troviamo che 3,7 milioni di salariati hanno un lavoro non qualificato o semi-qualificato, 3,3 milioni sono dipendenti del commercio o dei servizi e quasi 3 milioni sono impiegati esecutivi, cui si aggiungono altri 3 milioni di impiegati tecnici o amministrativi a media qualificazione. Le categorie del lavoro salariato, in ogni caso, assommano al 40% dell’occupazione totale, cui si aggiunge un 25% di impiegati a bassa o media qualificazione e un 8,5% di lavoratori autonomi a bassa o media qualificazione. Quote enormi, che descrivono una composizione sociale molto divisa e polarizzata, in cui le professioni con redditi alti raccolgono solo un quarto dell’occupazione totale. Se a ciò aggiungiamo che i livelli retributivi per le occupazioni a bassa o media qualificazione sono rimasti stagnanti negli ultimi due decenni, mentre solo una parte minoritaria dei redditi alti sono cresciuti, possiamo concludere che in Italia esiste una grave questione sociale, di classe come si diceva qualche decennio fa, che origina da una condizione del lavoro diviso in tanti piccoli gruppi di lavoratori ognuno con il suo tipo di contratto diverso anche da chi ha le medesime mansioni e fa l’identico lavoro.

In questo contesto la politica, o meglio i partiti che dovevano difendere i più deboli, si allontana sempre più dalle classi popolari.

In Italia i lavoratori rappresentano ancora una grande fetta del corpo sociale, in cui i ceti bassi e medio bassi del lavoro salariato e impiegatizio assommano ai 2/3 del totale. In una situazione in cui la mobilità sociale si è ridotta, se non del tutto bloccata, l’economia langue e sono solo i settori a più basso valore aggiunto e a bassa produttività che vedono aumentare l’occupazione, come abbiamo scritto in condizioni di sempre maggiore precarietà, le classi sociali più popolari hanno trovato sempre meno rappresentanza anche tra le forze di sinistra, che hanno teso a privilegiare solo il ceto medio. La conseguenza è stata che il sostegno a quelle forze di centrosinistra, e la stessa partecipazione elettorale da parte dei ceti bassi e medio-bassi, siano andati man mano diminuendo negli ultimi anni.

Ai lavoratori negli ultimi trent’anni, sono stati tolti diritti importanti e fondamentali, in un paese che vuole essere definito democratico, anche con il fondamentale concorso della sinistra liberal che, accettando il credo neoliberista, ha sostenuto che era l’impresa che andava messa al centro, perché «crea ricchezza». La sinistra liberal ha promosso politiche che, di fatto, hanno portato ad un grave impoverimento del lavoro, soprattutto, ma non solo, nelle sue fasce meno qualificate, basta vedere come sono trattati gli insegnanti, favorendo l’aumento della precarietà, spesso in nome della flessibilità, diventata un mantra per questa falsa sinistra. Nel contempo, il capitale, il capitalismo finanziario in primis, è stato favorito e i redditi alti, sempre per meno persone, hanno preso a crescere in modo esponenziale, soprattutto a svantaggio del ceto medio. Le disuguaglianze sono inevitabilmente aumentate, così come inesorabilmente è aumentata la povertà.

I referendum per cancellare il Jobs act e altri provvedimenti, e ridare al lavoro diritti e tutele, sono stati l’idea di rispondere all’esigenza di «rimettere il lavoro al centro», ridandogli la dignità che ha perso anche per le gravi leggi promulgate dal centrosinistra quando era al governo. Questa decisione che la Cgil ha preso finalmente, anche troppo tardi, pone anche una importante questione politica, molto rilevante, quella di ridare voce alle fasce più deboli e meno rappresentate, ma che rappresentano la maggioranza della popolazione italiana. Una questione che dovrebbe riguardare tutto il centrosinistra.

La grande astensione che si è avuta di quasi il 70% dell’elettorato confermerebbe che vi sono larghe fasce di popolazione che si sentono assolutamente escluse, non rappresentate in nessun modo da nessun partito o sindacato.

Alle ultime elezioni politiche del 2022, su 46,1 milioni di elettori i voti validi furono solo 28,2 milioni, il 61%. Alle elezioni europee di un anno fa su 51,2 milioni di elettori, i voti validi furono poco più di 23,4 milioni, il 45,7%. In questa tornata di referendum su 51,3 milioni di aventi diritto, in 14,1 milioni si sono espressi (in Italia), il 30,6%, mentre nelle circoscrizioni estere sono stati 1,1 milioni, il 21,3%. I Sì al primo referendum (quello con la percentuale più alta) sono stati 13.031.443. Ora, i tre partiti del centrosinistra Pd, AVS e M5S più UP o PTD totalizzarono 11,6 milioni di voti nel 2022 e 10,1 milioni nel 2024. Il che significa che i Sì sono stati 2,94 milioni in più dei voti di quei partiti nel 2024 e quasi un milione e mezzo in più del 2022.

Dalle analisi del flusso elettorale sembra che tre milioni di elettori sono stati catturati dal voto, fuori dal perimetro del campo “larghissimo” PD+AVS+M5S più Rifondazione comunista. C’è quindi una grave crisi democratica, non c’è nessun dubbio, ma il «popolo», i cittadini e i lavoratori esistono, sono la maggioranza silenziosa della società contemporanea, eccome. Probabilmente è andato a votare sicuramente chi vota sempre, quella parte che è “inclusa” e “garantita”, e che vota per il centro-sinistra. Non a caso l’affluenza è maggiore nei centri delle grandi città, nelle zone ex rosse, e dove maggiori sono le quote di laureati, ovvero le zone abitate dai ceti medi, più colti, progressisti. Molto meno (questo è gravissimo per il tema del referendum: I diritti dei lavoratori) le zone operaie e del lavoro salariato, le periferie, le cinture urbane, le aree interne. Alta affluenza nei capoluoghi, bassa in provincia, più alta al Nord, bassissima in quasi tutto il Sud.

Si è ribadito che una parte del corpo sociale, sempre maggiore, non si sente più rappresentata e si sente esclusa. Il lavoro, che doveva essere un tema “coinvolgente”, non ha mobilitato le masse, soprattutto quelle che avrebbero dovuto essere più coinvolte, visto che riguardava loro in particolare. Perché il ceto politico e sindacale ha perso indiscutibilmente credibilità agli occhi delle fasce del lavoro più deboli ed esposte, anche perché non ha difeso come doveva per decenni queste persone. Il referendum è stata un’occasione, purtroppo mancata, per invertire la rotta. Ma con due soli mesi di una campagna elettorale fatta di nascosto e in sordina, con il boicottaggio dei media il risultato non è stato di certo eccezionale. Dai partiti sono arrivati messaggi poco convinti, come il «non può essere un’abiura», in luogo di un “abbiamo sbagliato, abbiamo cambiato idea perché quelle politiche hanno provocato solo danni e ingiustizie oltre che aumentare le disuguaglianze”. Ma potrebbe essere un punto di partenza, che sarà sicuramente più credibile nel dare rappresentanza ai lavoratori se, finalmente, si vorrà davvero cambiare politiche sociali e ripudiare le assurde prescrizioni neoliberiste, come l’austerità a tutti i costi.

Naturalmente se è vero che quei 13 milioni di Sì sono stati più dei 12,3 milioni presi dalla coalizione di centro-destra nel 2022, è certamente anche vero che non sono tutti necessariamente voti che andrebbero al “campo larghissimo” alle prossime elezioni, anzi credo fermamente che molti lavoratori che votano per le destre hanno votato “Si”al referendum. Oggi il voto resta una prerogativa di quell’elettorato che dal punto di vista del lavoro, dei contratti e dei diritti è il più “garantito”. Il vasto mondo dei non garantiti, dei lavoratori precari delle periferie e delle aree interne, degli esclusi e degli abbandonati non si è purtroppo recato alle urne. Tuttavia, lavoratori, giovani, nei seggi dove votavano universitari fuori sede le percentuali dei votanti sono state altissime, ed elettori più sensibilizzati, molti non aderenti al centro-sinistra, si sono sicuramente espressi, il che può essere un molto tenue elemento di speranza. Ma un insieme di forze progressiste vere che vogliono rimettere il lavoro al centro della politica e far ripartire la partecipazione democratica in Italia c’è, dunque motivo di guardare al futuro con maggiore fiducia, soprattutto se la sinistra «tornerà a fare veramente la sinistra», reclamando giusti salari e stipendi, rispetto dei diritti dei lavoratori e dei precari e tutte quelle infinite cose che deve fare chi vuole rappresentare la maggioranza degli italiani i poveri e gli esclusi.

12 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

I FALSARI DELLA POLITICA

di Michele BLANCO 12 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

In questi giorni si legge e si sentono eloqui e tributi incredibili, soprattutto, da parte di Salvini, Meloni e Tajani ma anche di altri personaggi, nei confronti del pregiudicato Silvio Berlusconi.

Questi miracolati della politica definiscono il grande pregiudicato e non carcerato solo perché la giustizia italiana è lentissima con chi può permettersi i migliori avvocati e sotterfugi vari, oltre all’immunità di parlamentare, come un “visionario”, un “leader” e altre ingiustificate e stratosferiche falsità.

Ma in realtà Silvio Berlusconi ha avuto numerosi procedimenti giudiziari e alcuni di essi hanno portato a condanne. In particolare, è stato accusato di concorso in corruzione, reato che sarebbe stato perpetrato mediante il versamento di tangenti ad ufficiali della Guardia di Finanza.

I procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi sono stati molteplici e si sono svolti nel corso di circa quattro decenni dalla seconda metà degli anni 1980 fino al 2023, anno della sua morte. Al 12 giugno di tale anno, giorno della scomparsa, si contavano 32 processi conclusi e quattro in corso.

In alcuni processi furono pronunciate, in primo grado o in appello, sentenze di condanna. Ma un solo procedimento portò a una sentenza di condanna definitiva passata in giudicato, ovvero il Processo Mediaset: il 1° Agosto 2013 la Corte di cassazione confermò la decisione di condanna della corte di appello a quattro anni di reclusione (di cui tre beneficiati dall’indulto); ovviamente invece del carcere, nei suoi confronti fu però disposta una misura alternativa alla detenzione, ossia l’affidamento in prova al servizio sociale eseguito presso la clinica “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone (MI) dal 9 maggio 2014 al 6 marzo 2015, misura per cui Berlusconi richiese poi la riabilitazione, che gli fu concessa dal tribunale di sorveglianza della città di Milano.

Egli era semplicemente un ricco, abbastanza megalomane, un pluripregiudicato scampato a tantissimi processi grazie ai suoi soldi e a innumerevoli leggi ad personam.

Uno uomo strapieno di conflitti d’interesse, che nessun governo sia di centrosinistra che di centrodestra ha legiferato per porvi rimedio, un grandissimo evasore fiscale, uno che ha fondato un partito insieme a un condannato per via definitiva in corte di Cassazione per mafia, che ne ha combinate di tutti i colori. Inoltre ha attaccato la magistratura in maniera indegna, in particolare tutti i magistrati che facevano il loro dovere in modo imparziale.

Nonostante abbia lasciato un profondo solco negativo nell’attuale società italiana, nell’informazione con i suoi fedelissimi Sallusti, Vespa, Feltri, sempre in tv, e vari eredi politico degni della sua pochezza, ai su nominati aggiungerei Renzi, che con il Jobs Act, ha portato a compimento uno dei pilastri delle politiche berlusconiane.

Ma oggi dopo il nefasto esito referendario pensiamo ai gravi problemi del nostro Paese e alle persone perbene, che non arrivano con lo stipendio alla fine del mese.

12 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

NON SONO POCHI 13 MILIONI DI ELETTORI

di Marco MADDALENA 10 Giugno 2025
Scritto da Marco MADDALENA

Il referendum non è un’elezione politica. La vittoria del referendum non avrebbe portato alla caduta di nessuno governo, basta ricordare che la vittoria del referendum del 1974 sul divorzio non porto la caduta del governo guidato dalla Democrazia Cristiana.

Il referendum in caso di raggiungimento del quorum avrebbe portato all’ abrogazione di alcune fattispecie legislative previste nel Job Act , nei subappalti e sulla riduzione dei tempi per la richiesta di cittadinanza.

Non aver partecipato alla consultazione liberamente, invece, è un segnale non di contrarietà ma di non espressione della propria opinione sui temi del lavoro e della cittadinanza, un “lavarsene le mani” che può avere mille significati .

Il risultato però finale è che il Job Act resta e regolamenterà per anni ancora il sistema del lavoro, che per la gran parte degli italiani alla fine non è così male tanto da essergli indifferente e quindi quella legge tanto avversata a “chiacchiere” alla fine è “ben tollerata” e se c’è un vincente in queste elezioni è il promotore di quella legge, Matteo Renzi. 

Resto convinto, nonostante l’esito del referendum, che quella legge e non solo (vedi il lavoro in affitto) abbiano peggiorato il sistema del lavoro come dell’importanza di quei 13 milioni di elettori che hanno espresso un desiderio di cambiamento, a cui va il mio ringraziamento per l’impegno profuso nel merito di una questione sociale importante.

10 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

REFERENDUM: «CHI LOTTA PUÒ PERDERE, CHI NON LOTTA HA GIÀ PERSO» PER DIRLA CON LE PAROLE DI ERNESTO GUEVARA

di Michele BLANCO 6 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

A tutti è chiaro che chi invita all’astensione ai 5 referendum dell’8 e 9 giugno prossimi, non piace la nostra Costituzione. Questa opportunità del voto referendario sarà un’occasione storica, unica, per milioni di lavoratori, cittadine e cittadini di esprimersi direttamente su questioni che riguardano la loro condizione quotidiana sia materiale e che sociale. Solo questo è, chiaramente, un fatto di straordinaria, enorme rilevanza democratica e partecipativa.

Ricordiamo a tutti che l’attacco al lavoro, ai diritti dei lavoratori, forte esenza precedenti, in nome della libertà del mercato, degli ultimi 40 anni. Che ha portato oltre agli stipendi e salari più bassi tra le nazioni ricche alla perdita stessa della dignità del lavoro. La grande e trionfante controrivoluzione reazionaria neoliberista si è potuta affermare, senza essere contrastata dai sindacati e dai partiti che si autodefiscono di sinistra, nel nostro Paese perché è riuscita a far passare, come altrove, i tre principi cardini, che dovevano festare intocabili della licenziabilità, precarietà e insicurezza del lavoro. La vergogna più triste e dolorosa sono tre morti di media al giorno sul lavoro e di ben oltre 500 mila denunce d’infortunio all’anno.

Per quel che riguarda i licenziamenti, l’operazione che pone in essere il primo quesito è quella di ripristinare l’Art.18 per le aziende con più di 15 addetti. Ciò comporta il diritto alla «reintegra» nel posto di lavoro nei casi di licenziamenti ritenuti da un giudice, non dai lavoratori o dai sindacati, illegittimi cioè con motivazioni false e ingiustificate. Si tratterebbe in caso di vittoria del SI di cancellare la possibilità dei licenziamenti facili che l’introduzione nel marzo 2015 del Jobs Act di renzi ha reso vergognosamente possibile. Oggi sono circa tre milioni e mezzo i dipendenti su cui grava la possibilità di essere licenziati senza nessun motivo, si tratta di un vero e proprio vuoto di tutela.

Il secondo quesito interviene sulle aziende fino a 15 addetti. In questo caso non si è potuto fissare il principio della «reintegra», ma se vince il SI viene tolto l’iniquo tetto delle sei mensilità in caso di licenziamenti illegittimi. Sarà un giudice del lavoro a decidere una misura equa dell’indennizzo a seguito di un licenziamento ritenuto ingiusto, che tenga conto, per gli oltre tre milioni e 700 mila lavoratori interessati, dei carichi familiari e dell’età del lavoratore coinvolto.

Della precarizzazione si occupa il terzo quesito che vuole ripristinare nel caso di rapporto di lavoro a tempo determinato, che riguarda attualmente due milioni e 300 mila persone, la «causale obbligatoria» sin dall’istaurarsi del rapporto, ribadendo così che la regola è il lavoro stabile a tempo indeterminato. Causali, è bene precisare, non discrezionali ma che siano quelle previste dalla legge e dai contratti collettivi vigenti. Ricordiamo che tra i primi atti dell’attuale governo Meloni è stato quello dell’abolizione delle causali, che servono esattamente a segnalare il carattere transitorio e sporadico del lavoro a termine.

Il quarto quesito tende a restituire responsabilità piena in tema di sicurezza all’impresa appaltante o committente, che al contrario, negli ultimi decenni ha teso a scaricare in basso, lungo i rivoli degli appalti e subappalti. Il meccanismo degli appalti da che era un modo per selezionare specializzazioni e competenze specialistiche è divenuta una gravissima e insana corsa al massimo ribasso dei costi e allo scarico di responsabilità dei «rischi specifici», a completo detrimento della tutela di milioni di lavoratrici e lavoratori.

I 4 referendum sul lavoro, rappresentano un attacco di un modello di produzione e d’impresa ingiusto e malato che ci ha voluti potenzialmente tutti precari, licenziabili, mal retribuiti, ricattabili e soprattutto a rischio sin dalle aule scolastiche. In tanti, troppi, lavoratori escono all’alba, per lavorare, per non farvi più ritorno e non si sa mai di chi sia stata la colpa.

Ricordiamo i morti di Suviana, Toyota, Brandizzo, Calenzano, Casteldaccia, Ercolano e di tutte le migliaia di vittime innocenti del lavoro.

A tutti gli indecisi, i dubbiosi i riluttanti se vince il si ai 4 referendum il lavoro sarà più stabile, sarà meno precario, sarà più sicuro, insomma sarà più libero. Questa occasione non va sprecata in caso contrario vivremo, sempre piu, in una società ingiusta, dove la stragrande maggioranza della popolazione italiana vivrà sempre meno tutelata.

6 Giugno 2025 0 Commenti
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