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UNA TASSA GIUSTA PER I MILIARDARI

di Michele BLANCO 15 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Nel mondo i 3.000 ultra miliardari sono soggetti al pagamento delle tasse con tassi medi di imposizione molto più bassi rispetto al resto dei contribuenti ben più poveri.

Finalmente ben sette premi Nobel americani si sono espressi a favore dell’introduzione della cosiddetta “Tassa Zucman”, sui grandi patrimoni. Come già da espresso da due economisti di primo piano molto attivi nel dibattito francese ed europeo, Jean Pisani-Ferry e Olivier Blanchard.

Bisogna considerare che si tratta di prese di posizione assolutamente importanti perché, se alcuni dei firmatari (ad esempio Paul Krugman, Esther Duflo e Joe Stiglitz) sono noti anche al grande pubblico per aver sempre in passato e più volte affermato di essere a favore di una maggiore giustizia fiscale, altri come Acemoglu, Pisani-Ferry e Blanchard sono abitualmente molto più cauti, moderati, nelle loro prese di posizione su temi politicamente sensibili. In passato questi economisti hanno a lungo sostenuto che l’economia dovesse occuparsi più di efficienza economica che di distribuzione; vederli prendere una posizione così precisa e netta testimonia della preoccupazione crescente per la stessa tenuta sostenibile della democrazia nel mondo contemporaneo. Proprio il premio Nobel 2024, Daron Acemoglu, ad esempio, ha stupito molti con i suoi lavori più recenti nei quali si sottolinea come la regolazione, il sostegno alle classi medie, l’importanza di corpi intermedi come i sindacati, siano necessari per la salvaguardia della democrazia in una prospettiva di “prosperità condivisa”.

La proposta, dell’economista che insegna a Berkeley della “tassa Zucman”, nasce nel rapporto preparato nel 2024 per il G20 ed ha la particolarità di prevedere l’introduzione di un’imposta minima globale sul patrimonio dei miliardari, fissata al 2 per cento. 

A differenza delle imposte sul reddito, la tassa Zucman si calcolerebbe direttamente sul valore del patrimonio effettivamente detenuto, indipendentemente da quanto dichiarato o realizzato (ad esempio in dividendi) ogni anno. Questo meccanismo rende molto più difficile l’elusione fiscale, come fanno spesso i supericchi, anche perché la ricchezza è molto più difficile del reddito da nascondere nelle innumerevoli società di comodo o in paradisi fiscali. La misura riguarderebbe i circa 3.000 contribuenti in tutto il mondo che hanno un patrimonio superiore ad un miliardo di euro; gli introiti sono stimati in 250 miliardi l’anno a livello globale (50 per la sola Unione europea). 

Nel mondo contemporaneo i Super ricchi sono sempre più ricchi. Ad esempio, in Francia, la quota dell’1 per cento più ricco della popolazione è quasi raddoppiata in quarant’anni, passando dal 7,3 per cento del 1981 al 12 per cento del 2023. Ma nonostante questo i ricchi (e soprattutto i ricchissimi) contribuiscono molto meno degli altri al bene comune. 

In Francia la Paris School of Economics, ove vengono raccolti e analizzati i dati delle amministrazioni fiscali sui redditi, ha calcolato che l’aliquota fiscale effettiva, vale a dire la somma di tutti i tributi (imposte sul reddito e sulle società, contributi, tasse sui consumi) rapportata al reddito, è incredibilmente molto più bassa per i super ricchi che per tutti gli altri. Prendendo ancora l’esempio della Francia, il 50 per cento più povero, la classe media (il successivo 40 per cento), la classe medio-alta (il successivo 9 per cento) e persino la maggior parte dell’1 per cento più ricco hanno aliquote fiscali effettive vicine all’aliquota fiscale media, che è al 52 per cento. I ricchissimi, lo 0,01 per cento più ricco, i miliardari in euro per capirci, al contrario, grazie a tecniche elusive sempre più sofisticate, pagano solo il 27 per cento del loro reddito complessivo. 

Il serio studioso Zucman mette in evidenza nel suo rapporto che i due fenomeni si alimentano, dato che la bassa tassazione alimenta un’accumulazione di ricchezza più rapida che per il resto dei contribuenti.

In Italia  l’1 per cento più ricco della popolazione si è arricchito a dismisura, passando dal 6,2% del 1981 al 12,3 per cento del reddito nazionale nel 2023. Nel sistema regressivo italiano gli economisti dell’Efa, di solito moderati, si sono spesi a favore dell’introduzione della “tassa Zucman”. In un articolo uscito sul Journal of the European Economic Association nell’autunno scorso, un gruppo di economisti del Sant’Anna di Pisa e della Bicocca di Milano ha stimato i tassi effettivi per l’Italia, e trova un quadro simile a quello degli altri paesi, sia pure con qualche differenza che peggiora ulteriormente la situazione. In Italia, il sistema è molto poco progressivo per gran parte della distribuzione del reddito. Il tasso medio di imposizione va da circa il 40 per cento per i redditi più bassi a circa il 50 per cento per il novantesimo percentile (vale a dire coloro che guadagnano più del 90 per cento della popolazione). Questo leggerissimo aumento è spiegato dal fatto che la regressività dell’Iva attenua (ma non elimina) la progressività dell’imposta sul reddito. Sopra agli 80mila euro di reddito, che corrisponde al 5 per cento più ricco della popolazione, il sistema diventa profondamente regressivo. 

Infatti questi contribuenti ottiene quasi il 50 per cento del proprio reddito dal capitale, visto che riesce ad abbattere i propri redditi da lavoro sfruttando le enormi incongruenze e ingiustizie del sistema fiscale italiano. Il risultato è che per lo 0,01 per cento dei contribuenti italiani il tasso effettivo si riduce al 36 per cento; molto più basso non solo della media (46,3 per cento), ma anche della parte più povera della popolazione. Insomma, nella realtà nel nostro Paese chi più ha meno paga, in barba all’articolo 53 della Costituzione che recita «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». 

La tassa Zucman consentirebbe di risolvere almeno in parte questa gravissima ingiustizia. 

Naturalmente sarebbe molto interessante arrivare a fare una tassa mondiale per i supericconi evasori, tramite un accordo internazionale, per estendere questa tassa in tutto il mondo in tutte le nazioni, cosi avrebbe maggiori possibilità di essere effettiva e applicabile, inoltre sarebbe un atto di giustizia quantomeno auspicabile. 

Perché se non si fanno contribuire chi finora è stato di fatto esentato dal contribuire al bene pubblico, rimane evidente che la democrazia effettiva è sempre più a rischio e con essa la stessa idea di società libera e solidale che sarebbe alla base della convivenza civile.

15 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

LA POVERTÀ IN ITALIA È EREDITARIA

di Michele BLANCO 12 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

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L’Università di Oxford ha condotto uno studio serissimo secondo il quale, tra i paesi europei, l’Italia è quello in cui in assoluto c’è la maggiore probabilità di restare poveri se si è nati in una famiglia povera o che versa in difficoltà.

Secondo quest’analisi dettagliata condotta da Lorenzo Ruffino sui dati di uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su “Research in Social Stratification and Mobility”, l’Italia è tra i Paesi europei in cui la povertà si eredita con maggiore intensità. A chi nasce povero in Italia non basta l’impegno, non bastano gli studi, e spesso nemmeno un lavoro: ha il 15% di probabilità in più di restare in condizioni di povertà da adulto rispetto a chi cresce in una famiglia agiata. È uno dei dati peggiori in Europa, superiore persino a Paesi dell’Est come la Polonia o la Slovenia.

L’effetto della povertà familiare, in Italia, è oltre otto volte più forte che in Francia e più del doppio rispetto alla Germania. Nei Paesi scandinavi, invece, l’impatto delle origini familiari è pressoché nullo. In Danimarca o Svezia può perfino accadere che chi nasce in condizioni difficili, grazie all’istruzione e al welfare, migliori le proprie condizioni economiche più dei coetanei benestanti. In Italia questo meccanismo si è inceppato. La povertà non solo è ampia, ma si è irrigidita. E non basta crescere per scrollarsela di dosso.

Lo studio analizzato da Ruffino identifica due elementi che spiegano circa due terzi della trasmissione intergenerazionale della povertà: il livello di istruzione raggiunto e la posizione occupazionale. In Italia, chi nasce in una famiglia svantaggiata tende ad avere una formazione più bassa e un accesso più difficile al mercato del lavoro qualificato.

E i dati Istat lo confermano: tra i giovani di 25-34 anni, ha un titolo universitario il 67% di chi ha almeno un genitore laureato, il 40% di chi ha genitori diplomati e appena il 13% se i genitori hanno al massimo la terza media. L’abbandono scolastico segue la stessa linea: solo il 2% nei figli dei laureati, ma il 24% nei figli di genitori con bassa scolarizzazione.

L’istruzione, insomma, resta un canale privilegiato per cercare di uscire dalla povertà, ma non basta. Perché anche tra chi studia, il peso delle origini continua a farsi sentire. Il rischio è che l’ascensore sociale funzioni solo per chi già parte dal piano rialzato.

L’Italia non paga solo il prezzo di un welfare debole o di una crescita economica insufficiente. A pesare è l’intero assetto del sistema: i servizi educativi, la qualità della scuola, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, l’accesso alle reti sociali e informative. Chi nasce povero ha meno strumenti, meno contatti, meno fiducia nelle proprie possibilità. Ha davanti un orizzonte più basso. E viene giudicato, valutato, pesato sempre e solo sulla base del suo punto di partenza.

La fotografia che conferma ancora di più che l’ascensore sociale si è completamente bloccato!

In questo contesto Geronimo La Russa è a capo dell’ACI perché è figlio del presidente del Senato, mentre altri figli di nessuno non hanno nessun riconoscimento, anche se plurilaureati, superspecializzati e preparatissimi.

D’altronde, non è una novità per il nostro Paese e non riguarda solo questo Governo. È un vizio molto antico, quello della classe politica di piazzare amici, parenti, amanti e compagni di partito trombati in ruoli super pagati e di rilievo.

Resta una vera e propria vergogna nazionale e lo stipendio faraonico di La Russa junior, in un paese in cui c’è ancora chi muore nei cantieri per mille euro al mese, rimane uno dei tantissimi casi di malaffare e raccomandazioni della politica italiana. Una grave vergogna come sono una vergogna tutti gli altri incarichi che si distribuiscono da anni e anni ai raccomandati di tutte le provenienze sempre a spese degli italiani. Ma ormai sembra che non si indigna più nessuno.

12 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

L’UCRAINA NON È UNO STATO DEMOCRATICO

di Michele BLANCO 11 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

L’Ucraina non è uno Stato democratico perché il governo viola i diritti umani. Sebbene qualcuno sostiene che Zelensky sia un sincero democratico e difenda la democrazia, in Ucraina e anche per l’Europa, la realtà non sembra essere proprio cosi. 

Zelensky di sua iniziativa ha sciolto ben 11 partiti d’opposizione, rendendogli illegali. Ha sciolto la Chiesa Ortodossa, imprigionato parte del clero, sequestrato conventi e seminari. Ha fondato una nuova Chiesa i cui vertici vengono nominati da lui stesso. Ha fatto bruciare in piazza tutti i classici della letteratura russa, cosa che avviene solo nelle dittature e avveniva nel medioevo. Ha abolito le elezioni “perché c’è la guerra”. Ha fatto in modo che tutti i giornali e le tv ucraine siano sotto controllo di un’unica agenzia statale, guarda caso controllata da lui stesso. Ha fatto uccidere (5 Marzo 2022) Denis Borisovič Kireev, agente dei servizi e membro della delegazione ucraina ai negoziati con la Russia, per sua personale decisione. Niente processo, una pallottola alla nuca e via. Ha ordinato gli omicidi di Darja Dugina (figlia del filosofo russo Dugin), il giornalista russo Vladen Tatarski, l’ex sindaco di Lugansk Manolis Pilavov e innumerevoli altri.

Consente ai servizi segreti di pubblicare la lista di persone “da eliminare”, in cui fu inserito anche Papa Francesco, poi cancellato per le proteste diplomatiche. Prima della guerra varò leggi che annullavano l’indipendenza della magistratura (“svolta dittatoriale”, scrissero tutti i giornali occidentali, tra questi ricordiamolo: The Times, The Guardian, La Stampa, ecc. ma nessuno più lo ricorda).

In Ucraina, con Zelensky presidente, sono state approvate leggi che sono state definite liberticide, soprattutto in relazione alle proteste e alle libertà civili. Queste leggi hanno introdotto disposizioni che, secondo tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, limitano le libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione e di riunione.

Sono state riscontrate “significative questioni relative ai diritti umani che hanno coinvolto funzionari del governo ucraino”. Nel documento “Made in USA” del dipartimento di stato degli Stati Uniti d’America, si parla di “rapporti credibili di: sparizione forzata; tortura e pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; condizioni carcerarie dure e pericolose per la vita; l’arresto o la detenzione arbitrari; gravi problemi di indipendenza della magistratura; restrizioni alla libertà di espressione, anche per i membri dei media, comprese le violenze o le minacce di violenza contro i giornalisti, gli arresti o le azioni penali ingiustificate nei confronti dei giornalisti e la censura; gravi restrizioni alla libertà di Internet; un’ingerenza sostanziale nelle libertà di riunione pacifica e di associazione; restrizioni alla libertà di circolazione; grave corruzione del governo; violenza di genere diffusa; restrizioni sistematiche alla libertà di associazione dei lavoratori; e l’esistenza delle peggiori forme di lavoro minorile. Alcune di queste questioni relative ai diritti umani derivavano dalla legge marziale, che continuava a limitare le libertà democratiche, tra cui la libertà di movimento, la libertà di stampa, la libertà di riunione pacifica e le protezioni legali”. E tutto questo non per mano degli “invasori” russi, ma da parte delle autorità ucraine. Una situazione resa ancora più grave, secondo gli USA, dal fatto che “il governo spesso non abbia adottato misure adeguate a identificare e punire i funzionari che potrebbero aver commesso abusi”.

Sebbene la Costituzione ucraina e la legge proibiscano la tortura e altre punizioni crudeli, sono state molte le segnalazioni di “abusi da parte delle forze dell’ordine”. Abusi solo in parte giustificati dall’istituzione della legge marziale. “Ci sono state segnalazioni di forze dell’ordine e funzionari militari che hanno abusato e torturato persone in custodia per ottenere confessioni, di solito legate a presunte collaborazioni con la Russia”. In generale “le condizioni delle carceri e dei centri di detenzione (ucraini) sono rimaste pessime e a volte hanno rappresentato una seria minaccia per la vita e la salute dei prigionieri. L’abuso fisico, la mancanza di cure mediche e nutrizionali adeguate, le scarse condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di luce adeguata sono problemi persistenti”. Alcuni “detenuti hanno riferito che le autorità e i cosiddetti assistenti della popolazione carceraria abbiano usato trattamenti crudeli e degradanti, oltre a violenze fisiche e sessuali”. “Gli osservatori dell’Ufficio del difensore civico, del Meccanismo nazionale di prevenzione e del Gruppo per la protezione dei diritti umani di Kharkiv (KHPG) hanno riferito di cattive condizioni nel carcere di Kharkiv, nella colonia correzionale di Dykanivska e nel penitenziario di Temnivska”: strutture affollate, prive di illuminazione adeguata, con pareti umide e ricoperte di muffa e cavi elettrici sfilacciati ed esposti che rappresentano un pericolo per la vita e la salute dei detenuti.

L’OHCHR ha documentato decine di “casi di detenzione ingiusta, sparizione, tortura e maltrattamento di imputati e sospetti al fine di costringerli a testimoniare; violazioni procedurali per perquisizioni domiciliari o arresti; e la mancanza di accesso all’assistenza legale durante il periodo iniziale di detenzione e interrogatorio”.

Gravi anche i casi di violazione della privacy. In Ucraina la Costituzione proibisce tali azioni, ma ci sono state segnalazioni che “le autorità in generale non abbiano rispettato i divieti”.

Secondo il rapporto degli USA “il Servizio di sicurezza e le forze dell’ordine a volte hanno condotto perquisizioni senza un mandato adeguato”, e “molti cittadini non erano a conoscenza dei loro diritti o del fatto che le autorità avessero violato la loro privacy”.

Come si può definire un regime del genere?

11 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

UN PREMIO AI BAMBINI PALESTINESI

di Marco MADDALENA 10 Luglio 2025
Scritto da Marco MADDALENA

Ci vuole “fegato” ad assegnare un premio per la Pace in un mondo di “guerra” …..

Un premio ormai non si nega a nessuno e spesso non è utile alla memoria del personaggio a cui è intitolato ma più ad un gioco autoreferenziale per autocelebrare il premiato, specialmente se quest’ultimo è un personaggio “influente” che potrebbe essere “utile” alla comunità che amministri.

Ma attenzione un conto è dare il premio della “zucchina” (con estremo rispetto per la zucchina e gli agricoltori che la coltivano) ed un conto prendersi la responsabilità di chiamare in causa la memoria di un Partigiano, di un Sacerdote che sia nel corso della vita ed sia in punta di morte ha lottato per la giustizia sociale e per la Pace.

E se poi la motivazione del premio dedicato a Don Giuseppe Morosini presso il Comune di Ferentino al ministro Antonio Tajani è “l’alto senso istituzionale e l’azione costante a favore dei valori della pace e della cooperazione internazionale” anche la “zucchina” sarebbe esterrefatta per un premio assegnato in un pianeta di armi.

Attenzione non è – come qualcuno potrebbe maliziosamente pensare  –  una questione verso la persona del ministro, che già ha ricevuto anche la cittadinanza onoraria nel Comune di Ferentino, ma sul come oggi si possa serenamente assegnare un premio alla Pace in un mondo politico di guerra?

In un Europa dove i governi compreso quello italiano vanno al riarmo per preparare la guerra, dopo essere stati ininfluenti nella protezione del popolo ucraino e silenziosi osservano morire bambini in Palestina (eccezione il governo spagnolo di Sanchez) ma veramente si può pensare di dare ad un qualsiasi ministro europeo un premio per la Pace?

Si, sicuramente Ferentino è un piccolo Comune nel mondo e probabilmente l’amministrazione non dice mai di no a nessuno e, poi, alla fine è un premio per fare un poco di “festa” (!) …. però in questo momento qualcuno nel mondo per la “voracità” nella produzioni armi non sa nemmeno cosa sia una “festa” ma “celebra” quotidianamente funerali, come ormai drammaticamente succede in Palestina.

Ecco, date questo premio velocemente ma da domani invito il sindaco e i consiglieri comunali di convocare un consiglio comunale d’urgenza con la richiesta sia di fermare immediatamente il genocidio in Palestina sia il riconoscimento dello Stato di Palestina come già hanno fatto altri Comuni e assegnare un premio per la Pace ai bambini palestinesi, una goccia ma forte in questo triste momento dell’umanità …

10 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

INCREDIBILE MA ANCORA AUMENTANO LE DISUGUAGLIANZE

di Michele BLANCO 7 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Secondo quando riportato dall’edizione 2025 del Global Wealth Report di UBS appena il 5% degli italiani possiede circa la metà della ricchezza nazionale. In questo contesto cresce solo il patrimonio di chi è già ricco.

Nel 2024 la ricchezza media per adulto nel nostro Paese è aumentata del 3,81% al netto dell’inflazione, sempre secondo Ubs. In crescita sono i grandi patrimoni. Quasi due terzi della ricchezza miliardaria in Italia è frutto di eredità.

Di conseguenza le disuguaglianze crescono nel nostro Paese, dove il 5% più ricco delle famiglie possiede esattamente il 47,7% della ricchezza nazionale, una quota superiore del 20% rispetto a quella detenuta dal 90% più povero, come ha riportato anche l’Ong Oxfam raccontando i grandi divari nel Paese. E più si è ricchi, più il patrimonio aumenta. Lo 0,1% più ricco degli italiani ha registrato un incremento di oltre il 70% tra il 1995 e il 2016 (dal 5,5% al 9,4%); beneficiando di un rendimento medio annuo sui patrimoni (5%) quasi doppio rispetto a quello (2-3%) del 90% più povero degli italiani.

In particolare, nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da soli 71 individui. Quasi due terzi della ricchezza miliardaria (il 63%) in Italia è frutto solo di eredità rispetto al 36% a livello globale. In Italia sono 1,3 milioni le persone milionari.

Nel corso dei prossimi 2 o 3 decenni, stima la banca d’affari svizzera Ubs che da anni realizza un rapporto sulla ricchezza dei grandi patrimoni, l’Italia assisterà ad un’impennata delle risorse trasferite tra le generazioni nonché all’interno della stessa generazione per un totale di oltre 2.300 miliardi di euro, pari ad oltre un quinto dell’intero patrimonio privato del Paese e pari al doppio della somma prevista in Giappone, che ha il doppio della popolazione. In generale la ricchezza media per adulto in Italia è aumentata del 3,81% al netto dell’inflazione. La ricchezza mediana, misurata negli stessi termini, è addirittura salita del 15%, al sesto posto tra i 56 Paesi analizzati. L’evoluzione degli ultimi cinque anni, invece, è meno favorevole: dall’inizio del decennio in poi, la ricchezza media è calata di oltre il 9% e quella mediana è aumentata soltanto del 4,7%.

Mentre la ricchezza globale è cresciuta del 4,6%, dopo un incremento del 4,2% nel 2023, proseguendo così un trend al rialzo costante. Gli adulti del Nord America hanno registrato i livelli medi di ricchezza più elevati (593.347 dollari), seguiti da quelli dell’Oceania (496.696 dollari) e dell’Europa occidentale (287.688 dollari). La Svizzera ha continuato a guidare la classifica della ricchezza media pro capite a livello di singolo mercato, seguita da Stati Uniti, Hong Kong e Lussemburgo. Danimarca, Corea del Sud, Svezia, Irlanda, Polonia e Croazia hanno registrato i maggiori aumenti della ricchezza media, tutti con tassi di crescita a doppia cifra.

Il report di quest’anno mette in evidenza un segmento in crescita ma spesso trascurato: gli EMILLI – Everyday Millionaires con asset investibili per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari. Il loro numero è più che quadruplicato dal 2000, raggiungendo circa 52 milioni a livello globale alla fine dello scorso anno. Questo gruppo oggi detiene una ricchezza complessiva di circa 107.000 miliardi di dollari, avvicinandosi ai

119.000 miliardi detenuti da individui con un patrimonio superiore a 5 milioni di dollari. La crescita di questo segmento è stata trainata in larga parte dall’aumento dei prezzi immobiliari e dagli effetti valutari.

Per fortuna e finalmente la tassa sui grandi patrimoni sta diventando più popolare. Infatti secondo una recente indagine 7 italiani su 10 sarebbero favorevoli ad un’imposta europea sui grandi patrimoni, che in Italia si applicherebbe allo 0,1% più ricco della popolazione, circa 50.000 cittadini, con patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni di euro. Una misura in grado di rafforzare l’equità del nostro sistema fiscale e generare considerevoli risorse da destinare al finanziamento dei crescenti bisogni sociali, al contrasto a povertà e disuguaglianze e alla lotta contro i cambiamenti climatici.

7 Luglio 2025 1 Commento
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Politica

LA VERA VITTORIA DEL CAPITALISMO NEOLIBERISTA

di Michele BLANCO 5 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Oggi possiamo affermare senza nessuna ombra di dubbio che il più grande successo del capitale neoliberista non è stato solo lo smantellamento dello Stato sociale, ma aver convinto le sue innumerevoli e non difese vittime a non rendersi conto di cosa sia avvenuto negli ultimi 40 anni.

Infatti non è stato sufficiente tagliare pensioni, distruggere i contratti a tempo indeterminato, precarizzare le vite di decine di milioni di persone, l’ideologia neoliberista ha reso necessario riscrivere la percezione del mondo, trasformando i sacrosanti diritti sociali in privilegi, la giusta solidarietà in parassitismo, la normale e necessaria spesa pubblica in colpa.

Oggi milioni di persone, soprattutto giovani e precari, non pensano o sognano più l’estensione dei diritti sociali, ma il loro “inesorabile” e ingiusto contenimento. Milioni di persone povere arrivano a credere che le pensioni “troppo generose”, i congedi parentali, la sanità gratuita, le ferie pagate siano un peso che affonda le finanze pubbliche. Credono che chi ha un contratto stabile sia un privilegiato, quando non addirittura un ladro.

Ma come è stato possibile arrivare a questa assurda narrazione?

La grande inversione del pensiero da progressista a reazionario, il rispetto dei diritti da conquista collettiva a colpa individuale.

Nel secondo dopoguerra, l’Europa conobbe una grandissima stagione di ricostruzione e giustizia sociale. Lo Stato sociale, con i suoi fondamentali pilastri: istruzione pubblica, sanità universale, previdenza, era il compromesso fra capitale e lavoro che impediva il ritorno della barbarie. Quelle conquiste nacquero dalla lotta di classe e furono pagate con decenni di sacrifici da parte di milioni di cittadini e lavoratori.

Ma a partire dagli anni Ottanta, tutto è totalmente cambiato, in peggio. Il neoliberismo, prima con Reagan e Thatcher, poi con anche con Clinton, Blair e i loro cloni europei, ha capovolto il lessico politico. La spesa pubblica è diventata “inefficienza”, la solidarietà “spreco”, il diritto “assistenza”. Il problema, da sistemico, è diventato morale: non più la leale lotta tra classi, ma tra la falsa lotta tra “produttivi” e “improduttivi”.

Il welfare State è stato descritto come una macchina che premia la pigrizia e disincentiva l’impegno. Non un sistema di giustizia e protezione, ma un alibi per i falliti. Così, nel cuore dell’ideologia neoliberista, l’indigenza non è più il frutto di un’ingiustizia, ma di un fallimento personale. E chi riceve un aiuto pubblico diventa automaticamente sospetto. Ecco come si è arrivati al colpo di grazia del il neoliberismo interiorizzato.

Ma il vero trionfo del capitale è stato l’introiezione di questa ideologia da parte delle classi sociali subalterne e dei più deboli. Oggi, in molte piazze d’Europa, non è raro vedere precari che chiedono in modo incredibile “meno tasse”, “più merito”, “meno privilegi”. Non sanno che stanno tagliando il ramo su cui sono seduti.

Il capitale e i supericchi sono riusciti a creare una soggettività diffusa compatibile con la sua logica: un individuo isolato, competitivo, rancoroso, pronto a odiare chiunque goda di una protezione sociale che a lui è stata negata. L’odio non è più verso il padrone, ma verso l’insegnante “fannullone”, l’infermiere “assenteista”, il pensionato “privilegiato”. Non si sogna più un mondo in cui tutti abbiano giustizia, dignità e tutele: si sogna un mondo dove nessuno sia più tutelato.

Questa nuova ed egoista ideologia stabilisce che il lavoro stabile non è un obiettivo da estendere, ma un privilegio da abbattere. Chi ha un contratto decente è visto come un usurpatore. Chi gode di ferie pagate è un peso. E chi chiede sanità e istruzione pubblica è “assistenzialista”.

In tutto questo è stato fondamentale il ruolo avuto dai mass media che hanno portato a un vero e proprio rovesciamento culturale, che non è avvenuto assolutamente per caso. È stato programmato, finanziato, costruito con meticolosità. I think tank neoliberisti, a partire dalla Mont Pèlerin Society di Hayek e Friedman, hanno lavorato per decenni alla produzione di un nuovo senso comune.

I mass media mainstream hanno fatto il resto: ogni telegiornale, ogni talk show, ogni articolo che denuncia l’insegnante assenteista o il “furbetto del cartellino” serve a consolidare il pregiudizio che il pubblico sia inefficiente, costoso, ingiusto. La narrazione dominante mostra il welfare come una zavorra che affonda lo Stato, mai come un’ancora che salva la società e le persone.

Nel frattempo, si tace sul vero costo della finanza speculativa, dell’evasione fiscale sistemica, delle grandi rendite parassitarie. Si tace sul fatto che lo smantellamento del welfare sia servito a finanziare i salvataggi delle banche e ad abolire le mense per i poveri.

Le gravissime conseguenze oggi sono un popolo sempre più diviso, un capitale finanziario e parassitario indisturbato.

Il risultato di questa operazione culturale è una società frammentata, rancorosa, divisa, dove i lavoratori si guardano in cagnesco, dove il dipendente pubblico è visto come un nemico, il precario come uno sfigato, il disoccupato come un colpevole.

Il capitale, nel frattempo, osserva compiaciuto: più i lavoratori si odiano, meno si organizzano. Più odiano chi ha un diritto, meno lottano per estenderlo. Così l’erosione del welfare non trova resistenza, perché la rabbia e le rivendicazioni sono state deviate verso il basso, verso chi sta peggio mai verso l’alto, verso chi si arricchisce alle spalle dei più poveri.

Oggi Stato sociale è morto proprio nella coscienza di chi ne avrebbe bisogno. È questa la vera e totale vittoria del neoliberismo che non solo ha impoverito i corpi, ma ha addestrato e manipolato le menti.

Nel mondo contemporaneo è necessario ricostruire una coscienza sociale e questo richiede una grandissima battaglia culturale. Bisogna smascherare l’inganno, rompere la narrazione tossica che ha fatto del pubblico un bersaglio e del privato una religione. Non è lo Stato sociale che ha ucciso l’economia: è il capitalismo predatorio che ha ucciso lo Stato sociale.

Sarebbe il caso di dirlo ad alta voce, prima che sia troppo tardi, ma forse siamo arrivati ad un punto in cui è già troppo tardi.

5 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

SEMPRE PEGGIO!

di Michele BLANCO 4 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il presidente Donald Trump ha la legge di bilancio che desiderava. 

Il 4 luglio, per gli Stati Uniti d’America la festa dell’Indipendenza, Trump firmerà in una cerimonia alla Casa Bianca la “Big beautiful bill” approvata in via definitiva dal Congresso. L’approvazione della Camera è arrivata, il 3 luglio, dopo un dibattito di 29 ore, con 218 “sì” e 214 “no”. All’opposizione dei democratici si sono uniti due deputati repubblicani, Thomas Massie (Kentucky) e Brian Fitzpatrick (Pennsylvania).

Trump dha commentato con un “promessa mantenuta”, precisando che “non avrebbe potuto esserci miglior regalo di compleanno per gli Usa è la più grande legge di questo tipo mai firmata, renderà questo Paese un razzo”.

In realtà la “Big Beatiful Bill” è un provvedimento di 940 pagine che mette in pratica l’essenza del trumpismo in una legge di bilancio e politica interna. Il punto centrale è l’estensione del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, varato da Trump ai tempi del suo primo mandato, che sarebbe scaduta alla fine dell’anno. Il presidente, in questa nuova versione della legge, non si è limitato a rendere permanenti i tagli fiscali, per i più ricchi, decisi otto anni fa ma li ha ampliati abolendo, per esempio, i prelievi su mance e straordinari. La manovra aumenta al contempo la spesa per la sicurezza dei confini, la difesa e la produzione energetica compensandola con una grande riduzione dei fondi destinati al welfare. Aboliti gli incentivi fiscali per progetti di energia rinnovabile fino al 2027 e imposti requisiti molto rigorosi per potervi accedere. Ridotti quasi del tutto i sussidi alimentari e il programma Medicaid di assistenza sanitaria a veterani, disabili e famiglie a basso reddito. Ma comunque si tratta di una delle leggi di spesa più costose della storia americana. Secondo il Congressional Budget Office, la misura aumenterà di 3,3 trilioni di dollari il deficit federale nei prossimi 10 anni.

La legge mette in pratica molte delle promesse elettorali di Trump. Al presidente, che la firmerà in una cerimonia ad hoc, serve a suggellare i suoi primi sei mesi (o quasi) di mandato. Politicamente, vale a dimostrare che il leader dei repubblicani ottiene quello che vuole.

Ma quali saranno le reali conseguenze?

La “big beautiful bill” è stata accolta con grandissimo entusiasmo dalle grandi imprese che beneficeranno di enormi tagli fiscali. Infatti sono previste deduzioni sui costi per ricerca e sviluppo, acquisto di attrezzature e costruzione di nuovi impianti. Soddisfatti anche molti professionisti e medi imprenditori che vedranno diventare permanenti gli sgravi sulle tasse pagate attraverso la dichiarazione dei redditi. Secondo un’analisi del Penn Wharton Budget Model la legge aumenterà notevolmente i redditi dei più ricchi con guadagni netti tra i 13mila e i 290mila dollari all’anno a seconda del patrimonio di partenza.

La legge purtroppo penalizzerà di molto le famiglie a basso reddito. Chi guadagna meno di 18.000 dollari all’anno subirà perdite fino a 165 dollari. Pesano molto i tagli ai sussidi e all’assistenza sanitaria. Secondo alcune attente e serie stime gli americani destinati a perdere la copertura assicurativa sanitaria sono 17 milioni. Chiusi anche decine di ospedali rurali. Per la prima volta in 60 anni, l’accesso al programma Medicaid viene vincolato all’obbligo di un lavoro. Requisito necessario anche per ottenere gli aiuti alimentari del Supplemental Nutrition Assistance Programm. Chi è senza lavoro ma ha figli a carico potrà continuare a ottenere i benefit solo in casi ristretti e oggettivamente difficilissimi da ottenere.

Nel commentare questa legge, voluta fortemente da Trump, l’arcivescovo Timothy Broglio, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha fortemente condannato la legge. Dichiarando che i tagli previsti sono “inaccettabili” in particolare modo quelli all’assistenza sanitaria e alimentare. Ha detto esplicitamente che “il provvedimento causerà i danni maggiori proprio a chi è particolarmente vulnerabile”. Per l’ex presidente democratico Joe Biden, la manovra di Trump “non è solo sconsiderata ma anche crudele”. Negli Stati Uniti, circa 39,6 milioni di persone vivono in condizioni di povertà, corrispondenti al 12,3% della popolazione. Questo dato, che non è cambiato molto negli ultimi decenni, rappresenta un numero significativo di persone che lottano per soddisfare i bisogni primari. Bene visto i governanti che ci ritroviamo, emuli e servi sciocchi di Trump, prepariamoci alle nuove tendenze, che come dicevano i nostri antenati: “Mala tempora currunt sed peiora parantur”. Prepariamoci al peggio!

4 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

QUESTO MONDO INGIUSTO

di Michele BLANCO 2 Luglio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Nel nostro mondo contemporaneo quasi la metà della popolazione mondiale, pari a oltre 3,7 miliardi di persone, vive in povertà e sempre più senza speranze. Dall’altro, i soli 3.000 miliardari presenti nel mondo hanno guadagnato 5,5 trilioni di euro negli ultimi dieci anni, l’equivalente del 14,6 per cento dell’intero Pil globale.

È quanto emerge da un nuovo rapporto della confederazione britannica di ong: Oxfam, sempre molto precisa e trasparente nel divulgare dati e cifre, che sono verificati e certificati. Oxfam, nel suo rapporto, ha aggiunto che dal 2015 l’1% più ricco del mondo ha aumentato la propria ricchezza di oltre 29 miliardi di euro in termini reali, quindi anche al netto dell’inflazione.

Questa cifra avrebbe potuto fare molto bene al mondo perché, secondo Oxfam, sarebbe stata sufficiente a porre fine alla povertà globale per ben 22 volte. La previsione si basa sui precisi e inconfutabili dati della Banca Mondiale del 2021, che mostrano come le persone che vivono in povertà abbiano bisogno in media di 8,30 dollari in più al giorno per potersi permettere i bisogni primari.

Inoltre secondo il rapporto, i governi delle nazioni ricche, in questi ultimissimi anni, hanno effettuato i maggiori tagli agli aiuti esteri da quando sono iniziate le registrazioni nel 1960.

Si legge chiaramente nel rapporto Oxfam che: “I soli Paesi del G7, che rappresentano circa i tre quarti di tutti gli aiuti ufficiali, stanno tagliando gli aiuti del 28 per cento per il 2026 rispetto al 2024”.

Il rapporto Oxfam ha anche rilevato che il 60% dei Paesi a basso reddito, dove questi aiuti sono assolutamente necessari, sono sull’orlo di una crisi del debito. Questo soprattutto perché i Paesi poveri ed a basso reddito sono spesso considerati “rischiosi” e quindi pagano molto di più i prestiti per finanziare il debito dal mercato a causa degli alti tassi di interesse, lasciando sempre meno fondi per la sanità o l’istruzione.

Nel suo rapporto, Oxfam ha sottolineato che il finanziamento dello sviluppo non dovrebbe basarsi sugli investimenti privati, per avere una possibilità di crescita economica e sociale è necessario invece un “approccio pubblico”.

Si legge, sempre nelle condizioni fatte da Oxfam, che “i Paesi ricchi hanno messo Wall Street alla guida dello sviluppo globale. Si tratta di un’acquisizione della finanza privata globale che ha superato i metodi, sostenuti da prove, per affrontare la povertà attraverso investimenti pubblici e una tassazione equa”.

Oxfam ha suggerito che i governi dovrebbero investire nello sviluppo guidato dallo Stato per garantire gli indispensabili “servizi universali di alta qualità per la sanità, l’istruzione e l’assistenza, ed esplorare i beni forniti pubblicamente in settori che vanno dall’energia ai trasporti”.

Nell’attuale contesto internazionale, tutti i governi occidentali devono far fronte a un debito che spesso è pari o superiore alla loro produzione economica annuale, conseguentemente si mettendo sotto pressione i governi. Inoltre la ricchezza pubblica non cresce alla stessa velocità di quella privata. Si registra che la ricchezza privata, di sempre pochissimi, è cresciuta di oltre 292 miliardi di euro.

Tra il 1995 e il 2023, la ricchezza privata globale è cresciuta otto volte di più di quella pubblica, che è cresciuta di soli 38 miliardi di euro. Per fare un confronto, il PIL totale mondiale annuo è di circa 85 miliardi di euro.

Oxfam, ma anche i più autorevoli economisti a livello mondiale, ha suggerito che i governi dovrebbero riconsiderare la tassazione degli ultra-ricchi, affermando che i miliardari pagano, pochissime tassa, con aliquote fiscali effettive vicine allo 0,3% della loro ricchezza.

Mentre la stragrande maggioranza dei cittadini italiani e europei, solitamente dipendenti, paga tasse enormemente superiori dal 30 al 43%. Nei Paesi scandinavi anche percentuali maggiori.

Tra i favorevoli alla maggior tassazione per i super ricchi troviamo l’economista francese Thomas Piketty il quale sostiene che il rapporto patrimonio-reddito sta tornando dappertutto ai livelli di disuguaglianza che aveva nella belle époque, a cavallo tra ottocento e novecento. Questo processo si accompagna ad un aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, dovuto in buona misura al fatto che il rendimento del patrimonio, nel suo complesso, si mantiene nettamente superiore al tasso di crescita del reddito. Negli anni compresi tra le due guerre mondiali i patrimoni hanno subito una caduta molto accentuata; nei trenta gloriosi successivi la distanza tra il tasso di rendimento del patrimonio e quello del reddito si è ridotto, e in qualche caso anche invertito, ma ora le forze di fondo che regolano la dinamica del rapporto stanno di nuovo riemergendo e portano ad un tendenziale aumento, in particolare dovuto alla diminuzione del tasso di crescita del reddito.

All’autore questo tendenza spontanea non piace, non la trova giusta e preferirebbe tornare ai primi decenni del secondo dopoguerra. Lo strumento principale che Piketty suggerisce di utilizzare è un’imposta progressiva sul patrimonio. Questa imposta dovrebbe essere introdotta non a livello nazionale ma su scala mondiale; tuttavia, la dimensione europea o quella di un paese come gli Stati Uniti potrebbero già essere sufficienti.

L’imposta cui pensa Piketty è sostanzialmente molto simile a l’impôt de solidarité sur la fortune da tempo adottata in Francia. Si tratta di un’imposta ordinaria, cioè periodica (su base annuale), non straordinaria, cioè una tantum. L’imposta quindi deve essere tale da poter essere pagata, in condizioni normali, con il rendimento del patrimonio, con l’ovvia eccezione della parte d’imposta che grava sulla casa d’abitazione, dove il proprietario riceve un reddito in natura. Inoltre, essa deve essere progressiva, con una struttura a scaglioni simile a quella dell’imposta sul reddito: fino ad un certo livello il patrimonio è esente, quindi viene colpito con un’aliquota prima contenuta e poi via via crescente.

A titolo d’esempio Piketty propone tre aliquote: zero (cioè una fascia esente) fino ad un milione di euro; 1% da un milione a cinque milioni; 2% dai cinque milioni in su. In questo modo si ottiene un prelievo che in rapporto al patrimonio risulta crescente.

Come si vede l’incidenza, cioè il rapporto imposta/patrimonio, dopo il milione cresce, prima velocemente poi sempre più lentamente, tendendo verso il 2%, ma senza mai raggiungerlo.

Un’imposta mondiale così congegnata, afferma Piketty, raccoglierebbe mediamente due punti di PIL (in Italia arriverebbe a una trentina di miliardi). Infatti coloro che sono soggetti all’imposta, pur essendo solo il 2,5% dei contribuenti, possiedono il 40% del patrimonio totale (i patrimoni sono molto più concentrati dei redditi). Si tratta quindi di una massa pari a due volte il PIL, e l’applicazione delle aliquote dell’1% e del 2% sugli scaglioni del patrimonio superiori a 1 o a 5 milioni fornisce approssimativamente un gettito pari ai due punti di PIL.

Ma di tutto questo i nostri “giornali liberali” e le nostre televisioni fanno di tutto per disinformare e non farci sapere nulla. Anzi pensano a propagandare le inutili spese militari che arricchiranno gli stessi proprietari dei “grandi giornali” di disinformazione di massa.

2 Luglio 2025 0 Commenti
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Politica

I METODI MAFIOSI E I SERVI SCIOCCHI

di Michele BLANCO 27 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

Nel mondo contemporaneo ben sappiamo, ma conviene ribadirlo, che senza freni «il capitalismo, per proliferare, ha bisogno di sfruttare sempre nuovi territori in cui poter espandersi, ma poi, come succede ai parassiti che non possono alimentarsi senza distruggere le condizioni della propria sopravvivenza, non appe-na realizza l’obiettivo, esaurisce anche la fonte del proprio nutrimento» (in R. Luxemburg, ed. or. 1913, L’accumulazione del capitale: contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo, Torino, Einaudi, 1968). Le gravissime emergenze ambientali e sociali, ma non solo, ci dimostrano come l’analisi del capitalismo parassitario fatta da Rosa Luxemburg sia stata più che profetica e, purtroppo, a distanza di più di un secolo attualissima.

Come è già accaduto con le sanzioni imposte dagli Usa alla Russia, con noi italiani ed europei ad ubbidire scioccamente e supinamente alle imposizioni USA, con la baronessa Ursula von der Leyen e Mario Draghi a trasmetterci gli ordini di Biden prima e trump ora. Gli ordini degli USA, nostri “alleati”, che ci hanno vincolato ad acquistare da loro a prezzi enormemente superiori il gas che la Russia, non nostra alleata, ci vendeva a prezzi oggettivamente di favore.

Come con la minaccia dei dazi, che non sono ancora certi ma tutto dipende dall’ ondivago ultramiliardario Trump che sta calcolando cosa conviene a lui e alle sue società personali e dei suoi amici ultramiliardari, ma certamente, con i “leader” italiani e europei che purtroppo ci ritroviamo, acquisteremo a caro prezzo armi da lui, accetteremo sempre piu stupidamente anche di importare i loro insani prodotti alimentari anche se  non rispettano le normative UE.

Ci ritroveremo certamente costretti ad essere invasi da prodotti di scarsissima qualità e geneticamente modificati.

 Le questioni relative alla recente storia dell’Ucraina ci insegnano che dal colpo di Stato di Maidan (del 2014), finanziato e diretto dagli Usa, i filostatunitensi, come l’attuale presidente ucraino, si impossessarono del Paese, concessero tutte le risorse agricole ucraine alle società del figlio di Biden.

Ora Trump, che non ha ancora risolto la guerra russo-ucraina, come aveva promesso in campagna elettorale, ma ha già avuto, dopo varie minacce, comunque la concessione da Zelensky delle terre rare, che da patrimonio del popolo ucraino saranno regalate alle società statunitensi e ai miliardari, Trump compreso, che le controllano.

Le varie amministrazioni statunitensi sia democratiche che repubblicane agiscono con gli stessi metodi della mafia, con cui Trump dimostra di avere grande dimestichezza, che impone il pizzo, prende per la gola la vittima, impone le sue condizioni, dove acquistare ed a che prezzo, ed alla fine si impossessa di tutto.

Perché questi mafiosi “hanno argomenti per convincere che non possono rifiutare”.

In questo contesto prepariamoci a pagare a caro prezzo l’aumento delle spese militari per la NATO che arriveranno nei prossimi anni al 5% dell’intero prodotto interno lordo, come ha concesso il nostro governo e tutti gli altri componenti della Nato, escluso il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, l’unico ad avere a cuore il benessere del suo popolo.

Per chi fa finta di non capire, l’aumento delle spese militari, arricchirà i costruttori di armi, che sono anche i proprietari dei maggiori quotidiani italiani e di alcune televisioni e controllori dei loro telegiornali, come quello di Mentana. I soldi saranno inesorabilmente presi tagliando le spese per la sanità, dall’istruzione, dalla ricerca, dall’assistenza e dagli aiuti di chi ha bisogno.

Ora posso affermare con grande dispiacere che mi vergognoso di essere italiano.

27 Giugno 2025 0 Commenti
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Politica

PER I CAPITALISTI BASTA IL PROFITTO, TUTTO IL RESTO NON CONTA

di Michele BLANCO 23 Giugno 2025
Scritto da Michele BLANCO

Nel mondo contemporaneo ben sappiamo che senza freni «il capitalismo, per proliferare, ha bisogno di sfruttare sempre nuovi territori in cui poter espandersi, ma poi, come succede ai parassiti che non possono alimentarsi senza distruggere le condizioni della propria sopravvivenza, non appe-na realizza l’obiettivo, esaurisce anche la fonte del proprio nutrimento» (in R. Luxemburg, ed. or. 1913, L’accumulazione del capitale: contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo, Torino, Einaudi, 1968). Le gravissime emergenze ambientali e sociali, ma non solo, ci dimostrano come l’analisi del capitalismo parassitario fatta da Rosa Luxemburg sia stata più che profetica e, purtroppo, a distanza di un secolo attualissima.

Infatti solo con la minacciata chiusura dall’ Iran dello stretto di Hormuz è cominciato un nuovo rincaro dei carburanti e delle bollette energetiche. Gli speculatori sono pronti a farci pagare al massimo prezzo possibile carburanti, gas e elettricità.

Come è già accaduto con le sanzioni imposte dagli Usa alla Russia, con noi italiani ed europei ad ubbidire supinamente alle imposizioni USA con la baronessa Ursula von der Leyen e Mario Draghi a trasmetterci gli ordini di Biden prima e trump ora. Gli ordini degli USA,nostri “alleati”, che ci hanno vincolato ad acquistare da loro a prezzi enormemente superiori il gas che la Russia ci vendeva a prezzi di favore.

Come con la minaccia dei dazi, che non sono ancora certi ma tutto dipende dall’ondivago ultramiliardario Trump che sta calcolando cosa conviene a lui e alle sue società, ma certamente, con i leader italiani e europei che ci ritroviamo, acquisteremo a caro prezzo armi da lui, accetteremo sempre piu stupidamente di importare i loro insani prodotti alimentari anche se non rispettano le normative UE.

Ci ritroveremo certamente costretti ad essere invasi da prodotti di scarsissima qualità e geneticamente modificati.

Le questioni relative alla recente storia dell’Ucraina ci insegnano che dal colpo di Stato di Maidan, finanziato e diretto dagli Usa, i filostatunitensi, come l’attuale presidente ucraino, si impossessarono del Paese, concessero tutte le risorse agricole ucraine alle società del figlio di Biden.

I loro amici europei hanno già pronti i piani di ricostruzione dell’Ucraina, che vorrebbero gestire loro con fondi black Rock ed a spese degli ucraini, Trump permettendo.

Ora Trump, che non ha ancora risolto la guerra, ma ha già avuto comunque la concessione da Zelensky delle terre rare, che da patrimonio del popolo ucraino saranno regalate alle società statunitensi e ai miliardari, Trump compreso, che le controllano.

Le varie amministrazioni statunitensi sia democratiche che repubblicane agiscono con gli stessi metodi della mafia, con cui Trump dimostra di avere grande dimestichezza, che impone il pizzo, prende per la gola la vittima, impone le sue condizioni, dove acquistare ed a che prezzo, ed alla fine si impossessa di tutto.

Perché questi mafiosi “hanno argomenti per convincere che non possono rifiutare”.

In questo contesto prepariamoci a pagare a caro prezzo la prossima crisi energetica.

23 Giugno 2025 0 Commenti
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