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ITALIA, POVERTÀ DA RECORD

di Michele BLANCO 15 Ottobre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Italia la situazione reale diventa sempre più preoccupante, i dati reali ci restituiscono una Italia con  povertà da record.

L’Italia affonda nella povertà assoluta. Nel 2024, 5,7 milioni di persone – il 9,8% dei residenti – vivono sotto la soglia minima. Sono 2,2 milioni le famiglie indigenti, il numero più alto mai registrato.

La fine del Reddito di cittadinanza, l’assenza di un salario minimo e il mancato sostegno alle famiglie con figli stanno scavando un solco sempre più profondo tra chi ha e chi non ha. Le cifre dell’Istat mostrano un aumento della povertà anche tra operai, genitori single e famiglie numerose, con picchi al Sud e tra i 35-64enni.

Tra le famiglie con tre o più figli, una su cinque è povera. Tra gli stranieri, la povertà tocca punte del 35%, e oltre 1,3 milioni di bambini crescono senza risorse adeguate. Anche chi lavora non è al sicuro: l’8,7% dei lavoratori dipendenti è povero, una quota che sale al 15,6% tra gli operai.

La promessa della “ripresa” si è tradotta in tagli sociali e precarietà. Il Paese è senza ombre di dubbi più fragile, dove il lavoro non basta per vivere e la disuguaglianza cresce.

L’Italia non è solo ferma: arretra. E lo fa sulle spalle dei più deboli, mentre la politica discute di bonus e cantieri.

Dati in sintesi:

5,7 milioni di poveri assoluti

2,2 milioni di famiglie indigenti

+13,8% povertà tra i minori

+35% tra famiglie di soli stranieri

Povertà record tra operai e al Sud

“Un Paese dove il lavoro non basta più per vivere”.

Vi sembra normale tutto questo?

15 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

PICCOLA CONSOLAZIONE MA GRANDE SPERANZA

di Michele BLANCO 14 Ottobre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Una notizia buona, finalmente la Destra è stata sconfitta. Ma ancor di più si è verificata la catastrofica sconfitta della lega di Vannacci, un militare prestato alla politica, che ha perso ogni onore dal momento che ha patteggiato per l’esercito israeliano, i cui cecchini sparavano ai bambini palestinesi.

Purtroppo la notizia cattiva: la caduta inarrestabile della partecipazione al voto. Anche in una regione con una lunga storia di democrazia partecipativa, sono inesorabilmente dilagate indifferenza, se non aperta, ostilità verso i partiti. La gravità di tutto questo è che i partiti pensano che tutto sommato l’astensionismo sia tollerabile, non vogliono fare i conti con questa onda di grave ma giustificata insoddisfazione sociale.

Alla base di questa faglia che progressivamente spacca la democrazia c’è la mancanza di una vera e reale alternativa.

Purtroppo si tratta della dannazione del Campo Largo, che perseguita il centro-sinistra, anche quando vince. In Toscana la polarizzazione è più che evidente, con il 9% a Casa Riformista; Avs + M5S (che nella passata consiliatura erano all’opposizione) 11,5%. A centro il PD (34%, il primo partito pur perdendo 126 mila voti) che riassume in se le gravi contraddizioni dello schieramento del cosiddetto “campo largo”, essere di sinistra e insieme di destra su tutto, dalle grandi questioni nazionali (lavoro, riarmo, Palestina) a quelle sul territorio , dalle infrastrutture all’acqua pubblica.

Nella minoranza che va a votare si possono contare le relazioni di interesse, i gruppi di pressione, la rete dei sindaci e questo dà forza, in tutte le elezioni regionali, ai Presidenti uscenti come Giani in Toscana, che infatti prende più voti dell’insieme dei partiti che lo sostengono.

È probabilmente ragionevole pensare che questo metodo faccia vincere il Campo Largo in Campania e in Puglia. Ma alle elezioni politiche sarà convincente un insieme di partiti senza un vero progetto di governo, senza una chiara base progressista programmatica?

Intanto molti giovani e meno giovani che hanno la Palestina nel cuore hanno votato Toscana Rossa e, nonostante la tagliola della legge elettorale, questa è una bella novità, che dovrebbe fare riflettere una sola lista di sinistra, senza nessuna possibilità di vincere, che prende, malgrado il grande astensionismo degli elettori di sinistra, quasi gli stessi voti della “casa riformista”.

14 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

IL CASO MACRON: COME LE ÉLITE NEOLIBERISTE SCELGONO “CAPI INADEGUATI” E CERCANO DI ESCLUDERE LE PERSONE CAPACI

di Michele BLANCO 12 Ottobre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Negli ultimi anni sembra affermarsi un paradosso che caratterizza la storia contemporanea e le sorti della politica, dell’economia e perfino lo sviluppo delle grandi aziende. Si nota che più il potere, economico e politico, si concentra in poche persone, più tende a circondarsi di persone palesemente inadeguate, se non del tutto incapaci.

In realtà non è un errore, è un metodo “scientifico”.

Le élite nella storia raramente hanno scelto leader troppo competenti, o liberi e autonomi. Una persona ai vertici, politici o di una grande azienda multinazionale, molto capace è anche un capo potenzialmente pericoloso, tra le altre cose, può pensare con la propria testa, essere imprevedibile, disobbedire, rompere gli equilibri, agire fuori dagli schemi, dai programmi prestabiliti, insomma non rispettare le indicazioni date da chi effettivamente detiene il potere. Quindi molto meglio allora avere ai vertici figure mediocri che eseguono gli ordini, attoriali, estremamente docili e riconoscenti, oltre che non troppo intraprendenti.

Infatti l’incompetente non minaccia o combatte il sistema: lo accetta e lo protegge. Lo aveva intuito già C. Wright Mills ne “The Power Elite” (1956), dove affermava che il potere reale non risiede nei ruoli visibili, ma nelle strutture che li selezionano.

Allo stesso modo, i sociologi italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, padri della teoria delle élite, descrivevano un meccanismo di autoriproduzione delle classi dirigenti, dove la lealtà conta estremamente di più del merito.

Sosteneva Alexis de Tocqueville, osservando la società statunitense dell’ottocento, che “La mediocrità è la vera sicurezza del potere.”

Il risultato odierno è un sistema in cui i vertici visibili, come politici, manager, amministratori, diventano interfacce relazionali: parlano, firmano, si espongono, si indignano, pronunciano discorsi senza valore reale, recitano ma raramente decidono davvero. Tantomeno i politici tengono in considerazione quello che vorrebbero gli elettori che gli hanno votati.

Dietro di loro agiscono reti di potere, oggi neoliberista, che preferiscono restare invisibili, ma che dettano le regole del gioco, sempre con metodo antidemocratico.

Così la mediocrità non è più un difetto: diventa una strategia di sopravvivenza del potere per il potere.

E chi è stato scelto per obbedire, finirà per scegliere, a sua volta, altri obbedienti, mediocri e incapaci. Infatti Karl Kraus sosteneva che “Le persone più pericolose sono gli incapaci pieni di potere”.

L’incompetenza e l’incapacità al potere non è un incidente della storia, ma la sua più sofisticata invenzione. Il mondo non è governato veramente da chi sembra governarci è governato da chi ha avuto il genio di metterli lì perché dietro ogni leader inetto c’è sempre qualcuno che ha capito perfettamente come trarre vantaggio dalla sua inettitudine.

Emmanuel Macron sembra incarnare perfettamente la figura di chi pur avendo la maggiore carica politica francese, nella realtà, esegue degli ordini e un programma rigorosamente neoliberista, con l’imprimatur principale di togliere le tasse ai supericchi, prestabilito dai suoi sponsor delle élite del potere. Egli cerca un governo che possa tenerlo al potere, ma non ci riesce, l’ultimo primo ministro incaricato è Sébastien Lecornu, suo fedelissimo, incaricato per tre volte. Ma i partiti di centro, liberali e ultraliberisti, che lo sostengono sono sempre più minoritari, nell’Assemblea nazionale e molto di più nel paese. La politica macroniana antipopolare e liberista è stata chiaramente sconfitta alle elezioni del 2024 e se Macron avesse un minimo di dignità personale si sarebbe già dovuto dimettere.

In realtà egli resta al potere per compiere la sua “missione”, fare in modo che le proprie scelte neoliberiste non vengano eliminate dalla politica democratica francese: in modo particolare la sua scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze, infatti gli unici che l’hanno sempre sostenuto sono i superricchi francesi. Per fare questo Macron difende la sua antipopolare riforma delle pensioni che gli elettori francesi a stragrande maggioranza, di estrema destra e di sinistra, respingono totalmente. Questa “riforma” colpisce le classi medie e basse e salvaguardia i soliti pochi ultraricchi. 

Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano i maggiori giornali e reti tv, ma la realtà è diversa, molto diversa. 

Macron è appoggiato dai possessori dei grandi patrimoni, le multinazionali, tutte le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). Macron è la loro espressione politica, egli è il loro pupazzo, senza di loro, con il forte appoggio dei loro giornali e i loro finanziamenti non sarebbe riuscito a manipolare per tanti anni l’opinione pubblica francese. Infatti ai potenti dell’economia lui promette, e mantiene le sue promesse, con regali fiscali fin da quando fu eletto nel 2017. Oggi solo il 13-14% dei francesi lo approva, malgrado giornali e televisioni lo incensano come sempre scrivendo che “non c’è alternativa”, come affermava la Margaret Thatcher, Ex Primo ministro del Regno Unito, che per prima abbassò le tasse ai ricchi e buttò sul lastrico milioni di lavoratori inglesi.

Sempre i soliti giornali e televisioni insistono sulla riforma delle pensioni che l’80% dei francesi disapprova, infatti la sinistra e l’estrema destra la vorrebbero abrogare. 

Ma Macron resta al potere perché l’establishment economico-finanziario teme la tassa giusta sui redditi degli ultraricchi, conosciuta come tassa Zucman, dal nome dell’economista suo ideatore Gabriel Zucman. 

Si tratta di un’imposta minima, applicata solo ai patrimoni di chi ha redditi annui superiori a 100 milioni di euro. Con gli introiti di questa tassa minima ai supericchi si salverebbe lo stato sociale e anche le pensioni, grazie a un introito certo di 15-25 miliardi annui. Ma la confindustria erige le barricate a difesa dei regali fiscali di Macron e preme in prima linea sui deputati dell’Assemblea nazionale. L’organizzazione imprenditoriale ha diffuso nelle settimane scorse un opuscolo confidenziale che spiega ai singoli deputati la catastrofe che potrebbe derivare dalla tassa Zucman o tasse somiglianti: fuga di capitali, instabilità, caos infine. Ma nel compilare questo opuscolo si cita, con grande falsità e inesattezze, l’esodo dei capitali in Norvegia, quando fu approvata una tassa simile. Ma nell’opuscolo non si dice la verità infatti quell’imposta norvegese colpiva i redditi annui superiori a 1,7milioni di euro, non i 100 milioni annui indicati da Zucman. La tassa viene descritta, sempre mentendo, come “predazione della ricchezza”.

Ma per fortuna la maggioranza assoluta dei francesi sostiene la proposta di tassazione Zucman, si tratta dell’86%, la maggioranza dei francesi non si fa abbindolare dalla propaganda manipolatoria delle grandi lobby economiche e finanziare.

Per capire qualcosa del caos francese occorre andare indietro nel tempo e individuare il momento in cui l’idea di democrazia “rappresentativa” ha vacillato non solo sotterraneamente, ma in maniera palese. È accaduto poco prima della nascita dell’euro. Nel 1998, il presidente della Banca centrale tedesca, Hans Tietmeyer, dichiarò che: a decidere è il “plebiscito permanente dei mercati”, invece degli elettori. Nel 2007 Greenspan disse che “grazie alla globalizzazione sono i mercati mondiali a prendere le decisioni politiche”. Mario Monti espose tesi analoghe, da presidente del Consiglio, quando disse che non poteva negoziare il salvataggio dell’euro a Bruxelles “tenendo pienamente conto” del proprio Parlamento (in Spiegel intervista del 6.08.2012). 

Incredibilmente da allora chiunque sinceramente sostenitore della democrazia e della sovranità popolare viene accusato di populismo guarda caso, in Italia come in Francia, dai grandi giornali e dalle televisioni di proprietà dei soliti ultraricchissimi. Nella strategia di Macron e dei suoi sponsor della confindustria francese la sinistra francese doveva essere sfasciata ed il tentativo di unione nelle Legislative del 2024 andava affossato. È quello che è accaduto.

Infatti Macron allora ha reso esplicito il suo rifiuto di dare l’incarico a un esponente della sinistra, affermando che “i mercati avrebbero reagito male”, notiamo l’assoluta mancanza di rispetto della volontà popolare espressa con voto democratico, e avviando consultazioni il cui scopo è stato quello di favorire la costituzione di un’altra maggioranza relativa, anche contro il chiaro responso delle urne. Macron ha cercato nell’Assemblea nazionale una nuova maggioranza che sia omogenea rispetto alle politiche neoliberiste, invise dalla stragrande maggioranza del popolo francese, che nella legislatura precedente erano state portate avanti dal governo di minoranza guidato dal suo partito. Dopo alcune settimane, e lunghe “consultazioni”, arriva l’incarico a Michel Barnier, uomo della destra gollista tradizionale, che non dispiace affatto a Le Pen.

L’aspetto più grave della situazione francese è che il Presidente Macron ha fatto chiaramente capire di non essere disposto a riconoscere la legittimità di indirizzo politico, chiaramente voluto dai cittadini attraverso il voto democraticamente espresso. 

Naturalmente questo è il risultato tendenzialmente paternalista del presidenzialismo alla francese, non a caso modellata sulla figura di un leader sui generis come Charles de Gaulle, che si sta evolvendo dunque in una direzione chiaramente antidemocratica e esplicitamente autoritaria. In questo autoritarismo si vede la chiara impronta di uno dei capisaldi dell’ideologia neoliberale, che consiste sempre nel mettere la politica economica, guidata solo da principi di favore per il capitale, a favore dei ricchi, al riparo dalle interferenze che possono derivare dalla formazione di maggioranze parlamentari democraticamente elette che potrebbero perseguire indirizzi redistributivi dei redditi e delle ricchezze.

Un principio del neoliberismo che in tutto il mondo favorisce le disuguaglianze economiche. In fondo è il solito modo di fare, “spezzare le reni alla sinistra”, anche attraverso la forza, in questa insana e antidemocratica prospettiva che persegue l’obiettivo di subordinare il lavoro all’impresa, l’eguaglianza all’efficienza. Tanto peggio se questo vuol dire restringere la libertà di scelta o di manifestazione delle opinioni.

Quello che è accaduto dalle ultime elezioni legislative (Luglio 2024) ad oggi in Francia, ci dice come viene elusa la democrazia non rispettando la volontà del popolo liberamente espressa in libere elezioni. Ma in contesto del genere si può ancora parlare di democrazia?

12 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

PALESTINA LIBERA E PACIFICA: UTOPIA POSSIBILE 

di Pino D'ERMINIO 8 Ottobre 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

L’intento genocidario, essenza dell’ideologia sionista, ha avuto negli ultimi due anni la più limpida e tragica manifestazione. Dopo il 7 ottobre 2023, nella Striscia di Gaza sono stati rasi al suolo l’80% degli edifici – inclusi ospedali, scuole ed università – distrutte le reti idriche e fognarie, divelti gli oliveti, più di due milioni di abitanti sono stati ridotti alla fame ed alla sete, ne sono stati uccisi almeno 70.000 e feriti 170.000. In Cisgiordania, nello stesso periodo, si stimano 1.300 palestinesi uccisi ed almeno 10.000 feriti, gli sfollati sono stati centinaia di migliaia e migliaia gli arresti indiscriminati, senza accuse né processi. 

Tutto ciò non è “soltanto” una reazione sproporzionata all’attacco terroristico di Hamas, che ha ucciso 1.138 israeliani e ne ha sequestrati più di 200. Tutto ciò non è neanche la conseguenza del desiderio di autodifesa di un popolo che nei campi di sterminio nazifascisti ha patito sei milioni di vittime, perché la colonizzazione sionista della Palestina era già in atto da tempo, con tanto di approvazione formale del governo del Regno Unito, con la dichiarazione Balfour del 2017, a favore di «un focolare nazionale per il popolo ebraico» in Palestina. Tutto ciò è l’esito di un programma di annientamento fisico, culturale ed economico dei palestinesi e di appropriazione della loro terra. Un programma che nasce da molto lontano, ufficialmente nel 1897, con il primo congresso sionista tenuto a Basilea.

Qual è la legittimazione dello stato di Israele; chi o cosa gli dà il diritto di perpetrare tali e tanti crimini contro l’umanità? Nell’ideologia sionista è dio stesso, che ha assegnato al suo popolo prediletto le terre dal fiume Giordano al mare Mediterraneo. Quale più alta e incontrovertibile legittimazione? Non nuova nella storia delle infamie umane. Gott mit uns (dio è con noi) era scritto sulle fibbie delle cinture dei soldati del III Reich. Deus vult (dio lo vuole) era il richiamo delle crociate. Sfrondato dalle superfetazioni ideologico-bibliche, Israele non è altro che una colonia di popolamento di occidentali, in prevalenza europei, in Medio Oriente. Una colonia anomala, perché non creata da uno stato, ma da una parte di un popolo disperso in più stati. Esso è comunque una colonia, che si regge grazie al decisivo sostegno economico, militare, politico e diplomatico degli USA, con la benevola connivenza degli stati satelliti di Washington.

Ora i dirigenti israeliani ed i sionisti di tutto il mondo credono matura la soluzione finale, credono di potere finire quello che loro stessi chiamano il “lavoro sporco”: annientare fisicamente i palestinesi, oppure espellerli, e ridurre i rimanenti in condizioni subumane, secondo lo schema dell’apartheid, che nega non solo i diritti civili, ma anche quelli umani. Ormai i palestinesi non hanno più territorio, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, e quel tanto di tessuto amministrativo e di servizi che vi erano presenti sono cancellati. In Palestina restano però circa 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania e 2,1 milioni nella Striscia di Gaza, più 1,8 milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana, presenti per lo più nel Golan; in totale si arriva a circa sei milioni di palestinesi, contro otto milioni di israeliani ebrei. Nonostante tanto orrore e dolore, il popolo palestinese resiste ed è ancora possibile l’utopia di una Palestina libera e in pace. Non penso a due popoli e due stati, che può anche mettersi in conto come fase di passaggio, ma ad un solo paese, multiculturale e multietnico, dove ciascuno sia libero di professare qualunque religione oppure nessuna, e di convivere sulla medesima terra.

Affinché questa utopia si realizzi è necessario molto tempo ed un paziente ed ostinato lavoro su due direttrici strategiche. 

La prima direttrice strategica consiste nell’appoggiare e mobilitare gli ebrei antisionisti e nel contrastare qualunque rigurgito antisemita, basato sulla falsa uguaglianza ebreo=sionista. Lo sforzo propagandistico dei sionisti è proprio quello di identificare sionismo con ebraismo e tutto il popolo ebraico con lo stato di Israele. Si tratta di una mistificazione che danneggia e insulta gli ebrei in generale, che vengono impropriamente tutti responsabilizzati del genocidio dei palestinesi. Già molti intellettuali ebrei si sono ribellati a tale sovrapposizione: come il linguista e filosofo Noam Chomsky e lo storico Ilan Pappé; anche in Italia si sono spesi la storica Anna Foa e l’attore, musicista e scrittore Moni Ovadia. Occorre che i gentili (non ebrei) si impegnino a sostegno degli ebrei antisionisti e contro qualsiasi rigurgito antisemita. Può sembrare strano, ma la difesa del popolo palestinese è strettamente intrecciata alla difesa del popolo ebraico dalla deriva sionista.

La seconda direttrice strategica è isolare Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente. La colonia sionista può contare sul pesantissimo sostegno politico, diplomatico, economico e militare degli USA, ma anche l’Europa, se volesse, potrebbe condizionare fortemente Israele. Tra UE ed Israele è in vigore dal 1° giugno del 2000 un Accordo di associazione, che abolisce quasi tutte le barriere doganali reciproche (con qualche eccezione per gli alimentari) e consente alle imprese manifatturiere e di servizi di ciascuna parte di operare con l’altra parte come imprese domestiche. L’art. 2 dell’Accordo di associazione prevede l’obbligo per le parti di rispettare i diritti civili e democratici; pertanto, esiste una precisa disposizione che imporrebbe all’UE di sospendere da subito l’efficacia dell’accordo. Anche senza attendere la sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, i singoli stati europei possono assumere provvedimenti economici restrittivi, quantomeno a livello del mercato bellico, che non riguarda solo le armi in senso stretto, ma sempre più i sistemi informatici di gestione dello spionaggio e delle azioni belliche. Non è importante bloccare solo le esportazioni belliche verso Israele, ma anche le importazioni, che costituiscono un sostegno all’industria bellica israeliana. Nel 2024 Israele ha importato armamenti per 2/3 dagli USA e per 1/3 dalla Germania; ma le esportazioni di armi di Israele nel 2024, che ammontano a quasi 15 miliardi di dollari (13 miliardi di euro), sono state assorbite per il 54% da stati europei, per un valore economico di 8 miliardi di dollari (7 miliardi di euro). Sempre nel 2024, l’Italia ha importato armi da Israele per 133 milioni di euro, corrispondenti al 21% dell’import militare italiano.

La recente coraggiosa impresa della Flotilla, se non ha rotto l’assedio militare di Gaza, ha aperto varchi sui silenzi complici degli stati e dell’informazione mainstream; essa ci ha anche insegnato la parola araba “sumud”, che vuol dire “resistenza testarda”. SUMUD fino alla realizzazione di una Palestina libera e pacifica!

8 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

PAURA DELLA FLOTTIGLIA

di Marco MADDALENA 30 Settembre 2025
Scritto da Marco MADDALENA

A chi “conviene” attaccare Global Sumud Flotilla?

I governi autoritari non temono i trafficanti di armi e nemmeno gli attacchi terroristici che alimentano il loro ego di atrocità.

Temono le matite, i libri, i farmaci, gli alimenti, temono i corpi di pace come i volontari della Global Sumud Flotilla perché solo la coscienza aiuta i popoli ad essere liberi e a convivere pacificamente.

L’ attacco ad una delle imbarcazioni della Global Sumud Flottilla con un drone è un attacco a tutti noi, è un attacco a chi prova a salvare la nostra umanità.

L’establishment di tutto il mondo ha paura della Flotilla, perché sono gli unici ad aver avuto il coraggio di mostrare al mondo che di fronte a Gaza non c’è un blocco navale ma un blocco umano.

“Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa in quale porto vuole approdare”, direbbe Seneca.

30 Settembre 2025 0 Commenti
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Politica

LA NECESSITÀ E L’URGENZA DI  UN RINNOVAMENTO  GENERAZIONALE E DI IDEE

di Andrea VITIELLO 30 Settembre 2025
Scritto da Andrea VITIELLO

I risultati delle Elezioni Regionali nelle Marche impongono un rinnovamento generazionale  all’interno dei partiti del Campo Largo e in particolare del PD; un  rinnovamento di uomini e di “pensiero politico” ormai non più rinviabile, urgente, e ciò al di là delle spiegazioni di varia natura che verranno dette e ripetute per giustificare la sconfitta.

Nemmeno l’onda emotiva per Gaza ha spinto i cittadini ad esercitare il proprio diritto costituzionale: quello di votare; un astensionismo ormai cronico, lasciato cronicizzare nel tempo, senza un reale impegno politico capace di recuperare al voto i cittadini, senza i quali la sinistra ed in generale il centro sinistra largo, lungo o circolare non credo riuscirà a vincere le prossime elezioni politiche.

Manca un pensiero politico lungo, chiaro e comprensibile e, soprattutto, mancano gli uomini: quelli in circolazione (spesso sempre gli stessi) non sono buoni per tutte le stagioni e competizioni, per il fatto che non riescono più a interpretare e rappresentare i bisogni reali dei cittadini, che non sono solo i diritti civili anche se  importanti.

Il Parlamento Europeo, oggi ancor più di ieri, è strategico alla luce della situazione difficile dal punto di vista economico, sociale e politico, che stiamo vivendo. 

In quella Istituzione bisogna mandare le persone migliori (non mi riferisco solo al PD) quale necessità per orientare le scelte politiche e dare un futuro all’Europa, all’Occidente e alla stesa Democrazia.

Le persone che eleggiamo in Europa, che i cittadini eleggono al Parlamento Europeo, debbano assolvere al mandato ricevuto ancor più in proporzione al consenso elettorale avuto nella Circoscrizione di riferimento, e impegnarsi  politicamente in quella sede, perché è lì che oggi c’è bisogno di persone capaci più di quanto lo possa richiedere una singola regione.

Alle scorse elezioni europee ho votato e fatto votare Antonio Decaro, mi sono esposto con largo anticipo sul suo nome, e come me l’hanno votato anche in altre regioni, non solo in Puglia. 

Sono anche queste le cose sulle quali bisogna riflettere in futuro se si vuole davvero mantenere il collegamento con gli elettori, rispettarne la volontà, e recuperare al voto coloro che da tempo non lo fanno (ormai  la maggioranza).

Ovviamente la riflessione oggi ha riguardato Matteo Ricci per le Marche e, facendo i debiti scongiuri, potrà riguardare lo stesso Pasquale Tridico per la Calabria, le cui elezioni si terranno la settimana prossima.

Oggi un indebolimento del Parlamento Europeo potrebbe condurci a quella che papa Francesco  chiamava la terza guerra mondiale.

Auguro in bocca al lupo ad Antonio Decaro per la vittoria in Puglia nelle prossime elezioni  regionali del 23 e 24 novembre. Ma oggi il futuro si gioca in Europa!

30 Settembre 2025 0 Commenti
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Politica

PALESTINA: LA LUNGA OMBRA DEL TRADIMENTO

di Matteo FALLICA 23 Settembre 2025
Scritto da Matteo FALLICA

La questione palestinese non nasce oggi né si può ridurre agli eventi più recenti. Ha radici lontane che affondano almeno nel 1917, con la Dichiarazione Balfour: una promessa dell’Impero britannico di creare un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, senza consultare né coinvolgere la popolazione araba locale. Una mossa strategica durante la Prima guerra mondiale, poi abbandonata nel riassetto coloniale del Medio Oriente, spartito tra Inghilterra e Francia come bottino postbellico.

Negli anni Trenta e Quaranta, l’immigrazione ebraica in Palestina aumentò, sospinta dalla tragedia dell’Olocausto. Le tensioni con la popolazione araba crebbero in parallelo. Nel 1947, l’ONU approvò la Risoluzione 181: due Stati, uno ebraico e uno palestinese e Gerusalemme sotto controllo internazionale. Ma i paesi arabi respinsero il piano. Nel 1948, la nascita di Israele portò alla prima guerra arabo-israeliana. Israele, grazie anche agli aiuti dell’URSS tramite la Cecoslovacchia, resistette. I palestinesi, invece, iniziarono una lunga diaspora senza fine.

Per decenni, l’OLP di Arafat rappresentò la principale forza politica palestinese. Ma l’assenza di veri alleati arabi e i compromessi imposti dai processi di pace ne hanno progressivamente eroso il consenso. Questo ha aperto la strada ad Hamas, movimento islamista che nel 2006 ha conquistato il potere a Gaza. Una forza che, pur ricorrendo a metodi armati e terroristici, agisce senza una visione politica chiara, in un contesto dove la disperazione prevale sulla strategia.

Paradossalmente, Israele ha in alcuni casi preferito Hamas all’OLP: più radicale, più isolabile, più facile da delegittimare. Secondo documenti pubblicati da WikiLeaks, settori dell’intelligence israeliana avrebbero addirittura visto con favore un governo di Hamas a Gaza, considerandolo “più gestibile”.

Il motivo è intuibile: il terrorismo privo di progetto politico condiviso e lungimirante resta sterile. La storia insegna che le lotte di resistenza efficaci, come quella italiana o la lotta algerina, sono dirompenti quando partono da movimenti popolari ampi, con orizzonti politici chiari.

Nel caso palestinese, invece, la mancanza di un progetto politico condiviso e il tradimento sistematico da parte di molti paesi arabi hanno contribuito al disastro attuale. L’esempio più tragico è il Settembre Nero del 1970, col massacro migliaia di palestinesi. ll pretesto fu un presunto attentato da parte dei palestinesi di voler rovesciare la monarchia, ma la crisi rifletteva tensioni ben più profonde. E anche allora, la comunità internazionale voltò lo sguardo altrove.

Oggi la Cisgiordania è formalmente sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, secondo gli Accordi di Oslo, ma in realtà frammentata e in gran parte sotto controllo militare israeliano. Ogni forma di dissenso o solidarietà verso Gaza viene repressa. La strategia americana, in particolare con il segretario di Stato Blinken, punta a rafforzare Abu Mazen e isolare Hamas. Ma gran parte dei palestinesi non si riconosce più in nessuno dei due.

Nel frattempo, il governo israeliano è sempre più determinato a espandere gli insediamenti nei territori occupati mettendo in atto un genocidio.

Quindi, essere al fianco dei palestinesi vuol dire riaffermare un principio semplice: ogni popolo ha diritto a una patria e ogni essere umano ha diritto a vivere senza paura.

Ma tutto questo oggi si scontra con una realtà ancora più amara: il sistematico tradimento del diritto internazionale. Le Risoluzioni ONU disattese, le Convenzioni di Ginevra violate, le sentenze ignorate: la Palestina è diventata il simbolo vivente che l’ordine mondiale è rovesciato: predica legalità ma pratica l’arbitrio.

Se il diritto internazionale non vale per i più deboli, allora non vale per nessuno. È questo, forse, il fallimento più grave. 

23 Settembre 2025 0 Commenti
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Politica

PER  GAZA

di Nicola OCCHIONERO 21 Settembre 2025
Scritto da Nicola OCCHIONERO

«Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano». Franz Kafka

Cari signori Rossi, Bianchi, Tizio, Caio, Sempronio e compagnia cantando, 

imbeccati dal qualunquismo, vuoti come cornici senza più una tela, come bicchieri opachi dopo una sbronza di parodie di vite vissute da altri, come l’ultimo latrato prima dell’aurora, come il peccato di una puttana, come l’onore di un mafioso, come la verità di un giudice, come la canna di un fucile sul cuore di Gaza. 

E a questa terra, signori Rossi, Bianchi, Tizio, Caio, Sempronio e compagnia cantando, voi non guardate se non con il filtro della menzogna, della barbaria che si fa giustizia, della bomba che colora il cielo, dell’urlo che pare un canto, della fame che si fa amnesia, della coscienza che al pari della cera si consuma, dell’imbroglio che si fa ragione, dell’orrore che si fa costume.

Ed è proprio il costume a destare sospetto. Mah! sarà che il cinismo imperante è una moda? Che la democrazia è démodé? Che l’autoritarismo si è fatto stato e che lo stato si fa autoritario? Che l’operaio fa bene a prenderle? Che lo studente non deve capire un cazzo? Che un palestinese deve crepare senza strepitare? Che un giornalista non deve raccontare, ma servire il caffè? 

Ma il caffè manca a Gaza, mancano anche la farina, il pane, il riso, l’acqua e ogni ben di Dio che quella gente portava sulla tavola dopo tanto dignitoso sudore versato su una terra che gli è madre e padre, che non la ricaccia nemmeno sotto una tempesta di bombe, che al seno e al grembo la stringe premurosa e piangente anche mentre la porta di casa cade e la strada diventa la via per la vita.

La vita voi non la conoscete, signori Rossi, Bianchi, Tizio, Caio, Sempronio e compagnia cantando, conoscete solo l’immagine di essa su cera e colore, conoscete ciò che vi è confortevole sapere, ciò che vi spetta di sapere. 

Se potesse il Poeta ampliare l’antinferno, scriverebbe di quelli che sotto la pensilina si riparano dalla vita e attendono chi li trascina ovunque è conveniente andare.

21 Settembre 2025 0 Commenti
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Politica

VOGLIONO AUMENTARE LE INUTILI SPESE MILITARI

di Michele BLANCO 15 Settembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Si pensi alla situazione italiana, che da anni continua a peggiorare in fatto di aumento di disuguaglianze e rischio povertà per milioni di persone, documentata dall’Istat nel rapporto nel 2023 il reddito delle famiglie diminuisce in termini reali, si veda https://www.istat.it/comunicato-stampa/condizioni-di-vita-e-reddito-delle-famiglie-anni-2023-e-2024/.

I dati Istat non sono propaganda rispecchiano la situazione reale delle condizioni sociali e economiche del nostro Paese, sono come una fotografia vera non ritoccata.

Nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o completa esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%), si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro.

La quota di persone a rischio povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 (18,9%) e anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane quasi invariata (4,6% rispetto al 4,7%); si osserva, a dispetto delle dichiarazioni governative, un lieve aumento della percentuale di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (9,2% e 8,9% nell’anno precedente).

Nel 2023, il reddito annuale medio delle famiglie aumenta solo in termini nominali, ma concretamente si riduce in termini reali, si ha meno potere d’acquisto (del -1,6%).

Nel 2023, l’ammontare di reddito percepito dalle famiglie più abbienti è 5,5 volte quello percepito dalle famiglie più povere (in grande aumento del 5,3% in confronto al 2022).

I dati sulle condizioni di vita nel 2024 mostrano un quadro negativo, anche rispetto all’anno precedente. La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito Europa 2030) nel 2024 è pari al 23,1% (in aumento, era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone

In particolare, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% di quello mediano. Nel 2024, risulta a rischio di povertà il 18,9% delle persone residenti in Italia (vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore a 12.363 euro), per un totale di circa 11 milioni di persone.

Il 4,6% degli italiani risulta in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (oltre 2 milioni e 710mila persone), la quota cioè di coloro che, nel 2024, presentano almeno 7 segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; in buona sostanza si tratta di segnali riferiti alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare spese impreviste, non potersi permettere un pasto adeguato o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo, ecc.

Gli individui che nel 2024 vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (cioè con componenti tra i 18 e i 64 anni che nel corso del 2023 hanno lavorato meno di un quinto del tempo) sono il 9,2% (in aumento, erano l’8,9% nel 2023), ammontano a circa 3 milioni e 873mila persone. La quota di individui in famiglie a bassa intensità di lavoro aumenta, tra il 2023 e il 2024, tra le persone sole con meno di 35 anni (aumenta al 15,9% rispetto al 14,1% del 2023) e, soprattutto, tra i monogenitori, che presentano una percentuale più che doppia rispetto alla media nazionale (19,5% contro il 15,2% del 2023).

A livello territoriale, nel 2024, il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,2%, era 11,0% nel 2023) e il Mezzogiorno come l’area del paese, da sempre, con la percentuale più alta (39,2%, era 39,0% nel 2023).

Nel 2024 l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale si conferma essere più bassa per chi vive in coppia senza figli. Rispetto al 2023, l’indicatore negativo aumenta per coloro che vivono in famiglie con cinque componenti e più (33,5% rispetto al 30,7% del 2023) e, soprattutto, per chi vive in coppia con almeno tre figli (34,8% rispetto a 32% del 2023). La crescita negativa si registra anche per i monogenitori (32,1% rispetto a 29,2%), per effetto della sempre più diffusa condizione di bassa intensità di lavoro. Inoltre, nel 2024, il rischio di povertà o esclusione aumenta per gli anziani di 65 anni e più che vivono da soli (arrivando al 29,5%, dal 27,2% del 2023).

Il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta e raggiunge il 33,1% (era il 31,6% nel 2023) tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici.

I redditi netti familiari si riducono in termini reali a causa dell’inflazione, infatti nel 2023, si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 37.511 euro, circa 3.125 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+4,2% rispetto al 2022) non ha però tenuto il passo con l’elevata inflazione avutasi nel corso del 2023 (+5,9% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un calo dei redditi delle famiglie in termini reali (-1,6%) per il secondo anno consecutivo.

La diminuzione dei redditi in termini reali è particolarmente intensa nel Nord-est (-4,6%) e nel Centro (-2,7%), a fronte di una lieve riduzione osservata nel Mezzogiorno (-0,6%).

Rispetto al 2007, la contrazione, perdita di potere d’acquisto, complessiva dei redditi familiari in termini reali è pari, in media, a -8,7% (-13,2% nel Centro, -11,0% nel Mezzogiorno, -7,3% nel Nord-est e -4,4% nel Nord-ovest). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro, sia autonomo (-17,5%) che dipendente (-11,0%)

Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la grande maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio.

Malgrado questa situazione non rosea, il governo italiano vuole aumentare le spese militari.

Attualmente, l’Italia destina alla difesa circa 30-33 miliardi di euro all’anno. Portare questa cifra al 5% del PIL significherebbe un incremento astronomico, stimato dagli osservatori come Milex (osservatorio per le spese militari) tra i 75 e i 100 miliardi di euro aggiuntivi all’anno. Questo si tradurrebbe in un impegno finanziario complessivo di oltre 100 miliardi di euro annuali per la difesa entro il 2035. Una cifra di questa portata pone una sfida senza precedenti per la finanza pubblica italiana, già gravata da un debito elevato. Come evidenziato da molti economisti, un aumento così massiccio richiederebbe un profondo ripensamento della finanza pubblica. Le opzioni per reperire tali risorse sono limitate: o attraverso un aumento significativo delle tasse o attraverso tagli drastici ad altre voci di spesa pubblica. Ed è qui che emerge il cuore del dibattito e la preoccupazione per il destino delle pensioni, della sanità e dell’istruzione.

Il sistema pensionistico italiano è la voce di spesa più importante del bilancio statale. Già alle prese con le sfide dell’invecchiamento della popolazione e della sostenibilità a lungo termine, un dirottamento così massiccio di risorse verso la difesa potrebbe avere conseguenze devastanti.

Se si dovessero trovare decine di miliardi di euro aggiuntivi all’anno per la difesa, questa destra guarderà al sistema pensionistico come prima fonte per trovare parte delle coperture necessarie.

15 Settembre 2025 0 Commenti
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Politica

CROLLO ROVINOSO DI MILEI, UN VERO TRIONFO DELLA SINISTRA PERONISTA

di Michele BLANCO 10 Settembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il neoliberista Milei, ancora pochi giorni prima dell’ultima tornata elettorale in Argentina, aveva annunciato trionfalmente e molto minacciosamente che queste elezioni sarebbero state “l’ultimo chiodo sulla bara del kirchnerismo!”

Nome che indica Cristina Kirchner, l’ex presidente peronista di sinistra attualmente agli arresti domiciliari.

Ma per fortuna è andata in modo molto diverso: il 7 settembre 2025 ha subito una sconfitta clamorosa e su tutta la linea per il neoliberista al potere, la sua creatura politica la neoliberista formazione politica, “La Libertad Avanza” crolla rovinosamente, ha ottenuto il 33,8 %, mentre la sinistra peronista di “Fuerza Patria”, il partito peronista e di sinistra che è la principale forza di opposizione sale al 47%, conquistando la maggioranza in tutti i distretti provinciale di Buenos Aires, anche dove abitano le classi sociali più ricche. Si tenga conto che nella provincia di Buenos Aires vive circa il 40% della popolazione dell’intero Paese.

Benché si trattasse di elezioni locali, si votava per rinnovare la metà delle due camere del parlamento provinciale, e per eleggere vari funzionari, Milei aveva impostato la campagna elettorale sulla sua fallimentare politica nazionale.

Ma si tratta di un risultato molto chiaro: il partito guidato dall’attuale presidente ha perso per ben 13% punti di differenza rispetto ai peronisti. Una notizia pessima per il presidente “ultra liberista” che ha guidato la campagna per le provinciali, assumendosi la responsabilità dell’esito e insistendo durante i comizi sul fatto che con queste votazioni il suo partito avrebbe tolto il potere al peronismo nel suo ultimo “bastione”.

Hanno contribuito certamente a danneggiare la popolarità di Milei gli innumerevoli e continui scandali che hanno coinvolto anche sua sorella Karina, che è la sua capa di gabinetto. In un audio diffuso online si sente Diego Spagnuolo, ex direttore dell’Agenzia nazionale per la disabilità, dire in una conversazione privata che lui e Karina Milei avrebbero preso delle tangenti da alcune aziende farmaceutiche in cambio dell’appalto per la fornitura di farmaci e prodotti sanitari che l’agenzia destina alle persone con disabilità.

Milei ha licenziato Spagnuolo e smentito tutto, ma nei giorni successivi allo scandalo il suo tasso di popolarità nei sondaggi è sceso per la prima volta sotto al 40 per cento.

Milei sta anche avendo difficoltà dal punto di vista finanziario, mancando tutte le promesse elettorali. Inoltre il peso, la valuta argentina, rischia di svalutarsi sui mercati internazionali e questo farebbe aumentare l’inflazione. I metodi usati finora per cercare di sostenerlo, come per esempio l’aumento dei tassi d’interesse, si stanno ripercuotendo molto negativamente sull’economia. Milei ha detto comunque che non intende cambiare le sue politiche economiche.

Questa bella e roboante vittoria accende la stella di un possibile nuovo leader popolare, Axel Kicillof, che dice chiaramente di ispirarsi ad Ernesto Che Guevara e che ha dedicato la vittoria all’ex Presidente argentina Cristina Kirchner.

Milei anche questa volta si era presentato in campagna elettorale con il suo solito modo show arrogante e classista, senza nessun contenuto concreto ma solo propaganda, fatto di provocazioni, insulti e minacce contro i comunisti e gli “zurdos”, epiteto offensivo che riserva ai peronisti. Il politico ultraliberista, diventato presidente nel 2023, ha infatti basato buona parte della sua campagna presidenziale sulla presunta corruzione dei governi peronisti (il movimento che ha guidato il Paese per la maggior parte del tempo negli ultimi decenni) e, quindi, su un tema particolarmente sensibile per chi ha deciso di votarlo. Milei nel 2023 è riuscito a convincere i suoi elettori anche grazie a una promessa fatta durante tutta la sua campagna: tirare fuori il Paese dalla forte crisi economica che stava vivendo ormai da anni.

Ma le sue inutilmente crudeli politiche di macelleria sociale hanno solo ottenuto di portare la povertà estrema a oltre il 43% della popolazione. Un esempio valga per tutto: a causa della contrazione della domanda soltanto negli ultimi mesi hanno chiuso oltre 14.000 panetterie nella sola Buenos Aires.

Mentre legalizzava il traffico di organi, i tagli enormi alla sanità pubblica lasciavano senza cure milioni di persone. Mentre sua sorella Karina Milei speculava e intascava tangenti alzando il prezzo dei farmaci salvavita e di quelli destinati ai disabili.

La risposta odiosa e vergognosa di Javier Milei è stata prendersela proprio coi disabili affermando che andrebbero classificati in tre categorie: “Idioti”, “Imbecilli” e “Deboli di mente”.

Per fortuna al contrario dell’ultima volta però le sue pagliacciate non hanno sortito alcun effetto e anzi sono state benzina sul fuoco per una popolazione sempre più allo stremo e defraudata di ogni diritto.

Le avvisaglie erano molteplici tanto che, quando durante la campagna elettorale tentò di attraversare i quartieri popolari di Buenos Aires, lui e i suoi ministri furono ricevuti da manifestazioni contrarie e furono presi a pietrate e costretti a fuggire rovinosamente.

Questo tracollo alle urne potrebbe rappresentare l’inizio della fine della parabola politica di Milei.

10 Settembre 2025 0 Commenti
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