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PEPE MUJICA UNA GRANDISSIMA PERSONA E UN VERO RIVOLUZIONARIO CHE HA CAMBIATO LA POLITICA

di Michele BLANCO 16 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il Presidente Pepe Mujica è riuscito come pochi a cambiare il modo di fare politica è diventato, con grande merito, un personaggio politico globale pur essendo stato presidente di un piccolo paese, l’Uruguay. La sua è una storia di politica e passione, che dovrebbe essere conosciuta, una storia tra mito, realtà e costante lotta alla povertà, tra istituzioni e movimenti sociali. È stato un guerrigliero, ha cercato di fare la rivoluzione. È stato torturato, isolato, incarcerato e rinchiuso in un vero e proprio buco per 12 anni, poi uscito nel 1985 ha ripreso la lotta democratica. Fino nel 2010 è diventato presidente dell’Uruguay. Mujica ha riassunto la sua vita politica cosi, “ho visto alcune Primavere che hanno finito per essere inverni terribili. Noi esseri umani siamo dei gregari. Non possiamo vivere da soli. Perchè la nostra vita sia possibile, dipendiamo dalla società. Una cosa è rovesciare un governo o bloccare le strade. Ma creare e costruire una società migliore è una questione completamente diversa, c’è bisogno di organizzazione, disciplina e lavoro a lungo termine. Non confondiamo le due cose. Voglio metterlo in chiaro: mi sento vicino a questa energia giovanile, ma penso che non possa andare da nessuna parte se non diventa più matura”.

Durante il suo mandato presidenziale, tra le tante altre meritevoli cose ha combattuto strenuamente contro la povertà e le disuguaglianze, ha rinunciato al 90 per cento del suo stipendio, cercato di dare a tutti maggiori servizi sociali e assistenza sanitaria gratuita, ha legalizzato l’aborto e i matrimoni omosessuali, ma ha anche dato spazio al green washing del capitalismo verde.

Egli ha sempre sostenuto che nessuna persona è perfetta, Pepe non ha mai fatto finta di esserlo ma ha rifiutato la ricchezza e le comodità. Sicuramente è stato uomo di potere, ma sempre umile è rimasto a vivere nella sua fattoria alle porte di Montevideo e non ha mai girato con i macchinoni, non ha mai comprato vestiti di lusso. Era contro il consumismo e non solo ha detto frasi del tipo “Se avessi tante cose, dovrei occuparmene. La vera libertà è avere poche cose, il minimo”, ma ha anche cercato di viverle davvero, in prima persona queste parole, le ha rese reali, fattuali. Riteneva che “povero non è colui che possiede poco. Il vero povero è colui che necessita sempre tanto e desidera sempre di più”.

Pepe è sempre stato contro la guerra e le spese militari, iconica la sua affermazione: “Usciremo dalla preistoria dell’umanità soltanto quando non ci saranno più armi ed eserciti”.

La sua casa era aperta, ha ricevuto il re di Spagna, e giornaliste e giornalisti indipendenti. Ha fatto da mangiare a persone comuni e militanti di tutto il mondo, certo piccoli gesti, certo, ma di cui si trova poca traccia nella storia. Come ogni uomo di potere è stato anche fatto oggetto di critiche, ha vissuto le contraddizioni, ha strappato, litigato, e chissà anche che altro e su questo disse “Il potere non cambia le persone, rivela solo chi sono veramente”. Nello stesso tempo ha vissuto la politica in maniera assolutamente diversa, ha saputo stare sempre dalla parte della povera gente, degli esclusi, dalla parte del popolo di Cuba, così come ha criticato altri leader di sinistra sudamericani quando riteneva, giustamente, che sbagliavano lo ha fatto con Ortega, Maduro, Morales e Cristina Kirchner per tante cose, in primis ha detto loro che non hanno avuto il coraggio di costruire una successione, democratica. Egli espresse con forza che: “Una delle principali fonti di conoscenza è il senso comune. Il problema è quando metti l’ideologia al di sopra della realtà. La realtà ti arriva come un pugno e ti fa rotolare per terra…”

Per questo il suo Uruguay non è diventato socialista, e forse lui stesso non ha mai voluto lo diventasse, ha di certo cambiato la politica in modo profondo, come nel suo discorso d’addio al Senato, quando decise di lasciare la politica attiva. Ma di certo la vittoria di Orsi al ballottaggio 2024 alle presidenziali è stata, da tutti attribuita a lui. Ha fatto tutto ciò che poteva per riportare il Fronte Amplio (la sinistra) al potere. La sua ultima vittoria, il suo regalo al suo popolo. Pepe Mujica è morto ma restano i suoi discorsi e tra tutto la capacità, unica nel continente, purtroppo, fatto di caudillos, di aver saputo costruire una successione di sinistra e democratica, aver formato un ceto politico giovane, preparato, capace di portare politiche democratiche, partecipative e egualitarie. E solo per questo è un grandissimo esempio di onestà e dedizione verso il popolo. Egli disse che “Trionfare nelle vita non è vincere, ma rialzarsi e ricominciare ogni volta che si cade”, una frase bellissima, potente, iconica detta da chi ha deciso che la sua vita sarebbe stata lotta politica a favore dei poveri, ed è stato pronto ad affrontare le sue scelte, come un uomo vero, che mise in pratica le sue parole: “La ricompensa per la politica è l’amore della gente. Chi ama i soldi non dovrebbe essere eletto”. Grazie per il tuo esempio, onore a una grande persona, un profondamente uomo giusto. Una persona che ha affermato che “La vita é un’avventura meravigliosa e la felicità é dare contenuti alla vita e non lasciare che te la rubino.” Di se stesso ha scritto in modo esatto e preciso, come pochi riuscirebbero a fare: “Appartengo a una generazione che voleva cambiare il mondo, sono stato schiacciato, sconfitto, polverizzato, ma sogno ancora che valga la pena di lottare perché le persone possano vivere un po’ meglio e con un maggiore senso di uguaglianza” José Mujica (1935-2025).

16 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

IMPRENDITORI O PADRONI?

di Pino D'ERMINIO 15 Maggio 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Tra i referendum sui quali gli italiani sono chiamati ad esprimersi l’8 ed il 9 giugno il più rilevante, negli effetti pratici, politici e morali, è quello che rivendica il ripristino del diritto al reintegro del lavoratore illegittimamente licenziato per giusta causa o giustificato motivo (come attenuato dalla legge Fornero 92/2012), nelle unità produttive private con più di 15 dipendenti, abrogando le norme con cui il Governo Renzi ha smantellato quasi del tutto la reintegra. Con la controriforma Renzi (decreto legislativo 23/2015) la reintegra è sopravvissuta solo nei casi di licenziamenti “discriminatori” (ad esempio perché si professa una certa religione), vietati per legge, intimati a voce, per inesistente disabilità fisica o psichica del lavoratore ed in cui in giudizio si accerta che il grave inadempimento del lavoratore è materialmente insussistente. In tutti gli altri casi di licenziamento illegittimo, al lavoratore è riconosciuta una indennità risarcitoria.

Con la controriforma Renzi si è realizzato un ribaltamento di paradigma: mentre prima la reintegra era la tutela ordinaria ed eccezionale quella risarcitoria, dopo vale l’esatto contrario. Tale ribaltamento ha un significato profondo: il lavoratore, da soggetto sociale ed umano, verso il quale l’impresa ha delle responsabilità, è declassato a merce, a mera “forza lavoro” o “risorsa umana” – come si dice con espressioni disgraziate e diffuse – è appiattito alla dimensione economica, come una materia prima, una macchina od una qualunque fornitura. L’ideologia sottostante è che chi detiene la proprietà dell’impresa, per ciò stesso, è nel suo ambito padrone assoluto di tutto e di tutti, di cui può disporre a piacimento, pagando si capisce il relativo prezzo.

Si tratta di un’ideologia organica al neoliberismo – dilagato in Occidente a partire dagli anni ’80 del XX secolo – che ha modificato gli assetti organizzativi ed il clima delle imprese. Sono finiti in soffitta i principi che annoveravano tra i fattori chiave di successo delle imprese la partecipazione dei dipendenti, il loro senso di appartenenza ad una comunità, la loro fidelizzazione e crescita professionale. È prevalsa invece la precarizzazione del lavoro, ché anche gli assunti a tempo indeterminato sono precari, in quanto licenziabili ad nutum, mettendogli in mano quattro soldi di risarcimento. La precarizzazione implica un grave indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e, di conseguenza, il peggioramento delle loro condizioni economiche e normative, che è l’obiettivo (raggiunto) dei padroni. Nelle imprese medie e grandi si è realizzato uno stacco netto tra l’alta direzione ed il resto dei dipendenti. Il vertice dell’impresa è l’unico organo ritenuto pensante e volitivo, colmato di soldi, benefit e tutele. Così è normale che Carlos Tavares nel 2024 abbia guadagnato 35 milioni di euro, di cui 23 milioni di stipendio e 12 di buonuscita, benché non abbia capito niente della direzione che stava prendendo il mercato dell’auto, causando a Stellantis un danno enorme, che stanno scontando i lavoratori del gruppo.

La precarizzazione e riduzione a merce dei lavoratori è anche un danno all’economia in generale, perché sottoutilizza e disincentiva la stragrande maggioranza dei lavoratori; ma questo ai padroni non cale: per loro quello che conta è detenere nell’impresa il potere assoluto, che gli permette di spremere i dipendenti. Il regime assolutistico nelle imprese non è un problema solo delle imprese, ma riguarda l’esercizio materiale della democrazia nell’intera società. Un lavoratore perennemente sotto la spada di Damocle del licenziamento, ancorché illegittimo, è un cittadino meno libero. Così anche la società è meno libera se lo è la larga maggioranza dei cittadini.

Nel panorama italiano non tutti gli imprenditori si sono mutati in padroni. Benché minoritari, esistono imprenditori modello, che non a caso sono anche leader nei loro settori. Sarebbe utile ed opportuno che nella circostanza dei referendum anch’essi facessero sentire la loro voce. Inquietante è infine il silenzio di tanti politici sedicenti di centro o addirittura di sinistra, mentre quelli apertamente di destra, incluso il Presidente del Senato, invitano senza remore a boicottare i referendum.

15 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

REFERENDUM 2025: IL QUARTO QUESITO E LA RESPONSABILITÀ DEL COMMITTENTE NEGLI APPALTI 

di Matteo FALLICA 14 Maggio 2025
Scritto da Matteo FALLICA

L’8 e 9 giugno 2025, gli italiani saranno chiamati a votare su cinque referendum abrogativi: quattro riguardano lavoro e diritti, uno la cittadinanza. Il quarto quesito tocca un tema delicato e centrale per la sicurezza sul lavoro: la responsabilità del committente in caso di infortuni negli appalti. Il referendum propone di cancellare una parte dell’articolo 26, comma 4 del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), modificato nel 2023, che oggi recita: «Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.» 

In parole semplici, la legge attuale esonera il committente da responsabilità civile se l’infortunio è causato da un rischio tipico dell’attività svolta dall’appaltatore. Il referendum chiede di abrogare questa esclusione e tornare a un sistema di corresponsabilità più ampia. La norma che si intende eliminare è stata introdotta dal Governo Meloni con la Legge n. 85 del 2023, presentata come una misura per chiarire i confini tra le responsabilità di chi affida un lavoro e chi lo esegue, e per ridurre il contenzioso tra imprese. Ma per sindacati, giuristi, tecnici della sicurezza e numerose amministrazioni regionali, si tratta di un pericoloso arretramento nelle tutele dei lavoratori. Secondo molti esperti, la norma solleva il committente anche quando l’infortunio è prevedibile e legato direttamente alla sua scelta di appaltatore. 

Regioni come Emilia-Romagna, Toscana, Puglia e Campania hanno espresso con atti ufficiali il loro sostegno al Sì, denunciando come questa modifica del 2023 abbia ridotto la protezione dei lavoratori, soprattutto nei settori a rischio come edilizia, logistica, trasporti e manutenzione. 

Tra i sostenitori del Sì, il professor Franco Focareta, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Bologna, ha dichiarato: «Il ricorso forsennato agli appalti è tra le principali cause di precarietà e pericolo nei luoghi di lavoro. La norma che limita la responsabilità del committente deresponsabilizza chi innesca la catena dei subappalti. Va abrogata.» In caso di vittoria del Sì, verrebbe ripristinata la corresponsabilità del committente anche per gli infortuni legati ai cosiddetti “rischi specifici”. Ne deriverebbe un maggiore controllo sulla filiera produttiva, una più attenta valutazione dei rischi da parte del committente e un rafforzamento del ruolo del DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi da Interferenze). Ma soprattutto, aumenterebbe la deterrenza verso comportamenti negligenti. Per molti osservatori, la norma oggi in vigore è il frutto di un modello che ha favorito negli anni la frammentazione del lavoro, l’uso massiccio dei subappalti e l’abbassamento delle tutele. E le conseguenze sono visibili ogni giorno nei cantieri, nei magazzini e nelle officine. Come ha ricordato un sindacalista toscano: «Chi muore sul lavoro sono spesso i meno pagati, impiegati nei subappalti a catena. Senza corresponsabilità del committente, il rischio è che nessuno vigili davvero sulla sicurezza.» 

Il quesito pone una scelta netta: vogliamo un sistema in cui chi commissiona un lavoro si assuma anche la responsabilità per la sicurezza, oppure accettiamo che il committente resti estraneo, anche quando le sue decisioni contribuiscono a creare situazioni pericolose? 

Non è forse il momento di cambiare rotta, soprattutto nei settori dove il rischio è strutturale? 

Domenica 8 e lunedì 9 giugno 2025, i cittadini italiani potranno rispondere. 

14 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

PIÙ LAVORO STABILE, MENO PRECARIETÀ: UN SÌ CONTRO L’ABUSO DEI CONTRATTI A TERMINE

di Domenico PALAZZO 14 Maggio 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Il terzo quesito del referendum 2025 mira a ridurre la precarietà abolendo le norme che hanno moltiplicato i contratti temporanei. Un SÌ per il diritto al lavoro dignitoso

Negli ultimi anni, il mercato del lavoro italiano ha visto una crescita costante dell’occupazione precaria, in particolare dei contratti a termine. Il terzo quesito del referendum del 2025 interviene proprio su questo nodo, proponendo di abrogare le norme che permettono un uso esteso, flessibile e spesso abusivo dei contratti temporanei.

Votare SÌ significa scegliere un modello di lavoro più stabile, ridurre il ricorso indiscriminato alla precarietà e tutelare milioni di lavoratori, soprattutto giovani, donne e persone con basso potere contrattuale.

Cosa dice il quesito

Il quesito propone di abrogare le parti del Decreto Dignità (e successive modifiche) che:

 – consentono contratti a termine fino a 24 mesi anche senza causali per i primi 12 mesi;

 – autorizzano rinnovi ripetuti con causali spesso generiche o arbitrarie;

 – riducono i vincoli alle proroghe, rendendo più facile per le imprese mantenere i lavoratori in stato di incertezza per anni.

In pratica, si chiede di tornare a una disciplina più restrittiva e più protettiva per i lavoratori.

Perché votare SÌ: le ragioni di una scelta giusta

1. Contro la precarietà strutturale

I contratti a termine sono nati per esigenze temporanee. Ma nel tempo sono diventati la regola anziché l’eccezione, soprattutto per i lavoratori più fragili. Questo crea instabilità economica, incertezza sul futuro e difficoltà nell’accedere a mutui, affitti e progettualità di vita.

2. Un mercato più giusto non è un mercato meno efficiente

La flessibilità non deve diventare sinonimo di ricatto occupazionale. Studi europei mostrano che i mercati del lavoro con maggiori tutele (come in Germania o Francia) non sono meno dinamici. Anzi: il lavoro stabile migliora la produttività e la qualità dei servizi.

3. I giovani meritano un futuro, non un eterno presente precario

Oggi oltre il 60% dei nuovi contratti è a termine, e pochi di questi si trasformano in tempo indeterminato. Il lavoro precario si traduce in precarietà esistenziale. Votare SÌ è un atto di responsabilità verso le nuove generazioni.

4. Il lavoro è un diritto, non una concessione temporanea

La Costituzione italiana riconosce il lavoro come fondamento della Repubblica. Tollerare norme che facilitano lo sfruttamento attraverso contratti brevi, rinnovabili e privi di prospettive va contro il principio di dignità del lavoro.

I numeri della precarietà in Italia:

– Oltre 3 milioni di lavoratori hanno contratti a tempo determinato (ISTAT, 2023)

  • – Solo 1 su 4 di questi contratti si trasforma in tempo indeterminato
  • – Il 70% dei contratti a termine dura meno di 3 mesi
  • – L’Italia è al secondo posto in Europa per uso di contratti a termine tra i giovani (Eurostat, 2022)

Nel mondo del lavoro italiano, i giovani sono i più esposti alla precarietà. I dati parlano chiaro:

 – Il 63% dei nuovi contratti tra i 20 e i 34 anni è a tempo determinato (ISTAT, 2023)

 – Il 73% di questi contratti ha una durata inferiore ai 6 mesi

 – Il tasso di trasformazione in contratti stabili resta sotto il 25%

Questo significa che un’intera generazione è condannata a vivere nell’incertezza, senza prospettive di autonomia economica, casa, famiglia. La precarietà non è una “fase di passaggio” ma per molti è diventata una condizione cronica.

La scuola pubblica: laboratorio di instabilità

Il paradosso più evidente? La scuola, istituzione che dovrebbe costruire il futuro del Paese, è anche uno dei settori più precari:

 – Oltre 250.000 docenti vengono assunti ogni anno con contratti a tempo determinato

 – Tra questi, circa 100.000 sono “supplenti annuali” (contratti fino al 30 giugno o 31 agosto)

 – Molti insegnanti precari coprono posti vacanti e disponibili, che dovrebbero essere a tempo indeterminato

I concorsi si svolgono a rilento e spesso non coprono il fabbisogno reale.

Questo genera una scuola instabile, in cui gli studenti cambiano insegnanti ogni anno e i docenti vivono senza certezze, senza continuità, senza tutele.

Un SÌ per costruire futuro, non precarietà

Il SÌ al quesito n. 3 non è una battaglia ideologica: è una risposta concreta a un problema reale. Restituire dignità e prospettiva al lavoro significa restituire forza alla società tutta. Senza stabilità, non c’è crescita. Senza diritti, non c’è progresso.

Con le attuali condizioni i lavoratori e le lavoratrici a termine sono soggetti a quella che qualcuno ha definito saggiamente “macelleria sociale”, ovvero alla condizione di essere assoggettati implicitamente al datore di lavoro senza la possibilità di esercitare i propri diritti. 

Votare SÌ significa dire basta all’abuso sistematico dei contratti a termine. Significa restituire stabilità a chi lavora, investire nella qualità del lavoro e nel benessere di chi assume e di chi produce. 

Il 8 e 9 giugno abbiamo l’occasione di cambiare rotta. Un SÌ deciso per dire basta alla precarietà.

14 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

LE RAGIONI DEL VOTO 

di Grazia MINOTTA 13 Maggio 2025
Scritto da Grazia MINOTTA

A meno di un mese dal voto, i referendum dell’8 e 9 giugno non sono argomento di informazione: non c’è alcun approfondimento sui media!

Un blackout che non è casuale. Pensiamo fortemente che sia voluto, un vero e proprio ordine politico. La stampa, le televisioni sono diventati, tutti o quasi tutti, portavoce di una sola parte: quella che vuole che i cittadini restino a casa e stiano zitti. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ci ha pensato il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, a chiarire tutto, suggerendoci di restare a casa e di non andare a votare. Un presidente del Senato che invita a disertare le urne è come un pompiere che appicca incendi, un giudice che suggerisce l’omertà. O peggio: come un nostalgico del Ventennio che non ha ancora capito che siamo nel 2025. 

Parole indegne per il suo ruolo, che ci confermano ancora una volta che la destra al governo ha paura della partecipazione, ha paura del Referendum popolare, ha paura del voto, perché non tollera che i cittadini e le cittadine decidano liberamente, senza deleghe, né intermediari. È paura vera quella dei politici al governo, perché sanno benissimo che se la gente vota e vota Sì, le loro bugie si sgonfiano. 

Invitare all’astensionismo è anche un grosso errore, quasi un autogol per questo governo e per tutta la classe politica, perché i quesiti – sia quelli sui temi del lavoro che sulla cittadinanza – parlano ai bisogni e alle concezioni della società più trasversali di quanto si possa immaginare. Un errore, perché quando una forza politica alimenta l’astensionismo contribuisce a segare il ramo su cui è seduta. 

Votare oggi più che mai significa esercitare un diritto democratico, costituzionale, è un atto di libertà. Il loro disprezzo per la democrazia è il nostro miglior motivo per praticarla.

Ecco allora le ragioni di merito che devono vivere in questo ultimo, decisivo mese di campagna referendaria. Andremo strada per strada, casa per casa, luogo di lavoro per luogo di lavoro, per rimettere al centro le persone e i loro bisogni, un’altra idea di sviluppo e di crescita, perché… non giriamoci intorno: un lavoro povero, un lavoro precario, un lavoro insicuro, la negazione di ogni diritto, non solo genera bassi salari e povertà diffusa, ma anche una cultura chiusa e poco propensa all’innovazione, una scarsa voglia di investire su sé stessi, sui propri saperi, sulla propria crescita. 

La vittoria dei Sì non risolverà tutti i problemi, ma traccerà una rotta nella direzione più giusta. Renderà più forti qualche milione di lavoratori e lavoratrici; più dignitosa la vita di cittadini e cittadine di fatto, ma senza il riconoscimento della cittadinanza; più coeso e giusto il Paese, generando un clima di maggiore fiducia verso il futuro. 

Anche solo per questo abbiamo la grande responsabilità di andare tutti e tutte a votare l’8 e il 9 giugno prossimo. Il cambiamento è nelle nostre mani con il voto.

13 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

REFERENDUM 2025, FOCUS SUL QUINTO QUESITO RIGUARDANTE LA CITTADINANZA

di Anna Maria DI PIETRO 12 Maggio 2025
Scritto da Anna Maria DI PIETRO

I cittadini italiani possono esprimersi l’8 e 9 giugno per 5 referendum che riguardano il ripristino di diritti sacrosanti negati da leggi, volute principalmente da Confindustria, da abolire, attraverso la vittoria del “Si”. Questi referendum sono, indirettamente, anche la negazione della scelte di spendere inutilmente i soldi pubblici in riarmo, perché se vince il “Si” diventa chiaro che il popolo italiano è favorevole alle spese per assistenza sanitaria, per avere più ospedali e per le spese sociali e istruzione.

I soliti noti vogliono che questi referendum falliscano e non si raggiunga il quorum.

Noi tutti finalmente abbiamo una grande possibilità di mettere fine a scelte politiche belliciste in modo indiretto, oltre ad ottenere il ripristino dei nostri diritti sociali e democratici fondamentali.

Non perdiamo questa grandissima occasione perché se non si raggiunge il quorum potrebbe essere l’ultima possibilità per evitare il peggio.

Se i salari e gli stipendi in Italia sono tra i più bassi in Europa è principalmente perché Italia nel 1985 si tenne il 9 e 10 giugno il referendum che riguardava la disciplina normativa che, nel corso del 1984, aveva disposto il taglio della scala mobile, segnatamente il taglio di 3 punti di contingenza. In quella occasione purtroppo vinse il no, come conseguenza indiretta si ebbe negli anni successivi la completa abrogazione della scala mobile, nel 1990:

Confindustria dà formale disdetta all’accordo interconfederale istitutivo della scala mobile, che poi verrà confermata l’anno successivo.

1992:

La scala mobile viene definitivamente soppressa con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il governo Amato e le parti sociali.

In sintesi, l’abolizione della scala mobile è stata un processo graduale, iniziato con tagli al suo funzionamento e concluso con la sua definitiva soppressione nel 1992, questo perché al referendum del 1985 vinse il no. Sono passati anni e con la globalizzazione dei commerci e dei mercati, anche di quello del lavoro, amplificata dalle nuove tecnologie ha determinato la destrutturazione degli assetti economici, sociali e politici che caratterizzavano il mondo industrialmente avanzato, in particolare il nostro sistema-Paese che ha portato all’aumentare delle disuguaglianze inimmaginabile quando al referendum del 1985 vinse il no.

Quindi ricordiamo bene che Chi è contro i referendum? I ricchi e tutti i loro servi.

Andiamo a votare l’8 e il 9 giugno, difendiamo i diritti di tutti!

L’8 e il 9 giugno prossimi, l’Italia è chiamata a votare su cinque referendum abrogativi: i primi quattro relativi al lavoro, l’ultimo riguardante il requisito per ottenere la cittadinanza italiana.

Sottolineando il fatto che gli organi di informazione hanno fatto passare in sordina la notizia, senza fare i dovuti approfondimenti, e che il Governo si è palesemente schierato contro, il quinto quesito è forse quello che ha acceso le polemiche più feroci, sottolineando ancor di più l’aria che tira in materia di diritti, soprattutto quelli degli stranieri.

L’ultimo referendum si riferisce, infatti, alla cittadinanza per stranieri non appartenenti all’Unione europea, intervenendo sulla parte della legge n.91/1992 secondo cui uno straniero può ottenere la cittadinanza per naturalizzazione solo dopo 10 anni di residenza legale continuativa in Italia, con un passaggio anche sui minori adottati da cittadini italiani, che ottengono la cittadinanza solo attraverso un’adozione formale.

Dunque, l’obiettivo è quello di abrogare l’attuale requisito di 10 anni di residenza legale riducendolo a 5 anni ed estendere in maniera automatica il diritto di cittadinanza ai figli minori dei nuovi cittadini italiani, cioè degli stranieri che l’hanno ottenuta, rileggendo ad hoc il passo sull’adozione.

Se venisse approvato, fatti salvi tutti gli altri requisiti necessari, quali il tetto di reddito stabilito, la conoscenza della lingua italiana, l’assenza di precedenti penali, l’ottemperanza agli obblighi tributari, si renderebbe giustizia a tutte quelle persone che nascono, crescono, studiano, lavorano e pagano le tasse nel nostro Paese, favorendo un’integrazione non solo più celere ma anche più consapevole. 

Dieci anni rappresentano davvero un tempo troppo lungo per chi si sente già “a casa”, si sente italiano a tutti gli effetti, e che viene discriminato perché non può partecipare ai concorsi pubblici; se studente, non può prendere parte ai percorsi di studio all’estero; se sportivo, non può rappresentare l’Italia nelle varie competizioni. 

Se si pensa a un bambino, figlio di una coppia che ha ottenuto la cittadinanza, nato in Italia, che frequenta le scuole italiane, che non conosce neppure la sua terra d’origine, per cui sente forte il senso di appartenenza al Paese, perché deve aspettare il compimento del diciottesimo anno e aspettarne altri dieci per ottenere la cittadinanza? È altamente discriminatorio, perché mentre si parla di integrazione, una legge continua a farlo sentire straniero nel posto in cui non si è dovuto integrare ma è nato! Si tratta di un controsenso ridicolo, in un Paese che è cambiato e cambierà ancora, ma non si adegua alla nuova realtà, come hanno invece fatto tanti Stati europei, dove il processo di ottenimento della cittadinanza è molto più breve e snello, tenendo conto anche del fatto che, a causa della burocrazia italiana, proverbialmente lenta, gli anni non sono effettivamente 10 ma molti di più. 

Appare strano che la globalizzazione riguardi l’economia e non l’umanità, e che non si ricordi la lunga e dolorosa storia dell’emigrazione italiana. Il mondo è pieno di connazionali figli di emigranti, che hanno subìto trattamenti non certo piacevoli.

Spiacevoli come le dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo che hanno palesemente invitato a non andare a votare. Su quest’ultimo aspetto si possono prendere in prestito le parole di Antonio Di Pietro che, in un recente incontro a Termoli, ha detto: «Non dobbiamo starcene seduti e accettare quello che pregiudizialmente ci viene detto. La rassegnazione è evidente, tanto che non ha fatto scalpore quello che è stato detto da un rappresentante del Governo che ha invitato a non andare a votare. Si può anche non essere d’accordo con alcuni dei quesiti referendari, ma vincere perché si decide a tavolino di non far raggiungere il quorum non è corretto». L’invito all’astensionismo è solo un modo per azzittire il popolo prima che si possa esprimere, ostacolando un istituto di democrazia diretta; invito che oggi appare ancora più disdicevole se si ricorda che Matteo Salvini definiva “ladro di democrazia” chi spingeva gli elettori a non votare. Questo, naturalmente, quando non era al Governo e utilizzava temi a effetto per captare voti, imperniando sugli stranieri l’intera propaganda elettorale, parlando alla pancia di un Paese martellato da notizie inesatte sugli immigrati.

Tornando al quinto quesito, cittadinanza per uno straniero non vuol dire solo diritti ma anche, e soprattutto doveri, partecipazione alla vita politica, scelta attraverso il voto, uscendo da quel limbo di incertezza a causa di un percorso lunghissimo e pieno di ostacoli. Piaccia o no, gli stranieri sono una realtà e, in tanti ambiti, una risorsa, dunque, accelerare i tempi per l’ottenimento della cittadinanza è anche un modo per far nascere un dibattito parlamentare che possa addivenire a soluzioni consone per una totale integrazione degli “stranieri in patria”, attraverso progetti dedicati e una legge che riempia il vulnus democratico.

12 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

L’IMPORTANZA DEI 5 REFERENDUM

di Michele BLANCO 11 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

I cittadini italiani possono esprimersi l’8 e 9 giugno per 5 referendum che riguardano il ripristino di diritti sacrosanti negati da leggi, volute principalmente da Confindustria, da abolire, attraverso la vittoria del “Si”. Questi referendum sono, indirettamente, anche la negazione della scelte di spendere inutilmente i soldi pubblici in riarmo, perché se vince il “Si” diventa chiaro che il popolo italiano è favorevole alle spese per assistenza sanitaria, per avere più ospedali e per le spese sociali e istruzione.

I soliti noti vogliono che questi referendum falliscano e non si raggiunga il quorum.

Noi tutti finalmente abbiamo una grande possibilità di mettere fine a scelte politiche belliciste in modo indiretto, oltre ad ottenere il ripristino dei nostri diritti sociali e democratici fondamentali.

Non perdiamo questa grandissima occasione perché se non si raggiunge il quorum potrebbe essere l’ultima possibilità per evitare il peggio.

Se i salari e gli stipendi in Italia sono tra i più bassi in Europa è principalmente perché Italia nel 1985 si tenne il 9 e 10 giugno il referendum che riguardava la disciplina normativa che, nel corso del 1984, aveva disposto il taglio della scala mobile, segnatamente il taglio di 3 punti di contingenza. In quella occasione purtroppo vinse il no, come conseguenza indiretta si ebbe negli anni successivi la completa abrogazione della scala mobile, nel 1990:

Confindustria dà formale disdetta all’accordo interconfederale istitutivo della scala mobile, che poi verrà confermata l’anno successivo.

1992:

La scala mobile viene definitivamente soppressa con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il governo Amato e le parti sociali.

In sintesi, l’abolizione della scala mobile è stata un processo graduale, iniziato con tagli al suo funzionamento e concluso con la sua definitiva soppressione nel 1992, questo perché al referendum del 1985 vinse il no. Sono passati anni e con la globalizzazione dei commerci e dei mercati, anche di quello del lavoro, amplificata dalle nuove tecnologie ha determinato la destrutturazione degli assetti economici, sociali e politici che caratterizzavano il mondo industrialmente avanzato, in particolare il nostro sistema-Paese che ha portato all’aumentare delle disuguaglianze inimmaginabile quando al referendum del 1985 vinse il no.

Quindi ricordiamo bene che Chi è contro i referendum? I ricchi e tutti i loro servi.

Andiamo a votare l’8 e il 9 giugno, difendiamo i diritti di tutti!

11 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

UN APPELLO ACCORATO PER L’ABROGAZIONE DEL JOB ACT

di Michele BLANCO 10 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

L’insieme di leggi denominato Jobs Act, voluto fortemente da Renzi e dal suo governo, costituisce lo spartiacque fra la visione costituzionalista del diritto al lavoro, dei diritti che il lavoro dovrebbe portare con sé, delle garanzie, con la terra di nessuno, un vero e proprio ingiusto far west, dove prevale la legge del piu forte. Questo è diventato il lavoro dopo di quella ingiusta e inumana legge.

Una legge che avrebbero voluto fare, anni prima, Berlusconi e la destra ma che non riuscirono a fare. Ci riuscì invece il vero e proprio cavallo di Troia della destra neoliberista italiana all’interno della cosiddetta sinistra, cioè Renzi segretario del Pd. Una legge assolutamente odiosa, motivata, a dire del suo primo autore e dei suoi amici di merende, dalla necessità di recupero di competitività del Paese, una chiara e inequivocabile bugia grossolana: competitività che non si è recuperata nella maniera più assoluta, anzi le delocalizzazioni sono aumentate inesorabilmente.

La legge di Renzi, però, ha prodotto un aumento assoluto e spropositato dei profitti e, dall’altra parte, il continuo ricatto nei confronti dei lavoratori, la scomparsa di ogni tutela, diritti e garanzie, il crollo assoluto dei salari, il ritorno vero e proprio della schiavitù, una precarietà sempre più diffusa. Fra poco l’8 e 9 giugno saremo chiamati a votare per l’abrogazione di questa indegna legge.

Non facciamoci sfuggire questa grande occasione di partecipare al ritorno della democrazia sui posti di lavoro alla civiltà, della dignità nel lavoro e alla sconfitta della nuova schiavitù voluta da tutti i poteri forti economici. Nessuno ne parla perché non vogliono che si raggiunga il quorum, perché destre e pseudo sinistra – con i vari esponenti del Pd che non voteranno Si – insieme appassionatamente, vogliono che il Jobs Act rimanga e continui a produrre i suoi aberranti e nefasti effetti. Pertanto, faccio questo appello accorato: AL REFERENDUM PER L’ABROGAZIONE DEL JOBS ACT, TUTTI AL VOTO!

10 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

CONTRO I LICENZIAMENTI INDIVIDUALI ILLEGITTIMI

di Pino D'ERMINIO 10 Maggio 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Dei licenziamenti individuali nelle imprese private si occupa la legge 604/1966. Essa – al primo comma dell’art. 8 – nel testo storico originale, disponeva che, in caso di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo illegittimo, l’imprenditore può cavarsi d’impiccio «versando una indennità da un minimo di cinque ad un massimo di dodici mensilità dell’ultima retribuzione, avuto riguardo alla dimensione dell’impresa, all’anzianità di servizio del prestatore di lavoro ed al comportamento delle parti». Tutela piuttosto modesta per il lavoratore licenziato illegittimamente.

La legge 108/1990 (Governo Andreotti) – art. 2, comma 3 – ha modificato IN PEGGIO la norma del 1966, DIMEZZANDO le indennità minima e massima e dunque alleggerendo il risarcimento già modesto dovuto dall’imprenditore, in caso di ricorso illegittimo al licenziamento per giusta causa o giustificato motivo. Sempre la legge 108/1990 ha aggiunto un periodo all’art. 8 della legge 604/1966, che nelle le imprese con più di 15 dipendenti porta il risarcimento massimo a 10 mensilità, se il lavoratore ha un’anzianità di servizio superiore a 10 anni, od a 14 mensilità, se l’anzianità di servizio va oltre 20 anni.

Il quesito referendario di abrogazione parziale dell’art. 8 della legge 604/1966 prevede: I) la cancellazione del periodo riferito alle imprese con più di 15 dipendenti, per le quali, con il primo quesito referendario, si ristabiliscono le tutele dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; II) fermo restando il risarcimento minimo di 2,5 mensilità, l’eliminazione del limite massimo di 6 mensilità, delegando al giudice di quantificare il risarcimento, beninteso «avuto riguardo alla dimensione dell’impresa, all’anzianità di servizio del prestatore di lavoro ed al comportamento delle parti». 

In questo modo si pone un freno all’abuso pretestuoso dei licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo nelle unità produttive fino a 15 dipendenti, che esulano dalle tutele previste dall’art. 18 del (martoriato) Statuto dei lavoratori. La questione è rilevante, dato che le cessazioni del lavoro per giusta causa e giustificato motivo sono le più numerose, dopo le dimissioni volontarie. Nel 2023 i licenziamenti “disciplinari” – cioè per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, a seguito di grave inadempimento del lavoratore – hanno rappresentato il 5% del totale dei rapporti cessati sia nelle imprese fino a 15 dipendenti, che in quelle oltre; le percentuali sono invece molto diverse nel caso dei licenziamenti cosiddetti “economici”, alias per giustificato motivo oggettivo – cioè per «ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa» (L 604/1966, art. 3) – che hanno generato il 27% delle cessazioni dei rapporti di lavoro nelle unità lavorative fino a 15 dipendenti e solo il 13% nelle altre. Pur considerando una maggiore fragilità delle microimprese, una percentuale di licenziamenti economici doppia (anche negli anni ante 2023) rispetto alle altre imprese lascia pensare che nelle microimprese il ricorso a tale forma di licenziamento sia non sempre limpido.

10 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

I REFERENDUM PER CAMBIARE LA POLITICA E COMBATTERE LE DISUGUAGLIANZE IN ITALIA

di Michele BLANCO 8 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

In Italia le persone indigenti sono 11 milioni e 92mila, qualcosa di impressionante, con il divario tra ricchi e poveri continua inesorabilmente ad aumentare. Il primo decile di reddito può contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 2,5 per cento (in calo rispetto al 2,7 del 2023). In Germania la quota è del 3,4. Il decile più alto, quello più benestante, può invece contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 24,8 per cento, in aumento dal 24,1 del 2023 (in Germania è al 23,7 per cento). In parole semplici ma mai cosi vere i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

Questi sono i dati Eurostat sui redditi e le condizioni di vita delle famiglie riferiti al 2024 che sono stati pubblicati da pochi giorni.  Il quadro è assolutamente drammatico, ma nei mass media, giornali e telegiornali, ma anche nei discorsi politici la precaria condizione del paese, di milioni di persone, non sembra meritare attenzione. Sappiamo che non si tratta di una novità, visto che il lavoro precario e povero, morti sul lavoro, salari troppo bassi, sono ormai la dura realtà sociale del nostro Paese. 

Nella società italiana quasi un quarto degli italiani (il 23,1 per cento) si trova «a rischio di povertà o esclusione sociale», secondo la definizione statistica, in aumento rispetto all’anno prima. In Italia cinque milioni di persone hanno difficoltà sulle spese minime (avere una casa riscaldata, far fronte a spese improvvise, avere almeno due paia di scarpe, una dieta adeguata), mentre sale il rischio di povertà tra i pensionati gli over 65 e tra, addirittura, le persone che lavorano duramente e impegnate a tempo pieno. Nel 2024, il rischio di povertà è salito al 18,9 per cento della popolazione (contro l’11,4 per cento in Germania  e il 16 per cento in Spagna) e tra gli occupati a tempo pieno al 9 per cento (in aumento dall’8,7 per cento del 2023), una percentuale più che doppia di quella tedesca (3,7 per cento).

Il lavoro non basta più per avere una vita dignitosa. Se poi si considerano anche gli occupati part time, la percentuale sale al 10,2 per cento, uno dei dati peggiori tra tutti i paesi dell’Unione Europea. Avere un lavoro, purtroppo capita da tempo, non preclude a una possibile condizione di povertà. A guadagnare sempre meno sono soprattutto i giovani: è povero, visto i contratti precari a cui devono sottostare, l’11,8 per cento dei lavoratori tra i 16 e i 29 anni, mentre lo è il 9,3 per cento dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni. I più colpiti sono i lavoratori indipendenti e autonomi, tra cui i poveri sono il 17,2 per cento (erano il 15,8 per cento nel 2023); tra i lavoratori dipendenti la quota è all’8,4 per cento. Ovviamente, il livello di istruzione influisce sulla povertà lavorativa: è povero, infatti, il 18,2 per cento dei lavoratori che ha concluso la sola scuola dell’obbligo (era il 17,7 per cento nel 2023). Tra i diplomati, lo è il 9,2 per cento, mentre tra i laureati lo è il 4,5 per cento (dal 3,6 per cento del 2023). Come sempre, poi, la povertà lavorativa è più diffusa nel Mezzogiorno, dove si avvicina al 20 per cento. Ovunque tale condizione è dovuta al basso reddito da lavoro. Del resto, salari bassi soprattutto per le posizioni lavorative meno qualificate e precarie sono una costante da anni del nostro paese. I lavori part-time o a chiamata, anche se “a tempo indeterminato”, sono ovviamente i più esposti. Secondo Istat, i lavoratori e le lavoratrici con un lavoro per il quale sono pagati un solo mese all’anno o meno sono il 21 per cento del totale (26,6 per cento per le donne, 16,8 per cento per gli uomini), una quota che è ben più alta di quella del 2007, quando era stata del 16,7 per cento. 

Lavoro povero, indigenza, disuguaglianze: l’Italia continua inesorabilmente a scendere lungo la china, sembra sempre più incapace di risalire. Oltre  venti anni di politiche neoliberiste l’hanno messa in ginocchio e non si vede all’orizzonte un cambiamento di tendenza. È un paese profondamente diviso, con una divisione che è di classe, territoriale, tra centri urbane e aree interne, in cui i ceti sociali meno abbienti soccombono, abbandonati a se stessi, senza più nessuna vera rappresentanza politica. I ceti medio-alti, urbani, protetti, cui si rivolge la maggior parte dei partiti politici, sono assolutamente i più difesi nei loro egoistici interessi, mentre gli altri restano fuori, schiacciati nella loro condizione, continuamente vessati dalla loro condizione di incertezza e insicurezza, spesso utilizzati per avere consensi con i richiami alla falsa sicurezza e al protezionismo.

In questo contesto sociale è necessario una svolta politica con serio programma di opposizione che, finalmente, rimettesse il lavoro al centro, come primi urgenti provvedimenti l’abolizione dei contratti differenziati tra lavoratori e il precariato in tutte le sue innumerevoli forme, i subappalti e il caporalato. Inoltre c’è estrema necessità di investimenti produttivi e ancor di più per istruzione, sanità garantita a tutti e servizi. Bisogna finirla con la spirale militarista e utilizzare i fondi necessari per combattere l’urgenza povertà.

L’occasione per far cambiare la situazione politica attuale è di fronte a noi: I referendum sul lavoro e l’articolo 18, ma andrebbe sfruttata. Per questo bisogna fare molto di più per portare tutti i cittadini italiani a votare l’8 e il 9 giugno.

8 Maggio 2025 0 Commenti
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