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L’INUTILE  ALLEANZA

di Michele BLANCO 17 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

Trump ha introdotto i dazi sulle merci importate, ma la Cina aumenterà il suo PIL del 5,6%, in netto aumento, addirittura smentendo le previsioni precedenti, mentre il mondo è a rischio recessione, il nostro paese l’Italia si è visto ridurre le previsioni del suo PIL dall’OCSE allo 0,7% nel 2025 e allo 0,9% nel 2026, con una riduzione rispettivamente di 2 e 3 decimi rispetto alle previsioni di appena pochi mesi fa a dicembre 2024.

E in questo contesto bisogna ricordare l’effetto delle sanzioni alla Russia che incredibilmente ha visto far schizzare in alto il Pil di quel paese e incrementare in modo massiccio l’export verso Cina e India, con queste nazioni con tre miliardi di abitanti circa, che comprano dalla Russia a prezzi stracciati e poi vendono gas e petrolio all’Europa, a prezzi ovviamente aumentati.

Un aumento del PIL cinese di questa portata ha del portentoso visto la stagnazione dell’economia mondiale. Tutti i paesi esportatori che hanno buon senso vedendosi bloccate le loro merci, prodotti e servizi verso l’ USA si sono rivolte altrove, in primis, Cina e India ma anche tutti gli altri paesi Brics. E questo Trump non lo aveva capito?

Al momento è un fenomeno di breve durata, dovuto una reazione legata al buon senso e istintiva, ma tutto questo non significa che non possa avere anche una durata maggiore e, in prospettiva, divenire strategica. Non sempre i giochetti al massacro di Trump e le sue intemperanze possano avere risposte del tipo “lui è cosi, poi si calmerà”; i mercati, è una legge del capitalismo, hanno bisogno di certezze, per permettere agli investitori di investire i loro capitali ed è strano che Trump non la conosca. Nel caso contrario non investono. E nel lungo periodo i paesi come Cina e India possono rendere stabile lo scambio commerciale che oggi sembra assumere aspetti non definitivi, di transitorietà. Molto modestamente ritengo che oggi l’unica via giusta, o quantomeno razionalmente possibile, per paesi come l’Italia e i tutti paesi UE è cercare alternative per le esportazioni al mercato statunitense, questa è la logica del mercato, possa piacere o meno. Se gli Usa non sono più affidabili non significa che dobbiamo entrare in recessione economica per colpa di Trump.

Oggi nel mondo ci sono tutte le premesse per un equilibrio geopolitico multilaterale con la fine  delle nazioni sotto protettorati, come è stato per l’Italia, la Germania e il Giappone dalla fine della seconda guerra mondiale. Sarebbe auspicabile, per chi ci governa, invece di andare con il cappello in mano a chiedere pietà e misericordia, prendere atto della nuova realtà effettiva e pensare finalmente al bene dei cittadini.

Sull’argomento il famoso economista francese Thomas Piketty ritiene senza mezzi termini che: «Usa non più affidabili, l’Europa promuova un altro modello di sviluppo»

L’analisi dell’economista francese pubblicata su Le Monde: «Da un punto di vista storico, c’è un solo precedente analogo ad oggi, il deficit commerciale delle principali potenze coloniali tra il 1880 e il 1914».

Sui dazi che vuole introdurre Trump, Piketty dice che per certi versi non siamo di fronte a una novità: la campagna militare contro l’Iraq all’inizio nei primi anni Duemila ha creato una destabilizzazione nell’intera regione con cui dobbiamo ancora fare i conti, scrive per fare un esempio. Ma, aggiunge, «la crisi attuale è nuova, perché mette in discussione il cuore stesso del potere economico, finanziario e politico del paese [gli USA], che appare come confuso, governato da un capo instabile e irregolare, senza alcuna forza di richiamo democratico».

Il cuore della questione, scrive Piketty, è il fatto che il Pil della Cina ha superato quello degli Stati Uniti già nel 2016 e attualmente è più alto del 30%. Non solo. In base ai calcoli di economisti di varia provenienza, Pechino raggiungerà il doppio del Pil degli Usa entro il 2035. «La realtà è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo», è la ovvia conclusione di Piketty. Ma cosa ancora più grave, aggiunge, è l’accumulo di deficit commerciali che ha portato il paese a un debito estero pubblico e privato di una portata senza precedenti: 70% del Pil nel 2025. Con «l’aumento dei tassi di interesse potrebbe portare gli Stati Uniti a dover versare al resto del mondo flussi di interessi considerevoli, a cui erano finora sfuggiti grazie alla loro presa sul sistema finanziario mondiale».

Inoltre continua Piketty: «Da un punto di vista storico, va notato che l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti – circa il 3-4% del Pil in media ogni anno dal 1995 al 2025 – ha un solo precedente per un’economia di queste dimensioni: è approssimativamente il deficit commerciale medio delle principali potenze coloniali europee (Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi) tra il 1880 e il 1914». E su Trump, aggiunge, «è in fondo solo un leader coloniale impedito come l’Europa del passato, vorrebbe che la pax americana fosse ricompensata con sussidi versati dal resto del mondo riconoscente, in modo da finanziare eternamente i suoi deficit. Il problema è che il potere statunitense è già in declino, e che l’epoca non si presta più affatto a questo tipo di colonialismo brutale e senza ritegno».

E l’Europa, di fronte a tutto questo? L’Europa, dice Piketty, deve sostenere una profonda riforma della governance del Fmi e della Banca Mondiale, in modo da uscire dall’attuale sistema e dare il giusto posto a paesi come il Brasile, l’India o il Sudafrica. «Se continua ad allearsi con gli Stati Uniti per bloccare questo processo irrimediabile, allora i Brics costruiranno inevitabilmente un’architettura internazionale parallela, sotto la guida della Cina e della Russia». L’Ue – aggiunge – ha commesso un grave errore nel 2024 opponendosi alla proposta di giustizia fiscale promossa al G20 dal Brasile, e votando contro l’istituzione all’Onu di una convenzione quadro sulla tassazione equa, ancora una volta con gli Stati Uniti, «tutto questo per preservare il monopolio dell’Ocse e del club dei paesi ricchi su queste questioni ritenute troppo importanti per essere lasciate ai più poveri».

L’Europa, conclude il ragionamento Piketty, deve finalmente riconoscere il suo ruolo negli squilibri commerciali mondiali. «È facile stigmatizzare le eccedenze oggettivamente molto eccessive della Cina, che come gli occidentali prima di lei abusa del suo potere per sottopagare le materie prime e inondare il mondo di beni manifatturieri». Ma il fatto è che l’Europa tende anche a sottoinvestire sul suo territorio: «Ci vorrà molto di più del rilancio militare e di bilancio tedesco o della mini-tassa sul carbonio alle frontiere attualmente previste perché l’Europa contribuisca finalmente a promuovere un altro modello di sviluppo, sociale, ecologico ed equo». 

17 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

MATTARELLA FIRMA LA LEGGE LIBERTICIDA

di Michele BLANCO 12 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, ha sempre giustificato e sostenuto i decreti per invio di armi in Ucraina. Ma se era giusto inviare le armi all’Ucraina “perché si doveva difendere da un invasione” allora si dovrebbero inviare le armi anche ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania perché continuamente invasi, e bombardati da Israele, che ha ucciso 15 operatori sanitari della croce rossa. Invece Mattarella ha ricevuto per due volte al Quirinale il presidente di Israele Isaac Herzog mentre era in corso un vero e proprio genocidio del popolo Palestinese.

Il presidente Mattarella che condanna la Russia sempre e, spesso, a sproposito, non ricorda che finora gli unici a lanciare due bombe atomiche su città abitate da civili sono stati gli Stati Uniti d’America.

Invece il presidente Mattarella non ha mai condannato esplicitamente il criminale di guerra Netanyahu, ricercato per crimini orrendi dal tribunale penale internazionale, ma ha paragonato la Russia al Terzo Reich. Infatti per lui in Giappone a Hiroshima davanti 200 mila morti della bomba atomica statunitense, il problema atomico è solo rappresentato dalla Russia senza mai menzionare gli unici veri carnefici nucleari della storia dell’umanità.

Ora Sergio Mattarella ha appena firmato il decreto sicurezza, la legge più liberticida mai avuta nell’Italia repubblicana, dal 1945 ad oggi. Ora chiunque dissente dal governo è letteralmente un criminale. Chi protesta per qualsiasi motivo, anche giustissimo, viene considerato un nemico dello Stato da perseguire penalmente. Questo decreto, sicuramente anticostituzionale, vuole distruggere qualsiasi tentativo di qualsiasi cittadino italiano di dire al potere politico, a chiunque detenga il potere politico, che non è semplicemente d’accordo con le sue scelte.

Il decreto in questione attacca, negandoli, i principali diritti costituzionali al dissenso, come la libertà di manifestazione del pensiero e di manifestazione, e assurdamente legittima gli abusi di potere. Fa totalmente a pezzi l’uguaglianza, anche formale, dei cittadini davanti alla legge e limita le stesse libertà di riunione e associazione, che venivano riconosciute da secoli in tutti gli stati di diritto, persino nella Prussia del diciottesimo secolo.

In questo decreto, inoltre, è previsto che gli agenti dei servizi segreti possano entrare e comandare le organizzazioni criminali. Purtroppo nella storia dell’Italia, dove tra strategia della tensione, stragi, poteri occulti, sabotaggi, illegali dei servizi segreti si è addirittura arrivati a “legalizzare” queste pratiche reazionarie, a questo punto è in pericolo reale l’intera vita democratica del nostro Paese.

È assolutamente evidente che questo decreto non andava firmato. Ma Mattarella l’ha incredibilmente firmato nonostante il chiaro contenuto non costituzionale. Molti dubbi sorgono, a questo punto, perché l’articolo 91 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione…”, ora dobbiamo chiederci, visto che Mattarella era anche professore di diritto pubblico, a quale Costituzione presta osservanza? Di uno Stato Costituzionale di diritto o a una costituzione di uno stato autoritario diverso dalla repubblica italiana?

12 Aprile 2025 1 Commento
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Politica

L’UE È UN GATTINO DI CARTA

di Pino D'ERMINIO 10 Aprile 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Ai tempi della guerra in Vietnam – conclusa il 30 aprile di 50 anni fa con la vittoria dei vietcong – uno slogan antimperialista definiva gli USA una tigre di carta. Se guardiamo allo smarrimento delle capitali europee, a seguito della guerra pseudocommerciale scatenata da Trump, viene da dire che l’UE è un gattino di carta.

Esaminiamo preliminarmente le motivazioni e gli scopi che hanno spinto il presidente degli States a scatenare una guerra mondiale economico-politica, camuffata da commerciale, che mette nel mirino principalmente la Cina e l’UE. La bilancia delle partite correnti comprende gli scambi dei prodotti fisici (bilancia commerciale), dei servizi e dei cosiddetti trasferimenti (rimesse degli emigranti, pensioni, donazioni, contributi). Il saldo della bilancia delle partite correnti degli USA è negativo dal 1982, con l’eccezione del 1991, quando ha registrato un lieve attivo (pari allo 0,05% del loro PIL), incluso il quadriennio 2017-2020 della precedente presidenza Trump.

Secondo le teorie economiche basate sul mercato, lo squilibrio negativo delle partite correnti è corretto “naturalmente” dalla mano invisibile, con il deprezzamento della valuta del paese deficitario, il che equivale ad una riduzione dei prezzi delle sue esportazioni ed al fenomeno contrario per le importazioni, con conseguente aumento delle prime e riduzione delle seconde. Tale processo non è senza costi per il paese interessato, che peggiora le ragioni di scambio ed importa inflazione. Per gli USA tale aggiustamento “naturale” non è avvenuto, nonostante più di 40 anni di disavanzo del saldo delle partite correnti, perché essi sono il paese egemone economicamente, finanziariamente, politicamente, militarmente ed il dollaro statunitense è la valuta di riferimento delle transazioni mondiali di beni e servizi e del mercato dei capitali. Da oltre 40 anni gli USA “non pagano dazio” e sfruttano la maggiore convenienza di prodotti importati, senza subire ricadute inflattive e deprezzamento della loro valuta. L’esatto contrario di quanto sbraita Trump, che accusa il mondo intero di approfittare degli USA.

Allora perché Trump e gli ambienti economico-sociali che lo circondano hanno deciso di scatenare una guerra mondiale dei dazi? Il vero obiettivo è invertire il fenomeno della delocalizzazione delle unità produttive verso paesi con costi di produzione più bassi. Più fabbriche e più uffici in patria vogliono dire più occasioni di lavoro per i residenti e maggiore autonomia strategica dagli altri paesi. Credo che l’obiettivo principale sia l’autonomia strategica, figlia delle paranoie di un impero in lento declino, che vede minacciata la sua supremazia dalla Cina, ma anche dall’amica UE. Da un punto di vista strettamente economico, le mosse dell’amministrazione Trump sono un suicidio, oltre che un danno all’economia mondiale. Riportare la produzione delle Nike dal Vietnam in patria vuol dire raddoppiare o triplicare il loro costo di produzione, con conseguenze disastrose sulle vendite, sul conto economico e sui profitti dell’impresa; nel breve periodo si genera un incremento delle entrate fiscali USA, ma a prezzo di danneggiare la capacità competitiva di una multinazionale “di casa” e, a cascata, del sistema paese. Medesimo discorso vale per le Tesla prodotte in Cina e per le attività all’estero di tutte le multinazionali made in USA. Le retribuzioni pagate in patria cresceranno ed anche questo porterà un maggiore prelievo fiscale, ma tali incrementi saranno erosi dalla crescita dell’inflazione, spinta dal maggiore costo sia delle produzioni nazionali che delle importazioni.

Nel 2024 il disavanzo delle partite correnti USA ha raggiunto 926 miliardi US$, con un saldo negativo di 1.210 miliardi US$ nella bilancia commerciale, positivo di 293 miliardi US$ nei servizi e negativo di 9 miliardi US$ nei trasferimenti. Ai primi due posti del suddetto disavanzo USA si trovano la Cina (inclusa Hong Kong), con 273 miliardi US$ (29,5% del totale), e l’UE con 236 miliardi di US$ (25,5% del totale). All’interno dell’UE i paesi con maggiore avanzo delle partite correnti sugli USA sono l’Irlanda (87 MldUS$), la Germania (85 MldUS$) e l’Italia (46 MldUS$), che sommati rappresentano il 92% dell’avanzo dell’UE verso gli USA. La situazione è particolarmente grave per l’Irlanda, che indirizza negli USA il 46% delle sue esportazioni, ma difficile anche per la Germania e l’Italia, che collocano negli USA entrambe il 22% delle loro esportazioni (per l’Italia il primo mercato è la Germania, seguita dagli USA e dalla Francia).

La Cina ha immediatamente deciso di rendere agli USA pan per focaccia e si può essere certi che manterrà la posizione. L’UE invece … La Commissione europea dice di avere un piano A ed un piano B; fa sapere di avere addirittura un bazooka, che per il momento non imbraccia, ma che “è sul tavolo”; raccomanda di evitare prima di tutto il panico (che è il modo migliore per scatenarlo). Il piano A propone agli USA di azzerare i dazi reciproci sui prodotti industriali. Considerato che il disavanzo USA è principalmente sui prodotti industriali, mentre sui servizi essi sono in avanzo, perché Trump dovrebbe gradire il piano A? Una proposta da cretini, alla quale gli USA non si sono peritati neanche di rispondere. Il piano B consiste nello stilare una lista a più stadi di beni e servizi da gravare con dazi ritorsivi. D’intesa con la Commissione europea, la lista è stata approvata il 9 aprile da un comitato “tecnico” dei 27, con il voto contrario dell’Ungheria. Il primo elenco dovrebbe valere 3,9 miliardi di US$ di incremento dei dazi, il secondo ed il terzo sono stimati in 13,5 miliardi US$ ed il quarto 3,5 miliardi US$; in totale 20,9 miliardi US$, non proprio un colpo sonoro. I tre stadi dovevano entrare in vigore rispettivamente il 15 aprile, il 16 maggio ed il 1° dicembre, ma la Commissione europea li ha congelati il giorno successivo all’approvazione, dopo che il 9 aprile Trump ha annunciato a sorpresa che, bontà sua, applicherà a tutti la tariffa del 10%, sospendendo per 90 giorni le aliquote maggiori. Fanno eccezione i dazi verso la Cina, elevati al 125%. Su una cosa però l’UE si dichiara allarmata: bisogna evitare che la Cina sposti su di noi l’interscambio bloccato con gli USA. Hai visto mai che ci propongano condizioni di import-export vantaggiose? Morbidi con gli USA, duri con la Cina! Notare che in tutto questo parlare e straparlare non è neanche contemplata una discussione in seno al Parlamento europeo.

Trump, con la consueta arroganza e malagrazia, ha detto che aspetta che i governanti degli altri stati vadano uno ad uno a “baciarmi il culo” (letterale). Il Governo italiano raccomanda prudenza. Meloni – anche lei in coda per andare personalmente da Trump – dice di essere ideatrice del piano A – quello da cretini, che chiama “zero per zero” – e che per aiutare le aziende patrie in difficoltà bisogna allentare il patto di stabilità (fare più debito pubblico) e rinviare sine die il Green Deal. Quest’ultimo – l’Accordo verde – andrebbe piuttosto accelerato, sia nelle batterie per auto, dove scontiamo uno svantaggio tecnologico di almeno 10 anni rispetto alla Cina, sia nelle tecnologie energetiche rinnovabili, dove in UE esistono già delle eccellenze. La Germania è il paese più intenzionato a rispondere a tono agli USA. Speriamo che riesca a trainare anche l’Italia e l’UE, altrimenti finiremo “cornuti e mazziati”.

10 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

LA GRANDE MANIFESTAZIONE PER LA PACE UN PRIMO PASSO

di Michele BLANCO 6 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

Avere 100 mila persone in piazza a Roma a manifestare nell’Italia di oggi è un risultato importantissimo di una grande rilevanza, assolutamente da non sottovalutare. In altre manifestazioni, anche recenti, con viaggio e spuntini gratis, “pompate” dalle televisioni e giornali, erano presenti molto meno di 10 mila persone. Quella del 5 aprile non è stata una manifestazione del un solo movimento 5 stelle, che ha avuto il grande merito di farla, ma la dimostrazione che il sentimento contrario alle inutili spese militari è diffuso oltre ad essere giusto. Nella narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi assolutamente priva di qualsiasi fondamento politico economico e, soprattutto dal punto di vista pratico-militare. La federazione Russa ha 143,8 milioni di abitanti (2023), ma al tempo stesso è la nazione più grande per estensione territoriale al mondo, con ricchezze minerarie incredibili, ha il problema che territori immensi come la Siberia sono scarsamente popolari. Solo i paesi aderenti all’Unione Europa hanno 449,2 milioni (2024) di abitanti, una invasione è assolutamente improbabile. In questi giorni il filosofo tedesco Habermas ha evidenziarlo con forza in un’intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Internazionale”, in cui mette in guardia l’Europa da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale e di “welfare State” che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello della “abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali in gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva, non è difficile arrivare a considerare le persone soggetti. Oggi vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici.

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Finalmente abbiamo avuto nella manifestazione del 5 aprile l’affermazione di un’idea di cittadinanza che si riconosce nei valori della Costituzione, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e guarda ad un’Europa portatrice di una civiltà politica fondata sulla giustizia sociale e su un modello di sviluppo equo e sostenibile: in una parola, un’Europa lontana anni luce da quella odierna che la baronessa von der Leyen e le classi dirigenti attuali vanno ridisegnando snaturandone l’essenza profonda. Esiste oggi in Italia un’area di rifiuto della guerra che coincide con la netta stragrande maggioranza della popolazione italiana. Di certo sarebbe riduttivo inscrivere questa moltitudine di persone, che sono al contempo singolari e plurali, in una ideologia o in qualche schema sociologico precostituito. Sono il segno di un grande bisogno di riprendersi la parola dopo una lunga fase di “defezione” o, come avrebbe detto Hirschman, di “exit”, di uscita dallo spazio pubblico. Infatti, la posta in gioco di questa manifestazione non è in primo luogo l’alternativa al governo Meloni che le forze di opposizione sono tenute a preparare. Il tema va molto al di là della congiuntura politica, per quanto importante sia quest’ultima. Saranno gli eventi futuri a confermare o meno il giudizio di Conte secondo cui questa manifestazione getta un primo solido “pilastro” dell’alternativa. Piuttosto, se c’è una lezione da trarre da questa imponente risposta di massa all’appello contro la guerra, è che le soggettività, individuali e collettive, hanno bisogno, come amava dire Hannah Arendt, di apparire in pubblico, cioè nell’agorà della polis (piazze, sezioni, circoli, teatri, ecc.), dove discutere dei problemi della vita quotidiana, non nei talk show televisivi sempre più stereotipati e ripetitivi.

6 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GUERRA DEI DAZI E CHI CI HA MESSO IN CONDIZIONI SVANTAGGIOSE

di Michele BLANCO 5 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

I dazi imposti da Trump, per hanno provocato uno shock a livello globale. Le misure hanno influenzato
negativamente le Borse europee e potrebbero danneggiare l’economia del continente nel medio termine.
Alle 5 del mattino di oggi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato
che ci saranno gravi conseguenze per milioni di persone, aggiungendo che l’UE è pronta a negoziare, ma
anche a reagire. I tecnici della Commissione hanno definito una strategia basata su tre elementi principali:
negoziati per cercare di limitare i dazi, ritorsione per proteggere aziende e consumatori europei e
diversificazione per sfruttare il Mercato unico e le opportunità con altri Paesi colpiti dalle scelte di
Washington. L’impatto dei dazi, infatti, non riguarda solo l’Europa: le misure si aggiungono agli elementi
di incertezza già presenti nel panorama geoeconomico globale, aumentando l’instabilità generale.
In questi giorni il dibattito pubblico è concentrato sui dazi imposti da Trump alle merci italiane, europee e
della tragrande maggioranza degli Stati del mondo. Certamente avranno un impatto assai rilevante nel
commercio, nell’economia, nella finanza mondiale e probabilmente faranno aumentare i costi di
produzione e di conseguenza l’inflazione. Ma è certo che a questi dazi unilateralmente imposti da Trump
ci sarebbero le contromisure.
Per noi europei ad esempio basta togliere le sanzioni alla Russia, rinnovare gli accordi con la Cina, della
Via della Seta e aumentare gli scambi con il gruppo dei paesi Brics, cosi facendo si amplierebbero i
mercati e si tornerebbe essere competitivi nella produzione, oltre che avere nuovi patner commerciali.
Interessante notare Quello è che oggi in tanti si scagliano contro Trump per i dazi, ma sono gli stessi che
hanno avallato acriticamente le sanzioni contro la Russia. Con il risultato che le sanzioni contro la Russia
ci hanno resi dipendenti dalle materie prime energetiche di Washington, molto più costose circa quattro
volte più costose rispetto a quelle che ci vendeva la Russia.
Se oggi Trump può prendere una decisione del genere e mandare nel panico principalmente i Paesi
dell’Unione Europea, è soprattutto dovuto alle sanzioni che noi europei abbiamo messe alla Russia, poiché
ci hanno isolati e hanno favorito l’inflazione togliendoci ogni possibilità, a breve termine, di affrontare ad
armi pari una guerra commerciale con gli USA.
Ricordiamoci di tutti coloro che ci hanno portato a questa politica scellerata. Per cominciare tutti quelli
che hanno farneticato di guerra che l’Ucraina avrebbe vinto facilmente e che avallò le sanzioni contro la
Russia. Il primo della lista italiano è il “vile affarista” Mario Draghi e la presidente della Commissione
europea, la baronessa Ursula von der Leyen.

5 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GLI STATI UNITI D’AMERICA TRA MITO “DEMOCRATICO” E REALTÀ

di Michele BLANCO 4 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

A molti sembra che Trump stia violando una tradizione secolare di principi democratici americani, sia in patria che all’estero. Ma si tratta di una narrazione che non corrisponde alla realtà storica degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti non sono stati fondati come una democrazia, come la intendiamo oggi, ma sono stati fondati come un regime di apartheid, caratterizzato da una forte disuguaglianza istituzionalizzata basata su razza, genere e classe, e governato come un’oligarchia (fatti storici reali).

Infatti al tempo della loro fondazione, gli stati americani limitavano il diritto di voto ai maschi bianchi proprietari di beni (ovvero circa il 6% della popolazione). La classe lavoratrice, le donne, gli indigeni e le persone di colore erano, nella stragrande maggioranza dei casi, escluse dal voto. Quasi tutte le persone di colore erano soggette a schiavitù di massa e non avevano alcun diritto (essendo di fatto considerati come merci da un punto di vista legale), mentre i Nativi Americani erano vittime di pulizia etnica e genocidio legalizzato.

Le donne non ottennero il diritto di voto fino al 1920. Per i Nativi Americani, si dovette attendere il 1948. La segregazione razziale, il sistema di apartheid statunitense, non fu completamente e legalmente eliminata fino al 1964. E solo nel 1965 i diritti di voto furono formalmente garantiti a tutte le minoranze. Fondamentale gli Stati Uniti non hanno avuto il suffragio universale fino al 1965, quasi 190 anni dopo la loro fondazione.

Bisogna ricordare che il potere legislativo si trasferisce solo tra due partiti sorretti e sponsorizzati dall’establishment economico del paese, entrambi i partiti sono guidati da persone estremamente ricche.

Le élite e le aziende possono spendere somme illimitate per finanziare le campagne elettorali di partiti e candidati, allo scopo di far eleggere politici che fanno le leggi a loro vantaggio tramite un sistema di vera e propria corruzione politica istituzionalizzata (deniminato “lobbying”). Una vera democrazia, ovviamente, non può funzionare in queste condizioni.

Uno studio serissimo del 2014 pubblicato dalla Cambridge University ha rilevato che l’attuazione delle politiche statunitensi segue le preferenze delle lobby aziendali organizzate, anche quando va contro le preferenze espresse nei sondaggi della maggioranza degli elettori. Nella realtà il sistema politico degli Stati Uniti è più un’oligarchia che una democrazia. I dati del Democracy Perception Index, che nel 2023 ha mostrato come solo il 54% degli Americani ritiene che il proprio paese sia effettivamente democratico, e solo il 42% afferma che il governo rispetti la volontà della maggioranza delle persone.

Gli Stati Uniti difendono la democrazia nel mondo? Ma in verità gli Stati Uniti intervengono regolarmente nelle elezioni straniere per alterare il processo democratico a favore solo dei propri interessi. Un recente studio dello scienziato politico Dov Levin documenta che gli Stati Uniti sono intervenuti in elezioni straniere almeno, ma probabilmente sono molto di più, 128 volte tra il 1946 e il 2014, per impedire a partiti di sinistra di formare un governo o di rimanere al potere.

Il caso più chiaro è l’appoggio al dittatore Cileno Augusto Pinochet Ugarte (1915-2006), il cui governo è stato ufficialmente sostenuto dagli Stati Uniti dal colpo di stato dell’11 settembre 1973 fino alla sua caduta nel 1990.

Nel XX secolo, gli Stati Uniti si sono sempre opposti alle lotte di liberazione anticoloniale in Asia e Africa. Erano contro chi combatteva legittimamente per la democrazia e l’uguaglianza dei diritti. Hanno sostenuto il regime di apartheid in Sudafrica, i governi statunitensi hanno collaborato all’incarcerazione di Mandela, inserendolo nella lista dei “terroristi” fino al 2008. Continuano ad armare e a sostenere il regime di apartheid e genocida Israeliano. Gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto ed appoggiato oltre la dittatura di Pinochet in Cile, quella dello Shah in Iran, quella di Mobutu in Congo, quella di Franco in Spagna e molte decine di altre, in particolare tutte le dittature che negli ultimi 200 anni si sono avute in sud America. Questa tendenza continua imperterrita ancora oggi. In un recente rapporto pubblicato da Truthout ha rilevato che il 73% delle dittature del mondo riceve sostegno militare diretto dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti hanno anche una lunga storia di operazioni di cambio di regime forzoso in altri paesi, volte solo ad assicurare condizioni di egemonia geopolitica e sostegno alle proprie imprese multinazionali operanti in quei luoghi. Accademici e giornalisti come Lindsey O’Rourke, William Blum e altri hanno documentato almeno 113 di queste operazioni dal 1949 a oggi, basandosi su documenti ufficiali, senza includere le operazioni condotte alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo sotto la Dottrina Monroe ed il Corollario Roosevelt. Oltre la metà di queste sono state compiute contro democrazie liberali o stati democratici. Gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di stato ed omicidi a discapito di leader democraticamente eletti come Salvador Allende in Cile, Jacobo Arbenz in Guatemala e Patrice Lumumba nella Repubblica Democratica del Congo, tutti sostituiti da dittatori favorevoli e alleati degli statunitensi.

Certamente si può affermare che gli Stati Uniti soffrono ancora oggi di gravi deficit democratici all’interno del loro sistema politico al punto da continuare a funzionare come un’oligarchia ed hanno tutta la loro storia di politica estera prevalentemente di prevenzione, indebolimento e persino distruzione di governi legittimi e democratici all’estero.

Tutti questi problemi non sono cominciati con l’amministrazione Trump, sono una patologia strutturale del sistema statunitense. L’obiettivo politico per tutti i progressisti operanti nel mondo e negli Stati Uniti dovrebbe essere quello di cambiare il sistema oligarchico che governa la politica e la società statunitense e renderlo finalmente veramente democratico e finalmente fare partecipare alla gestione pubblica tutte le cittadine e cittadini.

4 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GLI ITALIANI SONO CONTRO IL RIARMO E LA GUERRA

di Michele BLANCO 3 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

La maggioranza degli italiani è contro il riarmo e la guerra.

Malgrado la grande campagna di disinformazione di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari, almeno il 39% degli italiani, secondo un sondaggio dell’istituto Ipsos (riportato sul Corriere della Sera), sono contrari al piano di riarmo europeo. I favorevoli sono il 28%. Sul conflitto in Ucraina il 57% degli italiani si dichiara equidistante tra Russia e Ucraina, mentre i sostenitori di Kyev sono scesi dal 55% del marzo 2022 al 32% di questa ultima rilevazione.

Un altro sondaggio, questa volta di Euromedia (pubblicato da uno dei maggiori quotidiani pro-riarmo, La Stampa) rivela che il 49,9% degli italiani è contrario all’invio di armi all’Ucraina mentre il 54,6% è contrario all’aumento delle spese militari (favorevole secondo questo sondaggio il 33,5%).

Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle avventure militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano chiaramente che la costruzione del consenso, tramite bombardamento mediatico e falsità evidenti, come quella che afferma che la Russia vuole invaderci, intorno al riarmo europeo e alla escalation bellicista dovrà ancora lavorare molto per convincere la gente che riarmarsi è inevitabile quando non lo è assolutamente, e che la guerra può diventare un male necessario, ma è chiaro a tutti che la guerra è assolutamente evitabile. Nessuno sano di mente vuole armamenti e guerre al posto di servizi sociali, sanitari e istruzione di qualità.

Alla maggioranza degli italiani non interessa che “L’Europa deve mostrarsi forte” le modalità indicate dal piano dell’euroburocrate e ultraliberista baronessa von der Leyen. Per fortuna il buonsenso popolare ha capito che tutto questo sta spingendo i popoli e i paesi europei su un pericolosissimo piano inclinato.

Malgrado i mezzi di comunicazione di massa tentano con tutta la forza possibile di occultare tutte le autorevoli opinioni di chi dice “No al riarmo europeo” e non un uomo né un euro per le guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari.

Senza nessuna pubblicità il 15 marzo scorso a Piazza Barberini ha cominciato a riempirsi fino a doversi trasformare in un corposo corteo. In qualche modo la piazza alternativa ha sentito sulle spalle la possibilità di dare voce a quello che i sondaggi rivelano essere il sentimento assolutamente prevalente nella nostra pur disinformata società.

Questo conferma che in alcune occasioni occorre avere il coraggio di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”.

I sondaggi ci confermano indiscutibilmente che lo spazio politico e sociale per una vera opposizione al riarmo e alla guerra c’è ancora e potrebbe avere una forza dirompente. Ora è evidente che si tratta di sperimentare e capire come dargli rappresentanza, affinché diventi forte e ingombrante per un governo che rischia di trascinarci nella catastrofe bellicista e diventi un insormontabile ostacolo sulla strada anche di governi diversi dall’attuale ma che perseguono gli stessi scopi.

In questo momento di confusione politica e di pagliacci alla ribalta (penso ad esempio a qualche superraccomandato che vive nell’agio ai Parioli) sarebbe stato, persino per la Meloni, così semplice fare la statista: bastava dire di no alla baronessa von der Leyen di Bruxelles e ai costruttori di armi, perché non c’è alcuna minaccia russa. Ma dobbiamo fare in modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti e veritieri, cosa che da noi non esiste, i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica. Nella narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi assolutamente priva di qualsiasi fondamento politico economico e, soprattutto dal punto di vista pratico-militare.

Purtroppo oggi l’Unione Europea si è fatta custode dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Inoltre l’UE è umiliata innanzitutto da se stessa, dai suoi tecnocrati antidemocratici e postdemocratici, dai propri madornali errori politici, dalla propria cecità, è preda della più grande isteria. In questo momento con realismo bisogna renderci conto che l’interesse europeo è per la difesa della democrazia non il riarmo contro la Russia, che bisogna cercare di mediare ed evitare invasioni, guerre e conflitti con un ritorno a una politica di cooperazione economica tra Est e Ovest, dove L’Europa abbia un ruolo centrale come ponte diplomatico tra le grandi potenze. Ora bisogna aiutare il popolo ucraino a non essere depredato da Trump, fare in modo che ci siano elezioni democratiche e con rappresentanti legittimi e si negozi una pace giusta. Poniamoci la domanda su quali sono le cause profonde che alimentano l’attuale declino delle società occidentali europee, in particolare, e della sempre meno partecipazione democratica dei cittadini. Credo che al primo punto ci sia lo scarso rispetto delle opinioni democratiche dei cittadini. Un esempio: ci basti pensare come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei siano contrari alla guerra e all’aumento inaudito delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, mentre i governanti europei e italiani vogliono fare l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini? Senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Negli anni passati è stato importante il saggio e decennale sforzo europeo di coinvolgere Russia e Cina in una collaborazione strategica economica e politica, sostenuto con entusiasmo dalla leadership russa e cinese. Oggi questo processo di sviluppo è stato infranto dalla feroce opposizione degli Stati Uniti, preoccupati che ciò avrebbe potuto minare il dominio mondiale statunitense.

Tutto questo non ci viene assolutamente spiegato dalla stampa e dall’informazione in generale.

È arrivato il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Sono felice di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

3 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

SALARI A PERDERE

di Michele BLANCO 26 Marzo 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il Report ONU ci dice che in tutto il G20 l’Italia è la peggiore in termini di salari e perdita di potere d’acquisto. Siamo dietro a Messico, India e Indonesia.

Parliamo di una perdita dell’8,7% circa. Non per tutti, ovviamente, poiché l’1% più ricco del Paese è invece sempre più ricco. Il ceto medio invece è diventato il bacino di drenaggio verso la povertà assoluta, che oggi tocca 5,7 milioni di nostri connazionali.

E sì, il problema sono i salari bassi, che si combattono con il salario minimo.

Il mercato non si “autoregola”, non fa aumentare i salari da solo in base a complicate e sofisticate equazioni, come sostengono gli economisti neoliberisti.

Non si autoregola in Paesi meno corporativi del nostro, figuriamoci da noi, dove chi ha in mano un minimo di potere economico si mette d’accordo con gli altri che hanno potere economico per fare cartello e mantere in condizioni di sfruttamento le masse dei lavoratori. In Italia si regola ormai solo per truffare i deboli e i fragili, in questo si regola bene, purtroppo. E lo dimostra l’esistenza di lavoratori che viene pagata 3 o 4 euro l’ora. In tanti sono costretti ad aprire partita iva per lavorare sottopagati e non avere un giorno di ferie.

Questo si deve spiegare ai governanti e anche a Brunetta in primis, che fu brutale e feroce contro il salario minimo per la povera gente.

Tra i venti Paesi più industrializzati del pianeta, dal 2008 a oggi il potere d’acquisto delle retribuzioni è diminuito del 6,3% in Giappone, del 4,5% in Spagna, del 2,5% nel Regno Unito, mentre è aumentato del 15% in Germania e del 20% in Corea del Sud.

In Italia l’impoverimento dei salari è stato particolarmente significativo in seguito alla crisi finanziaria globale del 2009, mentre nell’ultimo triennio ha giocato un ruolo determinante l’inflazione. Nel 2024 i salari reali in Italia sono saliti del 2,3%, ma questa crescita – rileva l’Ilo – non è stata sufficiente a compensare l’aumento del costo della vita, che aveva trascinato giù le retribuzioni reali del 3,3% nel 2022 e del 3,2% nel 2023.

L’Agenzia dell’Onu sottolinea come l’impennata dell’inflazione registrata a partire dal 2022 abbia colpito in misura maggiore i lavoratori a basso reddito, poiché questi tendenzialmente spendono la quota più consistente del proprio salario in beni e servizi come l’alloggio, le bollette energetiche e i beni alimentari, che più di altri hanno risentito dell’ondata inflattiva.

L’Ilo osserva inoltre come nel nostro Paese, dove non esiste un salario minimo legale, le retribuzioni vengano fissate tramite la contrattazione collettiva. Secondo quanto si legge nel rapporto, negli ultimi dieci anni gli accordi siglati tra sindacati e associazioni datoriali hanno portato ad aumenti salariali del 15% in termini nominali, che si sono però tradotti in una perdita del 5% del potere d’acquisto delle buste paga.

Tra i fattori che potrebbero aver contratto i salari in questi anni c’è poi la bassa produttività, anche se tra molti economisti sostengono che – al contrario – siano proprio le retribuzioni basse ad aver influito negativamente sulla produttività. Nei Paesi ad alto reddito – spiega l’Ilo – la produttività in media è salita del 30% tra il 1999 e il 2024 , mentre in Italia è diminuita del 3%. A partire dal 2022, tuttavia, la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta più dei salari reali.

A proposito delle cause all’origine delle basse retribuzioni in Italia, nei giorni scorsi ha fatto molto discutere l’audizione di Mario Draghi in Parlamento in cui persino l’ex premier ed ex presidente della Banca centrale europea ha affermato che il sistema economico adottato nell’Unione europea negli ultimi vent’anni, basato su alto export e bassi salari, “non è più sostenibile” e che quindi adesso bisogna invece rilanciare la domanda interna. Molti hanno interpretato questa analisi come un’autocritica da parte di Draghi, che fu alla guida della Bce proprio negli anni segnati dalle politiche di austerity.

26 Marzo 2025 0 Commenti
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Politica

LA FINE DELLA SINISTRA

di Michele BLANCO 24 Marzo 2025
Scritto da Michele BLANCO

Incredibilmente Die Linke, l’unico partito di sinistra tedesco che ha raggiunto il quorum del 5 per cento e ha rappresentanti nel parlamento, si è unito ai guerrafondai nella loro rincorsa  all’inutile riarmo.

Questi ultimi giorni sono storici per la Germania, non in senso positivo. Il parlamento tedesco ha modificato il freno costituzionale al debito per consentire enormi spese militari illimitate, indipendentemente da quanto profondamente porteranno il bilancio federale in rosso.

Ma la cosa gravissima è che nessuna spesa sarà destinata a investimenti in ospedali, assistenza, istruzione, asili nido, pensioni, tecnologie verdi, insomma allo Stato sociale.

In questi giorni il parlamento tedesco ha stabilito che quando si tratta di finanziare la vita e la felicità dei cittadini, l’austerità resta fondamentale perché sancita nella costituzione tedesca. Al contrario gli investimenti nella morte sono stati resi possibili e illimitati senza più la morsa costituzionale dell’austerità.

La ragione di fondo per questo cambiamento sconvolgente alla Costituzione tedesca è semplice: i produttori di automobili tedeschi sono ormai troppo poco competitivi.

Non riescono più a vendere con profitto le loro auto né in Germania né all’estero.

Così, chiedono che lo Stato tedesco acquisti i carri armati che Rheinmetall produrrà sulle linee di assemblaggio sempre più inutilizzate della Volkswagen.

Per far sì che lo Stato finanzi la corsa all’inutile riarmo, era necessario aggirare il divieto costituzionale al deficit. 

Sempre desiderosi di servire i loro padroni affaristi, i partiti dei governi centristi permanenti si sono mobilitati per introdurre questo cinico e vergognoso cambiamento costituzionale, che annulla l’impegno che la Germania aveva preso dopo la Seconda guerra mondiale per la pace e il disarmo.

Per modificare la Costituzione, i partiti centristi, socialdemocratici e verdi inclusi, avevano bisogno di una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del parlamento federale tedesco: il Bundestag (Camera bassa) e il Bundesrat (Camera alta), dove ogni Stato federato è rappresentato in base alla sua dimensione e alla coalizione di governo statale.

Sebbene i partiti centristi avevano la loro maggioranza di due terzi nel Bundestag uscente, si sono trovati di fronte a un problema serio nel Bundesrat.

Die Linke, il “partito di sinistra”, che molti avevano glorificato per il buon risultato elettorale, aveva la grande opportunità e possibilità di far sì che i governi statali di cui faceva parte (come parte di una coalizione locale) si astenessero nel voto del Bundesrat.

Questo avrebbe fermato l’emendamento costituzionale che ha aperto al ritorno della folle spesa militare senza limiti.

Al contrario  i dirigenti di Die Linke hanno scelto di non far valere i loro ideali, di non contapporrere il proprio voto nel Bundesrat, per fermare queste assurde e inutili spese militari.

Semplicemente si sono uniti ai partiti filocapitalisti e  guerrafondai in questa pericolosa, vergognosa e costosissima follia dell’ inutile riarmo.

Ora elettori di Die Linke sono, giustamente, furiosi e umiliati, e alcuni invocano persino la rottura delle coalizioni statali di cui il partito fa parte e l’espulsione dei funzionari coinvolti.

Anche il fatto che Die Linke non si sia ribellata come doveva e poteva ne contro il genocidio in Palestina, e alla successiva repressione riservato dallo Stato tedesco a chi protesta contro quel genocidio, aveva compromesso la reputazione del partito agli occhi dei veri progressisti non solo in Germania, ma anche oltre confine.

Nulla distrugge l’integrità etica di un partito di sinistra più rapidamente di una leadership troppo desiderosa di essere omologata dagli altri partiti in parlamento.

I dirigenti di Die Linke non hanno fatto nulla contro le politiche genocide e di apartheid di Israele.

Poi hanno usato i loro voti nel Bundesrat per sancire dopo 80 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, causato dalla Germania di Hitler, il ritorno alla politica di potenza guerrafondaia della Germania. Dirigenti di Die Linke avevate una grandissima opportunità di opporvi al riarmo facendo fallire il tentativo dei partiti servi dei grandi costruttori di morte, forse sarebbe stato l’inizio di un grande movimento popolare europeo contro la corsa agli armamenti. Ora che farete oltre a vergognarvi?

24 Marzo 2025 0 Commenti
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Politica

COS’È LA DEMOCRAZIA? E NOI EUROPEI VIVIAMO IN UN SISTEMA EFFETTIVAMENTE DEMOCRATICO?

di Michele BLANCO 23 Marzo 2025
Scritto da Michele BLANCO

Secondo il grande giurista Kelsen: “In una democrazia, la volontá della comunitá é sempre creata attraverso una continua discussione fra maggioranza e minoranza, attraverso un libero esame di argomenti pro e contro e una data regolamentazione di una materia. Questa discussione ha luogo non soltanto in parlamento ma anche, e principalmente, in riunioni politiche, sui giornali, sui libri e altri mezzi di diffusione dell’opinione pubblica. Una democrazia senza opinione pubblica é una contraddizione in termini. In quanto l’opinione pubblica puó sorgere dove sono garantite la libertá intellettuale, la libertá di parola, di stampa e di religione …” (Hans Kelsen, Teoria generale della politica, p. 293).

In questi giorni La premier Meloni al Senato ha spiegato che gli 800 miliardi per riarmarsi contro la minaccia russa, non sono soldi che verranno tolti alle spese per la scuola, le pensioni, la sanità, ecc. E non saranno manco soldi stanziati dalla Comunità europea. NO. Non si sa che soldi siano, da dove verranno.

Qualcuno ce li darà, visto che non ne abbiamo, o no, signora Meloni? E sarà l’ennesimo debito per la guerra, o no? E se dovremo ripagare anche questo debito, sarà impossibile migliorare il welfare, le pensioni, assicurare l’assistenza sanitaria, le scuole gratuite ecc. o no, signora Meloni?

Tutto Questo ci ricorda fa le armi che abbiamo inviato per fare una guerra tra Russia e Ucraina, che è dimostrato, si poteva evitare, che non ci costavano niente perché stavano nei magazzini! Non le avevamo pagate? Non dovevamo spendere per rimettercele?

In questo momento di confusione e di pagliacci alla ribalta (vedi Calenda) sarebbe stato così semplice fare la statista: bastava dire di no alla baronessa von der Leyen di Bruxelles e ai costruttori di armi, perché non c’è alcuna minaccia russa, probabilmente la presidente del Consiglio sarebbe finita nei libri di Storia accanto ai grandi politici del passato. Invece ci finirà la brutta figura che facciamo tutti che in una democrazia non viviamo di certo. Questo ovviamente perché la prima condizione per far funzionare la democrazia sono i mezzi di comunicazione indipendenti e veritieri, cosa che da noi non esiste, i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica. Nella narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi assolutamente priva di qualsiasi fondamento politico economico e, soprattutto dal punto di vista pratico-militare. La federazione Russa ha 143,8 milioni di abitanti (2023), ma al tempo stesso è la nazione più grande per estensione territoriale al mondo, con ricchezze minerarie incredibili, ha il problema che territori immensi come la Siberia sono scarsamente popolari. Solo i paesi aderenti all’Unione Europa hanno 449,2 milioni (2024) di abitanti, una invasione è assolutamente improbabile. Purtroppo l’UE si è fatta custode dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista, inoltre l’UE è umiliata innanzitutto da se stessa, dai suoi tecnocrati antidemocratici dai propri madornali errori politici, dalla propria cecità, è preda della più grande isteria. In questo momento con realismo bisogna renderci conto che l’interesse europeo per la difesa della democrazia non è un’escalation bellica contro la Russia, ma cercare di mediare ed evitare invasioni, guerre e conflitti con un ritorno a una politica di cooperazione economica tra Est e Ovest, dove L’Europa abbia un ruolo centrale come ponte diplomatico tra le grandi potenze. Ora bisogna aiutare il popolo ucraino a non essere depredato fare in modo che ci siano elezioni democratiche e con rappresentanti legittimi si negozi una pace giusta. Ma se ci poniamo la domanda su quali sono le cause profonde che alimentano l’attuale declino delle società occidentali europee, in particolare, e della sempre meno partecipazione democratica dei cittadini? Credo che al primo punto ci sia lo scarso rispetto delle opinioni democratiche dei cittadini. Un esempio ci basti pensare come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei siano contrari alla guerra e all’aumento inaudito delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, ma i governanti europei e italiani fanno l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili spese militari. E a questo punto domandiamoci: può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini, senza credenze condivise, senza un orizzonte collettivo di convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

23 Marzo 2025 0 Commenti
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