l'Eguaglianza
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LE RAGIONI DEL VOTO 

di Grazia MINOTTA 13 Maggio 2025
Scritto da Grazia MINOTTA

A meno di un mese dal voto, i referendum dell’8 e 9 giugno non sono argomento di informazione: non c’è alcun approfondimento sui media!

Un blackout che non è casuale. Pensiamo fortemente che sia voluto, un vero e proprio ordine politico. La stampa, le televisioni sono diventati, tutti o quasi tutti, portavoce di una sola parte: quella che vuole che i cittadini restino a casa e stiano zitti. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ci ha pensato il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, a chiarire tutto, suggerendoci di restare a casa e di non andare a votare. Un presidente del Senato che invita a disertare le urne è come un pompiere che appicca incendi, un giudice che suggerisce l’omertà. O peggio: come un nostalgico del Ventennio che non ha ancora capito che siamo nel 2025. 

Parole indegne per il suo ruolo, che ci confermano ancora una volta che la destra al governo ha paura della partecipazione, ha paura del Referendum popolare, ha paura del voto, perché non tollera che i cittadini e le cittadine decidano liberamente, senza deleghe, né intermediari. È paura vera quella dei politici al governo, perché sanno benissimo che se la gente vota e vota Sì, le loro bugie si sgonfiano. 

Invitare all’astensionismo è anche un grosso errore, quasi un autogol per questo governo e per tutta la classe politica, perché i quesiti – sia quelli sui temi del lavoro che sulla cittadinanza – parlano ai bisogni e alle concezioni della società più trasversali di quanto si possa immaginare. Un errore, perché quando una forza politica alimenta l’astensionismo contribuisce a segare il ramo su cui è seduta. 

Votare oggi più che mai significa esercitare un diritto democratico, costituzionale, è un atto di libertà. Il loro disprezzo per la democrazia è il nostro miglior motivo per praticarla.

Ecco allora le ragioni di merito che devono vivere in questo ultimo, decisivo mese di campagna referendaria. Andremo strada per strada, casa per casa, luogo di lavoro per luogo di lavoro, per rimettere al centro le persone e i loro bisogni, un’altra idea di sviluppo e di crescita, perché… non giriamoci intorno: un lavoro povero, un lavoro precario, un lavoro insicuro, la negazione di ogni diritto, non solo genera bassi salari e povertà diffusa, ma anche una cultura chiusa e poco propensa all’innovazione, una scarsa voglia di investire su sé stessi, sui propri saperi, sulla propria crescita. 

La vittoria dei Sì non risolverà tutti i problemi, ma traccerà una rotta nella direzione più giusta. Renderà più forti qualche milione di lavoratori e lavoratrici; più dignitosa la vita di cittadini e cittadine di fatto, ma senza il riconoscimento della cittadinanza; più coeso e giusto il Paese, generando un clima di maggiore fiducia verso il futuro. 

Anche solo per questo abbiamo la grande responsabilità di andare tutti e tutte a votare l’8 e il 9 giugno prossimo. Il cambiamento è nelle nostre mani con il voto.

13 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

REFERENDUM 2025, FOCUS SUL QUINTO QUESITO RIGUARDANTE LA CITTADINANZA

di Anna Maria DI PIETRO 12 Maggio 2025
Scritto da Anna Maria DI PIETRO

I cittadini italiani possono esprimersi l’8 e 9 giugno per 5 referendum che riguardano il ripristino di diritti sacrosanti negati da leggi, volute principalmente da Confindustria, da abolire, attraverso la vittoria del “Si”. Questi referendum sono, indirettamente, anche la negazione della scelte di spendere inutilmente i soldi pubblici in riarmo, perché se vince il “Si” diventa chiaro che il popolo italiano è favorevole alle spese per assistenza sanitaria, per avere più ospedali e per le spese sociali e istruzione.

I soliti noti vogliono che questi referendum falliscano e non si raggiunga il quorum.

Noi tutti finalmente abbiamo una grande possibilità di mettere fine a scelte politiche belliciste in modo indiretto, oltre ad ottenere il ripristino dei nostri diritti sociali e democratici fondamentali.

Non perdiamo questa grandissima occasione perché se non si raggiunge il quorum potrebbe essere l’ultima possibilità per evitare il peggio.

Se i salari e gli stipendi in Italia sono tra i più bassi in Europa è principalmente perché Italia nel 1985 si tenne il 9 e 10 giugno il referendum che riguardava la disciplina normativa che, nel corso del 1984, aveva disposto il taglio della scala mobile, segnatamente il taglio di 3 punti di contingenza. In quella occasione purtroppo vinse il no, come conseguenza indiretta si ebbe negli anni successivi la completa abrogazione della scala mobile, nel 1990:

Confindustria dà formale disdetta all’accordo interconfederale istitutivo della scala mobile, che poi verrà confermata l’anno successivo.

1992:

La scala mobile viene definitivamente soppressa con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il governo Amato e le parti sociali.

In sintesi, l’abolizione della scala mobile è stata un processo graduale, iniziato con tagli al suo funzionamento e concluso con la sua definitiva soppressione nel 1992, questo perché al referendum del 1985 vinse il no. Sono passati anni e con la globalizzazione dei commerci e dei mercati, anche di quello del lavoro, amplificata dalle nuove tecnologie ha determinato la destrutturazione degli assetti economici, sociali e politici che caratterizzavano il mondo industrialmente avanzato, in particolare il nostro sistema-Paese che ha portato all’aumentare delle disuguaglianze inimmaginabile quando al referendum del 1985 vinse il no.

Quindi ricordiamo bene che Chi è contro i referendum? I ricchi e tutti i loro servi.

Andiamo a votare l’8 e il 9 giugno, difendiamo i diritti di tutti!

L’8 e il 9 giugno prossimi, l’Italia è chiamata a votare su cinque referendum abrogativi: i primi quattro relativi al lavoro, l’ultimo riguardante il requisito per ottenere la cittadinanza italiana.

Sottolineando il fatto che gli organi di informazione hanno fatto passare in sordina la notizia, senza fare i dovuti approfondimenti, e che il Governo si è palesemente schierato contro, il quinto quesito è forse quello che ha acceso le polemiche più feroci, sottolineando ancor di più l’aria che tira in materia di diritti, soprattutto quelli degli stranieri.

L’ultimo referendum si riferisce, infatti, alla cittadinanza per stranieri non appartenenti all’Unione europea, intervenendo sulla parte della legge n.91/1992 secondo cui uno straniero può ottenere la cittadinanza per naturalizzazione solo dopo 10 anni di residenza legale continuativa in Italia, con un passaggio anche sui minori adottati da cittadini italiani, che ottengono la cittadinanza solo attraverso un’adozione formale.

Dunque, l’obiettivo è quello di abrogare l’attuale requisito di 10 anni di residenza legale riducendolo a 5 anni ed estendere in maniera automatica il diritto di cittadinanza ai figli minori dei nuovi cittadini italiani, cioè degli stranieri che l’hanno ottenuta, rileggendo ad hoc il passo sull’adozione.

Se venisse approvato, fatti salvi tutti gli altri requisiti necessari, quali il tetto di reddito stabilito, la conoscenza della lingua italiana, l’assenza di precedenti penali, l’ottemperanza agli obblighi tributari, si renderebbe giustizia a tutte quelle persone che nascono, crescono, studiano, lavorano e pagano le tasse nel nostro Paese, favorendo un’integrazione non solo più celere ma anche più consapevole. 

Dieci anni rappresentano davvero un tempo troppo lungo per chi si sente già “a casa”, si sente italiano a tutti gli effetti, e che viene discriminato perché non può partecipare ai concorsi pubblici; se studente, non può prendere parte ai percorsi di studio all’estero; se sportivo, non può rappresentare l’Italia nelle varie competizioni. 

Se si pensa a un bambino, figlio di una coppia che ha ottenuto la cittadinanza, nato in Italia, che frequenta le scuole italiane, che non conosce neppure la sua terra d’origine, per cui sente forte il senso di appartenenza al Paese, perché deve aspettare il compimento del diciottesimo anno e aspettarne altri dieci per ottenere la cittadinanza? È altamente discriminatorio, perché mentre si parla di integrazione, una legge continua a farlo sentire straniero nel posto in cui non si è dovuto integrare ma è nato! Si tratta di un controsenso ridicolo, in un Paese che è cambiato e cambierà ancora, ma non si adegua alla nuova realtà, come hanno invece fatto tanti Stati europei, dove il processo di ottenimento della cittadinanza è molto più breve e snello, tenendo conto anche del fatto che, a causa della burocrazia italiana, proverbialmente lenta, gli anni non sono effettivamente 10 ma molti di più. 

Appare strano che la globalizzazione riguardi l’economia e non l’umanità, e che non si ricordi la lunga e dolorosa storia dell’emigrazione italiana. Il mondo è pieno di connazionali figli di emigranti, che hanno subìto trattamenti non certo piacevoli.

Spiacevoli come le dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo che hanno palesemente invitato a non andare a votare. Su quest’ultimo aspetto si possono prendere in prestito le parole di Antonio Di Pietro che, in un recente incontro a Termoli, ha detto: «Non dobbiamo starcene seduti e accettare quello che pregiudizialmente ci viene detto. La rassegnazione è evidente, tanto che non ha fatto scalpore quello che è stato detto da un rappresentante del Governo che ha invitato a non andare a votare. Si può anche non essere d’accordo con alcuni dei quesiti referendari, ma vincere perché si decide a tavolino di non far raggiungere il quorum non è corretto». L’invito all’astensionismo è solo un modo per azzittire il popolo prima che si possa esprimere, ostacolando un istituto di democrazia diretta; invito che oggi appare ancora più disdicevole se si ricorda che Matteo Salvini definiva “ladro di democrazia” chi spingeva gli elettori a non votare. Questo, naturalmente, quando non era al Governo e utilizzava temi a effetto per captare voti, imperniando sugli stranieri l’intera propaganda elettorale, parlando alla pancia di un Paese martellato da notizie inesatte sugli immigrati.

Tornando al quinto quesito, cittadinanza per uno straniero non vuol dire solo diritti ma anche, e soprattutto doveri, partecipazione alla vita politica, scelta attraverso il voto, uscendo da quel limbo di incertezza a causa di un percorso lunghissimo e pieno di ostacoli. Piaccia o no, gli stranieri sono una realtà e, in tanti ambiti, una risorsa, dunque, accelerare i tempi per l’ottenimento della cittadinanza è anche un modo per far nascere un dibattito parlamentare che possa addivenire a soluzioni consone per una totale integrazione degli “stranieri in patria”, attraverso progetti dedicati e una legge che riempia il vulnus democratico.

12 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

L’IMPORTANZA DEI 5 REFERENDUM

di Michele BLANCO 11 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

I cittadini italiani possono esprimersi l’8 e 9 giugno per 5 referendum che riguardano il ripristino di diritti sacrosanti negati da leggi, volute principalmente da Confindustria, da abolire, attraverso la vittoria del “Si”. Questi referendum sono, indirettamente, anche la negazione della scelte di spendere inutilmente i soldi pubblici in riarmo, perché se vince il “Si” diventa chiaro che il popolo italiano è favorevole alle spese per assistenza sanitaria, per avere più ospedali e per le spese sociali e istruzione.

I soliti noti vogliono che questi referendum falliscano e non si raggiunga il quorum.

Noi tutti finalmente abbiamo una grande possibilità di mettere fine a scelte politiche belliciste in modo indiretto, oltre ad ottenere il ripristino dei nostri diritti sociali e democratici fondamentali.

Non perdiamo questa grandissima occasione perché se non si raggiunge il quorum potrebbe essere l’ultima possibilità per evitare il peggio.

Se i salari e gli stipendi in Italia sono tra i più bassi in Europa è principalmente perché Italia nel 1985 si tenne il 9 e 10 giugno il referendum che riguardava la disciplina normativa che, nel corso del 1984, aveva disposto il taglio della scala mobile, segnatamente il taglio di 3 punti di contingenza. In quella occasione purtroppo vinse il no, come conseguenza indiretta si ebbe negli anni successivi la completa abrogazione della scala mobile, nel 1990:

Confindustria dà formale disdetta all’accordo interconfederale istitutivo della scala mobile, che poi verrà confermata l’anno successivo.

1992:

La scala mobile viene definitivamente soppressa con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il governo Amato e le parti sociali.

In sintesi, l’abolizione della scala mobile è stata un processo graduale, iniziato con tagli al suo funzionamento e concluso con la sua definitiva soppressione nel 1992, questo perché al referendum del 1985 vinse il no. Sono passati anni e con la globalizzazione dei commerci e dei mercati, anche di quello del lavoro, amplificata dalle nuove tecnologie ha determinato la destrutturazione degli assetti economici, sociali e politici che caratterizzavano il mondo industrialmente avanzato, in particolare il nostro sistema-Paese che ha portato all’aumentare delle disuguaglianze inimmaginabile quando al referendum del 1985 vinse il no.

Quindi ricordiamo bene che Chi è contro i referendum? I ricchi e tutti i loro servi.

Andiamo a votare l’8 e il 9 giugno, difendiamo i diritti di tutti!

11 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

UN APPELLO ACCORATO PER L’ABROGAZIONE DEL JOB ACT

di Michele BLANCO 10 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

L’insieme di leggi denominato Jobs Act, voluto fortemente da Renzi e dal suo governo, costituisce lo spartiacque fra la visione costituzionalista del diritto al lavoro, dei diritti che il lavoro dovrebbe portare con sé, delle garanzie, con la terra di nessuno, un vero e proprio ingiusto far west, dove prevale la legge del piu forte. Questo è diventato il lavoro dopo di quella ingiusta e inumana legge.

Una legge che avrebbero voluto fare, anni prima, Berlusconi e la destra ma che non riuscirono a fare. Ci riuscì invece il vero e proprio cavallo di Troia della destra neoliberista italiana all’interno della cosiddetta sinistra, cioè Renzi segretario del Pd. Una legge assolutamente odiosa, motivata, a dire del suo primo autore e dei suoi amici di merende, dalla necessità di recupero di competitività del Paese, una chiara e inequivocabile bugia grossolana: competitività che non si è recuperata nella maniera più assoluta, anzi le delocalizzazioni sono aumentate inesorabilmente.

La legge di Renzi, però, ha prodotto un aumento assoluto e spropositato dei profitti e, dall’altra parte, il continuo ricatto nei confronti dei lavoratori, la scomparsa di ogni tutela, diritti e garanzie, il crollo assoluto dei salari, il ritorno vero e proprio della schiavitù, una precarietà sempre più diffusa. Fra poco l’8 e 9 giugno saremo chiamati a votare per l’abrogazione di questa indegna legge.

Non facciamoci sfuggire questa grande occasione di partecipare al ritorno della democrazia sui posti di lavoro alla civiltà, della dignità nel lavoro e alla sconfitta della nuova schiavitù voluta da tutti i poteri forti economici. Nessuno ne parla perché non vogliono che si raggiunga il quorum, perché destre e pseudo sinistra – con i vari esponenti del Pd che non voteranno Si – insieme appassionatamente, vogliono che il Jobs Act rimanga e continui a produrre i suoi aberranti e nefasti effetti. Pertanto, faccio questo appello accorato: AL REFERENDUM PER L’ABROGAZIONE DEL JOBS ACT, TUTTI AL VOTO!

10 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

CONTRO I LICENZIAMENTI INDIVIDUALI ILLEGITTIMI

di Pino D'ERMINIO 10 Maggio 2025
Scritto da Pino D'ERMINIO

Dei licenziamenti individuali nelle imprese private si occupa la legge 604/1966. Essa – al primo comma dell’art. 8 – nel testo storico originale, disponeva che, in caso di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo illegittimo, l’imprenditore può cavarsi d’impiccio «versando una indennità da un minimo di cinque ad un massimo di dodici mensilità dell’ultima retribuzione, avuto riguardo alla dimensione dell’impresa, all’anzianità di servizio del prestatore di lavoro ed al comportamento delle parti». Tutela piuttosto modesta per il lavoratore licenziato illegittimamente.

La legge 108/1990 (Governo Andreotti) – art. 2, comma 3 – ha modificato IN PEGGIO la norma del 1966, DIMEZZANDO le indennità minima e massima e dunque alleggerendo il risarcimento già modesto dovuto dall’imprenditore, in caso di ricorso illegittimo al licenziamento per giusta causa o giustificato motivo. Sempre la legge 108/1990 ha aggiunto un periodo all’art. 8 della legge 604/1966, che nelle le imprese con più di 15 dipendenti porta il risarcimento massimo a 10 mensilità, se il lavoratore ha un’anzianità di servizio superiore a 10 anni, od a 14 mensilità, se l’anzianità di servizio va oltre 20 anni.

Il quesito referendario di abrogazione parziale dell’art. 8 della legge 604/1966 prevede: I) la cancellazione del periodo riferito alle imprese con più di 15 dipendenti, per le quali, con il primo quesito referendario, si ristabiliscono le tutele dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; II) fermo restando il risarcimento minimo di 2,5 mensilità, l’eliminazione del limite massimo di 6 mensilità, delegando al giudice di quantificare il risarcimento, beninteso «avuto riguardo alla dimensione dell’impresa, all’anzianità di servizio del prestatore di lavoro ed al comportamento delle parti». 

In questo modo si pone un freno all’abuso pretestuoso dei licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo nelle unità produttive fino a 15 dipendenti, che esulano dalle tutele previste dall’art. 18 del (martoriato) Statuto dei lavoratori. La questione è rilevante, dato che le cessazioni del lavoro per giusta causa e giustificato motivo sono le più numerose, dopo le dimissioni volontarie. Nel 2023 i licenziamenti “disciplinari” – cioè per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, a seguito di grave inadempimento del lavoratore – hanno rappresentato il 5% del totale dei rapporti cessati sia nelle imprese fino a 15 dipendenti, che in quelle oltre; le percentuali sono invece molto diverse nel caso dei licenziamenti cosiddetti “economici”, alias per giustificato motivo oggettivo – cioè per «ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa» (L 604/1966, art. 3) – che hanno generato il 27% delle cessazioni dei rapporti di lavoro nelle unità lavorative fino a 15 dipendenti e solo il 13% nelle altre. Pur considerando una maggiore fragilità delle microimprese, una percentuale di licenziamenti economici doppia (anche negli anni ante 2023) rispetto alle altre imprese lascia pensare che nelle microimprese il ricorso a tale forma di licenziamento sia non sempre limpido.

10 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

I REFERENDUM PER CAMBIARE LA POLITICA E COMBATTERE LE DISUGUAGLIANZE IN ITALIA

di Michele BLANCO 8 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

In Italia le persone indigenti sono 11 milioni e 92mila, qualcosa di impressionante, con il divario tra ricchi e poveri continua inesorabilmente ad aumentare. Il primo decile di reddito può contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 2,5 per cento (in calo rispetto al 2,7 del 2023). In Germania la quota è del 3,4. Il decile più alto, quello più benestante, può invece contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 24,8 per cento, in aumento dal 24,1 del 2023 (in Germania è al 23,7 per cento). In parole semplici ma mai cosi vere i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

Questi sono i dati Eurostat sui redditi e le condizioni di vita delle famiglie riferiti al 2024 che sono stati pubblicati da pochi giorni.  Il quadro è assolutamente drammatico, ma nei mass media, giornali e telegiornali, ma anche nei discorsi politici la precaria condizione del paese, di milioni di persone, non sembra meritare attenzione. Sappiamo che non si tratta di una novità, visto che il lavoro precario e povero, morti sul lavoro, salari troppo bassi, sono ormai la dura realtà sociale del nostro Paese. 

Nella società italiana quasi un quarto degli italiani (il 23,1 per cento) si trova «a rischio di povertà o esclusione sociale», secondo la definizione statistica, in aumento rispetto all’anno prima. In Italia cinque milioni di persone hanno difficoltà sulle spese minime (avere una casa riscaldata, far fronte a spese improvvise, avere almeno due paia di scarpe, una dieta adeguata), mentre sale il rischio di povertà tra i pensionati gli over 65 e tra, addirittura, le persone che lavorano duramente e impegnate a tempo pieno. Nel 2024, il rischio di povertà è salito al 18,9 per cento della popolazione (contro l’11,4 per cento in Germania  e il 16 per cento in Spagna) e tra gli occupati a tempo pieno al 9 per cento (in aumento dall’8,7 per cento del 2023), una percentuale più che doppia di quella tedesca (3,7 per cento).

Il lavoro non basta più per avere una vita dignitosa. Se poi si considerano anche gli occupati part time, la percentuale sale al 10,2 per cento, uno dei dati peggiori tra tutti i paesi dell’Unione Europea. Avere un lavoro, purtroppo capita da tempo, non preclude a una possibile condizione di povertà. A guadagnare sempre meno sono soprattutto i giovani: è povero, visto i contratti precari a cui devono sottostare, l’11,8 per cento dei lavoratori tra i 16 e i 29 anni, mentre lo è il 9,3 per cento dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni. I più colpiti sono i lavoratori indipendenti e autonomi, tra cui i poveri sono il 17,2 per cento (erano il 15,8 per cento nel 2023); tra i lavoratori dipendenti la quota è all’8,4 per cento. Ovviamente, il livello di istruzione influisce sulla povertà lavorativa: è povero, infatti, il 18,2 per cento dei lavoratori che ha concluso la sola scuola dell’obbligo (era il 17,7 per cento nel 2023). Tra i diplomati, lo è il 9,2 per cento, mentre tra i laureati lo è il 4,5 per cento (dal 3,6 per cento del 2023). Come sempre, poi, la povertà lavorativa è più diffusa nel Mezzogiorno, dove si avvicina al 20 per cento. Ovunque tale condizione è dovuta al basso reddito da lavoro. Del resto, salari bassi soprattutto per le posizioni lavorative meno qualificate e precarie sono una costante da anni del nostro paese. I lavori part-time o a chiamata, anche se “a tempo indeterminato”, sono ovviamente i più esposti. Secondo Istat, i lavoratori e le lavoratrici con un lavoro per il quale sono pagati un solo mese all’anno o meno sono il 21 per cento del totale (26,6 per cento per le donne, 16,8 per cento per gli uomini), una quota che è ben più alta di quella del 2007, quando era stata del 16,7 per cento. 

Lavoro povero, indigenza, disuguaglianze: l’Italia continua inesorabilmente a scendere lungo la china, sembra sempre più incapace di risalire. Oltre  venti anni di politiche neoliberiste l’hanno messa in ginocchio e non si vede all’orizzonte un cambiamento di tendenza. È un paese profondamente diviso, con una divisione che è di classe, territoriale, tra centri urbane e aree interne, in cui i ceti sociali meno abbienti soccombono, abbandonati a se stessi, senza più nessuna vera rappresentanza politica. I ceti medio-alti, urbani, protetti, cui si rivolge la maggior parte dei partiti politici, sono assolutamente i più difesi nei loro egoistici interessi, mentre gli altri restano fuori, schiacciati nella loro condizione, continuamente vessati dalla loro condizione di incertezza e insicurezza, spesso utilizzati per avere consensi con i richiami alla falsa sicurezza e al protezionismo.

In questo contesto sociale è necessario una svolta politica con serio programma di opposizione che, finalmente, rimettesse il lavoro al centro, come primi urgenti provvedimenti l’abolizione dei contratti differenziati tra lavoratori e il precariato in tutte le sue innumerevoli forme, i subappalti e il caporalato. Inoltre c’è estrema necessità di investimenti produttivi e ancor di più per istruzione, sanità garantita a tutti e servizi. Bisogna finirla con la spirale militarista e utilizzare i fondi necessari per combattere l’urgenza povertà.

L’occasione per far cambiare la situazione politica attuale è di fronte a noi: I referendum sul lavoro e l’articolo 18, ma andrebbe sfruttata. Per questo bisogna fare molto di più per portare tutti i cittadini italiani a votare l’8 e il 9 giugno.

8 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

L’AUTORITARISMO SI FA SISTEMA

di Michele BLANCO 7 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48 è l’ultimo di una lunga serie di attacchi volti a comprimere i diritti democratici di partecipazione dei cittadini e accentrare il potere. Rende esplicito un vero e proprio disegno complessivo, di chiara impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non una legge di carattere occasionale ma un tentativo, che sembra riuscito, per provare a cambiare il sistema e l’organizzazione democratica dello Stato italiano. Alcuni importanti costituzionalisti sono convinti di questo grave pericolo. Essi sono: Ugo de Siervo, Gaetano Silvestri, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Paolo Maddalena, Maria Agostina Cabiddu, Vittorio Angiolini, Roberto Zaccaria, Roberta Calvano che hanno presentato un appello, sottoscritto già da 257 costituzionalisti.

In questo appello scrivono che è «compito dei giuspubblicisti nei periodi normali della vita del paese interpretare ed insegnare la nostra Costituzione. È anche compito dei singoli giuspubblicisti assumere delle posizioni individuali all’esterno dell’Università. Ci sono gravi momenti però nei quali accadono forzature istituzionali di particolare gravità, di fronte alle quali non è più possibile tacere ed è anzi doveroso assumere insieme delle pubbliche posizioni. È questo il caso che si è verificato nei giorni scorsi quando il disegno di legge sulla sicurezza, che stava concludendo il suo iter dopo lunghi mesi di acceso dibattito parlamentare dati i discutibilissimi contenuti, è stato trasformato dal Governo in un ennesimo decreto-legge, senza che vi fosse alcuna straordinarietà, né alcun reale presupposto di necessità e di urgenza, come la Costituzione impone. Tale decreto – ultimo anello di un’ormai lunga catena di attacchi volti a comprimere i diritti e accentrare il potere – presenta una serie di gravissimi profili di incostituzionalità, il primo dei quali consiste nel vero e proprio vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere. È accaduto spesso in passato ed anche in tempi recenti che la dottrina si trovasse a denunciare l’uso abnorme dello strumento della decretazione d’urgenza. Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Presidenti delle Camere hanno più volte preso posizione in difesa del Parlamento e delle sue prerogative gravemente calpestate nell’esercizio della potestà legislativa, rimanendo inascoltati. In quest’occasione la violazione è del tutto ingiustificata e senza precedenti, dato che l’iter legislativo, ai sensi dell’art. 72 della Costituzione era ormai prossimo alla conclusione, quando è intervenuto il plateale colpo di mano con cui il Governo si è appropriato del testo e di un compito, che, secondo l’art. 77 Costituzione può svolgere solo in casi straordinari di necessità e di urgenza, al solo scopo, sembra, di umiliare il Parlamento e i cittadini da esso rappresentati. Quanto al merito, si tratta di un disegno

estremamente pericoloso di repressione di quelle forme di dissenso che è fondamentale riconoscere in una società democratica. Ed è motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che questo disegno si realizzi attraverso un irragionevole aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni penali che – in quanto tali – sconsiglierebbero il ricorso alla decretazione d’urgenza, dal momento che il principio di colpevolezza richiede che chi compie un atto debba poter sapere in anticipo se esso è punibile come reato mentre, al contrario, l’immediata entrata in vigore di un decreto-legge ne impedisce la preventiva conoscibilità. Numerosi sono i principi costituzionali che appaiono compromessi. Solo a scopo esemplificativo vogliamo ricordarne alcuni: il principio di uguaglianza non consente in alcun modo di equiparare i centri di trattenimento per stranieri extracomunitari al carcere o la resistenza passiva a condotte attive di rivolta; in contrasto con l’art. 13 Cost. e la tutela della libertà personale è il c.d. daspo urbano disposto dal questore che equipara condannati e denunciati; non meno preoccupante è la previsione con cui si autorizza la polizia a portare armi, anche diverse da quelle di ordinanza e fuori dal servizio. Una serie di disposizioni del decreto-legge aggravano gli elementi di repressione penale degli illeciti addebitati alla responsabilità di singoli o di gruppi solo per il fatto che l’illecito avvenga “in occasione” di pubbliche manifestazioni, disposizione che per la sua vaghezza contrasta con il principio di tipicità delle condotte penalmente rilevanti, violando per giunta la specifica protezione costituzionale accordata alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico (art. 17 Cost.) mentre altre disposizioni violano palesemente il principio di determinatezza e di tassatività tutelato dall’art. 25 Cost.: si punisce con la reclusione chi occupa o detiene senza titolo “un immobile destinato a domicilio altrui o sue pertinenze”; si rischiano pene fino a sette anni per l’occupazione di luoghi che presentano un’estensione del tutto imprecisata e rimessa a valutazioni e preferenze del tutto soggettive dell’interprete. Torsione securitaria, ordine pubblico, limitazione del dissenso, accento posto prevalentemente sull’autorità e sulla repressione piuttosto che sulla libertà e sui diritti rappresentano le costanti di questi interventi. Insegniamo che la missione di chi governa dovrebbe essere quella di cercare un equilibrio nel rapporto tra individuo e autorità. Invece, il filo che lega il metodo e il merito di questo nuovo intervento normativo rende esplicito un disegno complessivo, che tradisce un’impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema, a governare con la paura invece di governare la paura. Confidiamo che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano alta l’attenzione e censurino questo allontanamento dallo spirito della nostra Costituzione, che fonda la convivenza della comunità nazionale su democrazia, pluralismo, diritti di libertà ed uguaglianza di fronte alla legge, affinché nessuno debba temere lo Stato e tutti possano riconoscerne, con fiducia, il ruolo di garante della legalità e dei diritti».

In definitiva sostengono tutti i maggiori studiosi di diritto costituzionale italiano si tratta di un disegno estremamente pericoloso di repressione di quelle forme di dissenso che è, ovviamente, fondamentale riconoscere a tutti in una vera società democratica. Ed è grave motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che questo disegno si realizzi attraverso un irragionevole e ingiustificato aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni penali che, in quanto tali, sconsiglierebbero, in una democrazia, il ricorso alla decretazione d’urgenza, dal momento che il principio di colpevolezza richiede che chi compie un atto debba poter sapere in anticipo se esso è punibile come reato mentre, al contrario, l’immediata e assolutamente ingiustificata entrata in vigore di un decreto-legge ne impedisce la preventiva conoscibilità.

Il rischio è reale e preoccupante, bisogna aspettare che la palese incostituzionalità di molti passi di questo decreto arrivino alla Corte Costituzionale, visto che la politica e la società italiana sembrano vivere in uno stato di “sonnolenza democratica”.

7 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

ARTICOLO 18: RITORNO AL FUTURO?

di Domenico PALAZZO 5 Maggio 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Il primo quesito referendario del 2025 punta a ripristinare le tutele contro i licenziamenti illegittimi. Pro e contro di una scelta che guarda alla dignità del lavoro.

Il referendum del 2025 propone cinque quesiti su temi centrali del lavoro e della democrazia. Il primo riguarda l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti introdotta dal Jobs Act del 2015, con l’obiettivo di reintrodurre le tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Con questo articolo si tenta di dare una risposta al perché votare a favore dell’abrogazione.

Dall’articolo 18 al Jobs Act: una rivoluzione normativa

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, approvato nel 1970, garantiva il reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, nelle aziende con più di 15 dipendenti.

Nel 2012, la riforma Fornero ha introdotto una prima modifica: in alcuni casi di licenziamento ingiusto, al reintegro si sostituiva un indennizzo economico.

Il Jobs Act del governo Renzi (2015) ha completato la trasformazione, introducendo il contratto a tutele crescenti: per chi è stato assunto dopo il 7 marzo 2015, il reintegro è previsto solo in casi estremi (licenziamenti discriminatori o disciplinari manifestamente infondati). Negli altri casi, anche se un giudice stabilisce l’illegittimità del licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a pagare un’indennità economica crescente in base all’anzianità di servizio (massimo 12 anni).

Oggi sono oltre 3 milioni e mezzo i lavoratori soggetti a questa nuova disciplina. E il numero è destinato ad aumentare.

Perché bisogna votare SI:

Maggiore tutela contro i licenziamenti illegittimi oppure ingiusti

Il reintegro restituisce piena dignità al lavoratore e rappresenta una forma di giustizia sostanziale, non solo economica. Dignità vuol dire non essere in balia dell’impresa, dunque disporre di una reale libertà sindacale, tutelare il rispetto del contratto di lavoro ed il diritto alla salute.

Uguaglianza tra lavoratori

L’attuale sistema genera una disparità normativa tra lavoratori assunti prima e dopo il 2015. Reintrodurre l’articolo 18 significherebbe ristabilire equità.

Deterrente contro abusi

Sapere che un licenziamento illegittimo/ingiusto può comportare il reintegro spinge le imprese a una maggiore responsabilità e sottrae loro un pesante strumento di ricatto.

Le ragioni del NO:

Maggiore rigidità per le imprese

Secondo alcune associazioni imprenditoriali, il reintegro potrebbe limitare la flessibilità del lavoro, frenando le assunzioni nel timore di non poter licenziare in situazioni di difficoltà, ma i licenziamenti economici sono sempre ammessi e non hanno alcun rapporto con l’art. 18.

Aumento del contenzioso

La possibilità di reintegro potrebbe tradursi in più cause di lavoro, spesso lunghe e costose.

Impatti sociali ed economici della riforma

Il ripristino dell’articolo 18 porterebbe indubbiamente tanti benefici sociali. In primo luogo ci sarebbe una maggiore coesione sociale grazie alla riduzione delle disparità tra lavoratori e la riaffermazione del principio di giustizia e dignità del lavoro. Il secondo punto a favore della riforma è la riduzione del clima di insicurezza e precarietà, grazie al potenziamento della dignità del lavoro, principio costituzionale spesso sacrificato in nome della flessibilità. Infine, e non di minore importanza, ci sarebbe un rafforzamento del ruolo dei sindacati, che tornerebbero a negoziare su basi più solide per la tutela collettiva.

Conclusione: perché votare SI al quesito.

Il referendum del 2025 ci chiama a scegliere tra due modelli: uno in cui il lavoro è una merce flessibile, e uno in cui è un diritto tutelato. La reintroduzione dell’articolo 18 non è solo una questione tecnica: è una scelta politica e culturale, che parla del tipo di società che vogliamo costruire. Se una società giusta, equa e sostenibile oppure una oligarchica di stampo neoliberista.

In questo contesto il ritorno all’articolo 18 è una scelta di civiltà giuridica che protegge la parte debole del contratto di lavoro.

Tuttavia, questa scelta deve essere accompagnata da riforme più ampie: potenziamento dei centri per l’impiego, formazione continua, incentivi alle imprese virtuose, contrasto al lavoro precario. In questo senso il voto al referendum è solo il primo passo per “costringere” l’attuale governo a concentrarsi su temi cari alla popolazione e non pensare solo a reprimere il dissenso e gestire il potere economico con pochi eletti.

Voglio chiudere questo articolo riprendendo le parole pubblicate da Gaetano Azzariti sul Manifesto in data 15/04/2025:

”In questa situazione il caso dei referendum appare esemplare. La maggior parte del popolo italiano risulta distratta rispetto ai problemi del lavoro, così come non sembra sufficientemente recettiva rispetto alle questioni della cittadinanza. L’unica possibilità per raggiungere il consenso necessario è allora quello di riuscire a far comprendere che i quesiti proposti non riguardano solo le categorie direttamente interessate – lavoratori o migranti – ma rappresentano due tessere di un mosaico che è necessario comporre per definire un più ampio progetto costituzionale per la salvaguardia dei diritti di tutti.”

5 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

LE NAZIONI “DEMOCRATICHE” OCCIDENTALI E GLI STATI UNITI HANNO LA MEMORIA CORTA

di Michele BLANCO 5 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

Chi ha ucciso almeno 300.000 persone con due bombe atomiche in Giappone?

Sono stati gli Stati Uniti.

Chi ha ucciso tra 6 milioni di ebrei, un milione di sinti e rom?

È stata la Germania nazista.

Chi ha ucciso 10 milioni di persone in Congo? 

È stato il Belgio di Leopoldo II.

Chi ha ucciso centinaia di migliaia di persone affamate in India e altre nazioni colonizzate e sfruttate in Asia e Africa?

È stata l’Inghilterra.

Chi ha ucciso un milione di persone in Algeria?

È stata la Francia.

Chi ha ucciso più di 3 milioni di persone in Vietnam e 2 milioni in Cambogia?

Sono stati gli Stati Uniti d’America.

Chi ha ucciso sei milioni di coreani nel sud e nel nord e un milione di cinesi nella guerra di Corea?

Sono stati gli Stati Uniti.

Chi ha ucciso un milione di persone in Iraq?

Sono stati gli Stati Uniti.

C ha ucciso più di 240.000 persone in Afghanistan?

Sono stati sempre gli Stati Uniti.

Chi ha distrutto nazioni sovrane come la Jugoslavia, la Libia e la Siria?

Sono stati gli USA e l’Europa della NATO.

Chi ha sostenuto colpi militari e dittature in tutta l’America Latina e in molte altre nazioni in Africa e Asia?

Sono stati gli Stati Uniti.

Chi ha compiuto il genocidio dei popoli indigeni dei nativi americani?

Sono stati gli Stati Uniti.

Chi ha ucciso 190.000 palestinesi nella Striscia di Gaza, solo nell’attuale conflitto in Medio Oriente?

È stato “Israele”.

Chi ha occupato la Palestina e i territori di Siria, Libano, Giordania ed Egitto, uccidendo migliaia di persone in questi paesi, compreso l’uso di armi vietate dal diritto internazionale?

È stato “Israele”.

Chi ha ridotto in schiavitù, torturato e ucciso milioni di africani neri?

Per secoli è stata l’Europa civile e gli Stati Uniti.

Chi ha sostenuto regimi razzisti in Sud Africa e Zimbabwe?

Erano Stati Uniti, alcuni Stati europei e Israele.

Chi ha ucciso giovani neri fuori dalle città brasiliane?

È stata la polizia militare di Tarcisio, Caido, Zema e altri governatori di destra in Brasile.

Sia pure secondo alcuni studi, con il nome di “genocidio indonesiano”, vengono designati una serie di massacri su larga scala e disordini civili avvenuti in Indonesia nel corso di diversi mesi tra il 1965 e il 1966, aventi come obiettivi militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI), presunti simpatizzanti di sinistra e membri di diverse minoranze etniche e religiose, condotti da gruppi paramilitari con il supporto delle forze armate indonesiane. Si parla di milioni di morti. Sapete chi ha appoggiato i massacri indonesiani del 1965-1966? 

Sempre gli Stati Uniti d’America.

Chi con il colonialismo – cioè un sistema politico ed economico in cui uno stato, una potenza colonizzatrice, esercita il controllo e lo sfruttamento di un territorio straniero, la colonia – ha depauperato interi continenti?

Sono state le potenze europee, che hanno cercato di ottenere risorse materiali e umane per affermare il proprio dominio.

5 Maggio 2025 0 Commenti
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Politica

LE INUTILI SPESE MILITARI GLOBALI. I NUMERI DEL SIPRI SMONTANO LA VUOTA, INUTILE E DANNOSA RETORICA BELLICISTA.

di Michele BLANCO 3 Maggio 2025
Scritto da Michele BLANCO

I recenti dati sulle spese militari globali diffusi dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) non possono che portare ad una seria riflessione lucida e, più che mai, necessaria, capace di smascherare definitivamente la falsissima narrazione mainstream che invoca un immediato e massiccio riarmo. I numeri, nella loro ovvia oggettività, raccontano una realtà ben diversa e sollevano molti importanti interrogativi.

Gli Stati Uniti si confermano leader mondiali incontrastati della spesa militare, con quasi mille miliardi di dollari nel 2024, rappresentando il 37% del totale delle inutili spese militari nel nostro pianeta.

La NATO nel suo complesso, Stati Uniti compresi, cuore pulsante dell’alleanza occidentale, assorbe il 55% della spesa globale, toccando i 1506 miliardi di dollari.

Confrontando queste cifre con quelle ufficiali di Cina (314 miliardi) e Russia (149 miliardi), emerge un enorme divario che ad essere sinceri è letteralmente impressionante. La spesa totale della NATO, cioè dell’alleanza occidentale, supera di oltre tre volte la somma di quella dei due Paesi spesso additati come le principali minacce. Si pensi alla narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia,

Ancora più eclatante è il dato relativo agli ultimi dieci anni: i Paesi europei membri della NATO hanno speso complessivamente 1800 miliardi di euro in più rispetto alla Russia. Questa cifra, sbalorditiva nella sua entità, rende quanto meno difficile sostenere l’urgenza di un riarmo dettato da una presunta inferiorità militare nei confronti della Federazione Russa.

Inoltre bisogna sempre ricordare che la federazione Russa ha 143,8 milioni di abitanti (2023), ma al tempo stesso è la nazione più grande per estensione territoriale al mondo, con ricchezze minerarie incredibili, ha il problema che territori immensi come la Siberia sono scarsamente popolari. Solo i paesi aderenti all’Unione Europa hanno 449,2 milioni (2024) di abitanti, una invasione è assolutamente improbabile. In questi giorni il filosofo tedesco Habermas ha evidenziarlo con forza in un’intervista pubblicata recentemente dalla rivista “Internazionale”, (del 4/10 aprile 2025, n. 1608 anno 32, pp. 46-51), in cui mette in guardia l’Europa da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale e di “welfare State” che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello “dell’abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali in gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva, non è difficile arrivare a considerare le persone soggetti. Oggi vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici.

Di fronte a questi numeri, sorge una importante domanda: questa spesa colossale è stata forse orientata più a beneficio dell’industria bellica e dei fondi finanziari che detengono quote significative nel settore, piuttosto che a un’effettiva esigenza di sicurezza collettiva?

Malgrado questo scenario dipinto chiaramente dai dati del SIPRI, assistiamo a un coro quasi unanime, composto dai burocrati tecnocrati europei e dai loro lacchè politici dei vari stati Europei, che chiedono un ulteriore aumento, quanto inutile e dannoso, delle spese militari a livello europeo, con cifre che ballano intorno agli 800 miliardi di euro per il riarmo. Questa richiesta, alla luce dei numeri, appare non solo ingiustificata ma suona come una vergognosa presa in giro. I dati non mentono: la spesa militare occidentale, e in particolare quella della NATO, è già a inutili e dannosi, ripeto, livelli stratosferici, incomparabilmente superiori a quelli di tutti i competitor globali.

Sarebbe arrivato il momento di smettere di alimentare la retorica della paura e del riarmo indiscriminato e iniziare a chiedere conto delle ingenti somme spese per fondi destinati alla difesa. Tutti questi soldi devono andare in spesa sociale, sanitaria, per le infrastrutture e per la formazione. I numeri del SIPRI ci offrono un punto di partenza assolutamente inequivocabile per un dibattito serio e basato sui fatti, lontano dalle sirene della guerra e più vicino alle reali esigenze di sicurezza sociale, sanitaria, e della prosperità collettiva dei cittadini italiani e europei. 

3 Maggio 2025 0 Commenti
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