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UNA SCUOLA AL BIVIO: CREDERE, OBBEDIRE E…

di Nicola OCCHIONERO

Dopo il “silenzio stampa” dei media omologati al governo di turno, sull’espressione del pensiero che puntualmente gli studenti italiani manifestano alla ripresa dell’anno scolastico, occorreva il sollevamento contro il genocidio di Gaza per portare alla ribalta nazionale e internazionale l’impegno civile dei giovani, i quali tuttavia non hanno smesso in questi ultimi vent’anni di chiedere una società migliore e in modo pragmatico, il diritto all’istruzione di qualità realmente accessibile a tutti.

In queste poche righe non sveleremo disegni politici massonici che al servizio del potere finanziario dettano le linee guida per un analfabetismo funzionale e per la creazione di una classe lavoratrice istruita da una scuola che sostituisce la conoscenza con una formazione semplificata e la spaccia come la via ‘smart’ per essere appetibili nel mercato del lavoro, più semplicemente cercheremo di raccogliere un punto di vista alternativo all’establishment. 

A tal proposito ospitiamo il Prof. Giuseppe Buondonno, membro della segreteria nazionale di Sinistra Italiana e per la stessa, Responsabile Scuola e Università, già amministratore locale, insegna lettere in un liceo artistico ed è autore dei volumi “Il soggetto rivoluzionario. Attualità di Walter Benjamin (Ombrecorte, 2017)” e “Suonare in caso di tristezza (coautore Giuseppe Bagni, PM Edizioni 2022)”.

Professor Buondonno, l’UNESCO definisce l’analfabetismo funzionale come “la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. A quali disagi sociali potrebbe condurre questo moderno analfabetismo? Un popolo incosciente sostiene una società capitalistica egemonizzante, ma quanto è utile la povertà di pensiero alla crescita e alla speculazione economica-finanziaria?

Come giustamente rilevi nell’introduzione, siamo vaccinati contro le fole del complottismo di ogni natura e, da marxisti, ci limitiamo a osservare criticamente i processi reali. È indiscutibile che la – per altri versi utilissima – tempesta digitale e virtuale sta determinando una trasformazione profonda dei processi cognitivi. Non mi riferisco solo, per essere chiaro, a ciò che avviene a valle, cioè all’utilizzo potenzialmente antidemocratico o propagandistico della rivoluzione tecnologica; ma a monte, cioè, appunto, nell’elaborazione delle idee, nella capacità di concentrazione, nella produzione del pensiero astratto. È in atto una semplificazione del pensiero, una modifica della relazione tra emozioni e riflessioni. Cioè un cambiamento strutturale delle caratteristiche determinanti di homo sapiens. Non è una visione distopica o apocalittica, è un dato di fatto, che chi insegna osserva da tempo. Esso è alimentato, anche, dalla smaterializzazione e dall’atomizzazione delle relazioni umane e sociali. Ma la società liquida nasconde il nocciolo duro del dominio. Analfabetismo di ritorno e semplificazione del pensiero sono, indubbiamente, una condizione di subalternità, per grandi masse di esseri umani. Perché il pensiero non viene “delegato” alle macchine, ma alle élite che le programmano e le controllano. 

“Preoccupiamoci innanzitutto di sapere se l’uomo diventa più sciocco, più ingenuo, più debole intellettualmente quando vi è una crisi della comprensione o dell’invenzione”, scriveva Paul Valéry nel saggio “Sur la crise de l’Intelligence” nel 1925. Professore la scuola italiana è pronta ad accogliere le evoluzioni della tecnologia in relazione al sapere? Esiste davvero una correlazione tra innovazione e sapere o è solo una mistificazione della realtà scolastica e universitaria? 

Valéry (come Benjamin, come oggi Byung-Chul Han) ha avuto un pensiero lungo, di quelli che oggi – nel mondo delle non-cose – sembrano relegati in soffitte polverose; ma sono indispensabili. La tua domanda, presuppone, appunto, un pensiero lungo: se la scuola, secondo il dettato neoliberista, deve solo addestrare forza lavoro subalterna e a basso costo, deve solo usare le innovazioni; se invece, secondo il dettato costituzionale e il pensiero democratico (dall’Illuminismo in poi) deve formare esseri umani e cittadini consapevoli (cioè continuare a produrre pensiero critico e insegnare il pensiero complesso), allora serve elaborare una pedagogia dell’era digitale. La relazione tra sapere e innovazione, dunque, non è neutra; è definita dal modello di società cui la scuola deve rispondere. È un vecchio-nuovo conflitto, quella tra liberazione umana e umanità subalterna.

Il ministro Valditara all’inizio dell’anno firmava le ordinanze che definiscono le modalità di attuazione delle riforme sulla condotta e sui giudizi sintetici alla primaria, accompagnate da critiche di pedagogisti e sindacalisti come Gianna Fracassi della Flc-Cgil, la quale ha definito il provvedimento “sanzionatorio e punitivo”. Secondo lei si mira a inibire l’attivismo giovanile o si cerca di impartire un’educazione che molte famiglie non riescono a trasmettere? 

Mi pare evidente che il ministro sia ossessionato dal ’68; cioè dal protagonismo dei giovani. Lui come tutta la destra, in ogni parte del mondo. Di fronte a problemi, disagi, o persino atteggiamenti trasgressivi, la scuola, come il mondo adulto, in generale, e ancor più le istituzioni, non possono e non devono rinunciare a interrogarsi, a capire e ascoltare. Anche rispetto alle “regole” (che sono il prodotto, non la premessa di una relazione), educare non può significare solo sanzionare, ma capire e spiegare. Serve coscienza, non mera obbedienza. È la differenza, semplice ma fondamentale, tra educare e addestrare, tra democrazia e autoritarismo.

Che fine ha fatto e come giudica la “Relazione conclusiva del Gruppo Ristretto di Lavoro sulla filiera Eqf 2,3,4 nei percorsi del secondo ciclo di istruzione” risalente al 2023, non recepita dal decreto legge 45/2025, redatto da quattordici esperti coordinati dal Prof. Giuseppe Bertagna che  prevedeva la riduzione a quattro anni scolastici della secondaria di secondo grado con conseguente riduzione del 20% dell’organico degli insegnanti di sostegno?

Ecco, appunto, Bertagna e Valditara perseguono una scuola piegata alle esigenze del mercato, una sorta di società interinale, che mette a disposizione – prima possibile – manodopera; per essa, ogni alunno, in qualsiasi forma, fragile o problematico è un impiccio, un granello di sabbia nella filiera produttiva. Per la scuola della Costituzione, invece, quegli alunni sono un patrimonio di crescita umana per tutta la classe; e la Repubblica deve lavorare per rimuovere gli ostacoli alla loro realizzazione umana. Noi proponiamo di aumentare il tempo-scuola, altro che ridurlo! E di unificare il biennio delle superiori; sia per garantire una formazione culturale e civile universale, sia per spostare in avanti (ad un’età più consapevole) la scelta degli indirizzi; altrimenti a scegliere non sono i sogni o i progetti dei ragazzi, ma la loro condizione economica; e la scuola riproduce le differenze, anziché superarle. È una visione radicalmente opposta. 

Il Governo ha dirottato cinquecentomila euro del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle Pari opportunità, previsti per l’educazione sessuale e affettiva, alla formazione degli insegnanti sull’infertilità e sulla sua prevenzione. A tal proposito su “il manifesto” dell’11 gennaio scorso, lei ha asserito che “in un colpo solo Valditara ha riportato la scuola nei secoli scorsi, questo ministro vive nell’Ottocento”. Da politico cosa rappresenta questo trasferimento di risorse? Da insegnante, quanto è inadeguato il sistema educativo scolastico rispetto all’attualità e ai cambiamenti di costume?  

Da militante politico vedo in quello spostamento – come nel pessimo decreto sul “consenso informato” – la riproduzione di logiche patriarcali e familistiche; che alimenta, poi, una ulteriore spinta alla privatizzazione delle relazioni sociali e umane. Sono centrati sulla famiglia che, da una parte diventa cliente privato, non più soggetto democratico di partecipazione; dall’altro è il luogo di conservazione (nella stragrande maggioranza dei casi) dei rapporti di dominio maschile. La scuola è un luogo che può educare alla diversità come ricchezza e alla socialità; e questo, per questa destra neo feudale, è un pericolo estremo.

“Non più di 20 per classe” è lo slogan della proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Alleanza Verdi Sinistra. Ce la riassuma in breve, motivi l’esigenza di questa iniziativa e spieghi perché sottoscriverla.

Sono pochi articoli: massimo 20 alunni per classe (18 se c’è un alunno con sostegno, 15 se ce n’è più di uno), perché – nonostante il ministro neghi l’evidenza – in classi più piccole si lavora meglio, si può prestare più attenzione ai più fragili, si può sperimentare una didattica utile a gestire gli effetti della società digitale; poi, bastano 400 alunni (meno nelle aree montane e nelle piccole isole) per avere un istituto autonomo, un Preside, una segreteria amministrativa, perché, ancora una volta, con numeri più umani, migliora il lavoro di tutte e tutti, si forma una comunità educante e, non ultimo, si tutelano i territori e le aree più disagiati. Infine: per la copertura economica indichiamo, anche, la restituzione alla scuola pubblica dei fondi dirottati alle scuole private e paritarie; perché, tra l’altro, lo prescrive la Costituzione repubblicana. Potevamo limitarci a presentare la legge in Parlamento (cosa che, peraltro, abbiamo comunque fatto), ma abbiamo voluto una legge di iniziativa popolare (per cui servono almeno 50.000 firme), perché vogliamo che su questo si crei un movimento, una mobilitazione sociale, anche oltre gli “addetti ai lavori”. La scuola non è una risorsa di studenti e insegnanti, ma un grande architrave della società e della democrazia.

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