l'Eguaglianza
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IL NON VOTO: UN GRAVE PERICOLO

di Michele BLANCO 23 Novembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

La mancanza di partecipazione al voto da parte dei cittadini è un grave sintomo di debolezza della democrazia.

I dati parlano chiaro, purtroppo anche nelle ultime elezioni regionali ha votato solo il 43,6% (in Campania il 44%; in Puglia il 41,8%; in Veneto il 44,6%) attenzione, ben 14% in meno rispetto alle elezioni precedenti.

Nella vita di tutti i giorni, se, ad esempio, non ci sono almeno il 50% di partecipanti persino un assemblea di condominio non è valida e va in seconda convocazione.

La domanda che ci dobbiamo fare mi sembra evidente, chiunque vinca, di qualsiasi partito o schieramento sia, chi pensa di rappresentare. Se stesso? Il proprio condominio? Il ristretto circolo di amici, conoscenti, clienti e attivisti di partito, o gruppo di potere, che lo hanno votato?

Sarebbe bello che tutti gli eletti, con questo esiguo numero di votanti, considerato che non rappresentano perlomeno la metà +’1 della popolazione avente diritto al voto, del territorio, in un sussulto di dignità si dimettano in massa , dichiarando, molto banalmente, che se non rappresentano la maggioranza della popolazione non si assumono la responsabilità di governare la regione?

Ma ovviamente dimenticavo che a tutte, sottolineo tutte, le forze politiche attualmente in “circolazione” non interessa, in nessun modo, rappresentare il popolo e gli interessi al bene comune, ma interessa solo governare in nome e per conto degli interessi personali, degli eletti e dei loro sostenitori, amici, clienti e accoliti. Tanto le decisioni, quelle importanti, come il dissennato e inutile riarmo, i tagli alla sanità, all’istruzione e alle spese sociali e produttive, tagli alla possibilità di benessere diffuso, come l’introduzione della legge sul salario minimo, sono prese da altri poteri, in primis economici.

Questo spiega perché i partiti, tutti i partiti, nonostante le elezioni con gli attuali sistemi elettorali maggioritari rischino di portare con il tempo, ma siamo molto vicini, il numero dei votanti sempre più vicino a quello di un prefisso telefonico, si ostinano con forza e menefreghismo a mantenerlo e a peggiorarlo oltremodo in senso ulteriormente maggioritario, e meno democratico, e rifuggano sistematicamente il sistema elettorale proporzionale che è l’unico in grado di riportare progressivamente i cittadini al voto. Se l’unico interesse è governare senza che nessuno disturbi il manovratore (maggioritario) qualunque sistema elettorale (proporzionale) che incentivi la partecipazione della gente e dia più potere (anche solo numerico e di controllo) all’opposizione lo si vede come un potenziale pericolo, come la democrazia partecipativa, da evitare a ogni costo.

Meglio governare con il 40% (o anche meno) dei votanti (e rappresentando a malapena 1 elettore su 5 della tua regione) piuttosto che farlo con l’80/90% dei potenziali votanti, una grande attenzione alla politica e un opposizione democratica vera e articolata, plurale e forte numericamente che può mettere in discussione l’operato di chiunque governi, giorno per giorno con la possibilità di farti cadere se non governi nell’interesse di tutti e stai governando male e non rispettando gli interessi reali dei cittadini elettori e, in definitiva, contro il bene comune.

23 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

UNA SCUOLA AL BIVIO: CREDERE, OBBEDIRE E…

di Nicola OCCHIONERO 14 Novembre 2025
Scritto da Nicola OCCHIONERO

Dopo il “silenzio stampa” dei media omologati al governo di turno, sull’espressione del pensiero che puntualmente gli studenti italiani manifestano alla ripresa dell’anno scolastico, occorreva il sollevamento contro il genocidio di Gaza per portare alla ribalta nazionale e internazionale l’impegno civile dei giovani, i quali tuttavia non hanno smesso in questi ultimi vent’anni di chiedere una società migliore e in modo pragmatico, il diritto all’istruzione di qualità realmente accessibile a tutti.

In queste poche righe non sveleremo disegni politici massonici che al servizio del potere finanziario dettano le linee guida per un analfabetismo funzionale e per la creazione di una classe lavoratrice istruita da una scuola che sostituisce la conoscenza con una formazione semplificata e la spaccia come la via ‘smart’ per essere appetibili nel mercato del lavoro, più semplicemente cercheremo di raccogliere un punto di vista alternativo all’establishment. 

A tal proposito ospitiamo il Prof. Giuseppe Buondonno, membro della segreteria nazionale di Sinistra Italiana e per la stessa, Responsabile Scuola e Università, già amministratore locale, insegna lettere in un liceo artistico ed è autore dei volumi “Il soggetto rivoluzionario. Attualità di Walter Benjamin (Ombrecorte, 2017)” e “Suonare in caso di tristezza (coautore Giuseppe Bagni, PM Edizioni 2022)”.

Professor Buondonno, l’UNESCO definisce l’analfabetismo funzionale come “la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. A quali disagi sociali potrebbe condurre questo moderno analfabetismo? Un popolo incosciente sostiene una società capitalistica egemonizzante, ma quanto è utile la povertà di pensiero alla crescita e alla speculazione economica-finanziaria?

Come giustamente rilevi nell’introduzione, siamo vaccinati contro le fole del complottismo di ogni natura e, da marxisti, ci limitiamo a osservare criticamente i processi reali. È indiscutibile che la – per altri versi utilissima – tempesta digitale e virtuale sta determinando una trasformazione profonda dei processi cognitivi. Non mi riferisco solo, per essere chiaro, a ciò che avviene a valle, cioè all’utilizzo potenzialmente antidemocratico o propagandistico della rivoluzione tecnologica; ma a monte, cioè, appunto, nell’elaborazione delle idee, nella capacità di concentrazione, nella produzione del pensiero astratto. È in atto una semplificazione del pensiero, una modifica della relazione tra emozioni e riflessioni. Cioè un cambiamento strutturale delle caratteristiche determinanti di homo sapiens. Non è una visione distopica o apocalittica, è un dato di fatto, che chi insegna osserva da tempo. Esso è alimentato, anche, dalla smaterializzazione e dall’atomizzazione delle relazioni umane e sociali. Ma la società liquida nasconde il nocciolo duro del dominio. Analfabetismo di ritorno e semplificazione del pensiero sono, indubbiamente, una condizione di subalternità, per grandi masse di esseri umani. Perché il pensiero non viene “delegato” alle macchine, ma alle élite che le programmano e le controllano. 

“Preoccupiamoci innanzitutto di sapere se l’uomo diventa più sciocco, più ingenuo, più debole intellettualmente quando vi è una crisi della comprensione o dell’invenzione”, scriveva Paul Valéry nel saggio “Sur la crise de l’Intelligence” nel 1925. Professore la scuola italiana è pronta ad accogliere le evoluzioni della tecnologia in relazione al sapere? Esiste davvero una correlazione tra innovazione e sapere o è solo una mistificazione della realtà scolastica e universitaria? 

Valéry (come Benjamin, come oggi Byung-Chul Han) ha avuto un pensiero lungo, di quelli che oggi – nel mondo delle non-cose – sembrano relegati in soffitte polverose; ma sono indispensabili. La tua domanda, presuppone, appunto, un pensiero lungo: se la scuola, secondo il dettato neoliberista, deve solo addestrare forza lavoro subalterna e a basso costo, deve solo usare le innovazioni; se invece, secondo il dettato costituzionale e il pensiero democratico (dall’Illuminismo in poi) deve formare esseri umani e cittadini consapevoli (cioè continuare a produrre pensiero critico e insegnare il pensiero complesso), allora serve elaborare una pedagogia dell’era digitale. La relazione tra sapere e innovazione, dunque, non è neutra; è definita dal modello di società cui la scuola deve rispondere. È un vecchio-nuovo conflitto, quella tra liberazione umana e umanità subalterna.

Il ministro Valditara all’inizio dell’anno firmava le ordinanze che definiscono le modalità di attuazione delle riforme sulla condotta e sui giudizi sintetici alla primaria, accompagnate da critiche di pedagogisti e sindacalisti come Gianna Fracassi della Flc-Cgil, la quale ha definito il provvedimento “sanzionatorio e punitivo”. Secondo lei si mira a inibire l’attivismo giovanile o si cerca di impartire un’educazione che molte famiglie non riescono a trasmettere? 

Mi pare evidente che il ministro sia ossessionato dal ’68; cioè dal protagonismo dei giovani. Lui come tutta la destra, in ogni parte del mondo. Di fronte a problemi, disagi, o persino atteggiamenti trasgressivi, la scuola, come il mondo adulto, in generale, e ancor più le istituzioni, non possono e non devono rinunciare a interrogarsi, a capire e ascoltare. Anche rispetto alle “regole” (che sono il prodotto, non la premessa di una relazione), educare non può significare solo sanzionare, ma capire e spiegare. Serve coscienza, non mera obbedienza. È la differenza, semplice ma fondamentale, tra educare e addestrare, tra democrazia e autoritarismo.

Che fine ha fatto e come giudica la “Relazione conclusiva del Gruppo Ristretto di Lavoro sulla filiera Eqf 2,3,4 nei percorsi del secondo ciclo di istruzione” risalente al 2023, non recepita dal decreto legge 45/2025, redatto da quattordici esperti coordinati dal Prof. Giuseppe Bertagna che  prevedeva la riduzione a quattro anni scolastici della secondaria di secondo grado con conseguente riduzione del 20% dell’organico degli insegnanti di sostegno?

Ecco, appunto, Bertagna e Valditara perseguono una scuola piegata alle esigenze del mercato, una sorta di società interinale, che mette a disposizione – prima possibile – manodopera; per essa, ogni alunno, in qualsiasi forma, fragile o problematico è un impiccio, un granello di sabbia nella filiera produttiva. Per la scuola della Costituzione, invece, quegli alunni sono un patrimonio di crescita umana per tutta la classe; e la Repubblica deve lavorare per rimuovere gli ostacoli alla loro realizzazione umana. Noi proponiamo di aumentare il tempo-scuola, altro che ridurlo! E di unificare il biennio delle superiori; sia per garantire una formazione culturale e civile universale, sia per spostare in avanti (ad un’età più consapevole) la scelta degli indirizzi; altrimenti a scegliere non sono i sogni o i progetti dei ragazzi, ma la loro condizione economica; e la scuola riproduce le differenze, anziché superarle. È una visione radicalmente opposta. 

Il Governo ha dirottato cinquecentomila euro del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle Pari opportunità, previsti per l’educazione sessuale e affettiva, alla formazione degli insegnanti sull’infertilità e sulla sua prevenzione. A tal proposito su “il manifesto” dell’11 gennaio scorso, lei ha asserito che “in un colpo solo Valditara ha riportato la scuola nei secoli scorsi, questo ministro vive nell’Ottocento”. Da politico cosa rappresenta questo trasferimento di risorse? Da insegnante, quanto è inadeguato il sistema educativo scolastico rispetto all’attualità e ai cambiamenti di costume?  

Da militante politico vedo in quello spostamento – come nel pessimo decreto sul “consenso informato” – la riproduzione di logiche patriarcali e familistiche; che alimenta, poi, una ulteriore spinta alla privatizzazione delle relazioni sociali e umane. Sono centrati sulla famiglia che, da una parte diventa cliente privato, non più soggetto democratico di partecipazione; dall’altro è il luogo di conservazione (nella stragrande maggioranza dei casi) dei rapporti di dominio maschile. La scuola è un luogo che può educare alla diversità come ricchezza e alla socialità; e questo, per questa destra neo feudale, è un pericolo estremo.

“Non più di 20 per classe” è lo slogan della proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Alleanza Verdi Sinistra. Ce la riassuma in breve, motivi l’esigenza di questa iniziativa e spieghi perché sottoscriverla.

Sono pochi articoli: massimo 20 alunni per classe (18 se c’è un alunno con sostegno, 15 se ce n’è più di uno), perché – nonostante il ministro neghi l’evidenza – in classi più piccole si lavora meglio, si può prestare più attenzione ai più fragili, si può sperimentare una didattica utile a gestire gli effetti della società digitale; poi, bastano 400 alunni (meno nelle aree montane e nelle piccole isole) per avere un istituto autonomo, un Preside, una segreteria amministrativa, perché, ancora una volta, con numeri più umani, migliora il lavoro di tutte e tutti, si forma una comunità educante e, non ultimo, si tutelano i territori e le aree più disagiati. Infine: per la copertura economica indichiamo, anche, la restituzione alla scuola pubblica dei fondi dirottati alle scuole private e paritarie; perché, tra l’altro, lo prescrive la Costituzione repubblicana. Potevamo limitarci a presentare la legge in Parlamento (cosa che, peraltro, abbiamo comunque fatto), ma abbiamo voluto una legge di iniziativa popolare (per cui servono almeno 50.000 firme), perché vogliamo che su questo si crei un movimento, una mobilitazione sociale, anche oltre gli “addetti ai lavori”. La scuola non è una risorsa di studenti e insegnanti, ma un grande architrave della società e della democrazia.

14 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

REAGIRE ALLA SCONFITTA DELL’UGUAGLIANZA

di Michele BLANCO 11 Novembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

La cooperazione fattiva tra le persone deve sempre essere alla base di una società sana, essendo questo un dato di fatto non negabile o confutabile viene dato per scontato, ma spesso non le si dà il giusto peso.

Lo sosteneva Aristotele che gli uomini sono ‘animali sociali’, intendendo il nostro impulso di unirci in comunità per appagare il nostro bisogno di sicurezza. Uno dei filosofi che ha meglio, e molto più recentemente, sintetizzato la complessa necessità della convivenza sociale è stato John Rawls. Il filosofo politico statunitense, infatti, ha più volte fortemente rimarcato quanto uno Stato giusto si debba fondare su un accordo cooperativo ed equo tra i cittadini. Le istituzioni devono quindi collaborare per garantire questa giustizia anche a livello economico, sociale, rispettando sempre i principi di libertà e soprattutto di uguaglianza.

Ma oggi viviamo la storia di una sconfitta epocale politica, sociale e morale dell’idea di cooperazione per favorire la giustizia, la libertà e l’uguaglianza tra tutte le persone nella nostra società.

L’idea di uguaglianza politica si è affermata a partire dalla Rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino indistintamente gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo, reddito o posizione sociale, e ogni governo democratico ha il dovere assoluto di adoperarsi per fare in modo che questi basilari diritti di eguaglianza siano realmente esigibili da ciascuno.

La marcia di tale idea è stata, per oltre due secoli, certamente faticosa e incerta, ma nell’insieme ha avuto esiti straordinari, inimmaginabili.

La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; la formazione di sindacati liberi e indipendenti dal potere politico e economico; la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini; la tassazione progressiva; l’ingresso del rispetto diritto nei luoghi di lavoro; l’istruzione libera e gratuita per tutti sino all’università; la realizzazione dello stato sociale con cure gratuite garantite a tutti; i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga e bellissima storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare normalmente accettato nelle società democratiche per tutta la popolazione e anche in via di principio per tutte le persone.

Ma a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la ristretta quota di popolazione, composta dalle persone più ricche e privilegiate, che per generazioni aveva “subito”, secondo loro, l’affermazione dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza.

Si tratta ovviamente della classe ristretta, composta da una piccolissima minoranza, di personaggi super-potenti e super-ricchi che controllano completamente la finanza, la politica, i media, che si stima di meno dell’1% della popolazione dei Paesi democratici, questo dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano pienamente.

Questi potenti “ricconi” iniziarono un feroce, e molto organizzato e sistematico, attacco a qualsiasi idea che avesse attinenza con l’uguaglianza.

In particolare i governi Reagan e Thatcher attaccarono e smantellarono il potere contrattuale dei sindacati; in moltissime nazioni occidentali si liberalizzarono senza limiti i movimenti di capitale e le attività speculative delle banche. Si limitarono i salari, i sussidi di disoccupazione, e le condizioni di lavoro nelle fabbriche peggiorarono, cominciarono assolutamente ingiustificati tagli a sanità, servizi pubblici e pensioni.

In Italia, ad esempio, le leggi Treu del 1997, Maroni-Sacconi del 2003, Fornero del 2012, Renzi del 2014-15 hanno moltiplicato il precariato, estendendolo a quasi tutti i neoassunti, e hanno portato nuovamente i lavoratori dipendenti verso condizioni che oggi li riportano ad una vera e propria condizione di servitù. Nello stesso periodo vennero effettuati, e questo avviene anche oggi, tagli continui e micidiali all’istruzione, all’università, alle pensioni, alla sanità, in base all’assunto, assolutamente falso, che eravamo tutti vissuti al di sopra delle nostre possibilità, questa è stata la scusa per ridurre la progressività delle tasse ai super ricchi.

La sconfitta dell’ idea di uguaglianza è stata, dagli anni Ottanta in poi, accentuata dalla doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico.

La crisi del capitalismo ha molte facce, tra cui l’incapacità di vendere tutto quello che produce; la riduzione drastica dei produttori di beni e servizi che abbiano un reale valore d’uso; il parallelo sviluppo del sistema finanziario al di là di ogni limite, da utile ausiliare dell’economia produttiva a sfrontato padrone di ogni aspetto della vita economica e sociale.

Alla sua crisi il capitalismo ha reagito accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita, il «sistema ecologico», nonché ostacolando in tutti i modi gli interventi necessari da adottare prima che sia troppo tardi. Il tutto con il ferreo sostegno di una ideologia diventata dominante, che tutto ha corrotto, il neoliberalesimo, che riducendo tutto e tutti, le persone, a mere macchine contabili contribuisce a una povertà del pensiero e dell’azione politica che non si era mai vista prima nella storia dell’umanità.

In questo contesto entra in crisi ogni minima possibilità di pensiero critico, mi riferisco a una corrente di pensiero da sempre necessaria per limitare il potere, qualsiasi potere, che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, come, ad esempio, dai mass media all’accademia.

Oggi non essendoci nessuna opposizione critica alle rappresentazioni della società predominanti la realtà viene distorta al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione. Questa tesi che ha una lunga e autorevole storia. E stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società, elaborata dalla Scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso; in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault.

Questa tesi trova una clamorosa e chiarissima conferma nelle società contemporanee.

La rappresentazione che ci danno i giornali, i telegiornali, la Tv in generale, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l’università, sono diventate soltanto delle vere e proprie contraffazioni della realtà, elaborate a uso e consumo delle classi dominanti. E la funzione che svolgono da quasi 50 anni, quotidianamente le dottrine neoliberali.

Il fatto reale sono le gravi distorsioni che l’enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo economico, sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato, dall’ideologia neoliberale dominante, con la distorta idea, sempre ripetuta all’infinito, che “l’arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche”.

Ma la realtà è ben diversa l’evidenza empirica mostra che si è avuto «Un peggioramento devastante. L’1% della popolazione mondiale si è accaparrato il 41% della nuova ricchezza creata fra il 2000 e il 2024, mentre il 50% meno ricco si è dovuto accontentare dell’1%. Pro capite, un individuo appartenente all’1% ha accresciuto i suoi guadagni di 1,3 milioni di dollari, mentre uno del 50% dei meno ricchi si è fermato a 585 dollari. Ancora più inquietante: uno su quattro cittadini del pianeta, ovvero 2,3 miliardi di persone, fronteggiano un’incertezza alimentare e sono spesso costrette a saltare almeno un pasto. Sono 335 milioni in più del 2019», questo sostiene Joseph Stiglitz, statunitense premio Nobel per l’economia.

Ma nelle società non esiste più alcun punto di riferimento di qualche peso e visibilità sociale, che a partire dalle affermazioni di Stiglitz e altri autorevolissimi e preparatissimi studiosi, dal quale un pensiero critico si diffonda anche tra la maggioranza dei cittadini per confutare e contrastare ad alta voce le fittizie rappresentazioni della nostra società, non esiste un partito, non un organo di rilievo dei mass media, non una fondazione non un movimento diffuso e partecipato o una scuola di pensiero.

Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con la totale egemonia dell’ideologia neoliberale. E una vera è propria ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa delle attuali classi dirigenti al potere, impreparate e colluse o corrotte dal potere economico.

Queste teorie neoliberiste che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, con la crisi dei mutui subprime è una crisi finanziaria scoppiata alla fine del 2008 negli Stati Uniti che ha avuto gravi conseguenze sull’economia mondiale, in particolar modo nei paesi sviluppati del mondo occidentale, innescando la grande recessione poi hanno imposto alla Ue politiche di grande austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause, in primis la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno.

Ricordiamo come le teorie economiche neoliberali non hanno previsto la crisi del 2008; non hanno avanzato una sola spiegazione accettabile delle sue cause; i loro modelli econometrici, basato su fredde formule matematiche, sono lontani anni luce dalla realtà dell’economia; hanno fatto passare l’assurdo principio che prima di tutto bisogna salvare le banche, ma se i normali cittadini hanno perso i risparmi non importa a nessuno; ma soprattutto, hanno avallato l’idea che una crescita senza limiti dell’economia capitalistica sia possibile e desiderabile.

Inoltre le politiche di austerità hanno provocato disastri d’ogni genere, dovunque siano state attuate, lo ha riconosciuto persino il Fondo monetario internazionale. Ma malgrado l’evidenza la maggioranza dei governanti occidentali insistono nell’affermare che le politiche di austerità sono la cura migliore per tornare alla crescita, aumentare l’occupazione, rilanciare la competitività e il Pil.

In Italia nell’autunno 2014 i disoccupati erano oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva aveva perso un quarto del suo potenziale. Il Pil era sceso di 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi. In questo contesto il governo di Matteo Renzi introduce nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitano il licenziamento, facendo pagare il prezzo della crisi ai soli lavoratori. Ma purtroppo lo stesso è accaduto in tutta la Ue. Le istituzioni di Bruxelles e dintorni, sotto la sferza tedesca, hanno combattuto con ogni mezzo, in primis introducendo misure di austerità e tagli alle spese sociali, il deficit di bilancio e il debito pubblico che ne è diretta conseguenza.

In Italia da anni sentiamo ripetere sui giornali o in televisione, da deputati e deputate di tutti maggiori partiti, affermazioni di totale infondatezza e insensatezza e propaganda neoliberista, quali: «La Costituzione deve essere cambiata perché non è al passo con i tempi e con il mondo che è cambiato, visto che risale al lontano 1948». Oppure che: «L’articolo 18 va soppresso perché è stato introdotto nel 1970, quando ancora esistevano i padroni e i lavoratori dipendenti», come se oggi la situazione dei lavoratori italiani fosse idilliaca mentre secondo l’Istat i salari, in Italia, oggi, 2025, sono l’8,8% più bassi rispetto al 2021.

Cosa bisogna fare oggi, per prima dobbiamo tornare a ragionare e a studiare anche il pensiero a cominciare dalla distinzione tra ragione soggettiva o strumentale e ragione oggettiva.

La ragione strumentale vede nell’essere umano principalmente una macchina da calcolo, che solo pondera senza tregua il rapporto tra mezzi e fini, indubbiamente questa è l’idea fondamentale che è alla base dell’ideologia neoliberale.

La ragione oggettiva, questa in realtà è la vera ragione da perseguire, che come ha scritto Max Horkheimer, essa esiste «nei rapporti fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni». In questa concezione della ragione quel che più conta sono i fini, non i mezzi. Essa non guarda mai alla massimizzazione dell’utile, bensî al problema del destino umano, «al modo di realizzare i fini ultimi». La ragione oggettiva vede tra «i fini ultimi» l’ideale dell’uguaglianza. Essa inoltre vuole provvedere il prima possibile a cercare di riparare i gravissimi guasti apportati dalla ragione strumentale al sistema ecologico.

Oggi se l’umanità si ispirerà «al modo di realizzare i fini ultimi» come la ricerca dell’uguaglianza tra le persone piuttosto che dai precetti della finanza neoliberista, sarà naturale pensare a una società in cui tutti noi vorremmo vivere, libera e uguale, inclusiva dove tutti contribuiscono con le loro capacità. Questa è la società dove i cittadini tornano a votare e si impegnano a realizzare condizioni di vita decenti per tutti.

Questo modo di pensare è stato il patrimonio della cultura e dei partiti di sinistra, veramente progressisti nell’Europa e anche in Italia, che avevano contribuito a creare Lo Stato sociale, la sanità universale e gratuita, il diritto allo studio gratuito per tutti e l’assistenza garantita ai più bisognosi. 

11 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

LA LEGGE DEL PIÙ RICCO

di Michele BLANCO 9 Novembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

La Meloni pubblica sui social la seguente dichiarazione: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. Con la destra al governo non vedrà mai luce».

Un modo per affermare una vera e propria dichiarazione di appartenenza di classe. La Meloni difende il privilegio e i privilegiati, la ricchezza come se fosse un diritto assoluto e naturale, intoccabile, l’esatto contrario da quanto previsto nella nostra Costituzione. Una dichiarazione che certifica la cifra politica del nostro tempo che corrisponde con la difesa assoluta della ingiustificata ricchezza, della razza padrona e, sempre più, predona, elevata a programma di governo, contro tutti gli altri che per questo governo non contano meno di nulla.

Di certo il primo provvedimento di bandiera del governo Meloni è stato quello di cancellare il reddito di cittadinanza, addirittura definendolo come “metadone di Stato”, e sull’evasione fiscale? Giustificandola perché pagare le giuste tasse è “pizzo di Stato”.

In questo contesto abbiamo l’offesa continua nei confronti delle classi sociali meno abbienti che diventa codice politico, la povertà una colpa e un delitto, la ricchezza un’ideologia assoluta da rispettare e idolatrare.

Nel frattempo mentre il presidente del consiglio dei ministri italiano passa il suo tempo a twittare contro la giusta e giustificata tassa ai supericchi, Oxfam, che è una confederazione internazionale di organizzazioni non governative che lotta contro la povertà e le disuguaglianze, attraverso interventi umanitari, progetti di sviluppo e campagne di sensibilizzazione, fotografa il mondo per quello che è: I dieci miliardari più ricchi degli Stati Uniti hanno guadagnato in un solo anno 698 miliardi di dollari, l’intero Pil del Belgio.

Solo dieci persone – Musk, Bezos, Zuckerberg, Ellison, Buffett, Page, Brin, Ballmer, Gates, Bloomberg – possiedono quanto un continente.

Si tratta di una vergognosa oscenità. Mentre milioni di cittadini italiani arrancano tra affitti esorbitanti, mutui, debiti, inflazione, spese sanitarie, stipendi fermi e welfare smantellato. In contemporanea il governo aumenta, in modo spropositato, le spese militari e togliendo i soldi allo stato sociale, all’assistenza sanitaria, all’istruzione degli italiani.

In questi anni la stessa democrazia d’Occidente è sempre più precaria perché i cittadini disillusi non vanno più a votare.

A dominare la politica e l’economia sono le stesse poche persone supericche che controllano le piattaforme, i flussi di dati, le borse.

La politica è assolutamente subordinata, ridotta a braccio amministrativo del grande capitale finanziario.

E l’Italia non è da meno di fronte a guadagni e profitti stratosferici nel 2024 le multinazionali americane hanno versato al fisco appena 455 milioni di euro. Le piccole e medie imprese italiane, 24,6 miliardi. Due cifre, due mondi, per riassumere ci troviamo nella situazione che chi comanda non paga. Chi lavora, tiene in piedi la baracca.

La classe media vive in gravi difficoltà e si assottiglia. Il lavoro salariato e gli stipendi non si adeguano minimamente all’inflazione, la precarietà è la realtà per la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Il welfare è ridotto costantemente, la sanità non è più per tutti e si paga, la scuola non ha più finanziamenti adeguati, i giovani fuggono all’estero. Gli Stati europei tagliano diritti per comprare armi per obbedire agli ordini del mastino americano. E il capitalismo continua a raccontare la sua favola neoliberista che la ricchezza “gocciolerà” verso il basso. Non è mai successo nella storia dell’umanità.

Oggi l’uno per cento dell’umanità possiede quasi metà della ricchezza mondiale. È il vero governo del pianeta: un potere economico in mano a pochissime persone che non risponde a nessuno, alla faccia della democrazia, ma decide tutto.

Non serve invocare nostalgie o espropri: serve serietà e coraggio politico.

Tassare i grandi patrimoni non è un’eresia, è una giustificata necessità inaggirabile.

Redistribuire un minimo di ricchezza correttamente è la prima condizione per evitare la catastrofe per le generazioni future.

Diversi studi realizzati negli ultimi anni ritengono indispensabili alcune caratteristiche: fondamentale sarebbe un sistema fortemente progressivo per il pagamento delle tasse, con una tassazione più gravosa per le rendite finanziarie in modo tale da dare una spinta all’economia reale; importanti per una effettiva riduzione delle diseguaglianze sono misure come il miglioramento nell’accesso all’istruzione con un incremento nell’offerta di servizi pubblici e l’adozione di un salario minimo garantito. Come si vede si tratta di strumenti che richiedono un deciso intervento pubblico, spesso non gradito a chi detiene il potere economico-finanziario (e la ricchezza) e difficile da attuare in un contesto di scarsità di risorse pubbliche e di limitazioni poste alla spesa pubblica.

Il World Social Report di UNDESA sottolinea in particolare come l’accesso universale all’istruzione sia la vera chiave per prevenire e contrastare le disuguaglianze. Tuttavia, occorre che il sistema educativo sia davvero accessibile a tutti altrimenti il rischio è di esacerbare le disuguaglianze. È importante agire su tutte le forme di disuguaglianza, non solo quella economica: tutte le forme di discriminazione che ostacolano la partecipazione sociale ed economica dei gruppi svantaggiati – donne, disabili, minoranze etniche – devono essere rimosse. Sono tutti processi a lungo termine, ma non c’è altra strada se si vogliono ridurre le disuguaglianze ed evitare che le conseguenze generino crescenti conflitti sociali.

In Europa, i Paesi con la ricchezza più equi-distribuita sono i paesi scandinavi, la Germania e addirittura alcuni paesi dell’est (Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca), con un indice di Gini compreso tra lo 0,25 e lo 0,30. La forza dell’economia tedesca e il sistema di welfare in vigore nei paesi nordici sono i fattori determinanti dell’equa ridistribuzione del reddito. Nel resto del mondo, l’unica “grande potenza” ad avere un indice di concentrazione così basso è il Giappone. In Italia negli ultimi venti anni, l’indice di Gini ha toccato il suo punto più basso nel 2001, quando era a 0,29, indice di una società più egualitaria. Da allora ha continuato a salire, seppur con fasi alterne, fino allo 0,331 del 2016, dato più alto degli ultimi venti anni.

In conclusione, lo studio ha messo in luce la necessità di avviare una profonda e seria discussione sullo stato attuale dell’iniquo sistema fiscale italiano e la necessità di una riforma in chiave più inclusiva, capace di sostenere una crescita economica sostenibile.

Cosa aspettiamo a provare ad invertire questa preoccupante tendenza?

9 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

IN ITALIA È FORTUNATO SOLO CHI HA REDDITI ELEVATI

di Michele BLANCO 9 Novembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

Senza nessuna discrepanza tra loro la Banca d’Italia e Istat confermano chiaramente che la riduzione dell’Irpef dal 35% al 33% voluta dal governo Meloni, come previsto nella legge di bilancio 2026, favorisce solo i fruitori di redditi elevati. Infatti Istat e Bankitalia bocciano la manovra: «Premia chi ha di più», questo è un dato di fatto incontrovertibile e univoco.

Istat e Bankitalia hanno fornito gli strumenti per capire il modo in cui il sostegno al «ceto medio», in realtà sia una leva per aumentare le diseguaglianze. Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha confermato che oltre l’85% delle risorse sarebbero destinate «alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito». L’irrisorietà dell’intervento è stata osservata anche da Fabrizio Balassone della Banca d’Italia, secondo il quale non ci saranno variazioni significative tra le diseguaglianze nella distribuzione del reddito.

Se verifichiamo quello che è accaduto ai redditi medio bassi, negli ultimi anni, dobbiamo ricordare che i sindacati, unitariamente, chiesero e ottennero dal governo Draghi, durante la pandemia, un intervento di sostegno ai redditi dei lavoratori che fino al 2023 è stato sotto forma di decontribuzione e dal 2024 sotto forma di riduzione dell’aliquota Irpef dal 25% al 23% per i redditi fino a 28.000 euro, più una revisione delle detrazioni per reddito di lavoro dipendente e no tax area. Ricordiamo che il costo totale di quella piccola e giustificata modifica sulla tassazione dei redditi medio bassi si e abbondantemente pagata da sola, con le maggiori entrate Irpef di questi anni, che, come è evidente da tutti i dati Istat, della Banca d’Italia e dll’agenzia delle entrate, pagano quasi esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. Nel frattempo, negli ultimi tre anni proprio con questo governo, l’evasione è tornata a crescere così come il lavoro nero.

Gli scaglioni irpef sono nominalmente gli stessi da tantissimi anni per cui i lavoratori dipendenti e i pensionati pagano più tasse sugli incrementi dei loro stipendi e delle pensioni, da notare che questi incrementi “nominali” non coprono nemmeno l’inflazione, quindi i salari e le pensioni anche se nominalmente più elevati hanno minore potere d’acquisto. Malgrado questo al danno del minore potere d’acquisto, si aggiunge la beffa di pagare anche più tasse.

Diventa necessario da parte del governo restituire il drenaggio fiscale, in modo che il sistema fiscale torni ad essere un po più equo, progressivo e con un vero effetto redistributivo.

Ma il Governo, in quanto datore di lavoro, ha dato un pessimo esempio rinnovando i contratti pubblici con incrementi salariali che coprono appena 1/3 dell’inflazione del periodo compreso tra gli anni dal 2022 al 2024.

E che, ovviamente, un paese serio non si può tollerare il livello enorme di evasione ed elusione fiscale che è presente da sempre in Italia.

Ma basta guardare un po la legge finanziaria del 2026 e si scopre che il governo Meloni ha già inserito l’ennesimo condono fiscale.

L’attuale governo è stato accusato di aver attuato più di 20 condoni fiscali, una politica spesso criticata come poco virtuosa perché favorisce chiaramente l’evasione fiscale. Tra le misure principali ci sono la “Rottamazione-quater”, il “Ravvedimento operoso speciale” e il nuovo condono tombale per il 2025, con obiettivi che vanno dalla regolarizzazione dei debiti pregressi alla definizione di una sanatoria per specifici casi.

L cosiddetta «rottamazione» delle cartelle fiscali, misura-bandiera della Lega, è stata sommersa da critiche, sempre dall’Istat e dalla Banca d’Italia. Uno «strumento che in passato non ha accresciuto l’efficacia nel

recupero di gettito» ha sostenuto Bankitalia. Per Mauro Orefice della Corte dei conti l’Erario può diventare finanziatore dei contribuenti morosi» che ha evidenziato la perdita di 1,5 miliardi e il fatto che lo Stato non incasserà le cifre brandite dal governo. Inoltre sulle Banche e sulle assicurazioni, altro pilastro della manovra, ci sono molti problemi. Per la Corte dei conti il composito pacchetto di «tasse» non è altro che, in gran parte, un’anticipazione di imposte future. Dal 2029, si registrerà un minor gettito, creando un buco nel bilancio degli anni a venire.

Le tasse che paghiamo, ricordiamolo sempre, garantiscono i servizi pubblici essenziali alla dignità umana, a partire dalla sanità, assistenza e dell’istruzione. La sanità è garantita da Irpef, Irap, Iva e addizionali Irpef regionali. Ogni condono approvato è una picconata mortale ai nostri diritti basilari come il diritto alla salute.

9 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

NUOVA STRETTA DEL GOVERNO SULL’EDUCAZIONE SESSUO-AFFETTIVA NELLA SCUOLA, MENTRE SI PARLAVA DELL’ULTIMO FEMMINICIDIO

di Anna Maria DI PIETRO 5 Novembre 2025
Scritto da Anna Maria DI PIETRO

Il 15 ottobre 2025, mentre l’informazione era focalizzata sul femminicidio della ventinovenne Pamela Genini, uccisa con trenta coltellate dall’ex fidanzato Gianluca Soncin, la commissione Istruzione della Camera approvava un emendamento al DDL Valditara proposto dalla deputata leghista Giorgia Latini per estendere il divieto di introdurre l’educazione sessuo-affettiva anche alla scuola media, prevedendo la discussione per la definitiva approvazione a novembre, mese in cui ricorre la Giornata nazionale contro la violenza sulle donne.

Una scelta che ha indignato l’opinione pubblica per la mancanza di tatto, di sensibilità verso l’ennesima donna uccisa per mano di un uomo, a dimostrazione che chi detiene il potere non vede o non vuole vedere un problema reale e strutturale, nonostante i dati allarmanti, con oltre 70 femminicidi nell’anno in corso.

L’emendamento in questione appare quasi come un assist a completamento del DDL Valditara che vieta, in maniera perentoria, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primaria, prevedendola solo per le scuole superiori, ma con il previo consenso dei genitori, senza pensare, però, che alcune materie, quali per esempio Pedagogia, Psicologia e Filosofia, trattano specificatamente l’argomento attraverso lo studio di alcuni autori.

Nonostante sia stata comprovata scientificamente la necessità di introdurre l’educazione affettiva sin dalla scuola dell’infanzia, la Destra al Governo, sempre più Santa inquisizione a caccia di streghe e pratiche immorali da sconfiggere per riportare l’ordine costituito, continua sulla strada della censura, frutto di una politica basata sul peggior bigottismo, che vede questo tipo di insegnamento come uno stimolo all’ideologia gender, appellandosi anche ai dettami della Chiesa ed esaltando l’istituzione famiglia, considerata unico luogo deputato all’apprendimento dell’affettività.

Una chiusura che toglie alla scuola la possibilità di educare alle relazioni, in un contesto di pluralità, qual è appunto quello di classe, in cui si realizza una “prossemica” ideale, perché il contatto con l’altro è quotidiano e circoscritto, e permette di imparare, anche nella pratica, valori quali il rispetto, l’empatia, il consenso, attraverso percorsi guidati da professionisti capaci di adattare le nozioni all’età degli studenti.

È fondamentale, sin dalla tenera età, comprendere le trasformazioni fisiologiche legate alla crescita, riguardanti il corpo e la sfera delle emozioni, per arrivare alla consapevolezza del sé, conoscendosi e riconoscendosi nell’altro, istaurando rapporti sani, improntati sulla mutualità e non sulla violenza o sull’isolamento. 

L’educazione sessuo-affettiva attiene, inoltre, anche alla sfera della salute fisica e psichica, perché informa, in maniera scientifica, sui rischi di rapporti sessuali non protetti, prevenendo malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze precoci, offrendo al contempo strumenti utili per riconoscere abusi e violenze.

Parlare nella “comunità classe” di argomenti considerati ancora tabù nella maggior parte delle famiglie, che spesso non sanno come approcciarsi, vuol dire formare alunni che diventeranno adulti consapevoli, estirpando quella radicata cultura che considera la donna ancora come un oggetto da eliminare se non rispondente a quelle “leggi” ataviche, tramandate di generazione in generazione, che la vogliono sottomessa al potere dell’uomo, angelo del focolare e, soprattutto, essere non pensante.

Dunque, solo smontando gli stereotipi di genere, insegnando il valore del consenso che passa dal rispetto della propria persona, e quindi dell’altro, educando a comportamenti inclusivi, solidali, che eliminano le differenze, si potrà sconfiggere ogni tipo di violenza, da quella verbale a quella fisica, da quella di genere a quella legata alla sfera sessuale o alla “diversità”, fondata su canoni morali, etici ed estetici imposti. 

Andando nello specifico, oltre a privare le giovani generazioni di un’opportunità didattica fondamentale, il DDL Valditara e l’ulteriore censura dell’emendamento fanno posizionare l’Italia tra i Paesi europei meno evoluti in materia, a fronte, per esempio, di Svezia, Germania, Francia, in cui, ormai da anni, l’educazione affettiva fa parte dell’offerta formativa sin dalla scuola primaria.

Un tempismo “imperfetto” in tutti i sensi quello dei governanti italiani, che sembrano leggere un’altra realtà, indietreggiando su un cammino politico e sociale parallelo, guardando al passato e non al futuro.

5 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

“SOMMINISTRAZIONE” DI LAVORATORI, MA SOLO ALL’OCCORRENZA

di Marco MADDALENA 5 Novembre 2025
Scritto da Marco MADDALENA

Come può esistere in un Paese civile la somministrazione di lavoro a tempo indeterminato?       

La vicenda  della  lavoratrice in somministrazione che  è stata licenziata dopo aver scoperto di avere un tumore al seno, avrebbe meritato una riflessione più profonda. 

Perché non è una “semplice” storia di licenziamento come tante, ma è il risultato di norme che permettono l’utilizzazione di persone a tempo indeterminato come  beni di consumo che quando non sono più utili possono essere messe da parte. La donna, 55enne e madre di un figlio di 18 anni, infatti, era assunta a tempo indeterminato dal 2023 ma non dall’azienda dove si recava quotidianamente a lavorare  ma da un’agenzia per il lavoro che praticamente l’ha “semplicemente affittata” alla azienda che realmente utilizzava la sua prestazione  quotidianamente (!) 

Quindi di fatto non c’è stato un licenziamento vero e proprio, ma il termine della “commessa” dell’agenzia nei confronti dell’azienda con cui aveva stipulato una “somministrazione” della lavoratrice. Quindi la lavoratrice può rivalersi nei confronti dell’azienda utilizzatrice  non essendo di fatto sua dipendente? 

È difficile spiegarlo e forse chi ha ideato questo meccanismo proprio ciò ha voluto fare, ma è ancora più difficile fare capire ad una lavoratrice che nonostante il sudore buttato entrando quotidianamente nello stesso tornello con altri lavoratori scoprire proprio in uno dei momenti più difficili della sua vita che il suo trattamento è diverso dai suoi colleghi e di essere alla fine come un paio di occhiali in affitto che quando non ci piacciono più possiamo “facilmente”  cambiarli …

5 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

CINA E RUSSIA NON TEMONO PIÙ L’OCCIDENTE

di Michele BLANCO 2 Novembre 2025
Scritto da Michele BLANCO

La popolazione totale mondiale stimata è di circa 8 miliardi e 142 milioni di persone. Mentre la popolazione totale dei “paesi occidentali” non ha un numero definito univoco, poiché il termine può avere diverse interpretazioni. Inclusi i principali paesi considerati occidentali (Europa occidentale, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda), la popolazione si aggira intorno ai 900 milioni di abitanti circa, ma questo non è un dato consolidato. Se si considera un ambito più ristretto e si includono solo i paesi dell’UE e gli Stati Uniti, il numero si avvicina ai 590 milioni di abitanti. Se si vuole considerare come ferrei alleati dei paesi occidentali il Giappone e la Corea del sud, rispettivamente con 124 milioni e 52 milioni di abitanti si supera di poco il miliardo di abitanti, molto meno del numero di abitanti della sola Repubblica popolare Cinese che da sola ha un miliardo e 409 milioni d’abitanti, mentre l’India è la prima nazione al mondo con un miliardo e 451 milioni di cittadini, la stessa Repubblica d’India è la democrazia più grande del mondo, ma essa sempre più è alleata dei BRICS, che è un raggruppamento di economie mondiali emergenti, formato dai Paesi del precedente BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con l’aggiunta di Sudafrica (2010); con il suo ingresso si aggiunse la S al nome), Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran (2024), Indonesia (2025).

L’epoca in cui Washington comandava e il mondo intero tremava va verso l’inesorabile fine, con “l’ordine basato sulle false regole internazionali”, si “false regone perchè i paesi occidentali a guida statunitense hanno per decenni applicato la strategia della forza contro il diritto internazionale al fine di ottenere cambiamenti di regime e la totale sottomissione di governi spessissimo eletti in elezioni democratiche, i casi sono decine come in Cile nel 1973, ancora non vassalli alle richieste, di stampo mafioso degli Stati uniti D’America, relative alle fonti di energia e alle materie prime. In questo contesto si veda come l’attacco al Venezuela è purtroppo in fase di preparazione.

Una continuità con le politiche reali di Bush, ma anche se con toni più pacati, solo i toni, con Clinton e Obama è evidente. Forse l’hard power non è stato mai sostituito dal soft power come la propaganda della globalizzazione che arricchiva tutti ci voleva far credere. Comunque sia gli obiettivi di dominio dei “democratici” USA sono evidenti e sotto gli occhi di chiunque voglia vedere la realtà effettuale. L’Europa e i media del democratico Occidente sono pronti a nuove condanne verbali del Genocidio dei palestinesi e alle aggressioni trumpiane. Ma nella realtà la classe politica europea, italiana compresa, si allinea alla postura bellicosa e oggettivamente eversiva degli Stati Uniti.

Ma la Cina e Russia non temono più l’Occidente perché l’equilibrio di potere, economico, militare, scientifico, innovativo e psicologico, sta cambiando.

Per troppo tempo, il dominio occidentale è stato imposto attraverso guerre, colonialismo, sanzioni e l’imposizione del dollaro come unica moneta per gli scambi internazionali.

Oggi gli Stati Uniti hanno un debito di 35.000 miliardi di dollari, l’Europa si sta autoregolamentando, soprattutto con le sanzioni alla Russia, verso la stagnazione economica e i BRICS+ ora superano la produzione del G7 in termini economici reali. L’impero statunitense, e i suoi alleati, non può ricattare più della metà del mondo quando quella parte del mondo non ne ha più bisogno.

Le sanzioni non hanno assolutamente fatto crollare la Russia; l’hanno costretta a ricostruirsi e a rafforzare gli scambi commerciali con l’Asia in primis e la Cina.

Ogni gadget occidentale, dagli smartphone ai pannelli solari, dipende ancora dalle catene di approvvigionamento cinesi. Dopo Iraq, Afghanistan e Libia, il mito dell'”invincibilità”, della forza insuperabile occidentale è completamente svanito.

La Cina produce tecnologie verdi, batterie e chip di cui l’Occidente, non riesce a produrre e non può fare a meno.

La Russia vende petrolio e gas a cifre record, ma non più all’Europa.

Dal punto di vista militare, la deterrenza ora funziona in entrambe le direzioni. I sistemi ipersonici e la portata navale della Cina rendono qualsiasi guerra nel Pacifico suicida per il commercio globale, mentre l’arsenale nucleare russo mette paura alla NATO e ai suoi capi, anche se non lo dicono, nessuno può vincere una guerra nucleare ma tutti possono morire, l’intera umanità, nel caso si arrivasse a tale sciagura.

Nel frattempo, Africa, America Latina e Asia ora commerciano sempre più con la Cina e cercano di non farlo più con l’Occidente. La Belt & Road Initiative, la SCO e i BRICS+ hanno costruito interi sistemi paralleli al di fuori del controllo occidentale. Per la prima volta in 500 anni, le nazioni hanno una scelta reale e possibile, stanno scegliendo l’equilibrio e la parità di trattamento, anziché lo sfruttamento senza limiti morali e economici imposto fino ad ora dagli occidentali.

L’intero Occidente attraversa il caos politico, la crisi della partecipazione democratica il debito pubblico record, le guerre culturali e la confusione morale.

La Cina pensa in termini di secoli. La Russia pensa in termini di sopravvivenza, messa dura prova dall’assedio che da decenni l’hanno condannata gli USA. In tutte le nazioni occidentali la screditata classe politica, perché succube del potere economico, pensa solo in termini di propaganda e cicli elettorali.

Oggi Cina, India, Russia e resto del mondo non temono più l’Occidente perché l’Occidente non sa più cosa rappresenta, tanto meno rappresenta un ideale di democrazia partecipata. Il resto del mondo ci ha superato in termini di popolazione, preparazione tecnica in svariati campi fondamentali per il futuro, di costruzione, pianificazione e sviluppo, siamo, sempre più, andando verso il secolo multipolare. 

2 Novembre 2025 0 Commenti
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Politica

IL VERO MONDO AL CONTRARIO

di Domenico PALAZZO 29 Ottobre 2025
Scritto da Domenico PALAZZO

Viviamo in un Paese in cui la disuguaglianza non è un incidente, ma una scelta politica. Un’Italia dove chi governa protegge i forti e ignora i deboli, in un perfetto rovesciamento morale del principio di giustizia sociale.

Secondo i dati ISTAT 2024, il 20% più ricco della popolazione detiene il 66% della ricchezza nazionale, mentre il 40% più povero possiede appena il 2,5%. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, è salito a 0,331 ovvero ai livelli più alti dal 2006. L’ultimo rapporto Oxfam Italia 2024 denuncia che l’1% più ricco degli italiani possiede oggi una ricchezza superiore a quella del 50% più povero.

In questo scenario di disuguaglianza crescente, arriva la notizia da Cortina d’Ampezzo, simbolo perfetto del “mondo al contrario”.

Durante i lavori preparatori per le Olimpiadi invernali 2026, l’intera area delle Tofane sarà chiusa al pubblico da metà Gennaio a metà Marzo. I rifugi e gli impianti di risalita della zona – tra cui il rifugio Duca d’Aosta e altre strutture storiche – saranno costretti a chiudere o lavorare in perdita per mancanza di sciatori, ski-pass azzerati e costi energetici invariati.

Ma non tutti. Un solo locale resterà aperto e anzi diventerà “uno dei punti cruciali di incontro per gli organizzatori olimpici”: il ristorante di lusso El Camineto.

Un ristorante rilevato da Flavio Briatore (attualmente di proprietà di un magnate Kazaco) e da Dimitri Kunz, il compagno della ministra del Turismo, Daniela Santanchè.

La notizia è stata confermata dagli stessi esercenti cortinesi, che hanno espresso indignazione e paura per la stagione persa. “Non sappiamo nulla – ha dichiarato Gianluca Lancedelli del rifugio Duca d’Aosta – ci dicono solo che non faranno salire la gente. Se teniamo aperto come servizio forse ci daranno qualcosa”.

Il “qualcosa” a cui allude è un rimborso forse insufficiente a coprire i costi della stessa  corrente elettrica. 

Non è solo una questione morale. È una questione giudiziaria.

La ministra del Turismo Daniela Santanchè, attualmente indagata dalla Procura di Milano nell’inchiesta sulle società del gruppo Visibilia, che, con un conflitto d’interessi grande quanto una pista olimpica, continua a sedere al governo e a gestire un dicastero da cui dipendono milioni di euro di fondi pubblici per il turismo.

La stessa ministra che oggi vede il locale del proprio compagno beneficiarne direttamente.

In un Paese normale, questo basterebbe per chiedere le dimissioni immediate. In Italia, invece, tutto passa in silenzio. La ministra resta al suo posto. Il governo tace. E il premier Meloni, come sempre, difende “il lavoro svolto” dai suoi ministri.

Siamo davvero il Paese dei balocchi, o meglio, degli allocchi, se continuiamo a chiamare “merito” quello che è privilegio, e “sviluppo” ciò che è drenaggio di risorse pubbliche verso l’alto.

Le Olimpiadi dovevano essere un’occasione di rilancio per il territorio, e invece rischiano di lasciare dietro di sé solo debiti, disuguaglianze e un’ulteriore ferita alla montagna.

Gli imprenditori locali non avranno ricavi, gli impianti di risalita resteranno fermi, i rifugi chiusi. Gli unici ad arricchirsi saranno i soliti noti, le élite ben introdotte nei palazzi del potere.

Questo è il vero volto della politica economica del governo Meloni: una redistribuzione al contrario. Tagli alla sanità pubblica e bonus alle cliniche private. Tagli ai comuni e agevolazioni ai grandi gruppi. Tagli al welfare e regali fiscali agli evasori. È la stessa logica che si ripete da due anni, travestita da “realismo economico”.

Ma la realtà è un’altra: la forbice si allarga, il ceto medio scivola verso la povertà, i giovani emigrano, i territori si spopolano.

E mentre l’Italia reale si svuota, il potere si blinda nei salotti e nei resort.

Siamo diventati un Paese dove si chiudono i rifugi e si aprono i ristoranti degli amici dei ministri. Dove chi lavora viene lasciato indietro, e chi comanda si autocelebra.

Un Paese che sembra aver dimenticato le parole di chi credeva nella giustizia, nella sobrietà, nel bene comune.

Non si può più accettare che l’etica pubblica sia piegata al tornaconto privato. Non si può più restare spettatori mentre i pochi continuano a rubare ai molti.

Oggi serve indignazione, ma anche una nuova coscienza civile.

Serve un’alternativa che torni a parlare di equità, di diritti, di dignità.

Ci vuole coraggio. Coraggio di denunciare, di cambiare. Di non accettare più questo mondo al contrario dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi.

29 Ottobre 2025 0 Commenti
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Politica

IL LEVIATANO DELLA SANITÀ MOLISANA: POTERE, INERZIA E DIRITTI NEGATI

di Matteo FALLICA 29 Ottobre 2025
Scritto da Matteo FALLICA

Ronald Reagan, nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, disse: “Nella crisi presente, il Governo non è la soluzione al nostro problema; il Governo è il problema”.

E questa frase torna alla mente ogni volta che si parla di sanità molisana.

Dopo sedici anni di commissariamento e 130 milioni di debito sanitario, mentre le criticità continuano ad aumentare, una domanda sorge spontanea: sono tutti incompetenti o, più semplicemente, i problemi non si vogliono risolvere perché non si devono risolvere?

Mentre i cittadini cercano un conoscente “con qualche aggancio politico” per ottenere una visita urgente, arriva un’altra notizia inquietante: il rischio concreto di perdere i fondi del PNRR destinati alla sanità regionale.

Il PNRR, infatti, ha stanziato 15,63 miliardi di euro per la Missione 6 “Salute”, di cui 7 miliardi dedicati alla sanità territoriale.

Un progetto ambizioso e necessario, ma sottoposto a una regola ferrea: se i fondi non vengono spesi in tempo, evaporano.

La piattaforma Regis (il sistema del Ministero dell’Economia che monitora la spesa del PNRR) parla chiaro: per gli Ospedali di Comunità del Molise, i pagamenti effettuati si fermano a un misero 1,7%, mentre il 98,3%dei fondi resta bloccato.

Stessa sorte per le Case di Comunità: pagamenti fermi all’1,6%.

Non è mancata la risposta dell’assessore, che ha precisato che i dati sono “vecchi”: ora non saremmo più all’1,6%, ma addirittura al 14%. Tutto bene, insomma. Temo che, a volte, la toppa sia peggio del buco.

Ognuno ha la sua lettura della verità; i numeri diventano opinioni di partito.

Ma la realtà è che le liste d’attesa restano interminabili, i reparti e gli ospedali pubblici chiudono, mentre il privato convenzionato cresce e si consolida, occupando gli spazi lasciati vuoti da un sistema pubblico in collasso.

In Molise è nata una nuova malattia amministrativa: il commissarismo.

Perché quel “-ismo” è la sigla di ogni potere che schiaccia la libertà e incarna il Grande Leviatano di Hobbes, sempre più bulimico di diritti e sempre meno capace di garantire i bisogni essenziali.

E così, tra fondi che non si spendono, ospedali che non si costruiscono e un commissariamento che sembra eterno, resta un dubbio sospeso ma sempre più pesante: e se, alla fine, questo commissariamento e questo collasso del pubblico facessero comodo a qualcuno?

Ecco, in fondo, l’attualità bruciante del pensiero di Ronald Reagan.

29 Ottobre 2025 0 Commenti
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