l'Eguaglianza
  • HOME
  • Manifesto
  • RUBRICHE
    • Editoriali
    • Politica
    • Sociale
    • Economia e Finanza
    • Scienza
    • Cultura
    • Ambiente
    • Glocal
    • Salute
    • Urbanistica e Territorio
    • Sport
  • REDAZIONE
  • Archivio
  • GERENZA
  • Contatti
Categoria

Politica

Politica

I NEOLIBERISTI NON DEVONO STARE A SINISTRA

di Michele BLANCO 28 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Uno degli aspetti più interessanti della vittoria del No al referendum è che ha messo ben in luce quanto Renzi, Calenda, Picierno e cosiddetta “sinistra” per il SÌ etc., contino meno di zero tra le persone e nella società italiana, essi esistono solo nei giornali e nelle televisioni Mainstream che riflettono le posizioni dell’establishment e dei poteri forti. Non portano voti, anzi portano astensionismo, in più portano litigiosità, intrighi, falsità, continue trappole, politiche tecnocratiche e reazionarie, rappresentano personale politicante infido, legato agli interessi dei supericchi e pessimi programmi politici neoliberisti, antipopolari e elitisti.

Quindi perché continuiamo a dare per scontato che debbano stare in coalizione del centrosinistra e partecipare alle primarie?

Perché nessuno chiede se in qualche modo si può ottenere che milioni di persone che sono tornati a votare in occasione del referendum vogliono votare per una coalizione con la Picerno, Fassino, Renzi o Calenda. Che cosa hanno in comune questi neolibersisti sfegatati e guerrafondai con i molti milioni di persone che vogliono votare per un programma sociale, militanti sindacali e studenti che arrivano nelle famose periferie e tra gli operai giovani e/o migranti?

Perché non si pensa a Demos di Ciani e Giro che è un vero centro moderato con posizioni di pace e reale solidarietà sociale che possono rappresentare veramente la migliore sensibilità cattolica nel paese?

Renzi e Calenda sono due estremisti di centro radicale antipopolari pronti solo a tramare e sfasciare. Se si riuscisse a fare un governo di alternativa comincerebbero a tramare dal primo giorno per buttarlo giù e fare l’ennesima operazione di governi tecnocratici come con draghi e monti. Nel mentre si affacciano altri leader per questo centro senza voti: Ruffini, Onorato.

Perché non si fanno un loro partito draghiano e vediamo quanti voti prendono? Oppure potrebbero unirsi a Forza Italia e riequilibrare al centro la coalizione di destra.

Insomma, ma noi di sinistra, solidari, pacifisti, favorevoli alla sanità pubblica e al salario minimo che cosa abbiamo fatto di male? Per continuare a sopportare persone di destra che la destra non vuole, che si vogliono candidare per forza con una possibile coalizione progressista seria e se coerente con un programma solidale vero anche vincente.

28 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

L’ANTIFASCISTA

di Domenico PALAZZO 27 Marzo 2026
Scritto da Domenico PALAZZO

Negli Stati Uniti, nel settembre 2025, un decreto federale ha definito il movimento Antifa come «un’impresa militarista ed anarchica che promuove esplicitamente il rovesciamento del governo, le forze dell’ordine ed il nostro sistema di leggi». È una definizione che colpisce non solo per la durezza ma per il significato culturale che porta con sé, perché trasforma una tradizione politica legata alla difesa della democrazia in una minaccia all’ordine costituito. Non è una questione di parole, è una questione di senso. È dentro questo quadro che si inserisce la proposta del deputato della Lega, Eugenio Zoffili, che prevede la reclusione da sette a quindici anni per chiunque organizzi o partecipi a gruppi antifascisti assimilati ad associazioni anarchiche militanti. Nel testo si descrive la realtà italiana come composta da collettivi e reti studentesche che si muovono in modo autonomo spesso all’interno dei centri sociali, cioè spazi autogestiti che nel nostro Paese sono circa duecento. 

Negli Stati Uniti come in gran parte dell’Europa il termine Antifa non indica un’organizzazione strutturata ma una galassia di esperienze diverse, collettivi, reti studentesche, movimenti sociali che si riconoscono in un principio comune, quello di opporsi a ideologie autoritarie e discriminatorie. Ridurre tutto questo a un’impresa eversiva significa cancellarne la storia e ignorarne la complessità, ma soprattutto spostare il baricentro del discorso pubblico, facendo apparire pericoloso ciò che nasce per difendere diritti fondamentali. Questa distinzione è ancora più evidente soprattutto nei Paesi che hanno conosciuto direttamente il peso dei totalitarismi. In Germania l’antifascismo è parte integrante della memoria collettiva, in Spagna e in Francia è legato a una lunga tradizione di lotte sociali e civili.

Il problema che emerge dalla volontà di chi promuove queste leggi è il tentativo di sovrapporre due piani che non sono sovrapponibili, quello del fascismo e quello dell’antifascismo, come se fossero estremi equivalenti di una stessa scala. È qui che si consuma la distorsione più grave, perché si mette in discussione il fondamento stesso della nostra democrazia. In Italia esiste una legge precisa, Legge Scelba, che definisce il fascismo come reato ed è nata proprio dall’esperienza diretta della dittatura e per questo è stata inserita dentro l’orizzonte costituzionale. Non è una legge simbolica ma uno strumento concreto, come dimostrano le applicazioni recenti anche nei confronti di militanti di gruppi come CasaPound. Questa legge stabilisce un principio chiaro, cioè che il fascismo non è una semplice opinione ma un’ideologia incompatibile con la democrazia.

Mettere sullo stesso piano chi si richiama a quell’eredità e chi la contrasta significa svuotare di significato quel principio, trasformare la storia in un’opinione e la memoria in un dettaglio. Significa ignorare che fascismo e antifascismo non sono due facce della stessa medaglia ma due visioni radicalmente opposte del mondo.

Il fascismo nasce per limitare la libertà, per reprimere il dissenso, per subordinare l’individuo a un ordine imposto. L’antifascismo nasce per difendere la libertà, per affermare diritti, per costruire una società più giusta. Non è una differenza di stile o di linguaggio, è una differenza di natura.

Quando si prova a criminalizzare l’antifascismo si compie quindi un salto culturale che va ben oltre la proposta di legge, perché si ridefinisce il perimetro del legittimo e dell’illegittimo, si trasforma il dissenso in un problema di sicurezza e si restringe lo spazio della partecipazione democratica. È una visione che tende a leggere il conflitto come qualcosa da contenere e non come una componente fisiologica della vita politica.

Eppure la cultura dell’antifascismo non appartiene al passato, non è un residuo storico da archiviare, ma una pratica viva che continua a interrogare il presente, soprattutto in un tempo segnato da disuguaglianze crescenti e da una comunicazione sempre più semplificata. In questo contesto l’antifascismo rappresenta ancora un presidio essenziale, non perché perfetto ma perché radicato in valori che restano fondamentali, libertà, giustizia sociale, eguaglianza. Valori che non possono essere compressi dentro una narrazione securitaria e che non possono essere trattati come una minaccia. Chi prova a farlo dimostra di non comprenderne il significato oppure di volerlo svuotare consapevolmente, perché limitare l’antifascismo significa limitare la possibilità stessa di opporsi.

E senza opposizione, lentamente ma inesorabilmente, la democrazia smette di esistere.

27 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

PICCOLI  EROI

di Pino D'ERMINIO 27 Marzo 2026
Scritto da Pino D'ERMINIO


Siamo giunti. Ci troviamo immersi nel periodo delle grandi contraddizioni e che viaggia a velocità molto diverse tra loro. C’è, però, una porzione della società costretta a viaggiare a velocità eccessivamente elevata, supersonica direi, bruciando le tappe. E’ quella dei bambini. Da sempre oggetti di attenzioni di diversa natura sembrano essere i più tutelati dalla Legge. Basti citare la Convenzione ONU approvata nel 1989 e ratificata, poi, anche dall’Italia. Eppure qualcosa non torna. i bambini piangono, soffrono, vengono venduti, rapiti, seviziati, violentati, massacrati, uccisi. Vi sono regioni, anche in Italia, dove il rispetto per i più piccoli è sacra tradizione tanto che a tavola il primo piatto servito spetta a loro. Ma oggi occorre fare i conti con un mondo in cui i bambini cominciano ad essere un Bene raro. A fronte del fatto che la natalità èai minimi storici, non siamo in grado di tutelarli. Essi sono il futuro ma sono anche gli osservatori ed i detentori dei nostri insegnamenti. Bisognerebbe domandarsi cosa stiamo preparando per loro. Le mie sono parole forse fin troppo ripetute ma ciò di cui non dovremmo capacitarci è che stiamo assistendo al periodo storico più vergognoso che sia mai stato vissuto, in cui tutti vantano Titoli, Competenze, emancipazioni raggiunte ma di fronte agli abusi e agli orrori dei potenti della Terra sui bambini nessuno muove un dito. La vita va avanti come sempre, come se avessimo visto un film ormai giunto ai titoli di coda, pronti per un altro film . Così come i processi in diretta TV e la spettacolarizzazione del dolore di famiglie che vedono esposti o espongono sugli schermi i volti dei propri piccoli sono da considerarsi cose molto gravi, tanto da fornire occasione di libera strumentalizzazione anche dalla politica. Spesso ci si sente in colpa se cuccioli di animali vengono abbandonati ma, se finiscono adottati, ricevono ogni tipo di cure e di attenzioni dando vita ad un business senza fine. Ma questa è un’altra storia. Penso, invece, a tanti cuccioli di Uomo che resteranno abbandonati o chissà che altro. 

27 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

LA TERZA GUERRA MONDIALE È IN CORSO GIÀ DA ANNI

di Pino D'ERMINIO 27 Marzo 2026
Scritto da Pino D'ERMINIO

La terza guerra mondiale è in corso già da anni. L’aveva capito Papa Francesco, che ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi. Ma quando è scoppiata? Chi sono i contendenti? Tutto è nebuloso, perché questo conflitto è molto diverso da quelli del XX secolo, mondiali e non. È diverso per le armi impiegate, molto più potenti e sofisticate, ma anche per l’uso di armi che non sembrano tali, ma che sono anche più distruttive delle armi in senso stretto.

Nella terza guerra mondiale un ruolo decisivo è giocato dallo spazio, per meglio dire dalle reti di satelliti geostazionari, assolutamente indispensabili non solo per vedere il nemico, dove si trova e cosa fa, ma anche per gestire i droni da ricognizione ed attacco, i caccia-bombardieri, i missili ed i sistemi antiaerei ed antimissili. Esempi si sono visti con la guerra in Ucraina (che è un pezzo della terza guerra mondiale), dove la rete Starlink, dell’imprenditore Elon Musk, ha avuto e sta avendo un decisivo ruolo militare. Sia gli ucraini che i russi utilizzavano Starlink. In passato Musk ha sganciato gli ucraini dalla rete in casi in cui, a suo personale giudizio, andava rallentata od impedita una particolare attività bellica. All’opposto, all’inizio di febbraio di quest’anno ha oscurato Starlink ai russi, i quali hanno rimediato con la loro rete satellitare Glonass e con l’utilizzo di droni “madre”, che sganciano altri droni, i quali rimangono in collegamento con la “madre” con un ponte radio.

Nella terza guerra mondiale un ruolo di primo piano ce l’ha la guerra elettronica, in funzione sia difensiva, per disturbare i segnali guida delle armi nemiche, che offensiva, per hackerare i sistemi elettronici del nemico, sottrarre, falsificare o cancellare dati, fino al blocco dei sistemi ed alla distruzione fisica delle memorie. Della guerra elettronica si sono ampiamente serviti gli israeliani per sabotare i computer dei centri nucleari iraniani, benché questi fossero distaccati da internet (è bastato un virus nascosto in una chiavetta, imprudentemente utilizzata da un addetto iraniano). È ormai cosa ordinaria lo spionaggio elettronico generalizzato attraverso oggetti di uso comune, come i telefonini e gli elettrodomestici. Nel 2013 è saltato fuori, grazie a WikiLeaks, che lo spionaggio USA intercettava dal 2002 il telefonino di Angela Merkel, con la complicità dei servizi segreti della Danimarca.

Da ultima, ma non per ultima, c’è l’arma delle sanzioni. Non bisogna confondere le sanzioni con le politiche commerciali restrittive. Sono due cose del tutto diverse. Nella normalità macroeconomica, uno Stato può adottare restrizioni daziarie per difendere alcuni suoi settori economici dalla concorrenza estera. Giusta o sbagliata che nei vari contesti possa essere una tale scelta, la sua finalità è di avvantaggiare gli operatori nazionali, per motivi economici o strategici, non di colpire il commercio mondiale od alcuni Paesi in specifico. Le sanzioni, invece, rispondono ad una logica strettamente bellica, che è quella di nuocere al nemico, anche se ciò comporta perdite per lo stesso attaccante. Un caso di grande portata sono le sanzioni contro la Russia che gli “occidentali” (intendendo per tali USA, Canada, UK, UE, Australia, Nuova Zelanda, Giappone ed Israele) hanno deciso e via via accresciuto, in risposta all’invasione dell’Ucraina. Particolarmente pesante è stato il blocco degli acquisti di petrolio e di metano dalla Russia, deciso da 25 Paesi UE, senza Ungheria e Slovacchia, che ha fatto impennare il costo dell’energia (in particolare in Italia, che in precedenza importava dalla Russia il 43% del gas e l’11% del greggio). L’uso delle sanzioni è arrivato al parossismo con l’applicazione a singoli individui, come da parte degli USA a Francesca Albanese, che ha denunciato il genocidio dei palestinesi attuato dallo Stato sionista, od ai giudici della Corte penale internazionale, che si sono permessi di inquisire Netanyahu, per crimini di guerra e contro l’umanità.

Segni inequivocabili della terza guerra mondiale sono l’evaporazione del diritto internazionale e la perdita di ruolo dell’ONU, come è accaduto prima della seconda guerra mondiale. Se guerra mondiale c’è, come c’è, chi sono i contendenti e chi l’ha innescata? Su un fronte è schierato l’Occidente, guidato dagli USA, che dopo il crollo dell’Unione sovietica hanno puntato al dominio mondiale. Anche nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, si è trattato di una reazione, per quanto sbagliata ed inaccettabile, all’accerchiamento NATO ed a pressioni che nel 2015 hanno prodotto un colpo di stato, la secessione della Crimea ed una guerra a bassa intensità tra lo Stato ucraino e le regioni separatiste russofone dell’est.

Chi sono gli antagonisti in guerra con l’Occidente? Un vero fronte compatto non esiste ancora, ma i due principali paesi avversari ed avversati sono la Cina e la Russia, che l’aggressività occidentale finirà per cementare in un blocco compatto. La Russia in particolare non sa come uscire dal pantano ucraino, in cui si è infilata malaccortamente, ed è bloccata dal miraggio della mediazione offerta dagli USA. Offerta del tutto insincera, visto che Washington mantiene ed incrementa le sanzioni contro la Russia e dà supporto militare attivo all’Ucraina con la fornitura di servizi di intelligence e di armi, che non regala, ma si fa pagare dall’UE. In queste condizioni agli USA non conviene che il conflitto in Ucraina si risolva, perché gli permette di disinnescare la Russia come attore internazionale e di dissanguarla, umanamente ed economicamente, mentre guadagna miliardi dalla vendita delle armi e degli idrocarburi, che costano il quadruplo di quelli russi, a spese dei vassalli europei.

Altra area di conflitto è il Medio Oriente, sul quale USA ed Israele vogliono far valere la loro egemonia, eliminando senza tanti complimenti chi si oppone, come il popolo palestinese o l’Iran. L’ultima guerra contro l’Iran, cominciata il 28 febbraio, non si sa quando e come avrà termine, ma di sicuro non porterà più stabilità nell’area. Intanto ha bloccato e reso strategicamente precario il passaggio da Hormuz del 20% del petrolio e del gas mondiale, danneggiando tutti (USA inclusi), ma specialmente l’India e la Cina, che si riforniscono in gran parte dal Golfo Persico. Libano, Siria, Iraq, ma soprattutto la Turchia, sono sempre più insofferenti della prepotenza occidentale.

In conclusione, esiste un blocco degli attaccanti, gli “occidentali”, ma non ancora un blocco contrapposto, che però finirà per formarsi, se gli USA non la smettono di rincorrere il mito dell’impero mondiale. L’UE potrebbe assumersi il ruolo storico di promuovere la pace e la collaborazione tra i popoli, rompendo il blocco occidentale, ma ciò non avverrà finché a governare saranno le attuali classi dirigenti. 

27 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

I GIOVANI: LA FORZA INVISIBILE CHE HA FATTO TREMARE I SONDAGGI

di Matteo FALLICA 26 Marzo 2026
Scritto da Matteo FALLICA

In questa ondata referendaria, tra trambusti e tumulti, c’è un dettaglio quasi poetico che merita di essere raccontato. Nessuno li ha visti arrivare, tantomeno una politica sempre più scollegata dalla realtà. Il loro arrivo non compariva su nessun radar, nessuna previsione: sto parlando dei giovani, la Generazione Z, l’elemento imprevedibile di questa partita che ha sovvertito ogni calcolo.

Loro, gli assenti, i distratti, gli “indifferenti”, sono accorsi al richiamo della Democrazia. La Costituzione, nel momento in cui ha chiesto presenza concreta, tangibile, fisica, ha trovato risposta nei cosiddetti “bamboccioni”. Non a parole, ma a gesti: chilometri percorsi per votare, stratagemmi escogitati per superare ostacoli burocratici, campagne costruite dal basso, parola dopo parola, condivisione dopo condivisione.

Mi ha colpito l’intervista di una ragazza del Sud Italia, trasferitasi a Milano, che ha confessato: “Quando ho scoperto che non avrei potuto votare, mi sono arrabbiata. E mi sono sentita ancora più motivata ad andare alle urne”. È una delle oltre 3.000 persone fuori sede che, per poter esercitare il diritto di voto, si sono registrate come rappresentanti di lista.

E poi c’è Francesco, 19 anni, appena entrato in Medicina al Sant’Andrea di Roma. L’ho incontrato il giorno prima del voto e ci siamo messi a parlare. Gli ho confidato il mio timore per il risultato. Lui, con una naturale fermezza, mi ha risposto: “Matteo, fidati… tutta la mia generazione è per il NO. Questo referendum non passa.”. Era sicuro, deciso. In quel momento ho capito che sotto i piedi si muoveva una mobilitazione enorme, silenziosa ma potentissima.

E in questo fenomeno, che ha serpeggiato sottoterra con un tamtam invisibile, c’è un tratto che deve scuotere tutti: la vera mobilitazione, come senso di resistenza, non nasce dalla politica, ma dalla sua assenza. I giovani non sono stati chiamati, coinvolti o rappresentati. Sono stati ignorati. E proprio da questo vuoto è nata una forma nuova di partecipazione, più spontanea, più libera che non cerca leader da seguire, ma cause da difendere.

La loro forza è stata duplice. Da una parte, la capacità di muoversi nel mondo digitale con naturalezza: non come spettatori passivi, ma come soggetti attivi, capaci di verificare e smontare narrazioni manipolatorie. Dall’altra, una determinazione concreta, quasi ostinata: esserci, a ogni costo. Perché votare, per loro, non è stato un gesto rituale, ma una presa di posizione di rivendica.

I giovani hanno agito come una “variabile impazzita”, sfuggita ai calcoli.  Questa energia ha fatto quello che, in fondo, ogni generazione dovrebbe fare: smentire le previsioni di chi li considera già definiti, già incasellati, già persi e ribaltare tutto.

E forse il punto più importante è proprio questo: In un tempo in cui la fiducia nei partiti è fragile, questo tipo di mobilitazione “orizzontale” rappresenta una delle poche vere risorse su cui costruire il futuro.

La politica non li ha visti arrivare. Ma adesso non può più permettersi di non guardarli. Perché se c’è una lezione in questa ondata referendaria, è che i giovani non sono il futuro della democrazia: sono già il suo presente. E quando decidono di esserci, cambiano le regole del gioco.

Questo sia da monito a quei vecchi politici che, incollati alle poltrone, ripetono “largo ai giovani”, ma poi non si spostano di un millimetro, sappiate che i giovani non aspettano i vostri inviti: arrivano e ribaltano il tavolo. 

26 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

NESSUNA IMPUNITÀ PER I RESPONSABILI ITALIANI E ITALO-ISRAELIANI DEI CRIMINI DI GENOCIDIO A DANNO DEL POPOLO PALESTINESE DI GAZA

di Fernando PETRIVELLI 26 Marzo 2026
Scritto da Fernando PETRIVELLI

Dal 7 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è stata trasformata in un laboratorio estremo di annientamento umano: città sventrate, ospedali colpiti, fame usata come arma, civili cancellati insieme alle loro case, ai loro quartieri, alla loro possibilità stessa di restare vivi, bambini di 3, 4, 5 anni uccisi con colpi alla nuca o al cuore esplosi da distanza ravvicinata da vigliacchi criminali nazisionisti travestiti da “soldati”, stupri, torture e uccisioni di prigionieri, bombardamenti a tappeto e distruzione totale di oltre il 90% degli edifici di Gaza che hanno reso la Striscia un luogo ostile alla vita umana, con l’intento di cancellare la memoria e l’identità del popolo palestinese. 

Non siamo più nel terreno dell’ambiguità politica o del lessico diplomatico. La Corte internazionale di giustizia, con le misure provvisorie del 26 gennaio 2024, ha riconosciuto la plausibilità dei diritti fatti valere dal Sudafrica ai sensi della Convenzione sul genocidio; la Corte penale internazionale ha emesso il 21 novembre 2024 mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità; la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato il 16 settembre 2025 che Israele ha commesso genocidio a Gaza e ha chiesto agli Stati di punire i responsabili.

Dentro questo quadro, il punto che il Governo di estrema destra italiano continua a rimuovere è tanto semplice quanto insopportabile: se cittadini italiani, anche titolari di doppia cittadinanza italo-israeliana, hanno preso parte a quelle operazioni, il problema non è morale soltanto: è penale! 

Si tratta dell’obbligo di accertare le responsabilità individuali, dell’obbligo di indagare e condannare i responsabili di tali immondi crimini contro l’Umanità. 

La legge italiana, del resto, non è muta. La legge n. 962 del 1967 punisce gli atti diretti a commettere genocidio e prevede, all’articolo 1, pene severissime per chi cagiona morte o lesioni gravissime o sottopone il gruppo a condizioni di vita tali da determinarne la distruzione fisica, totale o parziale. E l’articolo 3 è inequivocabile: “Se … deriva la morte di una o più persone, si applica la pena dell’ergastolo”. Inoltre l’articolo 9 del codice penale consente di punire il cittadino per delitti commessi all’estero quando si trovi nel territorio dello Stato, nei casi previsti dalla legge italiana. Non c’è dunque alcun vuoto normativo dietro cui nascondersi. 

Per questo i dati richiamati nell’articolo del Fatto Quotidiano del 24 marzo a firma di Stefania Maurizi forniti dallo stesso governo criminale di Israele ed acquisiti grazie a una richiesta di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) presentata dall’avvocato israeliano Elad Man dell ’ong Hatzlacha, non possono essere derubricati a curiosità statistica. Se davvero, tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025, 928 cittadini italiani hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane, di cui 828 con doppia cittadinanza italiana e israeliana, siamo davanti non a una questione marginale ma a una possibile criticità strutturale nell’esercizio effettivo del potere giurisdizionale laddove, a causa e per effetto del diniego di collaborazione da parte delle autorità governative israeliane e della reticenza istituzionale delle competenti autorità governative italiane, non fosse possibile pervenire alla identificazione dei predetti cittadini italiani e italo-israeliani e all’accertamento delle loro eventuali responsabilità per i reati di genocidio puniti con l’ergastolo. Naturalmente l’arruolamento di costoro nell’esercito criminale di Israele, da solo, non equivale a colpevolezza penale. Ma è più che sufficiente per imporre una domanda allo Stato: chi sono, in quali reparti hanno servito, dove sono stati impiegati, a quali operazioni hanno partecipato, quali condotte risultano documentate? Su questo terreno il silenzio istituzionale non è prudenza: è complicità.

Qui il parallelo con l’inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” è devastante. Quando è emersa l’ipotesi che italiani, negli anni Novanta, si recassero a Sarajevo per sparare sui civili come in un safari umano, il Paese è stato attraversato da un brivido di orrore; e la magistratura milanese ha aperto indagini, con un primo indagato interrogato nel febbraio 2026. E giustamente: perché nessuna distanza temporale cancella il dovere di cercare la verità su chi ha trasformato esseri umani in bersagli. Ma allora la domanda è inevitabile: se è doveroso indagare sui presunti assassini di Sarajevo trent’anni dopo, come potrebbe non esserlo verso cittadini italiani che abbiano preso parte, ieri o oggi, al genocidio del popolo palestinese di Gaza? 

Il punto, in fondo, riguarda il nostro stesso senso di giustizia. Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nella rimozione, a prendere un caffè al bancone, a condividere un treno, un ufficio, una scala condominiale o una fila al supermercato con chi potrebbe avere contribuito a massacri di civili, all’esecuzione a freddo di bambini, donne incinte e allo sterminio con bombe di intere famiglie di innocenti, all’assedio e alla distruzione totale di ospedali, alla fame deliberatamente inflitta a una popolazione intrappolata. Il disgusto che una simile immagine suscita non ha nulla di etnico e nulla di irrazionale. È la reazione minima di qualunque coscienza umana e democratica davanti alla possibilità che l’orrore si travesta da routine, che il crimine internazionale si lavi il volto e si ripresenti come normalità quotidiana. L’idea che tutto possa tornare come prima per chi ha operato dentro l’inferno di Gaza quale ignobile e vigliacco artefice di morte e sterminio è, essa stessa, una ferita inferta alla giustizia.

Del resto, è stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando al Bundestag il 16 novembre 2025, a ricordare che “nessuna ‘circostanza eccezionale’ può giustificare l’ingiustificabile” e che quanto accade ai civili a Gaza “non può rimanere ignorato e impunito”. Non sono parole di un militante, ma del Capo dello Stato. E pesano proprio perché rimettono al centro un principio che troppi governi hanno sepolto sotto la ragion di Stato: il diritto internazionale umanitario non è un ornamento retorico, ma il limite invalicabile oltre il quale lo Stato diventa complice della barbarie. 

Per questa ragione, la richiesta che sale da una parte crescente dell’opinione pubblica non è vendetta. È giurisdizione. È accertamento di responsabilità e punizione dei colpevoli. È il rifiuto dell’impunità. L’Italia ha il dovere etico e giuridico di individuare tutti i cittadini italiani o italo-israeliani che abbiano preso parte ai crimini commessi contro il popolo palestinese a Gaza e di perseguirli secondo la legge. Non per quello che sono, ma per quello che hanno fatto.

L’auspicio, allora, è che la Procura di Roma, formalmente sollecitata ad aprire un’indagine, trovi il coraggio istituzionale di compiere fino in fondo il proprio dovere: identificare i responsabili, ricostruirne le condotte, contestare i reati configurabili e chiedere, nei casi in cui ne ricorrano i presupposti, la pena che l’ordinamento italiano prevede per il genocidio aggravato dalla morte delle vittime: l’ergastolo. Perché una democrazia degna di questo nome si riconosce da qui: dalla sua capacità di non lasciare liberi, invisibili e confusi tra i cittadini comuni coloro che si siano macchiati dei più feroci crimini contro l’umanità. 

26 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

IL RITORNO AL VOTO DEGLI ITALIANI

di Michele BLANCO 24 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La sconfitta del referendum è anche una sconfitta storica del falso “riformismo istituzionale”: di degli ultimi 30 anni. Infatti la teoria secondo la quale si risolvono i problemi dell’Italia cambiando totalmente lo spirito democratico partecipativi della Costituzione e cambiando continuamente in senso restrittivo e antipopolare la legge elettorale ha dimostrato ampiamente il suo intento antidemocratico che ha favorito l’astensione elettorale. 

Dall’inizio della seconda repubblica abbiamo avuto una caterva di inutili riforme pasticciate, giustificate con il falso e fuorviante bisogno di maggiore “governabilità” e “efficienza”, ma in realtà spesso animate solo da interessi di parte e contrapposizione verso la democrazia e lo stato di diritto. 

Basti pensare alla litania di leggi elettorali, sempre più “maggioritarie” e antirappresentanza proporzionale, senza preferenze, che favoriscono solo le minoranze più ricche, che attraverso la manipolazione dell’informazione hanno portato al compimento del programma antidemocratico e antipopolare della P2 di Licio Gelli. O alle assolute fantasticherie su premierati e elezioni dirette. Dietro tutte queste riforme c’è un immaginario di “ingegneria politica” che si illude di risolvere problemi politici con cambio delle regole democratiche. 

Questo proceduralismo istituzionale, che combacia ideologicamente in buona parte con neoliberismo tecnocratico, ignora che la politica dovrebbe essere lo specchio della società e se le istituzioni possono organizzare la vita civile e politica non possono imporsi in forma univoca e forzata alla società democratica. Questo non significa certo che non si possano fare riforme. Ma non si può andare avanti per decenni riformando, o meglio peggiorando, questa o quella istituzione, senza disegno complessivo e soprattutto a colpi di “maggioranza” relativa. 

Il “riformismo istituzionale” pasticcione e pro domo sua, crea solo instabilità e caos. In occasione del referendum hanno di nuovo votato persone che man mano negli anni non andavano più a votare per disaffezione verso questi partiti sia di centrosinistra che centrodestra che hanno fatto politiche antidemocratiche, guerrafondaie e antipopolari negli ultimi decenni.

24 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

LA DEMOCRAZIA È IN PERICOLO

di Michele BLANCO 19 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La verità che era sotto gli occhi del mondo intero ora viene confermata da un importante istituto scientifico: Molto probabilmente gli “Stati Uniti d’America non sono più una democrazia”. 

L’Istituto che lo afferma con una importante quantità e qualità di dati è una delle fonti globali più autorevoli sullo stato di salute del funzionamento delle istituzioni democratiche è il celebre Varieties of Democracy (V-Dem) Institute dell’Università di Göteborg. 

Le preoccupanti conclusioni, sono nel suo rapporto annuale e ci dicono che gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso una vera e propria autocrazia a un ritmo più rapido molto veloce. 

Il rapporto afferma che “I nostri dati sugli Stati Uniti risalgono al 1789. Quello a cui stiamo assistendo ora è la più grave regressione democratica mai registrata nel Paese”, ha detto Staffan Lindberg, fondatore dell’istituto.  Dal 2012, Lindberg ha guidato il suo gruppo di ricercatori in Svezia fino a diventare la principale fonte mondiale di analisi sullo stato di salute della democrazia globale. Nel loro ultimo rapporto, appena pubblicato, concludono che gli Stati Uniti, per la prima volta in oltre mezzo secolo, hanno perso il loro status di democrazia liberale di lunga data. Il Paese sta attraversando un rapido processo politico di quella che gli autori del rapporto definiscono come “autocratizzazione”.

Secondo i ricercatori svedesi: «Per Orbán in Ungheria ci sono voluti circa quattro anni, per Vučić in Serbia otto, e per Erdoğan in Turchia e Modi in India circa dieci anni per realizzare la soppressione delle istituzioni democratiche che Trump ha ottenuto in un solo anno».

Oggi il sistema politico statunitense dal punto di vista della sua “democraticità” è tornata al livello più basso mai registrato dal 1965, anno in cui le fondamentali leggi sui diritti civili introdussero di fatto il suffragio universale, prima le minoranze di colore erano particolarmente osteggiate, in molti Stati, nell’esercitare il diritto di voto. Secondo il rapporto, tutti i progressi compiuti da allora sono stati vanificati dall’amministrazione Trump.

Tra le cause principali vi è una forte concentrazione del potere nell’esecutivo, contravvenendo anche a chiare disposizioni costituzionali, con un forte indebolimento, molto importante, dei poteri del Congresso e del sistema di pesi e contrappesi. Anche la Corte Suprema, secondo l’analisi, non eserciterebbe più pienamente il suo ruolo di controllo. Parallelamente, si registra un deterioramento dei diritti civili più importanti e della libertà di espressione, che sono violate come non mai da decenni.

Un elemento centrale del declino riguarda l’uso massiccio dei decreti esecutivi e la grande marginalizzazione del potere legislativo. Inoltre, la sostituzione di funzionari indipendenti con figure fedeli al presidente avrebbe indebolito i meccanismi di controllo interno, aumentando il rischio di abuso di potere. 

Il fenomeno, purtroppo, non è limitato agli Stati Uniti: il rapporto descrive una tendenza globale, con la democrazia ai livelli più bassi dalla metà degli anni ’70. Circa il 41% della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la democrazia è in continuo declino. Anche in Europa emergono segnali molto preoccupanti, con diversi Stati membri dell’UE coinvolti in processi di autocratizzazione e altri sotto osservazione. Solo una minoranza di Paesi mostra segnali di democratizzazione. 

Il V-Dem Institute basa le sue conclusioni su un ampio database globale e su 48 indicatori, tra cui l’effettiva libertà e pluralità di stampa, la qualità dei processi elettorali e il rispetto dei principi dello stato di diritto.

Per leggere il rapporto, fonte: https://www.v-dem.net/documents/75/V-Dem_Institute_Democracy_Report_2026_lowres.pdf 

19 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

SCOMPARE UN GRANDE INTELLETTUALE DEMOCRATICO

di Michele BLANCO 14 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Il grande filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas è da sempre considerato uno dei più autorevoli difensori della democrazia partecipativa e deliberativa contemporanea, che egli ha sempre concepito, non solo come un insieme di procedure elettorali, ma come un processo continuo di discussione pubblica tra tutti i cittadini e ispirata dalla ricerca dell’intesa razionale tra tutti i dialoganti.

La sua visione, definita giustamente democrazia deliberativa, si basa su alcuni concetti fondamentali:

L’Agire Comunicativo: Per Habermas, la democrazia deve fondarsi sulla ricerca dell’intesa tra i cittadini attraverso il dialogo. La comunicazione non deve essere finalizzata al successo personale (agire strategico), ma alla comprensione reciproca per risolvere le questioni d’interesse comune con la “migliore soluzione possibile”.

Sfera Pubblica: Rappresenta lo spazio in cui i cittadini liberi ed eguali discutono i problemi di interesse comune. Habermas avverte che questa sfera rischia la “rifeudalizzazione” se viene dominata da interessi privati o manipolazioni mediatiche.

Patriottismo Costituzionale: In società multiculturali, l’identità collettiva non deve più basarsi sull’appartenenza etnica o nazionale, ma sulla condivisione dei valori e delle procedure della costituzione democratica.

Potere Comunicativo contro Potere Amministrativo: La legittimità delle leggi deriva dal “potere comunicativo” generato dai cittadini nella sfera pubblica, che deve influenzare e limitare il “potere amministrativo” dello Stato.

La Sfida Europea e Globale

Negli ultimi anni, Habermas ha esteso la sua difesa della democrazia oltre i confini nazionali, sostenendo la necessità di un’Unione Europea più democratica, più integrata per contrastare le derive del neoliberismo e la crisi dello stato-nazione. Egli vede nel progetto europeo una tappa fondamentale verso una “società mondiale” governata dal diritto, dalla partecipazione attiva e diretta dei cittadini e da norme democratiche globali.

Oggi, 14 marzo 2026 all’età di 96 anni si è spento probabilmente il più grande intellettuale contemporaneo, ultimo grande esponente della Scuola di Francoforte.

14 Marzo 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
Politica

LA DEMOCRAZIA È POSSIBILE SOLO CON LA PARTECIPAZIONE E L’ASCOLTO DEI DESIDERI DI TUTTI I CITTADINI

di Michele BLANCO 13 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La società contemporanea sembra essere una “democrazia” senza popolo, dove l’astensionismo e la scarsa partecipazione democratica caratterizza, in particolare, la politica italiana, ma anche le altre democrazie occidentali. Con il conseguente grave declino dei fondamenti democratici nelle società italiana, europee e nord americana. Basti pensare che in Italia nel dopoguerra la democrazia rinasce con altissime percentuali di partecipanti alle votazioni e, soprattutto, con grande partecipazione popolare al dibattito politico, sindacale e sociale. Si pensi che la Repubblica Italiana nacque in seguito ai risultati del referendum istituzionale, indetto il 2 giugno 1946 per determinare la forma di Go verno a seguito della fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Italia partecipavano anche le donne a una consultazione politica nazionale: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28.005.449 cittadini aventi diritto al voto. Alle successive e sentite elezioni politiche del 18 aprile 1948, l’affluenza è stata ancora più elevata, raggiungendo il 92,19% per la Camera dei deputati e il 92,15% per il Senato della Repubblica. Per decenni il voto alle elezioni dei cittadini italiani è stato espresso con altissime percentuali, anche se tendenzialmente calanti di fronte alle prime tornate elettorali. Ma alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, si può certamente par lare di un crollo senza precedenti dell’affluenza. Infatti, i dati del Ministero dell’Interno mostrano, chiaramente purtroppo, come la percentuale degli aventi diritto recatasi alle urne sia calata di circa 9 punti percentuali, passando dal 72,9% del 2018 al 63,78% del 2022. Un dato che pone le elezioni ita liane del 2022 nei primi dieci posti dei maggiori crolli di affluenza nella storia dell’Europa Occidentale dal 1945 ad oggi. Alle successive elezioni Europee del 9 giugno 2024, l’affluenza è stata appena del 49,69%, un vero e proprio record negativo. In questo modo, vista la continua tendenza dell’aumento dell’astensionismo alle elezioni, sembra che si debba oggettivamente temere per la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Il contesto della società italiana contemporanea vede l’inesorabile allargamento sistemico delle disuguaglianze sociali; la «distruzione del passato», intesa come rimozione

della stessa memoria storica (tanto che sembra molto più attuale oggi la riflessione di Tocqueville: «Poiché il passato non rischiara più l’avvenire, lo spirito avanza nelle tenebre», in A. De Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, libro II, IV, cap. 8, Utet, Torino, 1968, vol. 2, p. 825); lo sviluppo su scala globale della “misinformazione” e della disinformazione, due stadi distorsivi dei processi formativi dell’opinione pubblica, che è l’elemento vitale per il corretto funzionamento di un sistema democratico; l’assenza, sempre più preoccupante e diffusa, di fiducia nel futuro. Tutti questi fattori insieme lavorano come enormi «tarli del legno», erodendo e svuotando dall’interno la voglia e la volontà di partecipazione effettiva che, sembra corretto ripetere, è assolutamente fondamentale per il corretto funzionamento del sistema democratico e del nostro patto collettivo su cui aveva posto i fondamenti la Costituzione democratica e repubblicana italiana, entrata in vigore nel 1948. Lo stesso Norberto Bobbio (1909-2004), grande giurista, filosofo e studio so della democrazia e dei diritti, ha affermato molto esplicitamente che nelle democrazie occidentali è in atto una totale inversione del rapporto fra «controllori e controllati, poiché attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa ormai gli eletti controllano gli elettori», in N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. XV. Chiaramente Bobbio ci aveva messo in guardia dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro gestione monopolistica, in mano a sempre meno persone, che stanno uccidendo la democrazia e la stanno trasformando in una tirannia videocratica. Il pericolo effettivo riguarda il supremo valore della libertà che viene intaccato nella sua sfera più delicata, importante e irrinunciabile, quella della autonomia intellettuale dei cittadini.

Come necessario esempio di disinformazione imperante nei mezzi di comunicazione di massa in questi ultimi anni si è assistito ad una grande campagna di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari. Malgrado questa imponente campagna dei mass media, la maggioranza degli italiani è assolutamente contraria alla guerra, a tutte le guerre e al coinvolgimento italiano (La maggioranza assoluta degli elettori italiani (57%) non sostiene né la Russia né l’Ucraina. Circa un terzo parteggia per l’Ucraina, mentre l’11% simpatizza per la Russia. Rispetto all’inizio del conflitto, il sostegno all’Ucraina è drasticamente calato dal 57% al 32%. E se non cambia sostanzialmente il sostegno alla Russia, cresce nettamente l’equidistanza: dal 38% del 2022 al 57% di oggi, in https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-pagnoncelli-guerra-ucraina-riarmo-europeo-opinioni-taliani), tutto questo risulta chiaramente dagli innumerevoli sondaggi effettuati, gli italiani sono contrari anche al previsto piano di riarmo europeo. Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle “avventure” militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano che nessuno vuole armamenti e guerre, soprattutto al posto di servizi sociali garantiti, sanitari e istruzione di qualità, per tutti.

Malgrado questa chiara volontà popolare i mezzi di comunicazione di massa, hanno tentato e tentano con tutta la forza possibile di occultare, le tantissime, anche molto autorevoli opinioni di chi dice no al riarmo europeo e no alle guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari. Si deve ribadire che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, invece nelle scelte politiche i governanti europei e italiani vogliono fare, e fanno, l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsiderata mente le spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare e applicare, nelle scelte politiche, le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini, senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Nella realtà gli schieramenti politici che sembrano, o si propongono come alternativi, ma praticano le stesse politiche di aumento delle spese militari, i cittadini, contrari alle politiche militariste, sono scoraggiati a partecipare alle attività democratiche, ai dibattiti e ad andare a votare, perché ritengono che comunque vada, i politici “decidono senza tenere conto della loro opinione”.

Il filosofo tedesco Habermas ha messo in guardia l’Europa (in J. Habermas, L’Europa da cambiare, in “L’Internazionale”, del 4 aprile 2025, n. 1608, pp. 48-49), da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale ottenuta, anche a livello europeo e di welfare state che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello dell’“abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali resi ormai gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva non è difficile arrivare a considerare le persone oggetti.

Vogliono sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici, che in realtà non esistono e comunque non rappresentano un pericolo per le nazioni e ne anche per i cittadini italiani ed europei.

Sarebbe vitale e necessario un ritorno alla partecipazione effettiva dei cittadini in modo che le soggettività, individuali e collettive, come amava dire Hannah Arendt, si possano esprimere in pubblico attraverso un democratico dibattito, cioè nell’agorà della polis democratica (piazze, sezioni, circoli, tea tri, ecc.), dove discutere dei problemi della politica, della società e della vita quotidiana, non nei talk show televisivi, sempre più stereotipati e ripetitivi.

Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo cercare il modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare effettivamente e in modo incisivo la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti, plurali e veritieri, cosa oggettivamente difficile, visto che attualmente i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica.

Purtroppo, oggi le politiche dell’Unione Europea, la politica degli Stati Uniti D’America, come la politica italiana, sia di centrodestra che di centro sinistra, si è fatta, da troppi anni, custode cieca e ubbidiente dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Infatti il «Il tratto che unisce le due sponde dell’Oceano Atlantico è prprio una crescente e angosciata domanda di protezione da parte di quei settori della società che non riescono a tenere il passo con le rivoluzioni in atto: la coda lunga della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, il digitale e l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici con la transizione ecologica. Questi cittadini in affanno spesso si isolano, non riconoscendosi più nell’offerta politica», in P.G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024, p. 245.

In questo contesto è molto interessante notare come la «madre di tutte le battaglie», quella della lotta contro la disuguaglianza sociale non ha portato a grandi risultati, malgrado le nobili premesse programmatiche presenti nel dettato costituzionale. Sono proprio gli appartenenti alle classi sociali più povere a non partecipare più al voto, infatti il tanto discusso astensionismo rivela, ad un’analisi critica, il suo carattere fortemente classista finendo per ricadere e coinvolgere, in numero sempre maggiore, i ceti deboli, precari e disagiati della società, in quell’enorme spazio pubblico rappresentato dalle periferie non solo urbane ma soprattutto economico-sociali e politico-culturali. È da quel punto esatto del corpo della democrazia repubblicana che sono andati emergendo i cosiddetti sovranismi a trazione post o neofascista che tuttavia non rappresentano la causa della crisi democratica ma il più grave sintomo manifesto. Come molto bene ricorda l’autore, «la malattia di cui soffrono le democrazie mature non è il populismo in sé quanto piuttosto la profonda crisi dello Stato sociale di stampo keynesiano». Inoltre conosciamo bene quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze economiche, ad esempio: «l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme», in C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 7.

Le delocalizzazioni degli stabilimenti dalle nazioni– come l’Italia – che avevano protezioni sindacali elevate verso paesi a basso costo del lavoro e pressoché nessuna tutela per i lavoratori (né rispetto per l’ambiente), sono diventate all’ordine del giorno; ne sono conseguite perdite occupazionali e una precarizzazione del lavoro, nell’illusoria convinzione di poter competere sul terreno dei costi di produzione anziché su quello dell’innovazione di processo e di prodotto. Tutto questo rivolgimento ha prodotto una nuova figura sociale: i “perdenti della globalizzazione”. Operai, impiegati, ma anche abitanti delle periferie della città e dei territori marginali, che avevano raggiunto un buon livello di reddito e di protezione sociale, hanno visto rapidamente messe in discussione le loro certezze e soprattutto non si sono più sentiti tutelati dalla politica e dalle istituzioni, a loro volta balbettanti nell’affrontare le ricadute negative della globalizzazione nelle economie mature, anche perché abituate a ragionare e ad avere potere di decisione e intervento solo su dimensione nazionale e non su scala planetaria», in F. Fornaro, Una democrazia senza popolo. Astensionismo e deriva plebiscitaria nell’Italia contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 2025, pp. 151-152.

La nuova «società di mercato», in fondo il vero prodotto finale della globalizzazione e della finanziarizzazione del capitalismo, ha così finito per prevalere, determinando drammaticamente, in molti, un’estesa «perdita di status» e una «paura del futuro», che ha avuto effetti economici e psicologici devastan ti soprattutto rispetto al rapporto con la partecipazione politica.

In questa situazione, ritiene Fornero, i sempre più numerosi «perdenti della globalizzazione» si sono sentiti traditi, anche con ragione oggettiva, in primo luogo da chi avrebbe dovuto difenderli dalla «mondializzazione dei fattori di produzione e dagli effetti devastanti della crisi economica del 2008, che ha visto la cancellazione del 13% della produzione mondiale e del 20% degli scambi commerciali e l’avvio di una fase di depressione che è durata più a lungo di quella del 1929» (p. 153).

Oggi purtroppo L’unione Europea rimane sostanzialmente “un gigante economico ma un nano politico”. L’Unione Europea, in buona sostanza, ha tradito le grandi aspettative che avevano portato alla sua nascita, in parti colar modo l’accettazione passiva del sistema economico del neoliberismo. Invece di incrementare l’Europa dei popoli e la democrazia partecipativa, de liberativa e consapevole dei suoi cittadini con una maggiore partecipazione alle decisioni: «I banchieri centrali … hanno preferito salvare gli istituti di credito che investire nella formazione, nella sanità e nella lotta ai cambia menti climatici. Così hanno contribuito ad aumentare la concentrazione del le ricchezze, perché i più ricchi beneficiano della crescita dei titoli di borsa e immobiliari consentita dalle acquisizioni dei titoli e dal denaro pubblico, mentre il risparmio delle persone meno abbienti è schiacciato dall’inflazione. Le regole europee di libera circolazione dei capitali si sono rivelate così estreme che perfino il Fondo monetario internazionale ha deciso di reintrodurre alcune forme di controllo dei capitali. Le nuove regole europee hanno anche contribuito ad aggravare il dumping fiscale (quando uno stato offre tasse più basse per attirare aziende e persone straniere): riduzione senza limiti dell’imposta sulle aziende, sviluppo dei paradisi fiscali, imposizione fiscale», in Thomas Piketty, Uno sguardo al passato per ripensare all’Europa, in “Internazionale”, n. 1548, 2/8 febbraio 2024, p. 38.

Ecco perché si deve invertire questa tendenza, per fare in modo che l’Europa democratica contrasti fortemente il ridimensionamento, se non proprio l’abolizione, della “politica” democratica in atto, vale a dire contrastare tutte le tendenze che negli ultimi anni rendono verosimile il diffuso comune sentire della inutilità della partecipazione e del voto. Infatti, ben conosciamo il dato di fatto che la democrazia non è possibile senza l’effettiva partecipazione dei cittadini e senza spazio di comunicazione libera, non manipolata e un agire politico libero e consapevole. Si deve contrastare la trasformazione degli Sta ti e delle istituzioni in dispositivi burocratici di sola gestione economica, per giunta ispirata a politiche di privatizzazione e austerità, perché questo significherebbe avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare, cosa che in realtà è avvenuta negli ultimi decenni. Oggi i tecnocrati europei vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i “presunti nemici”.

Mentre in realtà la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono razionalmente contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, soprattutto perché comportano il taglio delle spese sociali. Di contro i politici al potere tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili e dannose spese in armamenti, questo è diventato uno dei motivi che negli ultimi anni ha fatto aumentare l’astensionismo elettorale.

Bisogna opporsi fermamente al riarmo dell’Europa voluto dagli euroburocrati. Non c’è difesa europea possibile senza una pace vera e duratura. Non c’è Unione Europea senza la democrazia e il voto libero e capace di incidere dei cittadini europei su tutte le questioni importanti. È arrivato ora il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Dobbiamo essere felici di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

Oggi è fondamentale invertire la rotta e tornare a favorire la crescita sociale e egualitaria europea anche perché come sostiene l’economista Thomas Piketty: «Gli Stati Uniti non sono più un paese affidabile. Per alcuni non è una novità. La guerra in Iraq nel 2003 – con più di centomila morti, la destabilizzazione della regione e il ritorno dell’influenza russa – aveva già mostrato al mondo le conseguenze dannose della tracotanza militare statunitense. Ma la crisi attuale è inedita, perché chiama in causa il cuore stesso della potenza economica, finanziaria e politica del paese, che sembra disorientato, governa to da un leader instabile e imprevedibile, senza alcun contrappeso in grado di ristabilire la democrazia. Per ragionare su quello che succederà in futuro, bi- sogna rendersi conto della portata della svolta in corso. Se i trumpiani stanno portando avanti una politica così brutale e disperata è perché non sanno come reagire all’indebolimento economico del loro paese. A parità di potere d’acquisto, cioè in termini di volume reale di beni, servizi e macchinari prodotti ogni anno, il Pil della Cina nel 2016 ha superato quello degli Stati Uniti. Oggi lo supera del 30 per cento e raggiungerà il doppio del Pil statunitense entro il 2035. La realtà è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo», in T. Piketty, Gli Stati Uniti hanno perso il controllo del mondo, in “L’Internazionale”, del 18 aprile 2025, n. 1610, p. 38.

Oggi più che mai c’è «bisogno di “politica” nel senso forte del termine, perché solo così possiamo promuovere quella cultura comune, quel modo condiviso di rapportarsi alla sfera della convivenza entro uno stesso spazio pubblico … senza il quale non si costruisce quella che è la base di ogni aggregazione politica … la tensione verso il consegui mento del bene comune», in P. Pombeni, Lo stato e la politica. Quando contano nel mondo globale di oggi, Il Mulino, Bologna 20202, p. 165.

Tornare a pensare ad una società politica italiana e europea libera, demo cratica partecipativa, con al primo posto una istruzione adeguata veramente per tutti, con tutti i diritti sociali garantiti, dove le persone siano veramente uguali, e ognuno possa sviluppare le sue capacità per potere vivere con dignità. Ma per farlo si devono ridurre le disuguaglianze, causate dalle politiche di austerità volute dall’ideologia neoliberista, cosi da ridare speranza per il futuro. Un possibile mondo futuro in una società con grandi investimenti in istruzione, composta da persone pensanti, libere e autonome dove si riescano a mettere da parte i personali egoismi individuali per raggiungere in modo solidale quella che più si avvicina, come ha prospettato il filosofo e sociologo Jürgen Habermas, la “migliore soluzione possibile” dei problemi del vivere insieme che riguardi effettivamente il bene e le esigenze effettive comuni di tutte le persone, di tutti i componenti la società senza nessuna differenza.

13 Marzo 2026 2 Commenti
0 FacebookTwitterPinterestLinkedinTumblrVKOdnoklassnikiRedditStumbleuponWhatsappTelegramLINEPocketSkypeViberEmail
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • …
  • 32

Articoli recenti

  • OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA
  • PANNELLA SENZA EREDI: L’ITALIA DELLE TARGHE E DEI DIRITTI NEGATI
  • ENERGIA NUCLEARE: UN FUTURO DI CARTAPESTA
  • LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?
  • L’ISTAT CERTIFICA I NUMERI DI UN VERO DISASTRO

Commenti recenti

  • Michele su LA DEMOCRAZIA È POSSIBILE SOLO CON LA PARTECIPAZIONE E L’ASCOLTO DEI DESIDERI DI TUTTI I CITTADINI
  • Lucio Pastore su LA DEMOCRAZIA È POSSIBILE SOLO CON LA PARTECIPAZIONE E L’ASCOLTO DEI DESIDERI DI TUTTI I CITTADINI
  • Vincenzo Miozzi su  DOPO L’ULTIMA VITTORIA ELETTORALE MILEI È SENZA FRENI
  • Vincenzo Miozzi su INCREDIBILE MA ANCORA AUMENTANO LE DISUGUAGLIANZE
  • Sergio Buschi su MATTARELLA FIRMA LA LEGGE LIBERTICIDA

Social Networks

Facebook Twitter Instagram

Ultimi Post

  • OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA

    31 Maggio 2026
  • PANNELLA SENZA EREDI: L’ITALIA DELLE TARGHE E DEI DIRITTI NEGATI

    26 Maggio 2026
  • ENERGIA NUCLEARE: UN FUTURO DI CARTAPESTA

    25 Maggio 2026
  • LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?

    24 Maggio 2026
  • L’ISTAT CERTIFICA I NUMERI DI UN VERO DISASTRO

    23 Maggio 2026

Newsletter

Categorie

  • Ambiente (26)
  • Comunicati stampa (2)
  • Cultura (32)
  • Economia e Finanza (14)
  • Editoriali (47)
  • Glocal (1)
  • Politica (319)
  • Salute (7)
  • Senza categoria (1)
  • Sociale (97)

Articolo 3

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"

Costituzione della Repubblica Italiana


Thomas Piketty

"Ogni società umana deve giustificare le sue diseguaglianze"

Capitale e Ideologia

Politica

  • OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA

    31 Maggio 2026
  • LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?

    24 Maggio 2026
  • L’ISTAT CERTIFICA I NUMERI DI UN VERO DISASTRO

    23 Maggio 2026
  • L’UNIONE EUROPEA STA DISSANGUANDO I SUOI CITTADINI

    22 Maggio 2026

Sociale

  • LA LEZIONE DE “IL PICCOLO PRINCIPE” CHE IL FISCO IGNORA

    30 Gennaio 2026
  • A TRENT’ANNI DALLA BARBARA UCCISIONE DEL PICCOLO GIUSEPPE DI MATTEO: SEQUESTRATO, TENUTO PRIGIONIERO PER MESI, INFINE STRANGOLATO E SCIOLTO NELL’ACIDO

    13 Gennaio 2026
  • PALESTINA: LA “PACE” E LA TRAPPOLA DELLE PAROLE

    29 Dicembre 2025

Social Networks

Facebook Twitter Instagram
  • Facebook
  • Twitter
  • Instagram

@2021 - All Right Reserved. Designed and Developed by Planetcall Direct
Privacy Policy & Cookie Policy

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web per offrirti l'esperienza più pertinente ricordando le tue preferenze e le visite ripetute. Cliccando su "Accetta" acconsenti all'uso di TUTTI i cookie.
Rifiuta.
Cookie SettingsAccept
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. These cookies ensure basic functionalities and security features of the website, anonymously.
Functional
Functional cookies help to perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collect feedbacks, and other third-party features.
Performance
Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.
Analytics
Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.
Advertisement
Advertisement cookies are used to provide visitors with relevant ads and marketing campaigns. These cookies track visitors across websites and collect information to provide customized ads.
Others
Other uncategorized cookies are those that are being analyzed and have not been classified into a category as yet.
ACCETTA E SALVA
l'Eguaglianza
  • HOME
  • Manifesto
  • RUBRICHE
    • Editoriali
    • Politica
    • Sociale
    • Economia e Finanza
    • Scienza
    • Cultura
    • Ambiente
    • Glocal
    • Salute
    • Urbanistica e Territorio
    • Sport
  • REDAZIONE
  • Archivio
  • GERENZA
  • Contatti

Potrebbe Interessartix

OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA

31 Maggio 2026

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE È GIÀ SCATTATA?

24 Maggio 2026