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LA DEMOCRAZIA È POSSIBILE SOLO CON LA PARTECIPAZIONE E L’ASCOLTO DEI DESIDERI DI TUTTI I CITTADINI

di Michele BLANCO 13 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La società contemporanea sembra essere una “democrazia” senza popolo, dove l’astensionismo e la scarsa partecipazione democratica caratterizza, in particolare, la politica italiana, ma anche le altre democrazie occidentali. Con il conseguente grave declino dei fondamenti democratici nelle società italiana, europee e nord americana. Basti pensare che in Italia nel dopoguerra la democrazia rinasce con altissime percentuali di partecipanti alle votazioni e, soprattutto, con grande partecipazione popolare al dibattito politico, sindacale e sociale. Si pensi che la Repubblica Italiana nacque in seguito ai risultati del referendum istituzionale, indetto il 2 giugno 1946 per determinare la forma di Go verno a seguito della fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in Italia partecipavano anche le donne a una consultazione politica nazionale: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28.005.449 cittadini aventi diritto al voto. Alle successive e sentite elezioni politiche del 18 aprile 1948, l’affluenza è stata ancora più elevata, raggiungendo il 92,19% per la Camera dei deputati e il 92,15% per il Senato della Repubblica. Per decenni il voto alle elezioni dei cittadini italiani è stato espresso con altissime percentuali, anche se tendenzialmente calanti di fronte alle prime tornate elettorali. Ma alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, si può certamente par lare di un crollo senza precedenti dell’affluenza. Infatti, i dati del Ministero dell’Interno mostrano, chiaramente purtroppo, come la percentuale degli aventi diritto recatasi alle urne sia calata di circa 9 punti percentuali, passando dal 72,9% del 2018 al 63,78% del 2022. Un dato che pone le elezioni ita liane del 2022 nei primi dieci posti dei maggiori crolli di affluenza nella storia dell’Europa Occidentale dal 1945 ad oggi. Alle successive elezioni Europee del 9 giugno 2024, l’affluenza è stata appena del 49,69%, un vero e proprio record negativo. In questo modo, vista la continua tendenza dell’aumento dell’astensionismo alle elezioni, sembra che si debba oggettivamente temere per la stessa tenuta delle istituzioni democratiche. Il contesto della società italiana contemporanea vede l’inesorabile allargamento sistemico delle disuguaglianze sociali; la «distruzione del passato», intesa come rimozione

della stessa memoria storica (tanto che sembra molto più attuale oggi la riflessione di Tocqueville: «Poiché il passato non rischiara più l’avvenire, lo spirito avanza nelle tenebre», in A. De Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, libro II, IV, cap. 8, Utet, Torino, 1968, vol. 2, p. 825); lo sviluppo su scala globale della “misinformazione” e della disinformazione, due stadi distorsivi dei processi formativi dell’opinione pubblica, che è l’elemento vitale per il corretto funzionamento di un sistema democratico; l’assenza, sempre più preoccupante e diffusa, di fiducia nel futuro. Tutti questi fattori insieme lavorano come enormi «tarli del legno», erodendo e svuotando dall’interno la voglia e la volontà di partecipazione effettiva che, sembra corretto ripetere, è assolutamente fondamentale per il corretto funzionamento del sistema democratico e del nostro patto collettivo su cui aveva posto i fondamenti la Costituzione democratica e repubblicana italiana, entrata in vigore nel 1948. Lo stesso Norberto Bobbio (1909-2004), grande giurista, filosofo e studio so della democrazia e dei diritti, ha affermato molto esplicitamente che nelle democrazie occidentali è in atto una totale inversione del rapporto fra «controllori e controllati, poiché attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa ormai gli eletti controllano gli elettori», in N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. XV. Chiaramente Bobbio ci aveva messo in guardia dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro gestione monopolistica, in mano a sempre meno persone, che stanno uccidendo la democrazia e la stanno trasformando in una tirannia videocratica. Il pericolo effettivo riguarda il supremo valore della libertà che viene intaccato nella sua sfera più delicata, importante e irrinunciabile, quella della autonomia intellettuale dei cittadini.

Come necessario esempio di disinformazione imperante nei mezzi di comunicazione di massa in questi ultimi anni si è assistito ad una grande campagna di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari. Malgrado questa imponente campagna dei mass media, la maggioranza degli italiani è assolutamente contraria alla guerra, a tutte le guerre e al coinvolgimento italiano (La maggioranza assoluta degli elettori italiani (57%) non sostiene né la Russia né l’Ucraina. Circa un terzo parteggia per l’Ucraina, mentre l’11% simpatizza per la Russia. Rispetto all’inizio del conflitto, il sostegno all’Ucraina è drasticamente calato dal 57% al 32%. E se non cambia sostanzialmente il sostegno alla Russia, cresce nettamente l’equidistanza: dal 38% del 2022 al 57% di oggi, in https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-pagnoncelli-guerra-ucraina-riarmo-europeo-opinioni-taliani), tutto questo risulta chiaramente dagli innumerevoli sondaggi effettuati, gli italiani sono contrari anche al previsto piano di riarmo europeo. Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle “avventure” militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano che nessuno vuole armamenti e guerre, soprattutto al posto di servizi sociali garantiti, sanitari e istruzione di qualità, per tutti.

Malgrado questa chiara volontà popolare i mezzi di comunicazione di massa, hanno tentato e tentano con tutta la forza possibile di occultare, le tantissime, anche molto autorevoli opinioni di chi dice no al riarmo europeo e no alle guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari. Si deve ribadire che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, invece nelle scelte politiche i governanti europei e italiani vogliono fare, e fanno, l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsiderata mente le spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare e applicare, nelle scelte politiche, le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini, senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Nella realtà gli schieramenti politici che sembrano, o si propongono come alternativi, ma praticano le stesse politiche di aumento delle spese militari, i cittadini, contrari alle politiche militariste, sono scoraggiati a partecipare alle attività democratiche, ai dibattiti e ad andare a votare, perché ritengono che comunque vada, i politici “decidono senza tenere conto della loro opinione”.

Il filosofo tedesco Habermas ha messo in guardia l’Europa (in J. Habermas, L’Europa da cambiare, in “L’Internazionale”, del 4 aprile 2025, n. 1608, pp. 48-49), da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale ottenuta, anche a livello europeo e di welfare state che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello dell’“abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali resi ormai gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva non è difficile arrivare a considerare le persone oggetti.

Vogliono sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici, che in realtà non esistono e comunque non rappresentano un pericolo per le nazioni e ne anche per i cittadini italiani ed europei.

Sarebbe vitale e necessario un ritorno alla partecipazione effettiva dei cittadini in modo che le soggettività, individuali e collettive, come amava dire Hannah Arendt, si possano esprimere in pubblico attraverso un democratico dibattito, cioè nell’agorà della polis democratica (piazze, sezioni, circoli, tea tri, ecc.), dove discutere dei problemi della politica, della società e della vita quotidiana, non nei talk show televisivi, sempre più stereotipati e ripetitivi.

Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo cercare il modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare effettivamente e in modo incisivo la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti, plurali e veritieri, cosa oggettivamente difficile, visto che attualmente i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica.

Purtroppo, oggi le politiche dell’Unione Europea, la politica degli Stati Uniti D’America, come la politica italiana, sia di centrodestra che di centro sinistra, si è fatta, da troppi anni, custode cieca e ubbidiente dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Infatti il «Il tratto che unisce le due sponde dell’Oceano Atlantico è prprio una crescente e angosciata domanda di protezione da parte di quei settori della società che non riescono a tenere il passo con le rivoluzioni in atto: la coda lunga della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, il digitale e l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici con la transizione ecologica. Questi cittadini in affanno spesso si isolano, non riconoscendosi più nell’offerta politica», in P.G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024, p. 245.

In questo contesto è molto interessante notare come la «madre di tutte le battaglie», quella della lotta contro la disuguaglianza sociale non ha portato a grandi risultati, malgrado le nobili premesse programmatiche presenti nel dettato costituzionale. Sono proprio gli appartenenti alle classi sociali più povere a non partecipare più al voto, infatti il tanto discusso astensionismo rivela, ad un’analisi critica, il suo carattere fortemente classista finendo per ricadere e coinvolgere, in numero sempre maggiore, i ceti deboli, precari e disagiati della società, in quell’enorme spazio pubblico rappresentato dalle periferie non solo urbane ma soprattutto economico-sociali e politico-culturali. È da quel punto esatto del corpo della democrazia repubblicana che sono andati emergendo i cosiddetti sovranismi a trazione post o neofascista che tuttavia non rappresentano la causa della crisi democratica ma il più grave sintomo manifesto. Come molto bene ricorda l’autore, «la malattia di cui soffrono le democrazie mature non è il populismo in sé quanto piuttosto la profonda crisi dello Stato sociale di stampo keynesiano». Inoltre conosciamo bene quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze economiche, ad esempio: «l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme», in C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 7.

Le delocalizzazioni degli stabilimenti dalle nazioni– come l’Italia – che avevano protezioni sindacali elevate verso paesi a basso costo del lavoro e pressoché nessuna tutela per i lavoratori (né rispetto per l’ambiente), sono diventate all’ordine del giorno; ne sono conseguite perdite occupazionali e una precarizzazione del lavoro, nell’illusoria convinzione di poter competere sul terreno dei costi di produzione anziché su quello dell’innovazione di processo e di prodotto. Tutto questo rivolgimento ha prodotto una nuova figura sociale: i “perdenti della globalizzazione”. Operai, impiegati, ma anche abitanti delle periferie della città e dei territori marginali, che avevano raggiunto un buon livello di reddito e di protezione sociale, hanno visto rapidamente messe in discussione le loro certezze e soprattutto non si sono più sentiti tutelati dalla politica e dalle istituzioni, a loro volta balbettanti nell’affrontare le ricadute negative della globalizzazione nelle economie mature, anche perché abituate a ragionare e ad avere potere di decisione e intervento solo su dimensione nazionale e non su scala planetaria», in F. Fornaro, Una democrazia senza popolo. Astensionismo e deriva plebiscitaria nell’Italia contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 2025, pp. 151-152.

La nuova «società di mercato», in fondo il vero prodotto finale della globalizzazione e della finanziarizzazione del capitalismo, ha così finito per prevalere, determinando drammaticamente, in molti, un’estesa «perdita di status» e una «paura del futuro», che ha avuto effetti economici e psicologici devastan ti soprattutto rispetto al rapporto con la partecipazione politica.

In questa situazione, ritiene Fornero, i sempre più numerosi «perdenti della globalizzazione» si sono sentiti traditi, anche con ragione oggettiva, in primo luogo da chi avrebbe dovuto difenderli dalla «mondializzazione dei fattori di produzione e dagli effetti devastanti della crisi economica del 2008, che ha visto la cancellazione del 13% della produzione mondiale e del 20% degli scambi commerciali e l’avvio di una fase di depressione che è durata più a lungo di quella del 1929» (p. 153).

Oggi purtroppo L’unione Europea rimane sostanzialmente “un gigante economico ma un nano politico”. L’Unione Europea, in buona sostanza, ha tradito le grandi aspettative che avevano portato alla sua nascita, in parti colar modo l’accettazione passiva del sistema economico del neoliberismo. Invece di incrementare l’Europa dei popoli e la democrazia partecipativa, de liberativa e consapevole dei suoi cittadini con una maggiore partecipazione alle decisioni: «I banchieri centrali … hanno preferito salvare gli istituti di credito che investire nella formazione, nella sanità e nella lotta ai cambia menti climatici. Così hanno contribuito ad aumentare la concentrazione del le ricchezze, perché i più ricchi beneficiano della crescita dei titoli di borsa e immobiliari consentita dalle acquisizioni dei titoli e dal denaro pubblico, mentre il risparmio delle persone meno abbienti è schiacciato dall’inflazione. Le regole europee di libera circolazione dei capitali si sono rivelate così estreme che perfino il Fondo monetario internazionale ha deciso di reintrodurre alcune forme di controllo dei capitali. Le nuove regole europee hanno anche contribuito ad aggravare il dumping fiscale (quando uno stato offre tasse più basse per attirare aziende e persone straniere): riduzione senza limiti dell’imposta sulle aziende, sviluppo dei paradisi fiscali, imposizione fiscale», in Thomas Piketty, Uno sguardo al passato per ripensare all’Europa, in “Internazionale”, n. 1548, 2/8 febbraio 2024, p. 38.

Ecco perché si deve invertire questa tendenza, per fare in modo che l’Europa democratica contrasti fortemente il ridimensionamento, se non proprio l’abolizione, della “politica” democratica in atto, vale a dire contrastare tutte le tendenze che negli ultimi anni rendono verosimile il diffuso comune sentire della inutilità della partecipazione e del voto. Infatti, ben conosciamo il dato di fatto che la democrazia non è possibile senza l’effettiva partecipazione dei cittadini e senza spazio di comunicazione libera, non manipolata e un agire politico libero e consapevole. Si deve contrastare la trasformazione degli Sta ti e delle istituzioni in dispositivi burocratici di sola gestione economica, per giunta ispirata a politiche di privatizzazione e austerità, perché questo significherebbe avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare, cosa che in realtà è avvenuta negli ultimi decenni. Oggi i tecnocrati europei vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i “presunti nemici”.

Mentre in realtà la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei sono razionalmente contrari alla guerra e all’aumento delle spese militari, soprattutto perché comportano il taglio delle spese sociali. Di contro i politici al potere tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili e dannose spese in armamenti, questo è diventato uno dei motivi che negli ultimi anni ha fatto aumentare l’astensionismo elettorale.

Bisogna opporsi fermamente al riarmo dell’Europa voluto dagli euroburocrati. Non c’è difesa europea possibile senza una pace vera e duratura. Non c’è Unione Europea senza la democrazia e il voto libero e capace di incidere dei cittadini europei su tutte le questioni importanti. È arrivato ora il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Dobbiamo essere felici di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

Oggi è fondamentale invertire la rotta e tornare a favorire la crescita sociale e egualitaria europea anche perché come sostiene l’economista Thomas Piketty: «Gli Stati Uniti non sono più un paese affidabile. Per alcuni non è una novità. La guerra in Iraq nel 2003 – con più di centomila morti, la destabilizzazione della regione e il ritorno dell’influenza russa – aveva già mostrato al mondo le conseguenze dannose della tracotanza militare statunitense. Ma la crisi attuale è inedita, perché chiama in causa il cuore stesso della potenza economica, finanziaria e politica del paese, che sembra disorientato, governa to da un leader instabile e imprevedibile, senza alcun contrappeso in grado di ristabilire la democrazia. Per ragionare su quello che succederà in futuro, bi- sogna rendersi conto della portata della svolta in corso. Se i trumpiani stanno portando avanti una politica così brutale e disperata è perché non sanno come reagire all’indebolimento economico del loro paese. A parità di potere d’acquisto, cioè in termini di volume reale di beni, servizi e macchinari prodotti ogni anno, il Pil della Cina nel 2016 ha superato quello degli Stati Uniti. Oggi lo supera del 30 per cento e raggiungerà il doppio del Pil statunitense entro il 2035. La realtà è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo», in T. Piketty, Gli Stati Uniti hanno perso il controllo del mondo, in “L’Internazionale”, del 18 aprile 2025, n. 1610, p. 38.

Oggi più che mai c’è «bisogno di “politica” nel senso forte del termine, perché solo così possiamo promuovere quella cultura comune, quel modo condiviso di rapportarsi alla sfera della convivenza entro uno stesso spazio pubblico … senza il quale non si costruisce quella che è la base di ogni aggregazione politica … la tensione verso il consegui mento del bene comune», in P. Pombeni, Lo stato e la politica. Quando contano nel mondo globale di oggi, Il Mulino, Bologna 20202, p. 165.

Tornare a pensare ad una società politica italiana e europea libera, demo cratica partecipativa, con al primo posto una istruzione adeguata veramente per tutti, con tutti i diritti sociali garantiti, dove le persone siano veramente uguali, e ognuno possa sviluppare le sue capacità per potere vivere con dignità. Ma per farlo si devono ridurre le disuguaglianze, causate dalle politiche di austerità volute dall’ideologia neoliberista, cosi da ridare speranza per il futuro. Un possibile mondo futuro in una società con grandi investimenti in istruzione, composta da persone pensanti, libere e autonome dove si riescano a mettere da parte i personali egoismi individuali per raggiungere in modo solidale quella che più si avvicina, come ha prospettato il filosofo e sociologo Jürgen Habermas, la “migliore soluzione possibile” dei problemi del vivere insieme che riguardi effettivamente il bene e le esigenze effettive comuni di tutte le persone, di tutti i componenti la società senza nessuna differenza.

13 Marzo 2026 2 Commenti
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Politica

IL FERMO PREVENTIVO APPROVATO DAL GOVERNO MELONI CI PORTA VERSO IL DIRITTO PENALE DELL’OPPRESSIONE

di Vincenzo MUSACCHIO 12 Marzo 2026
Scritto da Vincenzo MUSACCHIO


L’istituto del fermo o trattenimento per identificazione, che in Italia può durare fino a dodici ore, estendibili a ventiquattro in situazioni eccezionali, rappresenta un preoccupante passo indietro dal diritto penale delle libertà verso un diritto penale orientato all’oppressione. Non esiste un equilibrio reale tra le esigenze di sicurezza pubblica e la tutela delle libertà fondamentali, poiché le prime finiscono per soffocare le seconde. La Costituzione italiana non lascia spazio a fraintendimenti: la libertà personale è inviolabile. Ogni limitazione deve essere disposta mediante un atto motivato dell’autorità giudiziaria. Il trattenimento per dodici ore, pertanto, è in palese contrasto con i principi costituzionali. È un’inaccettabile aberrazione giuridica che un cittadino possa essere privato della propria libertà per mezza giornata, sottoposto unicamente alla volontà della polizia giudiziaria. Il giudice è coinvolto solo successivamente, riducendo così il suo ruolo a una mera formalità burocratica a posteriori, anziché ad una garanzia di tutela preventiva. Ciò che dovrebbe essere uno strumento eccezionale assume i contorni di una prassi, utilizzata per esercitare pressioni su individui considerati “scomodi” o poco cooperativi. L’uso del concetto di “sospetto”, contenuto nella norma, è altamente vago e affidato a una discrezionalità soggettiva. Mancano parametri oggettivi: non è necessario che ci sia un reato o un rischio imminente chiaramente definito, il fermo potrebbe basarsi su pregiudizi, apparenze o atteggiamenti discriminatori, senza alcun concreto ostacolo giuridico. L’assenza di un obbligo immediato di motivare il provvedimento davanti a un giudice neutrale fa del fermo una sorta di punizione preventiva o addirittura una manifestazione di forza dello Stato. È impensabile che un cittadino possa restare “imprigionato” in caserma per dodici ore senza l’assistenza di un avvocato e senza contatti esterni. Questo configura, a mio giudizio, una palese violazione dei diritti umani fondamentali. Seppure tecnicamente non si tratti di un arresto, l’effetto pratico è una vera e propria privazione della libertà, accompagnata persino da un ritardo nell’esercizio del diritto alla difesa. Negare l’accesso tempestivo a un legale riduce il cittadino a una posizione passiva e gli nega le tutele contro gli eventuali arbitri del potere statale. Permettere allo Stato di trattenere una persona basandosi soltanto su vaghi sospetti, senza una verifica giudiziaria immediata, sposta drammaticamente l’equilibrio dall’habeas corpus a un sistema repressivo tipico di uno Stato di polizia. Favorire un apparente senso di sicurezza a scapito della libertà crea le condizioni per soffocare il vigente diritto penale delle libertà e sostituirlo con uno strumento di oppressione e privilegio. Se alla polizia è consentito di fermare chiunque “per accertamenti” senza prove concrete, la distanza tra la figura del cittadino libero e quella del suddito sorvegliato si riduce in modo allarmante. Dodici ore non possono essere considerate un arco temporale irrilevante: rappresentano, al contrario, uno spazio in cui i diritti civili sono letteralmente sospesi. In uno Stato di diritto, l’efficienza della polizia non deve mai compromettere la necessaria supervisione della magistratura.

12 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

LO ZAINETTO ROSSO DI SANGUE

di Nicola OCCHIONERO 7 Marzo 2026
Scritto da Nicola OCCHIONERO

Uno zainetto intriso di sangue posato a terra, si intravede un colore rosa sbiadito che evoca l’immagine di una bambina. Chi lo portava in spalla non griderà più madar (mamma) al ritorno da scuola. 

Guardo l’immagine e penso a una similitudine con il telo dell’Uomo della Sindone, quasi fosse impresso sullo schienale dello zaino il corpicino caldo e vivace di una scolara ancora troppo ingenua e innocente per capire che il suo destino sarebbe stato quello di morire per l’effetto  collaterale di un attacco da parte di eserciti che avrebbero voluta salvarla dal suo dittatore. 

Che culo! Avrebbe commentato con sarcasmo un suo coetaneo romano.

All’Uomo della Sindone sono stati inflitti circa 120 colpi di flagrum romano, solitamente ai giudei ne venivano inflitti 39, ma quest’uomo, che tutti gli studiosi anche atei associano alla figura di Cristo, l’aveva combinata grossa. La sua rivoluzione prevedeva come unica arma il perdono e come armatura l’amore, non rovesciava Cesare e non cacciava gli occupanti romani, ma lasciava a questi il potere temporale, annunciando invece il Regno dei Cieli. Vallo a raccontare a Netanyahu, Trump e consorterie.

Questa bambina e le altre centocinquanta compagne volevano solo andare a scuola. 

Che sfigaa! Commenterebbe un suo coetaneo milanese.

Intanto, Netanyahu ha dichiarato “stiamo aiutando il popolo iraniano a ottenere la libertà”. 

‘E cazze tuoje, mai? Ha commentato il coetaneo napoletano.

7 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’AGGRESSIONE ALL’IRAN È DIRETTA CONTRO LA CINA E PER IL PETROLIO

di Michele BLANCO 6 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Gli Usa non vogliono tollerare, in nessun modo, un Iran alleato di Cina e Russia.

La solita e rozza propaganda manipolatrice parla di “guerra di liberazione”, ma non ci dice che le donne in Arabia Saudita sono trattate molto peggio che in Iran, non ci dice che i diritti umani fondamentali sono meno rispettati in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alleati dell’occidente, che in Iran.

La propaganda non ci dice che meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove reali dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l’atomica è cosa ovvia: nel mondo contemporaneo un Paese che ne dispone diventa intoccabile. Vedi la Corea del Nord. Perciò l’obiettivo che gli ayatollah certamente perseguono va a ogni costo impedito.

La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono falsamente sbandierate in questi giorni. Agli israeliani e statunitensi non interessa il rispetto dei diritti umani del popolo iraniano.

Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, si tratta delle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito dopo la Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo pericoloso “gioco”, dove le attuali potenze cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran, con le sue attuali alleanze, gioca un ruolo essenziale.

L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile ad altri Stati medio-orientali, è una nazione importante, con una storia millenaria, determinante per gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche mondiali. Questo è il vero punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan.

In un mondo dove i conflitti regionali dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, come la forte alleanza Brics, per rivendicare la propria autonomia anche politica, gli Stati Uniti d’America non vogliono accettare un Iran forte e strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo ferreo e reale di tutti i flussi e rotte energetiche da parte di una tale alleanza.

Oggi le leadership mondiali o riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso, oppure i rischi saranno tragici per l’intera umanità.

Con la guerra le falsificazioni e la propaganda la fanno da padroni. In questo contesto assistiamo al possibile crollo di una cultura di pace che aveva cercato di segnare il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea.

Infatti nessun leader europeo sembra capace di raccogliere l’eredità del Manifesto di Ventotene. A Ventotene si pensava a un ordine internazionale federale, in nessun modo si voleva «un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli», un ordine «che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici», un ordine democratico dotato di un corpo di leggi «al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi».

Ai laici del Manifesto di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: con l’appello a non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato lo riconosce attraverso la sua azione volta a liberarla da tutti gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica.

Sia a Ventotene che a Camaldoli invocavano insieme il bene assoluto che è rappresentato dalla “pace”. Infatti scrivevano: “ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Nell’attuale mondo siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, fino al ritenerla infine una situazione normale, un mezzo con cui si risolvono i conflitti. Superfluo anche ormai discutere sulle ragioni di una parte o dell’altra – dispute scolastiche, sofistiche.

Oggi vediamo tutti i giorni il più forte che interviene dove ritiene minacciati i propri interessi.

Un ritorno vergognoso allo Stato di natura e alla “legge del più forte”. Questo rappresenta la fine di migliaia di anni di pensiero filosofico, la fine della possibilità di un sistema politico che possa essere democratico. La fine di ogni speranza del “Sapere aude”, di “avere il coraggio di conoscere”, di ogni possibilità di pensare con la propria testa, usando la propria intelligenza senza la guida di altri.

La fine di ogni possibilità di emancipazione umana, come intesa letteralmente come il processo di liberazione da sistemi oppressivi, soggezione o condizioni subalterne, finalizzato al pieno riconoscimento dei diritti e all’autonomia dell’individuo o di gruppi. Essa implica il superamento di alienazioni economiche, sociali, culturali o politiche (come la religione) per ottenere una vera libertà, autonomia e dignità.

6 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’IMMAGINE E LA VERA REALTÀ DI DUBAI

di Michele BLANCO 5 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Dubai è una città ed emirato degli Emirati Arabi Uniti, nota per i negozi di lusso, gli edifici ultramoderni e la vivace scena notturna. Burj Khalifa, una torre di 830 m, spicca tra i grattacieli del paesaggio urbano. Ai suoi piedi si trova la Dubai Fountain, i cui spruzzi d’acqua creano coreografie con musica e luci. Sulle isole artificiali poco distanti dalla costa si trova Atlantis The Palm, un resort con parchi acquatici e animali marini.

Questa è L’immagine ma vediamo altre caratteristiche che nessuno dei maggiori mass media italiani ci informa. 

Tra le nazioni contemporanee si basa su un tipo di contratto che secondo molti esperti giuslavoristi rappresenta un tipo di schiavitù moderna, proprio in senso letterale.

Il Global Slavery Index 2023 colloca gli UAE al settimo posto mondiale per prevalenza di forme dischiavitù moderna. Il sistema kafala lega lo status migratorio del lavoratore al datore di lavoro, che gli sequestra il passaporto. Se scappa, viene accusato di “absconding”, un grave reato di inadempimento contrattuale, e rischia arresto e deportazione. Si tratta do 8 milioni di lavoratori migranti che vivono sequestrati da questo sistema. La Harvard International Review lo definisce chiaramente: il lavoratore è “preso in ostaggio.”

Migliaia di lavoratori muoiono. E nessuno li conta.

Secondo il Vital Signs Project, circa 10.000 lavoratori migranti dall’Asia muoiono ogni anno nel Golfo, oltre metà con cause “non spiegate”, come  “arresto cardiaco” che capita a persone  ventenni che lavorano fino 14 ore a 50 gradi. Nel 2004, il governo di Dubai dichiarò ufficialmente 34 morti nei lavori edili; Construction Week ne trovò con certezza 880; il consolato indiano ne registrò 971 nel 2005. Per il Burj Khalifa non esiste nemmeno un conteggio ufficiale.

La libertà di parola non esiste.

Gli Emirati Arabi Uniti sono 119° su 180 paesi nell’indice di libertà di stampa. L’attivista Ahmed Mansoor, per 10 anni di carcere per alcuni post online, condannato anche sulla base di chat WhatsApp private. L’accademico Nasser bin Ghaith: ergastolo per pochi tweet critici. Nel 2017, esprimere simpatia per il Qatar, Stato del Golfo avversario, sui social poteva costare 15 anni di carcere. I siti sui diritti umani sono bloccati. L’ultimo quotidiano indipendente, il 7Days, ha chiuso nel 2016.

L’omosessualità è punita con la morte.

L’omosessualità è reato punibile con la pena di morte sotto la legge islamica emiratina. 

Dubai vieni da molti esperti di  finanza internazionale la “lavatrice” di denaro sporco più grande del mondo.

L’indagine “Dubai Unlocked”, ha rivelato 198.000 proprietà di stranieri per oltre 90 miliardi di dollari. Tra i proprietari: capitalisti russi sanzionati, attivisti Hezbollah, narcotrafficanti da tutto  il mondo, funzionari corrotti, evasori miliardari.  

L’oro sporco finanzia guerre e dittatori : 

Il 95% dell’oro dall’Africa orientale e centrale passa da Dubai. Oltre 3 miliardi di dollari annui in oro da zone di conflitto raggiungono i mercati internazionali via Dubai. SwissAid ha trovato che nel 2022, 435 tonnellate di oro non dichiarato (31 miliardi di dollari) sono state esportate dall’Africa, di questi il 93% contrabbandato negli Emirati Arabi Uniti e a Dubai. Un contrabbandiere zimbabwano nell’inchiesta di Al Jazeera “Gold Mafia”, ha dichiaratoche: “Viene tutto da Dubai. Dubai, Dubai, Dubai.”

 Crimini di guerra in Yemen. Documentati.

Human Rights Watch ha documentato quasi 90 attacchi illegali della coalizione Emirati ArabiUniti- Arabia Saudita in Yemen, molti classificabili come crimini di guerra con bombardamenti indiscriminati su case civili, scuole, ospedali, mercati. L’Associated Press ha scoperto 18 prigioni segrete gestite dagli Emirati Arabi Uniti nel sud dello Yemen con torture, waterboarding, morti e sparizioni forzate. Amnesty International ha documentato che gli Emirati Arabi Uniti hanno trasferito armi occidentali (almeno 3,5 miliardi di dollari) a milizie accusate di crimini di guerra. 

Ma dal punto di vista ecologico troviamo che a Dubai si consumano

21,36 tonnellate di CO2 pro capite (Worldometer, 2022) contro una media mondiale di circa 4,7. Consumo idrico: 550 litri pro capite al giorno, tra i più alti del pianeta. Il 40% dell’acqua viene da 70 impianti di desalinizzazione che funzionano a combustibili fossili. Il Climate Action Tracker classifica le politiche climatiche degli Emirati Arabi Uniti come assolutamente “insufficienti.” Hanno ospitato il COP28 mentre lavoratori migranti svenivano e morivano per il caldo all’Expo 2020. 

 Il paradiso degli oligarchi di tutto il mondo, con i loro jet privati.

 Non è una nazione è un’azienda con un esercito.

Nessuna istituzione eletta democraticamente. Nessun partito politico. Nessun sindacato. Nessun salario minimo per migranti. Nessuna ONG indipendente. Human Rights Watch riporta continue sparizioni forzate, torture, detenzioni arbitrarie. Gli Emirati Arabi Uniti usano spyware per spiare giornalisti e leader mondiali. Nel processo “UAE 84”, decine di attivisti sono stati riprocessati dopo aver scontato la pena, il crimine originale, aver firmato una petizione per riforme costituzionali.

Quando qualcuno vi dice che Dubai è il futuro, chiedetegli: il futuro di chi? 

Ci auguriamo non sia il futuro ma solo un breve periodo triste che stiamo vivendo,  ma che possa passare presto. 

A cominciare dai diritti del lavoratori che siano rispettati insieme alla dignità per ogni essere umano. 

5 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

ESPORTATORI DI REGIMI AUTORITARI,  CAOS E GUERRE INFINITE

di Michele BLANCO 2 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Tutti gli interventi militari statunitensi ottengono risultati devastanti e assolutamente da condannare. La guerra in Afghanistan, ai raid su Teheran, passando dalla guerra per il petrolio del Kuwait in due tempi e l’eliminazione del regime di Gheddafi, hanno ottenuto effetti sempre peggiorativi della situazione di milioni di persone, senza contare milioni di morti, feriti e infinite sofferenze provocate.

La storia ci insegna, ma non ci è mai maestra purtroppo, che quando l’eliminazione del nemico viene venduta come inizio della libertà, del rispetto dei diritti umani o della democrazia imminente, apre la porta alla distruzione e al caos.

Si festeggiava nelle piazze occidentali per la morte di Osama Bin Laden (di Gheddafi o di Saddam Hussein). Si parlava di ritorno della giustizia, di missione compiuta per l’affermazione della democrazia, di sicurezza ristabilita. Poi sono arrivati vent’anni di Afghanistan (e di Libia divisa in due e di Iraq ormai un pantano, dove le elezioni le vincono sempre i partiti non filo occidentali). In Afghanistan cent’anni di occupazione militare per “garantire la democrazia”, ma poi la NATO e gli Stati Uniti d’America si sono dovuti ritirare di corsa come nel Vietnam. Oggi i talebani sono al potere incontrastati.

Ora si festeggia di nuovo, per fortuna solo sui mass media manipolatori della verità. Questa volta per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ricordiamo che si tratta del massimo leader religioso islamico sciita. Ma a parte la vergogna assoluta di bombardare in modo prestabilito e mirato l’abitazione di Khamenei e l’assassino di lui e della sua famiglia. Ci chiediamo a cosa ci porterà tutto questo?

L’assassino di un leader religioso e politico eliminato nel contesto di bombardamenti stranieri, illegittimi, illegali, disumani, criminali su un Paese sovrano.

Il punto centrale non è prendere le difese di Khamenei. Il punto fondamentale è interrogarsi sul metodo.

L’intervento, sempre illegittimo e illegale, militare viene spesso presentato come strumento per rimuovere regimi autoritari e aprire la strada alla libertà. È falsa e manipolatoria narrazione già usata e rivelatasi fallace: Iraq, Afghanistan, Libia. In ogni caso si parlava di stabilità futura, di transizione democratica, di nuovo equilibrio regionale.

L’Afghanistan è tornato ai talebani con le loro leggi.

La Libia è frammentata e divisa in fazioni in lotta tra loro.

L’Iraq è segnato da instabilità cronica.

Ogni volta si promette ordine democratico. Ogni volta si genera devastazione, guerra e totali disastri. 

Anche in questo caso si parla di “prospettiva di caos e vuoto di potere in una regione già turbolenta”.

Donald Trump ha autorizzato l’operazione militare insieme al governo di Benjamin Netanyahu mentre la via negoziale non era formalmente chiusa. Sul piano internazionale, non risulta alcun mandato, unico legalmente legittimo, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU. Sul piano interno statunitense, gli attacchi sono stati avviati senza una preventiva autorizzazione del Congresso, come richiesto dall’articolo I, sezione 8 della Costituzione americana. Diversi parlamentari – tra cui il senatore Tim Kaine e il leader democratico Chuck Schumer – hanno contestato pubblicamente la legittimità dell’azione, parlando di un atto di guerra deciso dall’esecutivo senza il voto dei rappresentanti eletti democraticamente dal popolo statunitense. Non è soltanto una scelta militare: è una gravissima forzatura istituzionale che concentra nelle mani del presidente un potere che la Costituzione affida solo al Congresso, scavalcando quei passaggi che, in teoria, dovrebbero impedire a un presidente di trascinare un Paese in un’escalation di guerra senza nessun controllo.

Sono questioni che raramente entrano nel falso e pericolo racconto celebrativo del “colpo riuscito”.

Eliminare illegalmente un leader di un Paese sovrano non equivale a costruire istituzioni democratiche e leggi a favore della libertà delle donne. Bombardare non equivale a democratizzare, ma si è chiaramente visto ha portato all’assassinio di 150 bambine che stavano in una scuola. La forza militare può abbattere un bersaglio, ma non crea automaticamente legittimità politica, anzi nasce certamente da illegittimità democratica e politica.

La vera domanda non è se Khamenei fosse un leader repressivo o autoritario. La domanda è se la rimozione violenta dall’esterno produca società più libere o soltanto distruzione, disordine, guerra civile.

Ogni volta che un’operazione viene dipinta come necessaria per “difendere la democrazia”, bisognerebbe guardare alle conseguenze distruttive di tutte le volte precedenti. Perché la storia recente insegna una cosa semplice: i vuoti di potere non restano vuoti, ma portato a lotte fratricide e distruzione.

Non dimentichiamo che israeliani e statunitensi vorrebbero insediare al potere il figlio dell’ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L’ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo “regno” ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall’uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l’opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.

Israele e gli stati Uniti non sono interessati primariamente ad un cambio di regime, ma al crollo e alla distruzione dello Stato iraniano, rendendolo probabilmente un altro Stato fallito come la Libia e la Siria. In questo modo potranno rubare facilmente le enormi ricchezze petrolifere.

Quindi tutti questo inutile massacro ha a che fare con l’obiettivo primario di Netanyahu e di Trump di distruggere l’indipendenza e la sovranità dell’Iran.

2 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’AGGRESSIONE AL POPOLO IRANIANO

di Michele BLANCO 1 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

Questa ennesima aggressione militare da parte di Stati che operano contro ogni principio di diritto internazionale, come sono Israele e gli Stati Uniti d’America, non ha niente a che fare col il nucleare, come non ha nessuna scusa di “esportare la democrazia”, anzi, se ci riescono, vogliono insediare al potere il figlio dell’ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia (Iran), con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L’ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo “regno” ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall’uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l’opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.

Israele e gli stati Uniti non sono interessati primariamente ad un cambio di regime, ma al crollo e alla distruzione dello Stato iraniano, rendendolo probabilmente un altro Stato fallito come la Libia e la Siria. In questo modo potranno rubare facilmente le enormi ricchezze petrolifere.

Quindi questo inutile massacro ha a che fare con l’obiettivo primario di Netanyahu e di Trump di distruggere l’Iran, che è alleato della Cina.

Questa guerra che ha assassinato 100 studentesse innocenti, in un solo bombardamento, ha l’obiettivo ultimo di consegnare l’egemonia ad un paese di 9 milioni abitanti, Israele, a scapito dell’intero Medioriente, dove vivono 400 milioni di persone.

1 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

L’ATTUALE TOTALE ECLISSE DELLA RAGIONE

di Michele BLANCO 1 Marzo 2026
Scritto da Michele BLANCO

La totale ingiustificata assenza di reali reazioni all’aggressione militare con vittime civili e circa 100 bambine di una scuola elementare, da parte di Stati che operano contro ogni principio di diritto internazionale come sono Israele e gli Stati Uniti d’America, purtroppo che da ora in poi sarà legittima ogni altra terribile violazione. Prossimamente probabilmente si avranno l’invasione cinese di Taiwan e poi l’invasione degli statunitensi a Cuba che ci provano dall’ invasione della baia dei Porci del 1961 con il fallito tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro a Cuba, messo in atto dalla CIA degli Stati Uniti d’America.

Ovviamente non è valida in nessun modo la vecchia e strausata scusa di “esportare la democrazia”, anzi, se ci riescono, vogliono insediare al potere il figlio dell’ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L’ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo “regno” ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall’uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l’opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.

Israele e gli stati Uniti non sono interessati primariamente ad un cambio di regime, ma al crollo e alla distruzione dello Stato iraniano, rendendolo probabilmente un altro Stato fallito come la Libia e la Siria. In questo modo potranno rubare facilmente le enormi ricchezze petrolifere.

Quindi tutti questo inutile massacro ha a che fare con l’obiettivo primario di Netanyahu e di Trump di distruggere l’Iran, che è alleato della Cina.

Questa ingiustificata guerra, come tutte le guerre è assolutamente ingiustificata e inutile, che ha purtroppo assassinato 100 studentesse innocenti, in un solo bombardamento, ha l’obiettivo ultimo di consegnare l’egemonia ad un paese di 9 milioni abitanti, Israele, a scapito dell’intero Medioriente, dove vivono 400 milioni di persone.

L’attuale aggressione statunitense e israeliana all’Iran è l’ennesimo colpo mortale, questa volta potrebbe essere il definitivo, inferto al diritto internazionale.

È la violazione assoluta e clamorosa della norma fondamentale della carta delle Nazioni Unite, che nel suo articolo 2 vieta assolutamente l’uso della forza contro uno Stato sovrano, e dello statuto della Corte penale internazionale, il cui articolo 5 qualifica come “crimine” gravissimo di sua competenza la guerra di aggressione, da parte di chiunque lo faccia, con qualsiasi scusa lo faccia.

I bombardamenti statunitensi hanno già fatto innumerevoli innocenti vittime civili. Hanno colpito una scuola femminile, cagionando la morte di più di 100 bambine e il ferimento di altre studentesse.

Il fatto che l’Iran sia una teocrazia nulla toglie alla gravità assoluta di questi efferati crimini. Siamo ormai di fronte al crollo di ogni parvenza di giustizia e di diritto internazionale.

Questa vergognosa guerra di aggressione, non dichiarata, è stata la terribile proclamazione ufficiale, da parte della più grande “potenza” militare del mondo, della legge del più forte, del più aggressivo, del più mafioso criminale, quale nuova norma fondamentale dei rapporti internazionali.

Questo rifiuto di qualsiasi limite era già stato clamorosamente ostentato da Donald Trump con il già fatto bombardamento in Iran nel giugno 2025, poi con il bombardamento in Nigeria delle bande dell’Isis e, il 3 gennaio, con l’aggressione, le uccisioni e il rapimento di un presidente democraticamente eletto dal suo popolo, al Venezuela. Era stato inoltre apertamente progettato dalla trumpiana nuova National Security Strategy del novembre 2025, nella quale fu rivendicata una sorta di illegale, vergognosa e irricevibile sovranità assoluta degli Stati Uniti, basata sull’assurdo primato incondizionato dei loro interessi, soprattutto a danno di qualunque interesse legittimo altrui.

Si tratta certamente di un colpo di stato internazionale, contro la legge e il diritto dei popolo un ritorno alla guerra di tutti contro tutti e alla terribile “legge” del più forte. La più grande potenza militare del pianeta è guidata da una persona, probabilmente pedofilo e anche colpevole di altri gravissimi reati, affetta da narcisismo e grandissima incontrollata megalomania, che ha chiaramente dichiarato di non ammettere limiti se non quelli posti da se medesimo, così mostrando di non conoscere, come tutti i despoti, il significato della parola democrazia, stato di diritto e legalità.

La gravissima assenza di reazioni a quest’aggressione renderà d’ora in poi legittima e scontata qualunque altra terribile violenza e violazione. Fino ad arrivare alla normalizzazione a livello globale delle guerre di aggressione. Il diritto internazionale cesserà di esistere.

La legge del più forte, del resto, è praticata e ostentata anche da altri terribili autocrati criminali, come l’alleato di trump Netanyahu. È una legge selvaggia e terribile, che in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari, sufficienti più volte ad annientare l’umanità, in possesso di ben nove nazioni, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano.

Uno dei fatti più vergognosi e di ribrezzo totale di questa guerra è il silenzio o, peggio, il sostegno dell’Unione Europea e in particolare dell’Italia, con la sola eccezione della Spagna e del suo governo. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Anche nell’aggressione statunitense e israeliana all’Iran, come del resto i precedenti bombardamenti del giugno 2025 e poi l’aggressione del 3 gennaio contro il Venezuela, c’è chiaramente da una parte un aggressore e dall’altra un aggredito. Il silenzio vergognoso dell’Unione europea e dell’Italia ne annullano qualunque credibilità internazionale e ne determinano l’irrilevanza dovuta alla loro totale subalternità agli Stati Uniti.

L’umanità è insomma chiaramente regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, criminali, esaltati e spregiudicati. Mentre crescono in modo smisurato la povertà dei poveri e la ricchezza dei ricchi in tutti i paesi del mondo la sola spesa pubblica in aumento è la inutile e costosa spesa militare, che va a beneficio soprattutto delle imprese statunitensi produttrici di armi che, grazie alle guerre in atto, hanno addirittura triplicato i loro profitti.

Quanto sta accadendo sta chiaramente mostrando non soltanto il fallimento del diritto internazionale, con esso dell’ONU, ma anche il crollo totale e la completa eclissi della ragione, esattamente come avevano profetizzato i filosofi Adorno, in Dialettica negativa 1966, e Horkheimer, in Eclisse della ragione (libro nato da lezioni fatte nel 1947).

1 Marzo 2026 0 Commenti
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Politica

IL MIO NO NEL RISPETTO DELLA COSTITUZIONE

di Pasquale DI LENA 28 Febbraio 2026
Scritto da Pasquale DI LENA

Anch’io, stanco del teatrino della non politica e, ancor più, dei suoi protagonisti inutili e, come tali, non utili per il Paese, ho faticato, e non poco, in questi due ultimi decenni, ad andare a votare ed esprimere il mio voto. Ci sono andato solo per rispetto dei principi costituzionali e della democrazia, che l’attuale sistema, il neoliberismo, mette in dubbio con i governi di destra, a partire da quello italiano.

Il 22 e 23 di Marzo p.v. andrò a votare e, libero di esprimere la mia volontà di continuare a lottare per un futuro migliore, segnerò con una croce il mio NO e lo farò nel rispetto della nostra Costituzione, la Carta dei principi e dei valori espressi dall’antifascismo con la Liberazione, dopo vent’anni di dittatura. Lancerò questo mio appello ad andare a votare soprattutto rivolto a chi ha rinunciato a farlo per le mie stesse ragioni sopra riportate. A chi so che ha a cuore la Costituzione – da sempre, un esempio per il mondo intero – e, con essa, il domani di questa nostra Italia. La Costituzione che “Ripudia (art.11) la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. È tempo di incontrarsi e stare insieme, riappropriarsi della politica, da anni nelle mani del sistema, per diventare promotori di confronto e di dialogo, di iniziative – non solo parole – atte a risolvere i problemi, a partire dalle disuguaglianze proprie di un sistema, il neoliberismo del dio denaro, che vede ricchi (l’1% dell’umanità), sempre più ricchi, possedere la ricchezza del rimanente 99% di donne e uomini che vivono questa nostra Madre Terra, con la Natura sempre più depredata e distrutta. Un sistema che, non avendo il senso del limite e del finito, è privo di domani, quello che spetta alle nuove generazioni. La crisi climatica, sempre più grave, è, non a caso, negata da chi il sistema lo rappresenta con la sua miseria politica, culturale e morale.

28 Febbraio 2026 0 Commenti
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Politica

PERCHÉ VOTO NO

di Fernando PETRIVELLI 27 Febbraio 2026
Scritto da Fernando PETRIVELLI

Tra il 1943 e il 1945 migliaia di uomini e donne scelsero di opporsi al fascismo e all’occupazione nazista. Molti pagarono con la vita. Nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana emerge con forza un filo comune: non si trattava solo di liberare un territorio, ma di restituire dignità alla persona, fondare uno Stato giusto, impedire il ritorno di ogni forma di dittatura e di sfruttamento del lavoro, di combattere la disuguaglianza fondata sull’appartenenza di classe.

Questi ideali della Resistenza tracciavano un programma politico e morale: libertà come fine del regime autoritario e libertà dallo sfruttamento capitalistico del lavoro; giustizia come superamento delle diseguaglianze e delle sopraffazioni che il fascismo aveva consolidato.

Quando nel 1946 nacque la Repubblica e l’Assemblea Costituente elaborò la Costituzione della Repubblica Italiana, quei principi non rimasero astratti. Divennero architettura istituzionale.

La Costituzione repubblicana si fonda su alcuni pilastri direttamente legati all’esperienza della guerra di Liberazione:

– Centralità della persona (art. 2): i diritti inviolabili come limite al potere.

– Eguaglianza sostanziale (art. 3): la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano libertà e dignità.

– Ripudio della guerra di aggressione (art. 11): risposta diretta al nazionalismo bellico del regime.

– Equilibrio e bilanciamento dei poteri: per impedire concentrazioni autoritarie.

– Pluralismo politico e sociale: antidoto alla logica del partito unico.

Questi elementi non sono neutri: nascono dalla memoria di una dittatura e dall’esperienza concreta della sua violenza.

La riforma costituzionale degli istituti di autogoverno della Magistratura approvata a maggioranza dal Parlamento italiano e sottoposta a Referendum pone una domanda profonda:

le conseguenze istituzionali e politiche che ne possono derivare saranno coerenti con lo spirito originario di bilanciamento tra poteri, oppure ne comprometteranno l’equilibrio?

Storicamente, le Costituzioni nate da processi di liberazione hanno una funzione precisa: limitare il potere, distribuendolo e sottoponendolo a controlli reciproci. Quando si discute di riforme costituzionali, il nodo non è solo tecnico, ma culturale e profondamente politico:

– si rafforza o si indebolisce il sistema dei contrappesi?

– si amplia o si restringe la rappresentanza?

– si tutela o si comprime la funzione di garanzia delle istituzioni?

La memoria della Resistenza non è un simbolo retorico: è un criterio di valutazione.

I partigiani non combattevano per una formula giuridica, ma per un’idea di Stato: uno Stato in cui il potere non fosse più arbitrio, ma responsabilità; non imposizione, ma legittimazione democratica.

Essere fedeli a quell’eredità non significa congelare la Costituzione, ma affrontare ogni proposta di cambiamento con consapevolezza storica. La democrazia costituzionale non vive di automatismi: vive di partecipazione informata e di memoria. 

Per impedire che il Governo italiano e la sua attuale maggioranza parlamentare di estrema destra, con la fanfara propagandistica dell’apparato TV a sostegno del progetto sovversivo dei contrappesi costituzionali, possano introdurre meccanismi di controllo e indirizzo dell’azione giudiziaria da parte dell’Esecutivo finalizzati a reprimere il dissenso e a colpire ogni forma di opposizione, occorrerà fermarli votando NO al Referendum.

27 Febbraio 2026 0 Commenti
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