LA VERA VITTORIA DEL CAPITALISMO NEOLIBERISTA

di Michele BLANCO

Oggi possiamo affermare senza nessuna ombra di dubbio che il più grande successo del capitale neoliberista non è stato solo lo smantellamento dello Stato sociale, ma aver convinto le sue innumerevoli e non difese vittime a non rendersi conto di cosa sia avvenuto negli ultimi 40 anni.

Infatti non è stato sufficiente tagliare pensioni, distruggere i contratti a tempo indeterminato, precarizzare le vite di decine di milioni di persone, l’ideologia neoliberista ha reso necessario riscrivere la percezione del mondo, trasformando i sacrosanti diritti sociali in privilegi, la giusta solidarietà in parassitismo, la normale e necessaria spesa pubblica in colpa.

Oggi milioni di persone, soprattutto giovani e precari, non pensano o sognano più l’estensione dei diritti sociali, ma il loro “inesorabile” e ingiusto contenimento. Milioni di persone povere arrivano a credere che le pensioni “troppo generose”, i congedi parentali, la sanità gratuita, le ferie pagate siano un peso che affonda le finanze pubbliche. Credono che chi ha un contratto stabile sia un privilegiato, quando non addirittura un ladro.

Ma come è stato possibile arrivare a questa assurda narrazione?

La grande inversione del pensiero da progressista a reazionario, il rispetto dei diritti da conquista collettiva a colpa individuale.

Nel secondo dopoguerra, l’Europa conobbe una grandissima stagione di ricostruzione e giustizia sociale. Lo Stato sociale, con i suoi fondamentali pilastri: istruzione pubblica, sanità universale, previdenza, era il compromesso fra capitale e lavoro che impediva il ritorno della barbarie. Quelle conquiste nacquero dalla lotta di classe e furono pagate con decenni di sacrifici da parte di milioni di cittadini e lavoratori.

Ma a partire dagli anni Ottanta, tutto è totalmente cambiato, in peggio. Il neoliberismo, prima con Reagan e Thatcher, poi con anche con Clinton, Blair e i loro cloni europei, ha capovolto il lessico politico. La spesa pubblica è diventata “inefficienza”, la solidarietà “spreco”, il diritto “assistenza”. Il problema, da sistemico, è diventato morale: non più la leale lotta tra classi, ma tra la falsa lotta tra “produttivi” e “improduttivi”.

Il welfare State è stato descritto come una macchina che premia la pigrizia e disincentiva l’impegno. Non un sistema di giustizia e protezione, ma un alibi per i falliti. Così, nel cuore dell’ideologia neoliberista, l’indigenza non è più il frutto di un’ingiustizia, ma di un fallimento personale. E chi riceve un aiuto pubblico diventa automaticamente sospetto. Ecco come si è arrivati al colpo di grazia del il neoliberismo interiorizzato.

Ma il vero trionfo del capitale è stato l’introiezione di questa ideologia da parte delle classi sociali subalterne e dei più deboli. Oggi, in molte piazze d’Europa, non è raro vedere precari che chiedono in modo incredibile “meno tasse”, “più merito”, “meno privilegi”. Non sanno che stanno tagliando il ramo su cui sono seduti.

Il capitale e i supericchi sono riusciti a creare una soggettività diffusa compatibile con la sua logica: un individuo isolato, competitivo, rancoroso, pronto a odiare chiunque goda di una protezione sociale che a lui è stata negata. L’odio non è più verso il padrone, ma verso l’insegnante “fannullone”, l’infermiere “assenteista”, il pensionato “privilegiato”. Non si sogna più un mondo in cui tutti abbiano giustizia, dignità e tutele: si sogna un mondo dove nessuno sia più tutelato.

Questa nuova ed egoista ideologia stabilisce che il lavoro stabile non è un obiettivo da estendere, ma un privilegio da abbattere. Chi ha un contratto decente è visto come un usurpatore. Chi gode di ferie pagate è un peso. E chi chiede sanità e istruzione pubblica è “assistenzialista”.

In tutto questo è stato fondamentale il ruolo avuto dai mass media che hanno portato a un vero e proprio rovesciamento culturale, che non è avvenuto assolutamente per caso. È stato programmato, finanziato, costruito con meticolosità. I think tank neoliberisti, a partire dalla Mont Pèlerin Society di Hayek e Friedman, hanno lavorato per decenni alla produzione di un nuovo senso comune.

I mass media mainstream hanno fatto il resto: ogni telegiornale, ogni talk show, ogni articolo che denuncia l’insegnante assenteista o il “furbetto del cartellino” serve a consolidare il pregiudizio che il pubblico sia inefficiente, costoso, ingiusto. La narrazione dominante mostra il welfare come una zavorra che affonda lo Stato, mai come un’ancora che salva la società e le persone.

Nel frattempo, si tace sul vero costo della finanza speculativa, dell’evasione fiscale sistemica, delle grandi rendite parassitarie. Si tace sul fatto che lo smantellamento del welfare sia servito a finanziare i salvataggi delle banche e ad abolire le mense per i poveri.

Le gravissime conseguenze oggi sono un popolo sempre più diviso, un capitale finanziario e parassitario indisturbato.

Il risultato di questa operazione culturale è una società frammentata, rancorosa, divisa, dove i lavoratori si guardano in cagnesco, dove il dipendente pubblico è visto come un nemico, il precario come uno sfigato, il disoccupato come un colpevole.

Il capitale, nel frattempo, osserva compiaciuto: più i lavoratori si odiano, meno si organizzano. Più odiano chi ha un diritto, meno lottano per estenderlo. Così l’erosione del welfare non trova resistenza, perché la rabbia e le rivendicazioni sono state deviate verso il basso, verso chi sta peggio mai verso l’alto, verso chi si arricchisce alle spalle dei più poveri.

Oggi Stato sociale è morto proprio nella coscienza di chi ne avrebbe bisogno. È questa la vera e totale vittoria del neoliberismo che non solo ha impoverito i corpi, ma ha addestrato e manipolato le menti.

Nel mondo contemporaneo è necessario ricostruire una coscienza sociale e questo richiede una grandissima battaglia culturale. Bisogna smascherare l’inganno, rompere la narrazione tossica che ha fatto del pubblico un bersaglio e del privato una religione. Non è lo Stato sociale che ha ucciso l’economia: è il capitalismo predatorio che ha ucciso lo Stato sociale.

Sarebbe il caso di dirlo ad alta voce, prima che sia troppo tardi, ma forse siamo arrivati ad un punto in cui è già troppo tardi.

  • Michele BLANCO. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli. Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). "La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale" (2024). "Introduzione al percorsointellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana", Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). "Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali" (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri“Deliberative democracy in Habermas”, in Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, "Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro dellademocrazia", in G.Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, "Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze", in G.Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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