NESSUNA IMPUNITÀ PER I RESPONSABILI ITALIANI E ITALO-ISRAELIANI DEI CRIMINI DI GENOCIDIO A DANNO DEL POPOLO PALESTINESE DI GAZA

di Fernando PETRIVELLI

Dal 7 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è stata trasformata in un laboratorio estremo di annientamento umano: città sventrate, ospedali colpiti, fame usata come arma, civili cancellati insieme alle loro case, ai loro quartieri, alla loro possibilità stessa di restare vivi, bambini di 3, 4, 5 anni uccisi con colpi alla nuca o al cuore esplosi da distanza ravvicinata da vigliacchi criminali nazisionisti travestiti da “soldati”, stupri, torture e uccisioni di prigionieri, bombardamenti a tappeto e distruzione totale di oltre il 90% degli edifici di Gaza che hanno reso la Striscia un luogo ostile alla vita umana, con l’intento di cancellare la memoria e l’identità del popolo palestinese. 

Non siamo più nel terreno dell’ambiguità politica o del lessico diplomatico. La Corte internazionale di giustizia, con le misure provvisorie del 26 gennaio 2024, ha riconosciuto la plausibilità dei diritti fatti valere dal Sudafrica ai sensi della Convenzione sul genocidio; la Corte penale internazionale ha emesso il 21 novembre 2024 mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità; la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato il 16 settembre 2025 che Israele ha commesso genocidio a Gaza e ha chiesto agli Stati di punire i responsabili.

Dentro questo quadro, il punto che il Governo di estrema destra italiano continua a rimuovere è tanto semplice quanto insopportabile: se cittadini italiani, anche titolari di doppia cittadinanza italo-israeliana, hanno preso parte a quelle operazioni, il problema non è morale soltanto: è penale! 

Si tratta dell’obbligo di accertare le responsabilità individuali, dell’obbligo di indagare e condannare i responsabili di tali immondi crimini contro l’Umanità. 

La legge italiana, del resto, non è muta. La legge n. 962 del 1967 punisce gli atti diretti a commettere genocidio e prevede, all’articolo 1, pene severissime per chi cagiona morte o lesioni gravissime o sottopone il gruppo a condizioni di vita tali da determinarne la distruzione fisica, totale o parziale. E l’articolo 3 è inequivocabile: “Se … deriva la morte di una o più persone, si applica la pena dell’ergastolo”. Inoltre l’articolo 9 del codice penale consente di punire il cittadino per delitti commessi all’estero quando si trovi nel territorio dello Stato, nei casi previsti dalla legge italiana. Non c’è dunque alcun vuoto normativo dietro cui nascondersi. 

Per questo i dati richiamati nell’articolo del Fatto Quotidiano del 24 marzo a firma di Stefania Maurizi forniti dallo stesso governo criminale di Israele ed acquisiti grazie a una richiesta di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) presentata dall’avvocato israeliano Elad Man dell ’ong Hatzlacha, non possono essere derubricati a curiosità statistica. Se davvero, tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025, 928 cittadini italiani hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane, di cui 828 con doppia cittadinanza italiana e israeliana, siamo davanti non a una questione marginale ma a una possibile criticità strutturale nell’esercizio effettivo del potere giurisdizionale laddove, a causa e per effetto del diniego di collaborazione da parte delle autorità governative israeliane e della reticenza istituzionale delle competenti autorità governative italiane, non fosse possibile pervenire alla identificazione dei predetti cittadini italiani e italo-israeliani e all’accertamento delle loro eventuali responsabilità per i reati di genocidio puniti con l’ergastolo. Naturalmente l’arruolamento di costoro nell’esercito criminale di Israele, da solo, non equivale a colpevolezza penale. Ma è più che sufficiente per imporre una domanda allo Stato: chi sono, in quali reparti hanno servito, dove sono stati impiegati, a quali operazioni hanno partecipato, quali condotte risultano documentate? Su questo terreno il silenzio istituzionale non è prudenza: è complicità.

Qui il parallelo con l’inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” è devastante. Quando è emersa l’ipotesi che italiani, negli anni Novanta, si recassero a Sarajevo per sparare sui civili come in un safari umano, il Paese è stato attraversato da un brivido di orrore; e la magistratura milanese ha aperto indagini, con un primo indagato interrogato nel febbraio 2026. E giustamente: perché nessuna distanza temporale cancella il dovere di cercare la verità su chi ha trasformato esseri umani in bersagli. Ma allora la domanda è inevitabile: se è doveroso indagare sui presunti assassini di Sarajevo trent’anni dopo, come potrebbe non esserlo verso cittadini italiani che abbiano preso parte, ieri o oggi, al genocidio del popolo palestinese di Gaza? 

Il punto, in fondo, riguarda il nostro stesso senso di giustizia. Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nella rimozione, a prendere un caffè al bancone, a condividere un treno, un ufficio, una scala condominiale o una fila al supermercato con chi potrebbe avere contribuito a massacri di civili, all’esecuzione a freddo di bambini, donne incinte e allo sterminio con bombe di intere famiglie di innocenti, all’assedio e alla distruzione totale di ospedali, alla fame deliberatamente inflitta a una popolazione intrappolata. Il disgusto che una simile immagine suscita non ha nulla di etnico e nulla di irrazionale. È la reazione minima di qualunque coscienza umana e democratica davanti alla possibilità che l’orrore si travesta da routine, che il crimine internazionale si lavi il volto e si ripresenti come normalità quotidiana. L’idea che tutto possa tornare come prima per chi ha operato dentro l’inferno di Gaza quale ignobile e vigliacco artefice di morte e sterminio è, essa stessa, una ferita inferta alla giustizia.

Del resto, è stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando al Bundestag il 16 novembre 2025, a ricordare che “nessuna ‘circostanza eccezionale’ può giustificare l’ingiustificabile” e che quanto accade ai civili a Gaza “non può rimanere ignorato e impunito”. Non sono parole di un militante, ma del Capo dello Stato. E pesano proprio perché rimettono al centro un principio che troppi governi hanno sepolto sotto la ragion di Stato: il diritto internazionale umanitario non è un ornamento retorico, ma il limite invalicabile oltre il quale lo Stato diventa complice della barbarie. 

Per questa ragione, la richiesta che sale da una parte crescente dell’opinione pubblica non è vendetta. È giurisdizione. È accertamento di responsabilità e punizione dei colpevoli. È il rifiuto dell’impunità. L’Italia ha il dovere etico e giuridico di individuare tutti i cittadini italiani o italo-israeliani che abbiano preso parte ai crimini commessi contro il popolo palestinese a Gaza e di perseguirli secondo la legge. Non per quello che sono, ma per quello che hanno fatto.

L’auspicio, allora, è che la Procura di Roma, formalmente sollecitata ad aprire un’indagine, trovi il coraggio istituzionale di compiere fino in fondo il proprio dovere: identificare i responsabili, ricostruirne le condotte, contestare i reati configurabili e chiedere, nei casi in cui ne ricorrano i presupposti, la pena che l’ordinamento italiano prevede per il genocidio aggravato dalla morte delle vittime: l’ergastolo. Perché una democrazia degna di questo nome si riconosce da qui: dalla sua capacità di non lasciare liberi, invisibili e confusi tra i cittadini comuni coloro che si siano macchiati dei più feroci crimini contro l’umanità. 

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