Tra il 1943 e il 1945 migliaia di uomini e donne scelsero di opporsi al fascismo e all’occupazione nazista. Molti pagarono con la vita. Nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana emerge con forza un filo comune: non si trattava solo di liberare un territorio, ma di restituire dignità alla persona, fondare uno Stato giusto, impedire il ritorno di ogni forma di dittatura e di sfruttamento del lavoro, di combattere la disuguaglianza fondata sull’appartenenza di classe.
Questi ideali della Resistenza tracciavano un programma politico e morale: libertà come fine del regime autoritario e libertà dallo sfruttamento capitalistico del lavoro; giustizia come superamento delle diseguaglianze e delle sopraffazioni che il fascismo aveva consolidato.
Quando nel 1946 nacque la Repubblica e l’Assemblea Costituente elaborò la Costituzione della Repubblica Italiana, quei principi non rimasero astratti. Divennero architettura istituzionale.
La Costituzione repubblicana si fonda su alcuni pilastri direttamente legati all’esperienza della guerra di Liberazione:
– Centralità della persona (art. 2): i diritti inviolabili come limite al potere.
– Eguaglianza sostanziale (art. 3): la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano libertà e dignità.
– Ripudio della guerra di aggressione (art. 11): risposta diretta al nazionalismo bellico del regime.
– Equilibrio e bilanciamento dei poteri: per impedire concentrazioni autoritarie.
– Pluralismo politico e sociale: antidoto alla logica del partito unico.
Questi elementi non sono neutri: nascono dalla memoria di una dittatura e dall’esperienza concreta della sua violenza.
La riforma costituzionale degli istituti di autogoverno della Magistratura approvata a maggioranza dal Parlamento italiano e sottoposta a Referendum pone una domanda profonda:
le conseguenze istituzionali e politiche che ne possono derivare saranno coerenti con lo spirito originario di bilanciamento tra poteri, oppure ne comprometteranno l’equilibrio?
Storicamente, le Costituzioni nate da processi di liberazione hanno una funzione precisa: limitare il potere, distribuendolo e sottoponendolo a controlli reciproci. Quando si discute di riforme costituzionali, il nodo non è solo tecnico, ma culturale e profondamente politico:
– si rafforza o si indebolisce il sistema dei contrappesi?
– si amplia o si restringe la rappresentanza?
– si tutela o si comprime la funzione di garanzia delle istituzioni?
La memoria della Resistenza non è un simbolo retorico: è un criterio di valutazione.
I partigiani non combattevano per una formula giuridica, ma per un’idea di Stato: uno Stato in cui il potere non fosse più arbitrio, ma responsabilità; non imposizione, ma legittimazione democratica.
Essere fedeli a quell’eredità non significa congelare la Costituzione, ma affrontare ogni proposta di cambiamento con consapevolezza storica. La democrazia costituzionale non vive di automatismi: vive di partecipazione informata e di memoria.
Per impedire che il Governo italiano e la sua attuale maggioranza parlamentare di estrema destra, con la fanfara propagandistica dell’apparato TV a sostegno del progetto sovversivo dei contrappesi costituzionali, possano introdurre meccanismi di controllo e indirizzo dell’azione giudiziaria da parte dell’Esecutivo finalizzati a reprimere il dissenso e a colpire ogni forma di opposizione, occorrerà fermarli votando NO al Referendum.
