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IL SIONISMO COME NEMICO DELL’UMANITÀ

di Fernando PETRIVELLI

C’è un documento che oggi pesa come una sentenza morale retroattiva sull’intera vicenda israeliana: la lettera inviata nel dicembre 1948 al New York Times da Albert Einstein, Hannah Arendt e altri intellettuali ebrei. Non un pamphlet marginale, non una provocazione postuma, ma un atto d’accusa precoce e lucidissimo. In quella lettera, il partito di Menachem Begin veniva descritto come strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e azione sociale, ai partiti nazista e fascista; l’Irgun (da cui è gemmato il Likud di Netanyahu e del quale era militante il padre di questi)  era indicato come organizzazione terroristica; il massacro di Deir Yassin veniva assunto a prova concreta della sua natura. Il punto decisivo è questo: il veleno era visibile fin dall’inizio. Non è vero che Israele abbia tradito solo più tardi una promessa democratica originaria. La matrice ultranazionalista, terrorista e suprematista era già denunciata alle origini da voci ebraiche di primissimo piano.

Quel testo del 1948 non parla soltanto di un episodio o di un leader. Parla di un metodo. Dice che le false dichiarazioni, il culto del capo, il terrorismo, l’intimidazione interna, la superiorità razziale e lo “Stato leader” non erano deviazioni occasionali, ma ingredienti strutturali di una politica. E quando Einstein e Arendt denunciano che Begin usa parole come “libertà” e “democrazia” per occultare una pratica fascista, stanno già smascherando l’intero dispositivo ideologico del sionismo di Stato: presentarsi come liberazione mentre si costruisce dominio, invocare sicurezza mentre si organizza espulsione, parlare in nome di un popolo perseguitato mentre si pongono le basi per la persecuzione e si mette in atto il genocidio di un altro popolo.

Se oggi si vuole capire perché il sionismo possa essere definito nemico dell’umanità, bisogna partire da qui: non come formula insultante, ma come giudizio politico su un’ideologia che ha subordinato l’eguaglianza umana alla sovranità etnica, la convivenza alla separazione, il diritto alla forza, la memoria alla propaganda. Un’ideologia che ha costruito uno Stato fondato non sulla cittadinanza eguale ma sulla gerarchia di appartenenza, sull’apartheid, non sulla laicità del diritto ma sulla sacralizzazione nazionalista della terra basata sulla fede religiosa, non sulla giustizia universale ma sul privilegio storico-politico di alcuni a scapito di altri.

Questa critica non viene dai suoi “nemici esterni”, ma attraversa un intero secolo di dissenso ebraico. Il sionismo fu a lungo una posizione minoritaria tra gli ebrei; leader religiosi e pensatori ebrei vi si opposero fin dall’Ottocento, rifiutando l’idea che il giudaismo dovesse trasformarsi in nazionalismo statale. Moritz Güdemann lo considerava incompatibile con gli insegnamenti del giudaismo; i rabbini riformati americani, già nel 1885, dichiaravano di non considerarsi una nazione ma una comunità religiosa; Ahad Ha’am, dopo la sua visita in Palestina nel 1891, notava che la terra non era affatto vuota e denunciava il comportamento ostile e crudele dei coloni verso la popolazione nativa. Il mito fondativo di “una terra senza popolo per un popolo senza terra” era dunque una menzogna scoperta fin dall’inizio.

Il dissenso non si fermò lì. Nel 1938 Einstein mise in guardia contro la tentazione di creare uno Stato intriso di nazionalismo ristretto e quando nel 1948 gli fu offerta la presidenza della nuova entità statuale la rifiutò fermamente. Martin Buber denunciò nel 1942 l’obiettivo di “conquistare” il territorio tramite manovre internazionali. Yeshayahu Leibowitz rifiutò che il giudaismo servisse come “copertura per la nudità del nazionalismo” e vide nell’occupazione della terra palestinese un abominio che corrompeva l’anima di Israele. Zeev Sternhell, studioso del fascismo, parlò di un crescente fascismo israeliano e di una mostruosità che erodeva la legittimità morale dello Stato. Shlomo Sand descrisse una società diventata intollerabilmente etnocentrica e razzista. Ilan Pappé ricostruisce la pulizia etnica come dato interno, non accidentale, del progetto sionista. Hannah Arendt, dal canto suo, non diede tregua al sionismo e ne vide l’incoerenza profonda: la pretesa di fondare una sicurezza storica su basi nazionaliste, escludenti e infine autodistruttive.

Questa genealogia conta enormemente. Conta perché impedisce la più frequente falsificazione polemica del nostro tempo: quella secondo cui la critica radicale del sionismo sarebbe, di per sé, una forma travestita di antisemitismo. La Storia esattamente il contrario. La più radicale contestazione del sionismo nasce anche dall’interno del mondo ebraico, in nome di una tradizione morale che rifiuta l’idolatria dello Stato, la divinizzazione della terra, la sacralizzazione dell’esercito, la riduzione della memoria a scudo di impunità. Il problema, dunque, non è l’ebraismo: è la sua cattura politica da parte di un progetto statale-coloniale che ha trasformato una tragedia storica in capitale ideologico e una memoria universale in una licenza di eccezione permanente.

Uno Stato che commette genocidio non può pretendere di onorare l’Olocausto; ogni cerimonia tenuta nel suo nome contamina la memoria delle vittime. La memoria è stata convertita in apparato di propaganda. Israele ha trasformato l’Olocausto in uno strumento manipolativo per chiedere impunità illimitata, mettere a tacere la critica dei propri crimini e giustificare una politica di supremazia etnica. Il “mai più”, sottratto al suo significato universale, viene ridotto a clausola tribale: mai più per noi, anche se per gli altri può continuare. È qui che il sionismo oltrepassa la soglia del nazionalismo aggressivo e si fa davvero nemico dell’umanità: quando pretende che le leggi morali universali non si applichino allo Stato che agisce in nome del collettivo ebraico.

Il sionismo, in questa prospettiva, non è solo una dottrina geopolitica. È una pedagogia della disumanizzazione. Insegna che la sicurezza di alcuni giustifica la privazione radicale di altri; che la sofferenza storica può essere monetizzata in immunità politica; che la superiorità militare è un titolo morale; che il colonialismo può travestirsi da autodifesa; che il razzismo può essere ridefinito come protezione identitaria. E quando un’ideologia riesce a naturalizzare tutto questo, non è più solo un problema regionale. Diventa un problema universale. Perché lavora contro il principio stesso che rende possibile una civiltà comune: l’uguale dignità degli esseri umani.

La lunga sequenza dei dissidenti ebrei sopra richiamati dimostra che il sionismo non è “l’ebraismo in atto”, ma una sua torsione moderna, storicamente situata, che molti ebrei hanno combattuto proprio per salvare l’universalismo etico dalla sua cattura nazionalista. Quando Leibowitz rifiuta la santificazione dello Stato, quando Arendt smonta il culto del “popolo” come assoluto politico, quando Buber denuncia il rozzo nazionalismo, quando Sternhell avverte il pericolo fascista, essi dicono tutti, in forme diverse, la stessa cosa: il sionismo non redime la storia ebraica, la sequestra; non universalizza la memoria, la arma; non protegge l’umanità dalla barbarie, la induce alla barbarie.

Ecco perché la lettera del 1948 resta così attuale. Non è solo un reperto. È un’origine smascherata. Einstein e Arendt avevano già visto che il linguaggio liberale poteva essere usato per coprire una pratica fascista, che il terrorismo poteva essere romanticizzato come fondazione statale, che il nazionalismo ebraico poteva degenerare in superiorità razziale, che i finanziatori e i complici americani avrebbero avuto una responsabilità decisiva. Oggi sappiamo che non si trattava di un eccesso polemico. Era un allarme storico. Non ascoltato allora, esso ritorna oggi come accusa contro l’Occidente che ha continuato a legittimare, armare e proteggere quella traiettoria.

Dire dunque che il sionismo è nemico dell’umanità non significa indulgere a uno slogan. Significa riconoscere che un progetto politico fondato su esclusione, colonizzazione, militarizzazione e gerarchia etnica è incompatibile con l’orizzonte universale dell’umano. Significa dire che nessun popolo può costruire la propria sicurezza sulla negazione sistematica di un altro. Significa rifiutare l’idea che il trauma possa diventare sovranità assoluta e che la memoria possa dispensare dall’obbligo della giustizia. Significa, infine, schierarsi non contro gli ebrei, ma contro ogni forma di supremazia statale che pretende di collocarsi al di sopra dell’umanità comune.

  • Avvocato cassazionista, svolge la professione forense a Roma da oltre trent’anni, si occupa di diritto civile e amministrativo, diritto urbanistico, ambientale e paesaggistico.
    È stato presidente del Parco Regionale dei Monti Simbruini dal 1999 al 2002 e del Parco Regionale  di Veio dal 2007 al 2010.
    Dalla fine del 2025 collabora con Giuristi e Avvocati per la Palestina e con il mensile l’Eguaglianza.

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