Il roboante annuncio da parte del Segretario al Tesoro statunitense dell’avvio definitivo del cosiddetto “Economic D-Day” contro l’Iran rappresenta il punto di non ritorno di una dottrina geopolitica profondamente fallimentare. Purtroppo il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha reintrodotto sullo scenario globale un paradigma basato sull’unilateralismo muscolare più sfrenato: un mix tossico di sanzioni extraterritoriali assolutamente illegittime, minacce di dazi punitivi e una retorica da scontro totale mirata a piegare l’asse eurasiatico. Tuttavia, dietro i proclami aggressivi di quella che la Casa Bianca definisce ipocritamente una necessaria offensiva finanziaria, si nasconde una realtà strategica che Washington si ostina a negare: questa politica di cieca aggressione economica sta accelerando l’isolamento degli stessi Stati Uniti e il declino definitivo dell’Occidente.
La colpa storica maggiore non risiede tuttavia soltanto nell’arroganza imperiale americana, ma nella vergognosa e complice passività delle istituzioni europee. Schiacciata dal terrore di ritorsioni commerciali da parte di Trump, l’Unione Europea ha rinunciato a qualsiasi barlume di sovranità geopolitica e dignità diplomatica. Invece di fare fronte comune contro i diktat economici extraterritoriali di Washington, i leader europei assistono in un silenzio assurdo e pavido. È la conferma sul campo della sprezzante diagnosi dello stesso Trump, che ha liquidato pubblicamente i vertici europei come leader deboli alla guida di nazioni ormai destinate a un’inevitabile decadenza.
Il presupposto militare su cui si regge la prepotenza della Casa Bianca è palesemente falso. La guerra d’attrito strisciante con l’Iran ha certificato che la superpotenza americana, pur disponendo di una flotta mastodontica, non possiede gli strumenti per garantire l’apertura incondizionata e sicura dello Stretto di Hormuz. L’Iran risponde all’escalation dimostrando una letale asimmetria militare basata su mine marine, droni low-cost e missili balistici antinave capaci di far schizzare i premi assicurativi globali alle stelle con un solo click. Di fronte a questo stallo, l’amministrazione Trump ha tempo fa tentato di trascinare i partner della NATO in una forza navale a guida statunitense per riaprire le rotte a spese altrui. La risposta degli alleati è stata un misto di riluttanza e veti: nazioni tradizionalmente neutrali come la Svizzera e l’Austria hanno giustamente negato i permessi di sorvolo per gli armamenti americani, costringendo un furioso Trump a bollare la NATO come una “tigre di carta” e a minacciare il ritiro dei finanziamenti. L’era del comando unilaterale automatico di Washington è tramontata, ma la Casa Bianca si rifiuta di accettarlo.
Il pilastro dell’offensiva statunitense – azzerare i ricavi energetici di Teheran – si scontra con la realtà strutturale di un mercato globale che ha già sviluppato gli anticorpi al dominio del dollaro attraverso una rete finanziaria sotterranea impenetrabile. Nonostante i decreti draconiani di Washington, l’Iran continua a immettere sul mercato oltre 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno [si veda in foreignpolicy.com]. Questo miracolo logistico si compie attraverso la “Flotta Ombra”, una sterminata rete invisibile di navi cisterna obsolete che beffano i sistemi di sorveglianza spegnendo i transponder satellitari e utilizzando avanzate tecniche di falsificazione dei segnali GPS. Il greggio viene trasferito in alto mare tramite trasbordi clandestini, rietichettato come petrolio malese o indonesiano e venduto alle raffinerie indipendenti cinesi dello Shandong [si veda agenzia di stampa: reuters.com].
L’aspetto più rivoluzionario di questo contrabbando è la totale estromissione del circuito SWIFT controllato dall’Occidente. Cina, Russia e Iran hanno integrato i loro sistemi di messaggistica finanziaria alternativi, come il cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e il russo SPFS. Le transazioni avvengono interamente in Yuan (RMB) o tramite l’uso di valute digitali delle banche centrali (CBDC), tagliando fuori la Federal Reserve e rendendo i canali di pagamento invisibili e inattaccabili per il Dipartimento del Tesoro americano. Le sanzioni secondarie di Trump, concepite per punire chiunque commerci con Teheran, si rivelano così armi spuntate contro colossi come la Hengli Petrochemical o le raffinerie private cinesi, che operano esclusivamente all’interno di questo ecosistema non denominato in dollari [fonte: reuters.com].
La demenziale strategia di aggressione a trecentosessanta gradi portata avanti dagli Stati Uniti ha ottenuto l’unico risultato di accelerare e cementare un’alleanza strategica tra i principali avversari di Washington. La Russia, colpita a sua volta dai tentativi di isolamento occidentali, ha integrato i propri canali logistici e marittimi con quelli iraniani. La spinta del disegno di legge statunitense volto a imporre dazi punitivi fino al 100% per i paesi che usano valute alternative al dollaro, come il Lindsey O. Graham Russia Sanctions Act, ha esasperato la reazione difensiva del blocco asiatico.
Mosca e Teheran coordinano ormai le proprie rotte in un corridoio geopolitico inaccessibile alle forze occidentali, scambiandosi tecnologie avanzate, sistemi di difesa aerea russi e flussi ininterrotti di droni d’attacco.
Nel frattempo, la Cina tiene in scacco l’economia americana proprio sul terreno della produzione militare. Mentre Trump minaccia Pechino per costringerla a interrompere gli acquisti di petrolio, dimentica che la macchina industriale del Pentagono è legata a doppio filo alla Repubblica Popolare, che detiene il quasi-monopolio mondiale sulla raffinazione dei minerali critici e delle terre rare come il gallio, il germanio e la grafite. Pechino ha progressivamente introdotto licenze di esportazione draconiane: se decidesse di bloccare totalmente i flussi di questi materiali, la produzione di microchip avanzati, radar e missili guidati americani subirebbe una paralisi immediata. Le riserve belliche degli Stati Uniti sono già state prosciugate dai recenti conflitti globali e la dipendenza immediata dalle forniture cinesi è una vulnerabilità che nessun decreto d’emergenza della Casa Bianca può risolvere nel breve termine.
In questa brutale prova di forza orchestrata da Washington, il danno collaterale più grave viene inflitto all’Europa, e in particolar modo all’Italia, ridotta a vittima sacrificale sull’altare delle strategie d’oltre atlantico. L’Italia si trova esposta a contraccolpi economici devastanti su più fronti. Il nostro tessuto industriale, storicamente dipendente dalle esportazioni e dall’importazione di materie prime, rischia il collasso. Le continue tensioni alimentate da Washington nelle rotte mediorientali si ripercuotono istantaneamente sui costi dei noli marittimi nel Canale di Suez. Per le navi commerciali dirette verso i porti italiani di Trieste o Genova, l’obbligo di circumnavigare l’Africa si traduce in un aumento esponenziale dei costi di trasporto e dei tempi di consegna, scatenando una nuova e violenta fiammata inflazionistica che colpisce direttamente le tasche delle famiglie italiane.
Per gli italiani, questo significa un aumento generalizzato del costo della vita, dai beni alimentari alle bollette energetiche. Dopo essere stato costretto a rinunciare al gas russo a basso costo, sostituito dal ben più caro gas naturale liquefatto (GNL) americano, il nostro Paese rischia ora una deindustrializzazione forzata. Se il governo italiano continuerà a piegarsi supinamente ai diktat di Trump, assecondando la sua folle guerra commerciale contro la Cina, i settori chiave del Made in Italy – dalla meccanica di precisione alla transizione automobilistica ed ecologica – rimarranno privi dei componenti elettronici e delle terre rare cinesi necessari alla produzione. I sondaggi continentali parlano chiaro, con l’85% degli europei che esprime una totale sfiducia verso le politiche tariffarie ed estere di Trump. Eppure, i leader a Roma e Bruxelles rimangono paralizzati all’interno di una sottomissione totale, preferendo sacrificare il benessere dei propri cittadini pur di non indispettire l’inquilino della Casa Bianca.
Il finale a sorpresa di questa transizione geopolitica si preannuncia drammatico e ironico. Nel disperato e anacronistico tentativo di restaurare un’egemonia globale assoluta attraverso l’aggressione economica e la coercizione, gli Stati Uniti di Trump stanno ottenendo l’esatto contrario: stanno distruggendo la credibilità internazionale del dollaro, spingendo il mondo verso sistemi di pagamento alternativi, stanno privando la propria industria militare delle materie prime vitali e stanno consegnando definitivamente le chiavi del secolo eurasiatico al blocco Pechino-Mosca-Teheran, mentre un’Europa e un’Italia senza coraggio si condannano da sole alla miseria economica e all’irrilevanza della storia.
