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GEOPOLITICA, ECONOMIA E SOCIOLOGIA DELLA REGRESSIONE AUTORITARIA: LA DISTRUZIONE DEI SISTEMI PLURALISTI E L’IMPOSIZIONE DELLE DOTTRINE MACROECONOMICHE TRANSNAZIONALI

di Michele BLANCO

Il collasso dei sistemi democratici e la destrutturazione dei regimi pluralisti non si configurano esclusivamente come l’esito di dinamiche endogene isolate o di colpi di Stato prettamente autoctoni; frequentemente, essi costituiscono fenomeni emergenti guidati, catalizzati o attivamente ingegnerizzati da influenze geopolitiche esogene o da profonde patologie dell’interazione strategica tra le élite locali. All’interno del dibattito politologico contemporaneo sulla regressione democratica (democratic backsliding), l’opera del sociologo storico Ivan Ermakoff, “Ruling Oneself Out: A Theory of Collective Abdications” (2008), formalizza un rigoroso quadro teorico per interpretare l’allineamento autoritario delle élite sotto la spinta dell’incertezza cognitiva, delle cascate reputazionali e del deficit di coordinamento strategico.

L’esame comparato della storia globale evidenzia una complessa dialettica tra le patologie endogene delle assemblee sovrane europee — come il nazional-socialismo in Germania, il fascismo in Italia e il franchismo in Spagna — e le dinamiche di transizione violenta guidate o sostenute da vettori imperiali transnazionali, come avvenuto con gli interventi degli Stati Uniti d’America in America Latina e l’epurazione di massa in Indonesia durante la Guerra Fredda.

In questi ultimi contesti, la sospensione coercitiva dello stato di diritto e l’annientamento fisico o politico delle opposizioni non hanno rappresentato soltanto un fine ideologico, ma il presupposto strutturale indispensabile per l’applicazione di radicali terapie d’urto macroeconomiche, realizzate sotto l’egida degli organismi finanziari internazionali.

Le patologie endogene delle assemblee sovrane europee.

I casi paradigmatici affrontati da Ermakoff si collocano nell’Europa della prima metà del Novecento e rappresentano l’applicazione più pura del modello sulle disfunzioni strategiche dei corpi deliberativi. Il caso più devastante è l’approvazione del decreto dei pieni poteri (Ermächtigungsgesetz) da parte del Reichstag tedesco il 23 marzo 1933. In questa cruciale contingenza storica, la delegazione parlamentare del Deutsche Zentrumspartei (il Partito del Centro Cattolico), pur essendo ideologicamente e culturalmente distante dal nazionalsocialismo, votò a favore del provvedimento che concedeva ad Adolf Hitler la facoltà di emanare leggi anche in deroga alla Costituzione di Weimar. Il suicidio istituzionale della repubblica di Weimar si consumò non per una coercizione fisica immediata all’interno dell’aula, ma a causa del fallimento di coordinamento difensivo delle opposizioni, paralizzate da un’asimmetria informativa letale e dalla spirale del silenzio indotta dal timore di ritorsioni.

Un’analoga traiettoria di allineamento e conformismo strategico si riscontra nella genesi del fascismo in Italia. Nel novembre 1923, il parlamento del Regno d’Italia ratificò la Legge Acerbo, un meccanismo elettorale iper-maggioritario volto a garantire i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa. Nonostante la chiara percezione della spinta illiberale intrinseca al governo guidato da Benito Mussolini dopo la Marcia su Roma, le forces costituzionali, liberali e giolittiane cedettero al calcolo prudenziale, illudendosi di poter costituzionalizzare e normalizzare il fascismo all’interno delle dinamiche parlamentari. Questo deficit computazionale e l’incapacità di opporre una leadership alternativa coesa accelerarono la transizione formale verso lo Stato monopartitico totalitario, perfezionata con le leggi fascistissime del 1925-1926.

La parabola del franchismo in Spagna offre una sintesi speculare e altrettanto complessa di queste dinamiche. La transizione verso la dittatura del generale Francisco Franco nacque da una sanguinosa guerra civile (1936-1939), ma il consolidamento del regime autoritario beneficiò fin da subito delle medesime asimmetrie geopolitiche. Se da un lato l’intervento militare diretto della Germania nazista e dell’Italia fascista sostenne militarmente il fronte nazionalista, dall’altro la politica del “Non Intervento” promossa dalle democrazie occidentali (Francia e Regno Unito) creò una paralisi decisione esogena, lasciando la Seconda Repubblica spagnola isolata e vulnerabile. Decenni più tardi, nel novembre 1976, la teoria delle scelte sociali e il paradosso del disallineamento tra preferenze individuali ed esiti collettivi trovarono una clamorosa convalida proprio nel crollo del franchismo stesso: le Cortes franchiste approvarono la Legge per la Riforma Politica (Ley para la Reforma Política). Un’assemblea composta interamente da esponenti del regime scelse di votare la propria autosoppressione istituzionale per dare vita a una democrazia parlamentare, spinta da un effetto a cascata reputazionale e dall’incapacità dei singoli attori di arginare una transizione democratica percepita come storicamente ineludibile.

L’interventismo statunitense in America Latina e l’Operazione Condor.

Se i casi europei evidenziano le fragilità dei meccanismi interni, la parabola storiografica dell’America Latina durante la Guerra Fredda introduce una variante fondamentale: l’intervento sistemico degli Stati Uniti d’America. La dottrina della sicurezza nazionale e il paradigma del contenimento antisovietico hanno sistematicamente sfruttato, e spesso indotto, le asimmetrie informative e le vulnerabilità strutturali delle democrazie sudamericane, favorendo l’instaurazione di regimi dittatoriali e oligarchie militari volute da Washington.

Il quadro interpretativo dei golpe orchestrati in America Latina rivela una costante convergenza tra le élite reazionarie locali e gli apparati di intelligence statunitensi, in particolare la Central Intelligence Agency (CIA). Un caso paradigmatico si compì in Guatemala nel 1954 con l’Operazione PBSUCCESS, dove il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz Guzmán fu destituito da una coalizione di forze mercenarie coordinate da Washington, ufficialmente per arginare un’infiltrazione comunista, ma de facto per tutelare gli interessi della United Fruit Company. Nel marzo 1964, in Brasile, la destrutturazione della presidenza legittima di João Goulart fornì il modello per i successivi colpi di Stato regionali. L’amministrazione di Lyndon B. Johnson, paventando l’allineamento del Paese al blocco filosovietico dopo la rivoluzione cubana, attivò l’Operazione Brother Sam, assicurando supporto logistico e militare marittimo ai generali golpisti. L’abdicazione collettiva delle istituzioni brasiliane e il conformismo prudenziale dei corpi legislativi locali si articolarono precisamente lungo le direttrici teorizzate da Ermakoff: l’incertezza cognitiva delle élite circa l’irreversibilità del golpe e la vacuità di una leadership vicaria democratica coordinata aprirono la strada a una giunta militare che governò il Paese per oltre vent’anni.

L’apice drammatico di questa fenomenologia si manifestò in Cile l’11 settembre 1973. Il rovesciamento violento del presidente Salvador Allende, orchestrato dalle forze armate sotto la guida del generale Augusto Pinochet, fu preceduto e accompagnato da una massiccia operazione di destabilizzazione economica e politica promossa dall’amministrazione Nixon e da Henry Kissinger. La successiva instaurazione della dittatura si inserì nel disegno strategico sovranazionale noto come Operazione Condor. Istituita formalmente nel 1975, questa rete transnazionale di cooperazione repressiva coinvolse le dittature militari di sei Paesi — Argentina, Bolivia, Cile, Brasile, Uruguay e Paraguay — godendo del supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. I quadri operativi di questi regimi erano addestrati alla dottrina della controguerriglia presso la School of the Americas (SOA) nella zona del Canale di Panama, principale incubatore di leader autoritari nel continente. Parallelamente, l’area centroamericana subì una prolungata torsione autocratica determinata dalla medesima logica geopolitica. In Nicaragua, il sostegno di Washington garantì per oltre quarant’anni la stabilità della dittatura dinastica della famiglia Somoza. Successivamente, dopo il trionfo della rivoluzione sandinista nel 1979, gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono le forze paramilitari dei Contras per destabilizzare il nuovo governo, eludendo i vincoli del diritto internazionale. Dinamiche analoghe caratterizzarono il supporto bellico e finanziario fornito ai regimi militari repressivi in El Salvador e in Honduras durante gli anni Ottanta.

Il “Modello Giacarta” e il paradigma del massacro in Indonesia (1965-1966).

La disamina dei processi di allineamento autoritario acquisisce una radicale completezza analitica quando si esamina la transizione geopolitica e istituzionale avvenuta in Indonesia tra il 1965 e il 1966. La tragedia indonesiana rappresenta la sintesi più estrema e letale tra patologie endogene ed esogene, configurandosi come il vero e proprio archetipo operativo (il “Modello Giacarta”) successivamente esportato in America Latina.

Fino al 1965, il presidente Sukarno manteneva un fragile equilibrio tripartito (Nasakom) tra nazionalismo, Islam politico e il Partito Comunista Indonesiano (PKI). Quest’ultimo, privo di un’ala militare e integrato nei processi legali dello Stato, rappresentava la più grande formazione comunista non al potere del pianeta. La notte del 30 settembre 1965, un oscuro tentativo di ammutinamento interno alle forze armate (il Movimento del 30 Settembre o G30S) portò all’esecuzione di sei generali dell’alto comando. La fazione militare anticomunista guidata dal maggiore generale Suharto capitalizzò istantaneamente l’evento: attraverso una massiccia campagna di propaganda psicologica, il G30S fu presentato come una cospirazione nazionale del PKI volta a rovesciare lo Stato. Questo intervento generò una radicale asimmetria informativa e una paralisi cognitiva che neutralizzarono la capacità di reazione istituzionale del presidente Sukarno.

Tra l’ottobre del 1965 e i primi mesi del 1966, l’esercito indonesiano scatenò una campagna di epurazione violenta di massa. Le stime storiografiche più rigorose quantificano le vittime tra i 500.000 e l’oltre un milione di individui assassinati, oltre a centinaia di migliaia di internati senza processo. La declassificazione dei documenti riservati del Dipartimento di Stato statunitense ha rimosso ogni ambiguità circa il ruolo esogeno degli Stati Uniti: funzionari diplomatici compilarono e consegnarono all’esercito di Suharto liste dettagliate contenenti migliaia di nomi di leader e attivisti del PKI, verificando sistematicamente la loro eliminazione fisica, mentre l’amministrazione Johnson forniva equipaggiamenti radio avanzati e finanziamenti diretti ai quadri militari. Nel marzo del 1966, attraverso l’imposizione del decreto Supersemar, Sukarno fu privato di ogni autorità esecutiva, formalizzando il passaggio dei poteri a Suharto, che istituì una dittatura militare ultra-autoritaria battezzata “Nuovo Ordine” (Orde Baru), rimasta al potere fino al 1998.

Analisi politologica ed economica comparata: neoliberismo cileno e capitalismo di relazione indonesiano.

Sotto il profilo economico-politico, le transizioni autoritarie in Cile e in Indonesia si configurano come laboratori paradigmatici per lo studio dell’interazione tra coercizione statale e agende macroeconomiche globali. In entrambi i casi, la destrutturazione violenta delle opposizioni e la soppressione delle rappresentanze sindacali hanno costituito il prerequisito funzionale per smantellare i precedenti modelli protezionistici o di sviluppo endogeno, avviando una radicale apertura ai mercati internazionali sotto il monitoraggio stringente e la legittimazione di istituzioni quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Tuttavia, la governance interna di questa ristrutturazione si è articolata secondo modelli istituzionali divergenti.

In Cile, la gestione economica fu interamente delegata ai cosiddetti Chicago Boys, un gruppo di economisti cileni formatisi presso l’Università di Chicago sotto l’egida di Milton Friedman e Arnold Harberger. Il regime di Pinochet divenne così il primo terreno di sperimentazione globale di una “terapia d’urto” rigidamente neoliberista. Il modello si fondava sulla privatizzazione quasi totale dei servizi pubblici e delle imprese statali (fatta eccezione per il settore strategico del rame), sulla deregolamentazione finanziaria, sull’abbattimento drastico delle barriere tariffarie e sulla contrazione della spesa pubblica sociale. L’ortodossia monetarista dei Chicago Boys mirava a eradicare l’inflazione e a riposizionare il Cile come un’economia puramente orientata all’esportazione, sfruttando la compressione salariale garantita dallo stato d’assedio permanente. Questo approccio tecnocratico trovò ampio sostegno negli organismi finanziari transnazionali, che salutarono la ristrutturazione come il “miracolo cileno”, sebbene essa si fosse tradotta nel breve e medio termine in un drastico incremento delle disuguaglianze strutturali e della vulnerabilità sociale.

In Indonesia, la ristrutturazione economica del “Nuovo Ordine” di Suharto fu affidata a una cabala di economisti educati negli Stati Uniti, ironicamente ribattezzata la “Mafia di Berkeley”. Sebbene anche questo gruppo promuovesse la stabilizzazione macroeconomica, il rientro del debito e l’apertura agli investimenti diretti esteri (IDE) — intercettando i flussi di capitale occidentale desiderosi di sfruttare le ingenti risorse naturali del Paese, dal petrolio al legname —, l’architettura finale non assunse i tratti del neoliberismo puro cileno. Il modello indonesiano si strutturò come un vigoroso capitalismo di Stato e di relazione (crony capitalism). Lo Stato mantenne un ruolo dirigista e monopolistico nei settori strategici attraverso colossi pubblici come la Pertamina, mentre la concessione di licenze commerciali, crediti bancari agevolati e asset privatizzati fu centralizzata nelle mani della famiglia di Suharto e di un’oligarchia ristretta di imprenditori fedeli al regime. La stabilità macroeconomica e i tassi di crescita elevati, sostenuti per tre decenni dalle istituzioni finanziarie internazionali in funzione anticomunista, celavano una profonda fragilità sistemica legata alla corruzione istituzionalizzata, esplosa drammaticamente durante la crisi finanziaria asiatica del 1997.

La comparazione politologica evidenzia come il connubio tra regimi autoritari ed egemonia finanziaria transnazionale possa produrre assetti economici profondamente diversificati — dall’ortodossia di mercato cilena al clientelismo oligarchico indonesiano. Entrambi i modelli, tuttavia, condividono la medesima premessa euristica: l’efficacia della ristrutturazione economica e la tutela degli investimenti globali sono state storicamente subordinate alla soppressione violenta della sfera pubblica deliberativa e dei corpi intermedi democratici.

Analisi quantitativa: l’andamento macroeconomico e la destrutturazione del lavoro.

L’esame dei dati di contabilità nazionale e degli indicatori sociali forniti dalla Banca Mondiale convalida empiricamente la divergenza strutturale delle due traiettorie autoritarie, smentendo le narrazioni puramente apologetiche dei rispettivi successi macroeconomici e mettendone a nudo i costi redistributivi.       

Nel Cile di Pinochet (1973-1990), l’applicazione dogmatica del monetarismo generò una profonda instabilità del Prodotto Interno Lordo, caratterizzata da due recessioni sistemiche distruttive: la prima nel 1975 (contrazione del PIL del -12.9% indotta dalla terapia d’urto iniziale) e la seconda, ancor più severa, nel 1982 (collasso del PIL del -14.3% in seguito alla crisi del debito latinoamericana e alla rigidità del tasso di cambio fisso). Sotto il profilo distributivo, l’Indice di Gini — misura della disuguaglianza in cui valori prossimi a 1 indicano la massima concentrazione della ricchezza — registrò un incremento senza precedenti storici, passando da una media di 0.45 nei primi anni Settanta a picchi superiori a 0.55 alla fine degli anni Ottanta. Questo fenomeno fu accompagnato da una drastica contrazione della quota dei salari sul PIL e da tassi di disoccupazione che fluttuarono strutturalmente sopra il 20% per gran parte del decennio successivo al colpo di Stato.

Nell’Indonesia di Suharto (1966-1998), la dinamica quantitativa del PIL mostrò una stabilità apparentemente superiore, mantenendo tassi di crescita reali medi vicini al 7% annuo per tre decenni, interrotti bruscamente solo dal crollo del 1998 (-13.1%). L’afflusso di capitali esteri e le rendite petrolifere permisero una sensibile riduzione della povertà assoluta ex-ante. Tuttavia, l’Indice di Gini — rimasto formalmente stabile su valori intermedi attorno a 0.33-0.35 — non fu in grado di catturare la reale natura della concentrazione della ricchezza. I dati sulla distribuzione patrimoniale occulta rivelarono che il controllo dell’economia era concentrato in un ristretto nucleo oligopolistico: stime successive hanno documentato che la sola famiglia Suharto aveva accumulato un patrimonio stimato tra i 15 e i 35 miliardi di dollari, pari a una quota rilevante del PIL indonesiano dell’epoca, configurando il regime come una vera e propria cleptocrazia istituzionalizzata.

Sotto il profilo dei diritti del lavoro, la convergenza dei due modelli autoritari fu assoluta, configurando la distruzione dei sindacati come la variabile indipendente della stabilità macroeconomica offerta agli investitori esteri:

In Cile: Il decreto legge n. 198 del 1973 e il successivo Plan Laboral del 1979 strutturato da José Piñera imposero la frammentazione della contrattazione collettiva a livello di singola azienda, vietarono il diritto di sciopero nei settori strategici, abolirono la tutela contro il licenziamento ingiustificato e sciolsero la Central Única de Trabajadores (CUT). La violenza di Stato si abbatté capillarmente sui leader sindacali, decimando la capacità di resistenza dei lavoratori.

In Indonesia: Il regime del “Nuovo Ordine” impose il monopolio della rappresentanza dei lavoratori attraverso un unico sindacato di Stato strettamente controllato dai militari, l’FBSU (poi SPSI). Qualsiasi attività di sciopero o contrattazione indipendente fu bollata come “sovversiva” o d’ispirazione comunista, legittimando l’intervento diretto dell’esercito nelle dispute industriali. Casi storici emblematici, come l’assassinio nel 1993 della giovane attivista sindacale Marsinah, dimostrano come la compressione artificiale dei costi del lavoro nelle fabbriche destinate all’esportazione transnazionale fosse garantita da un apparato di violenza militarizzata.

L’analisi storiografica e quantitativa comparata documenta che la vulnerabilità delle democrazie non risiede esclusivamente nelle loro contraddizioni interne o nelle disfunzioni dei meccanismi di scelta sociale descritti da Ermakoff. Essa è radicalmente amplificata quando attori statali esterni di scala imperiale decidono di alterare l’equilibrio strategico, incentivando l’autocensura tattica dei decisori locali, promuovendo la frammentazione delle forze democratiche e legittimando l’uso della violenza di Stato.

Sotto il profilo euristico, la sociologia delle transizioni dimostra che la salvaguardia degli ordinamenti pluralisti necessita di interventi mirati alla neutralizzazione di questi vettori di vulnerabilità, evidenziando l’assoluta necessità di ridurre i tempi di reazione procedurale delle assemblee, strutturare reti di coordinamento esplicite contro l’autocensura delle élite e preservare la coesione logistica e la sovranità dei corpi intermedi di fronte alle narrazioni polarizzanti e alle pressioni della storia globale.

  • Ha conseguito l'Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia (associato) nel settore concorsuale 14/C1 Sociologia Generale. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli.
    Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). “La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale” (2024). “Introduzione al percorso intellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana”, Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). “Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali” (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in “Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri “Deliberative democracy in Habermas”, in “Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, “Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro della democrazia”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, “Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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