Jack Swigert, l’astronauta americano della missione “Apollo 13” del 1970, in un momento di difficoltà durante il volo spaziale pronunciò la celebre frase “Houston, abbiamo un problema!”. In verità la frase fu “Houston, abbiamo avuto un problema qui” (Houston, we’ve had a problem here), ma la locuzione più nota rende l’idea, ormai di uso comune anche per ironizzare su un momento di défaillance. E vorrei che di défaillance si trattasse quando leggo le notizie e le interviste di alcuni esponenti progressisti in fatto di primarie e programma elettorale, che tarda a definirsi. Una coalizione, quella del centrosinistra di epoca post prodiana-berlusconiana, che nasce dai banchi dell’opposizione parlamentare, che in linea di massima e di principio condivide temi etici, sociali e diritti civili, ma che non riesce a dire un “no” secco all’unisono al sostegno militare-economico in favore dell’Ucraina e ad ammettere che il gas russo ci occorre come il pane. Un “campo largo” che accoglierebbe prime donne da percentuali poco rilevanti, ma che bisognano come il sedano nel brodo. Il punto è capire se questo brodo avrà un po’ di sostanza in più con Renzi e Calenda. Il primo è pronto a sottoscrivere qualsiasi intesa, come dice Travaglio: “Renzi pur di avere un ministero firmerebbe pure la dittatura del proletariato”. Il secondo invece si avventura in voli pindarici che nemmeno il Pinocchio del nonno Comencini riusciva a fare. Insomma, “Houston, abbiamo un altro problema”. Facciamo un salto indietro nel tempo, a quando nel marzo scorso Meloni e i suoi presero uno scossone dal risultato referendario. Il Governo appariva disorientato e Meloni particolarmente incazzata, tuttavia da abile capobastone cercava nelle prime ore un capro espiatorio, poi subito strategie comunicative per mascherare gli stati d’animo e rassicurare le proprie capre affinché non si allontanassero dal recinto. Dallo schieramento opposto, dopo avere appreso l’eccezionale risultato referendario, Conte annunciava in conferenza stampa l’attivazione di “cento spazi aperti della democrazia”, una sorta di open space rivolto ai cittadini per accogliere idee da iscrivere nel programma elettorale e subito dopo concludeva annunciando la volontà di aprire alle primarie per la scelta del capo della nascente coalizione. Di recente Schlein ha confermato di non arretrare sulle primarie, ma in alternativa alle stesse pensa che la guida della coalizione possa andare al partito che raccoglierà più consensi, un modo per cadere in piedi. Insomma, dopo l’incauto annuncio di Conte che si avventurò in una interpretazione strumentale dell’adesione al voto referendario, caratterizzato da una notevole partecipazione giovanile, si è nei fatti avviato un percorso che in pochi sono realmente disposti a sostenere, preoccupati o convinti che la competizione interna possa ledere buone relazioni finora intessute e ancora peggio, fare emergere differenze di vedute significative che avviliscono gli attivisti e scoraggiano gli elettori. Non sono bastati i moniti di Prodi e D’Alema, che il mestiere lo conoscono, né il rifiuto del sindaco Salis che ha ironizzato declinando l’invito in dialetto genovese: “mi nu ghe sun!”. L’assenza di quest’ultima da una ipotetica competizione, tranquillizza i competitori interni e gli avversari. Oltre a Salis, Bonelli e Fratoianni si sono da subito mostrati coerenti e razionali nell’analisi. Dalle prime considerazioni sull’esito referendario, fino all’idea prioritaria della stesura del programma rispetto all’indicazione del presidente del consiglio in pectore. In questi ultimi mesi mi è parso di ascoltare da parte di Conte e Schlein, parole pronunciate a denti stretti nelle feste di partito e nelle interviste, che non hanno annunciato finora una sintesi. Nel frattempo Meloni, “zitta zitta, quatta quatta”, cerca di recuperare una credibilità all’estero, va in giro per l’Italia e si autocelebra a Bari, quasi come se a governare il disastro politico-economico-finanziario-sociale siano stati altri. Insomma ci troviamo dinanzi a due casi di partenogenosi della sconfitta: da una parte Meloni e associati che governano come se fossero in campagna elettorale permanente, attribuendo le responsabilità dei propri fallimenti alle zecche comuniste invidiose; dall’altra un “campo largo” che rischia di trasformarsi in un campo di battaglia.
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